Perdisa Pop

Antonio Paolacci – Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

berlino 2009 - foto gianni montieri

berlino 2009 – foto gianni montieri

Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

Non so quante volte ho sentito Luigi Bernardi iniziare una frase con «Un giorno vi racconterò».
Era il suo modo per far capire ai meno informati che l’editoria è molto diversa da ciò che credono sia: «Un giorno vi racconterò come lavorano davvero quelli di [una nota casa editrice]», diceva. Oppure: «Un giorno vi racconterò come la pensa davvero [uno scrittore famoso]».
Poi questo giorno non veniva mai, non raccontava niente alle persone di cui non si fidava, ma riusciva comunque a insinuare dubbi, che è poi il primo dovere del vero narratore.

Quando mi annunciò che avrebbe lasciato l’editoria, per me non fu una sorpresa. Da almeno un paio d’anni mi diceva che era stufo, che voleva scrivere e basta, che appena possibile lo avrebbe fatto. E io, per quanto temessi che alle sue dimissioni avrei perso il lavoro, non cercavo di dissuaderlo: ogni volta gli dicevo che l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto; che se io ero stanco dopo pochi anni, figurarsi lui dopo più di trenta.
La notizia vera e propria me la diede alla fine del 2010. Della sua malattia non sapeva ancora nulla. Smetteva di fare l’editor perché non ne poteva più e voleva scrivere, scrivere e basta.

Mi invitò a pranzo a casa sua. Mangiammo crescentine e tigelle parlando delle cose che stavamo scrivendo, bevemmo chinotto, due caffè a testa, dopodiché mi disse che aveva deciso: smetteva, e voleva lasciare a me la direzione di Perdisa Pop.
Mi chiese se me la sentivo. Risposi di sì, naturalmente. A quel punto diventò serio e mi fece un discorso che non dimenticherò.
Disse che in oltre trent’anni non aveva mai visto l’editoria conciata tanto male. Un mestiere allo sfascio, diceva, dove per fare qualcosa di interessante ti tocca combattere in modo iniquo con un esercito di imbecilli che affossano l’intelligenza.
Aggiunse che anche Perdisa Pop non avrebbe retto ancora a lungo. Per cui dovevo pensarci bene: se accettavo di dirigere il marchio dovevo accollarmi il grosso rischio che la fine di Perdisa Pop – se fosse arrivata dopo pochi mesi dalle sue dimissioni – sarebbe stata attribuita a me.
Gli chiesi se secondo lui poteva durare almeno un anno. Mi rispose che, nelle condizioni in cui si era all’epoca, sarebbe stato difficile. Occorreva inventarsi qualcosa, e dovevo farlo io, se accettavo, dal momento che lui non ne poteva più.

Difatti, nel settembre del 2011, Alberto Perdisa mi comunicò che intendeva chiudere di lì a due mesi.
Ne erano passati appena cinque dalle dimissioni di Bernardi e il primo titolo con me in veste di direttore editoriale non era ancora nemmeno in libreria. Come editor ero bruciato.
O meglio, avevo due sole possibilità: diventare uno dei troppi aspiranti editor armati di curriculum sui pianerottoli di altri editori (con l’aggravante di aver diretto un marchio giusto il tempo della sua fine), oppure combattere con l’unica arma che avevo: altri due mesi prima della chiusura.

Ridisegnai piani editoriali e strategie aziendali, cercai autori precisi da pubblicare, reimpostai la comunicazione della casa editrice… Le mie mosse erano bollate come fallimentari da quasi tutti: si trattava di dichiarare apertamente la nostra politica e prendere la strada contraria a quella imboccata dall’editoria attuale, ridurre le uscite annuali, licenziare i promotori, arrivare ai lettori aggirando la distribuzione, e pubblicare con orgoglio testi non commerciali, scritti da italiani conosciuti solo a pochi e caratterizzati anzitutto da una buona scrittura. Il che significava niente menzogne ai lettori, niente mode del momento, nessun preconcetto sulla stupidità del pubblico, nessuna marchetta, nessun compromesso.
E all’inizio del 2012 c’erano già troppe buone notizie perché l’editore potesse mandarmi a casa: i nostri lettori aumentavano, arrivavano ottime recensioni e molti complimenti. In condizioni migliori avremmo potuto crescere notevolmente, ma, anche con i nostri scarsi mezzi e nelle difficoltà generali, un anno dopo eravamo una delle poche piccole case editrici italiane in crescita, e forse l’unica (stando almeno a quanto gli altri dicevano e dicono). Meno di due anni dopo, concorrevamo ai principali premi nazionali e si parlava bene dei nostri libri sulle più importanti testate nazionali.

Ciò non toglie che Luigi Bernardi avesse ragione.
Da anni, ormai, le personalità più influenti in editoria distorcono le idee stesse di scrittura e letteratura. Non importa qui stabilire gli scopi di certe politiche, ma che tali politiche siano in atto è innegabile.
L’etica (anche lavorativa), l’onestà (anche intellettuale) e soprattutto la straordinaria potenza politica e sociale della letteratura sono in crisi nera. Non parlo della crisi economica – che c’è, ed è grave, ma è un’altra cosa. Parlo di problemi serissimi di disonestà (anche intellettuale), parlo di menzogne, di esaltazione di valori sbagliati, parlo di esistenze sprecate, di tempo e soldi rubati a tutti, autori e lettori. Parlo di politiche a-culturali che hanno ormai incistato nel pensiero comune l’idea che il libro sia un prodotto da supermercato, laddove è non solo metro di civiltà, ma è anche evoluzione personale, ed è piacere puro, uno dei più irrinunciabili che io conosca.

Negli anni di lavoro insieme, Bernardi mi ha insegnato anche a fronteggiare la paura. Ogni volta che mi parlava di cadute, io imparavo che, quando si cammina su terreni accidentati, cadere fa parte dell’atto di camminare. E che a volte, rialzandosi, è bene cambiare strada.

Quel pomeriggio del dicembre del 2010, dopo il secondo caffè, mi disse che avrebbe aspettato un bel po’, prima di comunicare a tutti che lasciava a me la direzione di Perdisa Pop. Avrebbe smesso ufficialmente all’inizio di aprile 2011: doveva essere aprile, mi spiegò, perché aveva iniziato a lavorare in editoria ad aprile del 1978 e voleva smettere esattamente al compimento del trentatreesimo anno di attività.
La sua fissazione per la precisione matematica era da Guinness. Ne rideva lui stesso, ma gli piaceva troppo, non poteva resisterle. E così sono diventato ufficialmente direttore editoriale il 5 aprile del 2011.

Questo per spiegarvi il motivo per cui ho atteso fino a oggi per comunicarvi quanto segue.
È per me una specie di tributo: oggi, 5 aprile 2014, la mia direzione di Perdisa Pop compie tre anni tondi, ed è quindi il giorno migliore per annunciare che non continuerà.

I motivi non vi importino. Di fatto, sono venute meno le condizioni basilari perché io possa continuare a svolgere concretamente questa attività. E a voi basti sapere che Perdisa Pop continua regolarmente a vendere i titoli in catalogo.
Quanto a me, vi darò notizie a tempo debito. Lo farò molto presto, ma non subito: se c’è un’altra cosa che mi ha insegnato Bernardi sull’editoria è che è piena di orecchie pericolose o, come avrebbe detto lui, di teste di cazzo.

In ogni caso sto lavorando. E non da solo, né solo per me stesso.
I tempi sono difficili e conoscere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. Ma mentre assistiamo allo strangolamento di professioni fondamentali, tendiamo a dimenticare cosa siamo, tendiamo a dimenticare che l’editoria e la scrittura non possono e non devono essere considerati come lavori da mercanti, perché non lo sono.
E va precisato che non lo sono proprio, in concreto, che non si tratta cioè di avvolgerli in una coltre di romanticismo, ma di prendere coscienza di una realtà: l’atto di leggere è diverso dall’atto del comprare o del consumare prodotti alla moda. Ha un altro mercato, un altro target.

In questo contesto angosciato e sfiancante, dove si continua ad alimentare un’idea malsana di cultura e di letteratura, resto convinto che si possa reagire.
Occorre però il coraggio di farlo davvero. Il che, per chiunque come me lavora in questi ambiti, sembra difficile. Non siamo eroi, siamo persone con altre competenze. E siamo abituati a dubitare.
Solo che, assuefatti all’idea che sarebbe meglio non rischiare, alle volte rischiamo molto di più: accettiamo compromessi assurdi che ci porteranno a lavorare male e a fallire comunque, scontenti dei risultati e senza nemmeno un grazie da portarci a casa.

Quello che invece farò io è raccogliere le forze ancora una volta e ancora una volta creare, per quanto possibile, nuove occasioni. Ci sono competenze da mettere a frutto, voci da ascoltare, percorsi da scoprire, follie da realizzare, rabbia da usare come carburante.
Prendere le distanze da certe logiche e da certi mestieranti non è un vezzo artistico, è nostro dovere professionale.
Se preferiamo rimanere sui tristi sentieri tracciati da altri, piuttosto che indicarne di nuovi, non siamo scrittori, non siamo artisti, e non siamo editori. Se non sappiamo osare, non siamo ciò che millantiamo di essere, né mai potremmo esserlo.

©Antonio Paolacci

Rosario Palazzolo – Cattiverìa

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Rosario Palazzolo – Cattiverìa – Perdisa Pop 2013 – euro 16,00 -ebook 6,99

Ci sono storie che non possono essere recensite come si farebbe per un qualsiasi romanzo o libro che segua determinati canoni. Queste storie vanno raccontate ma non spiegate e, per farlo, bisogna partire dalla parte più nascosta, da dietro il nero dell’inchiostro. È il caso di Cattiverìa di Rosario Palazzolo: un racconto cupissimo ma non cupo, terribile ma mai orribile, tremendo ma anche divertente. Giocoso e devastante. Un racconto che comincia così: «perché io mi sono fatta tutto il quadro della questione come a un piero angelo stampato, e perciò, tu, ora, per farti il favore, ascolta il consiglio mio: immaginati la migliore storia in cui non si fa altro che morire, sforzati, fai un respiro lungo lungo e riempiti la bocca di tutta l’acquolina che puoi, riempitela sulla fiducia, perché io ti prometto che sarà una storia per come la vuoi tu, la mia, una di quelle con tutto il bene che finisce male e la sofferenza del cane e la speranza del cacio e la faccia bianca di sticchio e il cuore tutto sanguinato e niente, proprio nisba, che ti sembrerà fuori posto.» La storia che Palazzolo scrive è quella di una famiglia siciliana, famiglia che potrebbe essere come tante solo che non lo è. Gli eventi, il “Caso” Pirandelliano, andranno a determinarne le vicende e le sventure. Ma in questa che non è una recensione, non diremo quali siano i personaggi sulla scena, né chi entrerà prima né chi entrerà dopo. Il lettore dovrà distinguerli a poco a poco, a rischio di confonderli ogni tanto. Le voci narranti, in questo diario collettivo, si alternano, si sovrappongono, usando una lingua sgrammaticata e splendida. Una lingua che viene dal dialetto, dall’italiano e dalla fantasia dell’autore. Uno scrittore che inventa una lingua ha già fatto qualcosa in più. Di cosa parla Cattiverìa?  Di come una rinuncia possa segnare un’esistenza e condizionarne altre. Di come il chiudere gli occhi sul disagio, per via di un’antica educazione al riserbo e per amore, possa essere l’innesco della sciagura. Di come la follia possa essere raccontata da dentro, dal folle che non sa di esserlo. La follia che prima di essere follia è mille altre cose: timidezza, solitudine, gioco, fantasia, passione, amicizia, tormento, sofferenza, confusione, sovrapposizione, scambio, urla, terrore, calma e ancora terrore, poi di nuovo calma. Follia talmente annidata, talmente precisa da sembrare ragione. Follia indotta dall’abuso, dall’amore. È un libro su un inferno domestico che monta lentamente, con il sottofondo televisivo di “Sentieri” di “Mike Bongiorno”, con l’icona Pippo Baudo a Sanremo: invocato, sognato e, infine, quasi toccato. La televisione conta in questo romanzo ma l’autore non ce la scaraventa addosso, la mette lì a far da rumore di fondo alle conversazioni. Oppure, a volume alzato, a far da separatore tra famiglia e resto del mondo. Tra orrore privato e dominio pubblico. Cattiverìa è una parola con l’accento sbagliato ma è la parola giusta, perché in questo libro la cattiveria vera non c’è, almeno non come viene normalmente concepita. Cattiverìa è qualcosa che esplode ma è vertice di tentativi sbagliati di fare la cosa giusta. Di essere buoni per se stessi o per qualcuno. Questo è un bellissimo romanzo, teatro dell’assurdo è una casa. Una famiglia. Personaggi, figure magiche, protagonisti di cartoni animati, incatenano fino all’ultima parola di un libro che non si vorrebbe smettere. Gli attori in scena hanno un aspetto fisico e hanno dei nomi ma non li diremo qua. Non è questo che conta. Palazzolo quando ha pensato a questo libro avrà avuto in mente tante cose ma soprattutto  una: «per prima di iniziare una qualsiasissima storiella, uno, nell’immediatamente, dentro la testa sua, si deve figurare del tipo un calendario e in uno sbaffo sgranarsi i fatti che davvero sono contati qualcosa e poi deve pigliare quei fatti, uno a uno, e farci il punto e la virgola e l’accento sulla i, deve spulciarseli a trecento gradi, che non è che può cantare il rosario di tutti gli starnuti, mica può scassarci con ogni arraspamento di coscia […].»

© Gianni Montieri

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Quattro e-book in quattromila battute

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naspini

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Quattro E-book in quattromila battute

Tanatosi di Antonio Paolacci: Alcuni animali quando sono minacciati come arma di difesa usano la tanatosi. Si paralizzano fingendosi morti. Il protagonista di questo bellissimo racconto è un uomo in fuga da un mondo collassato, fatto di città distrutte da una crisi del sistema senza precedenti. E senza scampo. L’uomo in preda al panico reagisce in maniera diversa dagli animali, non prevedibile. Il nostro protagonista andrà in cerca di suo padre, sparito da trent’anni. Questi vive in un luogo sperduto tra le montagne. Un posto aspro, raggiunto per scelta. L’anziano è ormai più abituato agli animali che agli uomini. Comincia un gioco di silenzi, di muti rimproveri, di accenni d’affetto. La tensione di mille domande senza risposta. Quando si incontrano due solitudini così profonde, quando la distanza è talmente marcata, è probabile che nulla possa ricomporsi. In poche pagine Antonio Paolacci fotografa in maniera perfetta i disagi di questi tempi, sia individuali che collettivi. Un solo scatto, una sola origine o colpa.

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Storia ragionata delle lenti a contatto di Stefano Domenichini: Un uomo perde la lente a contatto nel lavandino e decide di andare subito dall’ottico. Qui comincia un viaggio a tre tra il protagonista, l’ottico, vagamente filosofo, e l’oculista, mediamente nostalgico. Il racconto di Domenichini è un saggio sull’uso dell’ironia applicato alla realtà. La vera forza di questa storia sono le digressioni, dalla realtà alla fantasia, andata e ritorno. Ma per ragionare sulla realtà, partendo da una lente a contatto passando per Leonardo, relazioni finite, code dal medico, muovendosi tra la vita e il suo traffico, tra occhiali da vista e visione, devi avere un talento fuori dal comune, talento che Stefano Domenichini possiede. Ci si diverte moltissimo nel leggere questa storia ma si riflette anche su alcune piccole questioni e manie quotidiane, che poi sono il sale delle nostre giornate. Sull’amore, la vecchiaia e la solitudine. <<Perché ognuno si porta dentro la propria solitudine e, senza rendersene conto, non fa altro che parlare di quella per tutta la vita.>>

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Un’educazione parigina di Roberto Saporito: Il racconto di Roberto Saporito ha due Io narranti, protagonisti che si rincorrono lungo tutto l’arco della storia. Il fatto che l’autore scelga di chiamarli non con un nome ma Primo io e Secondo io rappresenta una dichiarazione scritta di sdoppiamento. Il fascino di Parigi, i suoi suoni, i suoi luoghi, sono il quadro dentro il quale la maggior parte della trama si svolge. Saporito è scrittore colto, e, con il suo consueto stile raffinato, traccia la rotta di due solitudini. Due personaggi che contemporaneamente sono in fuga da qualcosa e in cerca di qualcosa. Un macchina di lusso e una bicicletta sono gli strumenti che li condurranno alla ricerca di un rimedio che appartiene al passato. Passato che un Io sembra aver rimosso per indolenza e che l’altro Io non ha mai scordato. La psicologia di queste solitudini, è esaminata in movimento tra la Costa azzurra e Parigi, tra il Cuneese e Bruxelles. In un bar, in un cimitero, in una libreria, in un bacio: dove saranno le risposte? O le nuove domande?

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Pagalamòssa di Sacha Naspini: Due adolescenti che passano le domeniche pomeriggio a sfidarsi e a rincorrersi, in un cantiere di un albergo in costruzione. Si misurano col gioco del Pagalamòssa. La severità delle regole è sacra come i codici d’onore. Ed è rigida, come solo i ragazzini sanno essere. La storia che racconta Naspini non è un racconto di formazione ma quello di un’amicizia profonda. Quando si è adolescenti il tuo migliore amico lo è sul serio, vuoi esserne all’altezza, vuoi restargli amico per sempre. Una domenica uguale a tante altre cambierà gli equilibri. La curiosità e la noia li porteranno a scoprire qualcosa, a rischiare. Uno oserà per senso di sfida, per ingenuità o per pazzia, l’altro per stargli dietro. Le biciclette abbandonate fuori dal cantiere li aspetteranno per un po’ mentre l’autore ci legherà alle pagine attraverso una scrittura bellissima. Può darsi che leggendo ci si volti indietro pensando ai nostri Pagalamòssa, ai nostri Pallaavvelenata, alla nostra bici lasciata chissà dove secoli fa.

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(c) Gianni Montieri

Interviste credibili # 11 – Rosario Palazzolo

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Ciao Rosario, intanto ho appena scoperto che hai un anno in meno di me, cosa inaccettabile, comunque andiamo avanti, l’ho scritto solo per fare un po’ di teatro. A proposito tu fai teatro o “teatro”?

Mannaggia, Montieri, sapevo che avresti iniziato così. Né l’uno né l’altro, comunque. Io faccio le virgolette, solitamente, solo quelle. Le apro e le chiudo. Non manco di perizia, però, e nemmeno di una certa dose di ostentazione. Del resto, come sanno bene coloro che mi conoscono, fra etica e estetica non faccio distinzioni. A ben vedere, l’una è sempre la determinazione dell’altra. Il problema è che imperversa il mal vedere, oggigiorno.

In merito all’età, mettiamola così: il mio anno in meno si vede tutto, così come il tuo in più.

Dimmi qualcosa di Palermo (la tua città) che la gente non conosca già come suggerimento turistico o banalità giornalistica.

Non m’intendo per nulla di Palermo, è risaputo. Figurati che spesso mi perdo. Allora, metto un cappello,  m’avvicino a qualcuno e, con voce estera come so solo io, chiedo Pardon, dove si trova la via tale? – il pardon funziona una meraviglia, sempre – e attendo la risposta dell’indigeno col sorriso stampato, e pure lui sorride nel mentre che risponde, e sorrido ancora, io, fingendo di non comprendere qualche parola, e lui sorride e gesticola e fa dei lunghi no con la testa, se è il caso, o dei sì, e infine dico Grazie, sorridendo, a lui che sorride, prima di andare via.

Ecco, se proprio vuoi sapere qualcosa su Palermo, posso dirti che è una cittadina sorridente assai.

I soliti bene informati dicono che tu sia un cuoco sopraffino, hai qualcosa da dire in tua difesa?

No. E loro?

Ora ti chiederò cose che potrebbero sembrare banali, ma per uno come me, che conosce il teatro solo da appassionato, possono risultare domande lecite: come si sta su un palco? Come ci si muove e come non ci si muove? Un respiro trattenuto, un gesto, contano quanto una battuta?

In teatro credo esistano regole precise, dentro le mie virgolette no.

Tra le tue opere teatrali mi incuriosisce molto “La trilugia dell’impossibilità”. Mi racconti, in breve, la genesi di questo lavoro?

In breve è una parola.

La trilugia dell’impossibilità è fondamentalmente un mio cruccio, una croce. Un’analisi in quattro atti, per il momento, perché ciò che è impossibile non può essere concretizzato in qualcosa di finito. Nasce nel 2007 con lo spettacolo Ouminicch’, che diceva – e dice – dell’impossibilità della scelta. Da allora è stato un continuo impossibilitare: la verità, l’essere, la speranza, in una sorta di percorso impercorribile ma comunque opportuno, perché ritengo che non sia necessario che a ogni bivio corrisponda un’uscita, a ogni ciambella un buco. Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che non fa sconti di sorta, verosimile eppure allucinato. Perché la lingua della trilugia è una lingua che va estrapolata, affinché un idioma non diventi un territorio. Credo sia questa la maggiore innovazione. E oggi l’innovazione è spesso solamente formale, psichedelica, confusionaria. Nasce dall’esigenza di sorprendere lo spettatore. Il lavoro che tento con la trilugia se ne frega dello spettatore, non prova ad affascinarlo, a compiacerlo, non gli sussurra continuamente Abbracciamoci, amico mio, apparteniamo alla medesima categoria, quella dei giusti. È invece una fatica mia e dei miei attori, che certo ha anche bisogno di essere comunicata a qualcuno, ma solo affinché fatichi pure lui, almeno quanto noi.

“I tempi stanno per cambiare” è figlia della tua collaborazione (termine di certo riduttivo) con Luigi Bernardi, com’è lavorare a quattro mani? E, soprattutto, com’è lavorare con uno scrittore del livello e dal carattere forte come Bernardi?

Lavorare a quattro mani è molto complicato, vogliono tutte avere la meglio. Ma con Luigi è stata una risata continua. La nostra amicizia, profonda, piena di affetto, coccole e carillon, credo si sia consolidata proprio grazie a I tempi stanno per cambiare. In più, facemmo insieme anche la regia, lavorammo entrambi a stretto contatto con il compositore, lo scenografo, discutemmo a lungo con gli attori. In merito alla difficoltà di lavorare con uno del suo livello e del suo carattere, ti racconto un aneddoto. Quando riunii la compagnia e dissi di questa collaborazione, del testo che forse ne sarebbe venuto, del lavoro che ci attendeva, erano tutti basiti. Non conoscevano Luigi e, in cuor loro – glielo potevo leggere negli occhi – temevano per lui.

Che musica ascolti?

Solo quella che capisco.

Il più grande autore di teatro, per te, chi è?

Tolti i presenti, parecchi.

Tu tieni dei laboratori di teatro, qual è l’incipit dei tuoi corsi?

Questo laboratorio è legato indissolubilmente al fato. A lui dovremmo sottometterci affinché ogni cosa vada nel verso in cui ci auguriamo. Ovviamente il fato sono io, signore e signori.

Cos’è Cattiverìa?

Una parola inusuale, che sa di spostamento. Una parola bella, secondo me, molto musicale. Ed è anche il titolo del mio prossimo romanzo che uscirà ad aprile sempre per Perdisa Pop. E sarà il mio romanzo più bello, il più maturo, il più doloroso, il più che ti pare a te. Del resto, è pratica comune fra gli scrittori: nel romanzo che sta per uscire deve esserci sempre qualcosa in più a garantire che ci sia qualcosa in più rispetto ai romanzi precedenti. Per quanto mi riguarda, è stato il solito maledetto divertimento.

Ora faccio lo stronzo: Leggi Poesia?
E io rispondo da stronzo: no. Bisogna farsi mancare qualcosa, nella vita.

Ora lo rifaccio: Cosa cambia ( se qualcosa cambia) tra la scrittura per il teatro e la scrittura di un romanzo?

La scrittura teatrale è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un pubblico che cambia ogni volta. La scrittura narrativa è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un lettore che cambia ogni volta.

Devo assolutamente tornare a Palermo, ma a tarda sera, dopo lo spettacolo, non pensare di portarmi al ristorante, devi cucinare tu.

Dopo ogni spettacolo sono intrattabile, la mia cucina potrebbe risultarne compromessa, e pure tu. Facciamo a pranzo, quando l’ineluttabilità la metto solo nel soffritto.

intervista di gianni montieri

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notizie su Rosario Palazzolo

Luigi Bernardi – Babooshka

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Luigi Bernardi – Babooshka – Perdisa Pop (collana E-pop) – 2012

Questa storia comincia dopo. Comincia in un posto che non c’era e che ora c’è. Un posto che qualcosa di molto vicino all’Apocalisse ha cambiato. Il posto è sul mare. Un vulcano (un Vesuvio mai nominato) ha eruttato. In questo dopo davanti al mare vivono un uomo e una donna, Maddalena. L’uomo è la voce narrante. Appare freddo, ragionatore, calcolatore, previdente. Maddalena è decisa, rappresenta il terminale e, contemporaneamente, lo stimolo dei pensieri, delle illusioni e della forza dell’uomo. Il debole è lui. Lei è forte, io debole. E il tempo nel quale i deboli si sono conquistati il diritto di condizionare i forti è finito per sempre. Il terzo protagonista è Babooshka, un cane. Una femmina di pastore maremmano che arriva in un giorno di brutto tempo, guarda i due metaforicamente negli occhi (come fanno i lupi) e li riconosce. Il suo fiuto non sbaglia, diventano un trio, una cosa sola, una famiglia sulle rovine. Un segnale vivo in mezzo alle macerie. Qui veniamo per un momento all’autore. L’abilità di Luigi Bernardi, in questo racconto (proseguimento ideale delle tre storie di Maddalena e le Apocalissi), sta nell’essere riuscito a creare una specie di trinità carnale. I tre si completano, si proteggono, si sostengono.  Uno ripara gli errori dell’altro. A volte serve la forza, a volte è una carezza. Si ha l’impressione che l’uomo e la donna sapessero, non che esplodesse il vulcano, ma che dietro l’angolo ci fosse una catastrofe. Scoppiano guerre, gli attacchi terroristici aumentano di giorno in giorno e sono sempre più precisi. Si formano gruppi che tendono a isolarsi. Distruggere gli altri è la maniera di sopravvivere. Forti della propria sicurezza e dietro la spinta dei pensieri mai fermi del narratore, della sua voglia di sfida,  i tre decidono di partire verso le terre del Vulcano. Un viaggio estremo e rischioso per forza di cose. Salteranno fuori elementi che non parevano contemplati: l’ingenuità, la distrazione e il più umano di tutti: l’errore. Babooshka è un racconto breve, che scorre in maniera fluida dall’inizio alla fine, tecnicamente perfetto. Ancora una volta Bernardi ci mostra la vita come potrebbe essere, il mondo che potrebbe venire, e senza risparmiare la Società e alcuni suoi mali cronici (le religioni, gli ideali stereotipati) disegna gli uomini per quello che sono. Le persone se cambiano è sempre di poco e questo Luigi Bernardi lo sa. Il racconto è in vendita soltanto in formato e-book, scelta di campo coraggiosa della Perdisa Pop che ha avviato da qualche mese questa collana di storie brevi, progetto ambizioso e molto interessante. Il futuro è sempre appena più avanti.

Gianni Montieri

Il Guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Lettera all’autore con premessa)

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Giuseppe Merico – Il guardiano dei morti – Perdisa Pop 2012

Premessa: Mi chiedo se si possa recensire un libro nel quale l’autore ti abbia inserito nei ringraziamenti. Me lo chiedo dopo aver letto questo libro per la seconda volta, dopo essere arrivato in fondo e aver esclamato: Cazzo! Mi domando se sia giusto. Mi domando, però, anche il contrario. Avendone l’opportunità, posso non scrivere di un libro che mi sta molto a cuore, che ho visto nascere dalle fondamenta, diventare storia man mano che l’autore la inventava? Forse no. Perché sono stato testimone (con altri amici) di un’esperienza rara, che si è trasformata in uno dei migliori romanzi italiani del 2012. Un romanzo uscito per una piccola e ottima casa editrice, libro che si fatica a trovare sugli scaffali, libro che – probabilmente – non passerà dalle parti dei critici che contano. Tra domande e non risposte mi sono convinto che sarebbe più disonesto non scriverne che scriverne. Quel che segue non sarà una recensione. Leggerete le mie impressioni, le emozioni che questa storia ha provocato in me. Leggerete, molto probabilmente, me che in maniera, in parte, immaginaria discuto con l’autore.

Chi sono queste persone Giuseppe? Da quale posto della tua immaginazione, da quale anfratto del cuore vengono? Mi sono fatto un’idea, vediamo se riesco a spiegarla. I tuoi personaggi ricordano un po’ noi. Sono le nostre fatiche, le nostre decisioni mai prese. Quelle subite. I nostri destini, canalizzati dal via. Racconti una storia di un Sud piccolo e sconfinato, un meridione malato. Basta, però, leggere poche pagine per capire l’universalità di questa storia. Tu lo sai, tra la provincia di Brindisi e certi paesini sperduti dell’Arizona, Alabama o del Messico, non c’è alcuna differenza. La predisposizione a subire la vita, le prepotenze, la consapevolezza fumosa che se qualcosa cambierà lo farà in peggio. Chi è Mimino, il ragazzo segnato dalla morte del padre? Cerca davvero lui quando profana i morti? E Mirko chi è? Perché l’hai immaginato così? Lui che non capisce tutto, lui che è buono, lui che uccide e salva. Mi viene da pensare che, con le sue debolezze psichiche, sia il tuo angelo. Un bambino. Al poliziotto, ricorderai, ho sempre voluto bene. Un uomo privo di tutto tranne che della sua malinconia e della sua (inconscia) umanità. Un altro uomo solo. Poi ci sono tutti gli altri: Il malato, la mamma di Mimino, il signor Salvatore, il fratello, l’Animale. Carmela no, di Carmela ti dico due parole quando arrivo in fondo. Tu li salvi tutti. Di una salvezza che non c’entra niente col perdono. Ma molto con la terra arida, con la morte, con il paese di quattro case dove nemmeno quello che comanda ha scelto fino in fondo di essere un bastardo. Penso, ad esempio, all’Animale, il più solo di tutti. Brutto, sporco, un orribile orco, senza famiglia, senza nessuno. La macchina per uccidere. Tu lo salvi, mettendogli in fondo alle tasche la più nascosta tenerezza. Lo salvi perché sai che nel marcio, in fondo allo schifo, c’è qualcosa, ci deve essere. Tu scrivi attaccato a quel qualcosa. A questo punto, però, è necessario dire alcune cose sulla tua scrittura. La tua prosa è limpidissima. Talento, ecco come si chiama. Scrivi dei periodi molto lunghi, struggenti, densi di miracoloso respiro; e poi, di colpo, tagli a fette chi legge con due mezze frasi. A volte con una parola sola. Credimi, non c’è molta gente dalle nostre parti che sappia scrivere così. “E i giorni portano le cose che non sanno stare ferme, che anche quando sembra che niente si muova è solo un preparativo, un sobbollire sotterraneo. Una slatentizzazione delle ansie prima o poi arriva e allora non rimane altro da fare che scappare, per chi ne è capace, o ripararsi la testa con entrambe le mani per non sentire il boato, o chiudersi gli occhi perché ingannati dal pensiero infantile che se non lo guardiamo il male non ci guarda.”. Cos’è questa storia? Un intreccio di vite perdute, abbandonate, tra un dove e un niente, dalla nascita. In posti dove pare che anche la pioggia e il sole vengano a comando, perché qualcun altro (non certo Dio) l’ha deciso. E quando tu non decidi mai, puoi solo provare a stare in piedi. Fai finta di niente, se serve spari, ti nascondi. Se devi: muori. Eppure tutte queste pene, nel tuo romanzo, sono radunate, di pagina in pagina, in una sorta di commozione collettiva, che chiuderà il cerchio quando un uomo camminerà lentamente su una spiaggia. Adesso devo dirti di Carmela. L’hai creata che sa sopportare, disprezzare, amare. Che sa ringraziare. Carmela “tiene” la testa alta. Bella come solo certe donne del Sud sanno essere, col carbone vivo che brucia dietro agli occhi. In questo sud perduto, dove le macchine sono le Ritmo, le Alfa 75, le Uno truccate. Un sud dove l’odore del mare può stordire, dove tutti i personaggi vivono come una pallottola che colpisce di rimbalzo. Gente viva di striscio. Tra le tue pagine tu salvi chiunque, chi con una carezza, chi con la morte. Ma più di tutti salvi un bambino e una puttana. E fai bene. Vedi come succede, il ragionamento che volevo fare è diventato quasi una lettera, o una telefonata, ma io non ci so stare al telefono e, secondo me, nemmeno tu. Mi piacerebbe che questo romanzo, dove sto nei ringraziamenti, lo leggessero in tanti. Questo romanzo per il quale ti ringrazio.

(c) Gianni Montieri

Interviste credibili # 10 : Antonio Paolacci

Paolacci

Ciao Antonio, come ci si sente a ritrovarsi con un terremoto sotto il culo?
Più o meno come il personaggio di John Travolta nella scena di Pulp Fiction in cui esce dal gabinetto e c’è Bruce Willis. Ciao Gianni.

Bologna (la città in cui vivi) com’è in questi anni? Com’è cambiata? Cosa le è rimasto addosso di quel fascino che la rendeva (a seconda dei casi) “la dotta” “la viva” “la saggia” (questa me l’ha detta un amico anni fa)?

Ho idea che anche in questa intervista sembrerò uno che non vede l’ora di lamentarsi. Molto bene. La risposta è: assai poco. Di dotto e saggio a Bologna è rimasto un solido ricordo e poco più, però diciamo che a suo favore ha la scusa di essere in compagnia di tutta l’Italia.

 

Quando ti arriva sul tavolo un manoscritto qual è la prima cosa che fai o che pensi, prima di cominciare a leggerlo?

Prima lo giudico dall’aspetto. Per quanto possa sembrare ingiusto, non lo è: la mediocrità di certi lavori si capisce da come sono presentati. C’è chi perde tempo in copertine sceme, disegni da scuola elementare, impaginazioni estrose, ecc. Poi ci sono le lettere di presentazione dalle quali si capisce che gli autori sono spesso vittime di equivoci e luoghi comuni sulla scrittura e l’editoria. In ogni caso, quando poi mi metto a leggere, quello che di solito penso è la nota frase: «Il cucchiaio non esiste».

Dal 2011 sei il Direttore di Perdisa Pop, quanto è divertente e quanto è difficile?

Difficile è fare questo mestiere per chiunque, negli ultimi anni, perché occorre combattere con soggetti esterni alle case editrici, persone che decidono troppo e con criteri discutibili. Parlo di chi ha il potere di dare visibilità ai libri, dai giornali ai premi letterari, dai distributori ai librai, i quali dettano spesso legge – o ci provano – perfino nei nostri piani editoriali, consigliando per esempio un certo cerchiobottismo, dal momento che trovano saggio accontentare un po’ tutti e non offendere nessuno. E io sono pessimo, nel cerchiobottismo. Però posso dire che ho imparato ad affrontare diverse difficoltà a modo mio, riuscendo a portare avanti quello che credo sia giusto senza accettare troppi compromessi. Ecco, di divertente c’è quest’ultima cosa, tra le altre che credo siano più intuibili.

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: David Foster Wallace

Tutto? Per carità, facciamo che ti dico solo una cosa piccola e un po’ personale, altrimenti non riuscirò mai a finire questa intervista. Penso che il suo modo di intendere e vivere la scrittura fosse esemplare. Credo sia anche per questo che nel leggerlo si sentono il potere e il piacere della migliore letteratura, al di là di ogni faccenda teorica, stilistica o tematica. Non perdeva mai di vista il fatto che osservare e raccontare il mondo con attenzione, ma anche con la consapevolezza di quanto sia facile sbagliare, è più che la base di un mestiere, è il punto di partenza di tutte le nostre azioni, quindi è concretamente più importante di ogni altra cosa. Wallace è uno dei pochi, pochissimi, scrittori che nei momenti di sconforto riescono a ricordarmi perché ho scelto di scrivere. La mia ammirazione non c’entra con il fanatismo e tanto meno con l’emulazione. C’entra semmai con la gratitudine.

Una cosa che ti viene in mente se ti dico: Luigi Bernardi

Senza dubbio il fatto che da ragazzino io ho passato una lunga, bellissima giornata con Michel Platini, e lui no. (Questa la pagherò con un sonoro vaffanculo.)

Ma davvero a Bologna state sempre a mangiare?

Guarda. A Bologna non sanno fare i dolci, per non parlare del pane. Bisogna che questo si sappia.

Parliamo di e-book, il tuo ultimo libro “Tanatosi” è uscito soltanto in formato elettronico, seguito da altri tre titoli (di Domenichini, Naspini e Bernardi), è molto più di una scelta di campo.
È insieme un progetto, un esperimento e una provocazione. Proporre certi autori italiani ai lettori italiani come si è sempre fatto, oggi sembra una specie di impresa, ostacolata da distributori, giornali, librerie… In un momento come questo può valere la pena fermarsi un attimo e fare un passo indietro per osservare il panorama in prospettiva. E magari porsi delle domande basilari, per esempio su cosa siano per noi la lettura, la scrittura, la letteratura, su quanto pensiamo che possa durare nel tempo il singolo libro, su cosa ci aspettiamo che ci dia in cambio dei soldi o del lavoro che ci chiede. Che peso gli diamo in generale, insomma. E in questo “noi” includo tutti: lettori, scrittori, editori, critici, distributori e librai. Gli ebook sono ancora una specie di mostro, nell’immaginario di molti. Ma ideare questa collana e farla partire con un titolo mio nel 2012 è stata una di quelle idee che vengono in un lampo e quadrano da subito. Per intenderci: credo che Tanatosi sia uno dei miei scritti migliori, se non il migliore in assoluto, e se fino a oggi è anche quello che ha venduto meno, non mi importa. Sapevo che sarebbe andata così. Il punto è che è là, disponibile in pochi minuti e a pochi euro, per chiunque abbia accesso a internet e voglia di leggerlo.

Ti ho conosciuto come scrittore, qualche anno fa, guardando il catalogo di Perdisa Pop, scelsi il tuo libro “Salto d’ottava” perché mi piaceva il titolo (ebbene commetto ancora simili peccati, perché tu no?) poi mi è piaciuto pure il libro, lo stile e quel misto di realismo e visionarietà. Mi piacque sia la storia che lo stile, non ho ancora letto “Tanatosi” (perché ho rimandato l’acquisto dell’E-reader, vabbè a Natale arriva) ma tutti me ne parlano in maniera entusiasta, mi dici due parole sulla storia?

È la storia più lineare che abbia scritto finora. Di solito cerco la frantumazione, gli spostamenti, disegnando percorsi più mentali che cronologici. In questo caso volevo raccontare qualcosa di molto preciso, strettamente legato al nostro tempo in relazione al passato e a un possibile futuro, e la linearità mi è sembrata la scelta migliore. Ma è anche il lavoro in cui, per la prima volta, ho immaginato una realtà diversa dalla nostra. Quando il contesto in cui siamo è raccontato fin troppo, e spesso male, la scrittura può mostrarlo forse meglio allontanandosene. Al momento questo mi interessa particolarmente. Anche il romanzo che sto scrivendo viaggia nella stessa direzione.

Pensando all’editoria di adesso, guardando da spettatore esterno, mi pare di non capirci molto, da dentro com’è? Cosa cavolo stanno combinando?
Nell’ultimo anno, in alcune interviste e interventi, ho cercato più volte di spiegare quello che sta succedendo dal punto di vista tecnico: modifiche nocive al sistema distributivo e della vendita, nascita di un monopolio di tipo aziendale, strategie di marketing, faziosità di critica letteraria e informazione. Come sai, è un discorso complicato e difficile da sintetizzare, ma in effetti è anche un po’ limitativo, perché a forza di parlare di questioni specifiche, come la visibilità dei libri e il sistema distributivo, rischiamo di perdere il quadro generale. Anzi, gli stessi libri sono solo un dettaglio, per quanto importantissimo, di un contesto culturale gestito male, dove la qualità e la passione sono considerati interessi di nicchia, questioni di secondo piano. Musica, cinema, teatro: in Italia c’è una seria crisi di contenuti, non solo economica. Mancano le competenze nella scelta, perché spesso a decidere sono le persone sbagliate. Il guaio è che ciò che racconta il telefilm Boris, per intenderci, a proposito della tivù, sta succedendo anche all’editoria. E paragono il libro all’intrattenimento televisivo proprio per non dare l’impressione di voler difendere soltanto la letteratura alta o quella che capiscono in pochi. Lasciamo perdere il capolavoro e il mito del genio incompreso: questo Paese è pieno di professionisti sconosciuti che saprebbero fare musica, film e spettacoli molto meglio di quelli che si vedono di più in giro. E lo stesso vale per la scrittura.

Che musica ascolti? Qual è per  te “L’album”?

Non ce l’ho, l’album. Sono uno che va a momenti. Negli anni ho consumato dischi di De Andrè come dei Nirvana, dei C.S.I. come dei Depeche Mode, dei Radiohead come di Piero Ciampi. E fai conto che ancora adesso ogni tanto riascolto i Bluvertigo, per dire.

Se guardo al vostro catalogo trovo alcuni degli scrittori italiani più interessanti, penso (tra gli altri) a Merico, Saporito, Liberale, Domenichini, Ronco, Palazzolo, Naspini e il nuovissimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, perché sono così difficili da promuovere e, spesso, da trovare in libreria (manco fossero libri di poesia).

Anche questa è una risposta difficile da dare in breve. Partiamo dalle librerie, cioè da questioni più oggettive. C’è un lato tecnico che andrebbe spiegato meglio di come possa fare io qui, almeno a chi non conosce il sistema distributivo. Diciamo solo che i soggetti coinvolti (ovvero i distributori, i promotori e i librai), fino a pochi anni fa autonomi, sono oggi per lo più di proprietà dei pochissimi grandi editori italiani. Le conseguenze sono intuibili: è come se pian piano tutti i negozi di alimentari e supermercati fossero sostituiti da grandi ipermercati della Barilla, mettiamo, e voi foste produttori di un’altra marca di pasta. A questo si aggiunge il fenomeno stesso delle grandi librerie di catena, dove al posto di librai informati e competenti, a volte ci sono ragazzi sottopagati che parlano come commessi di una boutique («Quest’anno si porta molto il romanzo erotico»). Quanto alla promozione, il discorso è un altro ancora, e anche questo difficile da riassumere. Ma di sicuro posso dire che molti autori meritevoli vengono ignorati dalla critica e dai premi letterari per ragioni stupide come il fatto di non avere amici influenti. D’altra parte, a sfogliare certe pagine culturali, a volte sembra di leggere quella specie di rivista di Trenitalia che parla sempre benissimo dei treni. Non so se mi spiego.

La prossima volta o io a Bologna o tu a Milano ci si becca a cena, perché tutto ‘sto on-line alla lunga stanca, ok?

Contaci, e con menù rigorosamente campano, eh, mica cotolette e tortellini.

(c) Gianni Montieri

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Antonio Paolacci biografia

Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre

Qualche giorno fa è uscito il terzo romanzo (molto atteso) di Luigi Romolo Carrino. Pubblico, con grande piacere, un estratto. Libro consigliato!

gm

( Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre – Perdisa Pop 2012) estratto, pagine da 61 a 63)

Quattro

Tutta la mezzanotte è nera. Mi faccio caldo con le mani, le
sfrego sui pantaloni e si riscaldano anche le gambe.
Il pero trema di freddo i suoi rami addormentati, fa le facce
strambe sulla casa di fronte.
C’ è l’uomo nero che viene a prendermi.
Non posso andare da zia Adele. Se ci vado, zia Adele saprà
che non sei ancora tornata e lo dirà alla nonna.
Non posso andarci. Mi puniresti. Le mani mie bucheresti, con
gli spilli di sarta, quelli sulla Singer, la macchina per cucire.
Nel vialetto, all’entrata, arrivano i fari di una macchina e
mi s’appiccia un fuoco ai lati della testa. Salto dal gradino come
un grillo e sono così felice che un po’ il freddo, un po’ il fuoco, un
po’ la contentezza, io non sento più fame e c’ è luce come si fosse
fatto mezzogiorno.
Sono i fari della macchina di papà.
Mi fa le formiche nei pantaloni. Vado a mettermi dietro la
siepe, dietro il muretto.
Non riesco a trattenermi, correndo mi faccio la pipì addosso.
Non riesco a capire perché questo caldo che scivola lungo le gambe
mi fa tranquillo.
Non riesco proprio a capire se il freddo che sento nelle mutande,

se la pelle di papera che si fa ora sulle gambe, è paura o è gelo che
mi fa a nuvola il fiato.
Se papà mi trova seduto qui fuori, lo capirà immediatamente
che mamma non è rientrata. E quando lei tornerà saranno
urla e strilli, schiaffi e capelli strappati, puttane zoccole cornuti
e parolacce nere più nere dell’uva marcia del pergolato dietro la
casa, parole più sporche di Calimero. E poi calma e lacrime e
baci belli per fare pace, e poi non ne parliamo più e poi andiamo
a dormire. E poi io non ce la faccio nemmeno a mettere la testa
sotto le lenzuola, perché c’ è qualcuno nella mia stanza, sotto il
letto, nell’armadio, fuori dalla finestra, sul pero.
Ma va bene, non fa niente. L’ importante è che torni. Tanto
poi papà non ti fa niente. Tanto c’ è sempre qualcuno sotto il mio
letto, tutte le notti.
Papà apre lo sportello, scende, papà chiude lo sportello.
Sento rumore di chiavi. Papà arriva davanti alla porta e
infila la chiave nella serratura. Mi metto dietro di lui e tutto è
zitto, tutto è niente che si vede.
Papà penserà che stiamo dormendo. Quante volte è tornato
tardi dal lavoro?
Dietro di lui sento l’odore di grasso, di cose meccaniche, odore
di olio e di fatica. Lo sento tutto quanto, il mio papà, che
lavora tutto il giorno, va anche lontano a lavorare e certe volte
non torna nemmeno per la notte.
Papà sfila le chiavi dalla toppa e apre la porta.
Da dietro le sue spalle butto gli occhi in casa e non c’ è un
niente di nessuno, lo capisce anche papà che rimane ancora fermo
e non entra e trema. Ma non ha freddo, a lui trema solo una
mano. Io tremo tutto quanto. Non vuole entrare, papà non lo

vuole sapere se è tutto vero questo nessuno. Dietro di lui guardo
le sue gambe storte. Da ragazzo, un incidente con la motocicletta
Motom gli lasciò la gamba destra più corta. Non zoppica,
cammina un po’ sali-e-scendi. Quando fa due passi, sale la gamba
destra scende la gamba sinistra.
Papà fa un passo avanti e accende la luce.
Il neon. Fa prima un lampo. La luce del neon illumina a
scatti il nostro salotto-cucina.
Uno scatto un lampo.
Flash.
La cucina vuota.
Guardando da dietro le spalle di papà, sembra che qualcuno
faccia una fotografia con il flash, sembra che i miei occhi facciano
una fotografia Polaroid.
Un secondo scatto un secondo lampo, due lampi ravvicinati.
Flash, flash.
Sei seduta, sul divano.
Un terzo, un quarto scatto. Due lampi, uno dietro l’altro.
Flash-flash.
No. Il divano è vuoto.
Flash-flash-flash, e adesso c’ è tutta la luce nel salotto-cucina.
Tutto è il niente che si vede. Tutto è nessuno.
Io sto dietro al mio papà, faccio un passo, metto un piede sul
gradino e lui si accorge di me.

(c) Luigi Romolo Carrino

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Sinossi del libro:

Giuseppe, un uomo di 42 anni, è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario da quando ne aveva 16. Per essere rinchiuso qui Giuseppe ha commesso un atto criminoso ed è stato giudicato incapace di comprendere l’atto compiuto. In realtà, Giuseppe non lo ricorda nemmeno il motivo del suo internamento.

All’interno dell’OPG, in una casa-dependance approntata nel parco dell’ospedale come un set cinematografico della memoria, una volta all’anno Giuseppe compie il rito dell’attesa: rivivere la notte in cui la madre lo lasciò, all’età di 8 anni. Quella notte Giuseppe aspettò per dieci ore il ritorno di sua madre sul gradino di casa, rifiutandosi di credere che la donna più bella del mondo lo aveva lasciato per sempre.

Giuseppe aveva e ha una sola domanda per sua madre: perché mi hai abbandonato?

Ad ogni ora che passa Giuseppe usa la sua voce come fosse quella di sua madre, per trovare una ragione che giustifichi l’abbandono e per rimproverarsi la sua inadeguatezza di figlio. Ma è anche il modo per ripresentificare il sé bambino in tutti i minuti di quell’attesa, perché è questa mancanza l’unico testimone della sua esistenza.

Al termine della notte, Giuseppe tenta di comprendere la crudeltà materna, sperando di arrivare alla salvazione del suo io-bambino rimasto nella camera ardente della sua infanzia, e provando ad assolvere il rifiuto della donna più importante della sua vita.

Sua madre, allucinata nella casa dell’attesa, gli dirà che le cose non stanno così come lui crede. La colpa è un’altra, nascosta in un’altra notte da ricordare, quella in cui lui è stato internato.

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Luigi Romolo Carrino è nato a Napoli nel 1968. Ha pubblicato tre raccolte di poesie ed è autore di testi teatrali. In narrativa ha esordito nel 2006 con due racconti in Men on Men 5 (Mondadori). Ha scritto i romanzi Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008 – anche con il cd del recital La versione dell’acqua) e Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009), il racconto lungo Calore (Senzapatria, 2010), la raccolta di racconti Istruzioni per un addio (Azimut, 2010), il reportage A Neopoli nisciuno è neo (Laterza, 2012).