Perluigi Boccanfuso

proSabato: Fortini e Pasolini

fortini_attraverso pasoliniSebbene creda, sì, di aver avuto, quanto a Pasolini, ragione nell’ordine della ragione, so di avere avuto torto di fronte all’albero d’oro della vita.

F. Fortini

 

 

 

 

 

Scrive Fortini, introducendo la sua opera autobiografica Attraverso Pasolini, che è una raccolta di quello che dal 1952 fino ad allora, anno 1993, aveva scritto su Pasolini:

Su Pasolini, le pagine che seguono non sono un saggio ma una raccolta di quanto ne ho scritto in quarant’anni. E anche documenti e lettere del periodo della rivista “Officina” – [che fu anche l’esercizio di una sempre più ricca conoscenza reciproca che doveva condurre ad una sola certezza: quella dell’inconciliabilità, n.d.r.] – […] Probabilmente nella propria opera nessuno scrittore italiano del nostro secolo [’900, n.d.r.] ha accumulato, come Pasolini, giudizi sulla storia contemporanea e la società in cui visse; con altrettanta costanza nessun altro ha fatto di quei giudizi materia del proprio scrivere. Lo ha fatto però in modi che chiedono di venir decifrati.
Serve una lettura linguistica e stilistica che si apra la via attraverso le congerie degli enunciati e delle perorazioni ininterrotte e vi identifichi gli elementi radiattivi [sic] per poi, alla loro luce, reinterpretare l’insieme.[1]

Non dobbiamo far altro, a questo punto, che usare le parole di Fortini e seguirne le indicazioni, nel sospingerci nell’esplorazione di questo oscuro e preziosissimo testo della nostra letteratura contemporanea, quando ci dice che «a quelle scritture, le edite e le inedite, – [articoli, appunti, saggi, lettere ecc., n.d.r.] – accompagno informazioni e commenti, spesso intenzionalmente arbitrari. Non ho avuto in passato, voglio ripeterlo, né ho l’intenzione o capacità di tenere oggi un vero discorso critico sull’opera di Pasolini. Il lettore si avvedrà da solo dei limiti e dei propositi dei singoli contributi.»
Ed è esattamente il modus operandi che ho applicato nella scelta di questi due carteggi, gli ultimi dove si respira ancora una sorta di afflato privo di attrito fra i due. (altro…)

Il “non solito dialetto” di Mario dell’Arco

mario dell'arco ottave 1948Mario dell’Arco (1905-1996) e il dialetto che non è il solito dialetto. Uno dei massimi esponenti di quella poesia in vernacolo troppo a lungo screditata dai puristi e il più delle volte attaccata e affrontata in modo contraddittorio e svilente nella fatidica Questione della lingua. Diciamocelo, il dialetto non attira a sé troppe simpatie (già dai tempi del Cesari, primi Ottocento), ma, quella del nostro, è opera più unica che rara, raffinata, surreale, che non può non catturare e conquistare. Un’opera in romanesco che sembra non aver conosciuto nel corso degli anni “una vera evoluzione”. Ma, appunto, sembra.
In realtà questo dialetto (“addirittura più leggero dell’italiano” come lo ha definito Gibellini) cesellato, ben si attaglia a quelli che furono i contenuti della poesia dellarchiana a partire dalla prima raccolta: Taja, ch’è rosso! (1946), apparsa nello stesso decennio che vide l’esordio di mostri sacri come Tonino Guerra e del Pasolini casarsese: una vena prevalentemente lirica, incline a deformazioni fantastiche e surreali, tese a rendere poetici gli aspetti di partenza del reale.
Così può capitare che, nella poesia di dell’Arco, il treno diventi un coso buffo/ cor cappello a cilindro e lo stantuffo; il cielo una lavagna sulla quale la luna disegna le costellazioni; la far-falla un verme che ha messo per ali due petali di rosa. Una sorta di magismo insomma, che nulla ha a che fare con quello crudo del Malaparte de La pelle o con il migliore assurdo letterario, e che serva per tacere dei monumenti e dei luoghi di Roma investiti da questa modalità poetica, disponibile al meraviglioso: è il caso di Roma – 18 poesie (1956), ad esempio, o di Arciroma (1978). Qui i monumenti si animano davvero, e può accadere che il cavallo di Castore in Campidoglio scenda dal proprio piedistallo e attraversi le vie del centro storico; o che la Barcaccia di Piazza di Spagna levi l’àncora e imbocchi er Babbuino.
Un’altra novità preponderante e, oserei dire, prepotente della poesia dellarchiana è la rottura con la tradizione romanesca sul piano della metrica: nessun sonetto presente nel volume complessivo; al contrario la predilezione per un sermo brevis per lo più di endecasillabi e settenari (questi sì i più classici della tradizione poetica italiana!) mentre più rari sono i quinari, variamente ritmati, anche con accortissime rime interne al verso.
Uno schema libero che, nel suo epigrammismo, si è sposato perfettamente anche con la compiutezza classica che il poeta ha inteso riprodurre nel suo personale adattamento di Catullo, Marziale e Orazio, da lui arromanescati a più riprese e che, contemporaneamente, lo fanno inserire perfettamente nella corrente del suo tempo, riuscendo in questo suo strutturare il componimento non simmetrizzandolo, in un divertissement letterario.
Dal ’48 in poi entra in scena Pasolini che col nostro inizia delle vere e proprie collaborazioni, in seguito al sentito apprezzamento dell’opera dell’autore romano.
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