Peppino Impastato

Anna Maria Farabbi, Abse

Farabbi_abse

Anna Maria Farabbi, Abse (Ponte del Sale, 2013)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

La prima tappa del mio viaggio nella scrittura di Anna Maria Farabbi è avvenuta attraverso le poesie in dialetto umbro contenute nella raccolta Guardando per terra. Ed è stata subito una esplosione di giallo. Suono giallo, come già scrisse Kandinsky nell’omonima pièce teatrale, Gesamtkunstwerk, esempio di teatro espressionista che porto idealmente con me, sempre. Colore giallo denso e cocente, fuori dai contorni, incurante delle regole, ché la natura cresce e dilaga, si espande e si increspa in maniera sempre inaspettata e imprevedibile:

GIALLO
Io so nbotto giallo ntol cervello tsitto
dla soletudine. L’epo de lujo
che coce.
Lmiele.

So lmiele che nengue
drent’a la trippa dla notte:
ogne d’oro
lvento.

GIALLO

Io sono un’esplosione gialla nel cervello muto
della soletudine. L’ape di luglio
che scotta.
Il miele.
Sono il miele che nevica
dentro la pancia della notte
ungendo di oro
il vento.

Poi, attraverso la musica di Vincenzo Mastropirro, sono arrivate parole e note de La bambina cieca e la rosa sonora e, nel 2013, Abse, un testo che Ombretta Ciurnelli, nella bella ed efficace recensione per “Periferie” correttamente definisce «un prosimetro». Un’opera che è un viaggio, nella terra umbra e dalla terra umbra per tutto ciò che è umano, un’opera varia eppure straordinariamente unitaria nel suo seguire filo e cruna di colei che scrive e cuce e percorre e che così chiaramente esordisce – un programma chiarissimo il suo, non invettiva, non proclama, non falsamente dimessa dichiarazione di resa – nella sua professione di fede:

Io credo nel credere.

Per credere faccio l’orto e il pane. E imparo ogni giorno a tacere lavorando, tessendo il tempo, accettandolo.

Imparo i significati del fare, del rispettare e amare le creature che sorgono e, sorgendo, immediatamente invecchiano. Benedico l’invecchiamento: il mio, prima di tutto. Canto la poesia dentro di me, prima ancora di agire nell’alfabeto. Viaggio non verbale tra gli elementi.

(p. 8)

Ha una trama, questo viaggio che attraversa l’abse – espressione del dialetto umbro di Montelovesco, tra Gubbio e Umbertide,  per indicare il nulla, espressione che in quel dialetto paterno è vicinissima a “l’abise”, il lapis, la matita, espressione alla quale collego idealmente il verbo latino absum – e non scantona, non desiste, ma trova e raccoglie, volti e creature e terra e odori, colori, ancora, colori:

TRAMA

ho attraversato l’abse, il nulla
nel nulla ho trovato un paese
nel paese sono entrata
attraversando questi nodi pubblici:

la prima porta
la bottega dell’acqua
l’osteria del buio rosso
la piazza
la scuola
la biblioteca
l’ostia
l’asilo
l’ospizio femminile
il cimitero

ho infilato ogni filo creaturale nella mia cruna interiore
nascendo questo poema

io viaggio e canto
portando ovunque  comunque
l’ io profondo nel mio corpo    che è la mia casa

(p. 7)

« e dice/ che trapassare al nulla non è male» scrive Giovanna Bemporad in Esercizi vecchi e nuovi del 2011: qui, in Abse, non c’è abbandono, non c’è deliquio, non c’è trapasso, ma vista ferma e gesto accogliente, passo coraggioso e sosta consapevole, intenzionale segno di riflessione.

Dalla scrittura «sull’anima del ciliegio», dalla scrivania che non spezza mai il filo che conduce a strade ed esistenze, si sprigiona il canto della memoria, che la dedica esprime in toni delicati e vibranti allo stesso tempo, pegno e impegno al ricordo:

«Dedico il mio lavoro a Tereska, una bambina cresciuta in un campo di concentramento, fotografata da David Seymour nell’atto di  disegnare la sua casa  dentro il nero di una lavagna, in un centro psichiatrico, in Polonia nel 1948. La sua faccia brucia e nevica nello stesso tempo: mi chiede di restituire il mio lusso, di essere onesta fino in fondo, di rispondere a voce alta del mio fare, del mio andare, della mia letteratura grassa che manca ancora di rispetto verso i poveri, i fulminati, le creature che con il proprio petto strappano il filo spinato, liberando i  prigionieri. Ho trovato la sua fotografia tra mille altre, su un banco, durante uno dei miei viaggi. Da allora è dentro di me, come un’eredità che scalza di netto il superfluo, impegnando la mia aorta.»

Una scrittura che cammina, cammina «tra chi scrive versi ignorando la poesia», cammina ed entra attraverso porte, varchi e ingressi, ciascuna con la propria storia.

«Passo la soglia, richiudendo la porta dietro di me, cerimoniosamente. Sento la memoria e il presente di quel legno che annuncia tutto il paese.»

Le immagini annotate in questo viaggio oltre più di una soglia hanno la forza e la nitidezza della poesia di Christine Lavant  – penso a C’è odor di neve della poetessa austriaca per la quale Thomas Bernhard ebbe parole e sentimenti di genuino elogio e leggo in Abse:

vedo cadere delle noci di neve
diventano arance attraversando il tramonto

torno all’eremo pensando allo stagno gelato
i pesci rossi immobili

                     venticinque gennaio ore sedici
                           inverno sul ponte

(p. 15)

Una poesia che si nutre della terra, che ne ha scelto la cura, nel rispetto dell’avvicendarsi delle stagioni:

Cenando accendo la candela perché festeggio
l’orto annuncia primavera

domani mattina zapperò sotto il respiro e la scrittura
delle rondini

ventuno marzo ore venti
                                                  imminenza

(p. 17)

Mai, neanche per un momento, dimentica questa poesia il pegno e l’impegno con la memoria, non c’è traccia di Arcadia qui. Mentre i piedi, talvolta «dimentichi del loro potere», mentre la vita sì, lei sa sempre di condurre, il pensiero corre verso «popoli in carcere e in manicomi e in campi di concentramento» e dona alla parola la sua qualità, la qualità: è parola responsabile che si lavora, zappando l’orto e scrivendo e pestando e pregando:

il mio piccolo pavimento scricchiola a furia di pestarlo
ci sono popoli in carcere in manicomi e in campi di
concentramento
creature con la pena di morte    con la miccia accesa in
corpo
io pesto e prego
lavorando la parola responsabile

venticinque giugno ore diciannove
                  la parola sul pavimento dell’arca

(p. 20)

Amore è «parola responsabile» nella scrittura di Anna Maria Farabbi, è, anch’esso, indissolubilmente legato a una pacata, ferma e sempre rinnovata professione di fede nel “coniugarsi a tutto”, attraverso e poi oltre l’unione con il “tu” che si ama, è tutt’uno con la percezione di sé e degli altri, di sé con l’altro da sé, insieme su questa terra:

mi chiamo annamariafarabbi    vengo dalla terra
scrivo argilla e parlo aria   accendo il fuoco per cuocere
le parole  e mangiarle con te

ho passato il confine da bambina
perché la mia famiglia non era casa né cuore
non ha scolpito le linee del mio palmo

ho studiato  il vuoto
dell’ago
ora cucio direttamente con le dita
e con il filo che mi nasce dal corpo

ascolto te    il tuo suono tra le righe della pioggia
mentre spargi la lingua nella mia bocca

intensamente intimamente

ma oltre te
umilmente   amore mi coniuga a tutto
togliendo all’io l’io

                                                         nome e bacio

                                                giocando a mosca cieca

(p. 32)

La lingua della parola responsabile sa trovare il modo più limpido – originale, con un ritmo e una musica propri – per rendere questa costante e sempre nuova  “coniugazione”.

Canto tutto questo
scrivo poesie per terra come i madonnari

Le voci, di un’anonima madonnara, di un barbone, da luoghi di morte e distruzione – dopo il terremoto a L’Aquila, nell’Emilia, dai campi di sterminio, dalle fosse comuni, dall’eccidio dei monaci tibetani  – si levano insieme a quella di Anna Maria Farabbi, che scrive e prende appunti e registra e raccoglie, accoglie e sfoglia pagine di diario e storie, da Gaza, dal Pakistan, dal manicomio, dalla strada, dall’ospizio femminile, dal cimitero, dai binari e il tritolo e Peppino Impastato, tende l’orecchio o l’appoggia sulla terra, per meglio cogliere, come in Africa, come sappiamo dai nativi d’America. La lingua della parola responsabile torna a essere, talvolta, il dialetto umbro:

l’abise lguaderno e la lengua nme

camino la frontiera    sto tsitta
fora spancella più tsitto de me
lbianco me schiara e me nengue drento
me scrive lsilentsio

i so solo che da cinina mè nuto adosso lvento
e ma buttèto nterra
pu so armasta sola ncla terra
ho sentuto desse gnente
e nduelle

i so solo nfilo femmina ntlabse
ntra che ltempo lvento me magna e msona

la matita il quaderno e la lingua in me

cammino la frontiera    sto zitta
fuori nevica più zitto di me
il bianco mi schiarisce e mi nevica dentro
mi scrive il silenzio

io so solo che da piccola mi è venuto addosso il vento
e mi ha buttato in terra
poi sono rimasta sola con la terra
ho sentito di essere niente
e in nessun luogo

io sono solo un filo femmina nell’abse
tra che il tempo il vento mi mangia e mi suona

(p. 46)

Arca, tenda è la parola responsabile e ha un suo dizionario, canta «la lievità dentro l’orrore della perdita»:

la poesia deriva dalla cultura della tenda
tappeto che viene a me per uscirmi dalle mani

sostanze fonetiche gutturali palatali dentali labiali
elementali

fasi lunari in un lunghissimo filo tra i nodi

illuminati dall’interno

dizionario

(p. 86)

La «nomade contadina di sé stessa» racconta:

I compagni della carovana cavalcando i cammelli
sono tornati indietro
disperatamente alla prima acqua dell’oasi.
Mi hanno lasciato il peso.   Il peso
è sale bianchissimo. Attraverserà con me il deserto.

(p. 98)

Il cammino prosegue, tra l’acqua dell’oasi e il fuoco del camino, la sabbia del deserto e le alture dell’Appennino umbro, talvolta mano nella mano con la nonna.  Lia, lei in dialetto, la poesia, è, come colei che la scrive – creatura e coscienza,  natura e cultura – camminante, incontra figure mitologiche e bibliche, si affianca alle esistenze che incontra e sa tacere perché a queste sia data la parola, è liturgia, è Zeltwort (Paul Celan), è shekinah che da lungo tempo ha preso le distanze, individuandone impostura e imposizione,  dalla triade «dogma verità potere».

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Anna Maria Farabbi è nata a Perugia il 22 luglio 1959. Ha pubblicato numerose opere di poesia, narrativa, teatro, saggistica e traduzioni dall’inglese e dal francese.

Bibliografia

Opera edita poesia:

Firmo con una gettata d’inchiostro sulla parete, Scheiwiller,1996 in 7 poeti del premio Montale.
Fioritura notturna del tuorlo, Tracce, 1996, riedita da Blu di Prussia, 2011.
Il segno della femmina, Lietocolle, 2000 con cd.
Adluje’, Il ponte del sale, 2003.
Kite, su portfolio di 9 opere grafiche di Stefano Bicini, Studio Calcografico Urbino, 2005.
La magnifica bestia,Travenbooks/Alphabeta  (bilingue in italiano e tedesco) 2007.
Segni, con opere grafiche di Stefano Bicini, Studio Calcografico Urbino, 2008.
In Nomine, con incisione di Simonetta Melani, Due Lire, 2008.
Larosaneltango, canzoniere per musica di Diego Conti, Studio Calcografico Urbino, 2008.
La neve, Il pulcino Elefante, 2008.
La luce esatta dentro il viaggio, Aljon, 2008.
Solo dieci pani, Lietocolle, 2009.
Avemadrìa, Lietocolle, 2011.
Biblioteca in Almanacco dello specchio, Mondadori, 2011.
Abse, Il ponte del sale, 2013

Opera edita di saggistica e traduzioni:

Kate Chopin: il risveglio, Regione dell’Umbria Centro di Pari Opportunità, 1997.
Alfabetiche cromie di Kate Chopin, Lietocolle, 2003 (monografia su Kate Chopin.).
Un paio di calze di seta, Sellerio, 2004 (saggio e traduzione di racconti di Kate Chopin)
Il lussuoso arazzo di Madame d’Aulnoy, Travenbooks /Alphabeta, 2009 (saggio introduttivo e traduzione di favole di Marie-Catherine d’Aulnoy)

Cura dell’opera:

Luce e Notte, esperienza dell’immagine e della sua assenza, Lietocolle, 2008.
Antologia di Ammirazione Femminile per l’Associazione Il Filo di Eloisa, Lietocolle, 2008.
cura e traduzione Agenda delle Fragole, Lietocolle, 2011.
cura dell’opera poetica postuma di Paola Febbraro, Stellezze, Lietocolle, 2012.

Teatro:

la bambina cieca e la rosa sonora, Lietocolle, 2010, su musica di Vincenzo Mastropirro, voce di Enrica Rosso, Massimo Achilli per la multivisione, per la pittura Paolo Sciancalepore.
la morte dice in dialetto, Rossopietra, 2013

Opera edita di critica d’arte:

Maria Cammara, Poggibonsi, Lalli Editore, 1999.

Opera edita di narrativa:

Nudità della solitudine regale. marginalia, Zane Editrice, 2000.
La tela di penelope, Lietocolle, 2003.
Leièmaria, Lietocolle, 2013

Opera edita di narrativa per ragazzi:

Caro diario azzurro, Kaba edizioni, 2013

Monografia sull’opera:

Francesco Roat, L’ape di Luglio che scotta, anna maria farabbi poeta, Lietocolle, 2005.
Milena Nicolini, Attraversamenti di Abse, Rossopietra, 2013

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Peppino Impastato – le poesie – 35 anni dopo

poesiedipeppinoimpastato

35 anni fa, il 9 maggio 1978, veniva trovato il corpo di Peppino Impastato. Anche quest’anno, come è già avvenuto in passato,  la redazione di Poetarum Silva intende ricordare Peppino Impastato attraverso alcune sue poesie, tradotte in inglese da Lara Santoro e Paul D’Agostino.

Lunga è la notte

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
né il canto del gallo,
né il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

The Night is Long

The night is long
and timeless.
And the sky, swollen with rain,
allows not the eyes
to see the stars.
The frigid wind will not
bring back the light,
nor the rooster’s song,
nor the baby’s cry.
The night is just too long,
and timeless,
infinite.

Sulla strada bagnata di pioggia

Sulla strada bagnata di pioggia
si riflette con grigio bagliore
la luce di una lampada stanca:
e tutt’attorno è silenzio.

On the Rain-soaked Street

On the rain-soaked street
grayishly glimmers the reflection of
the light of a tired lamp:
and all around is silence.

Passeggio per i campi

Passeggio per i campi
con il cuore sospeso
nel sole.
Il pensiero
avvolto a spirale,
ricerca il cuore
della nebbia.

I Pass Through The Fields

I pass through the fields with
my heart hung high in
the sun.
My thoughts,
spiraled together,
in search of the
heart of the fog.

I miei occhi

I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.

My Eyes

My eyes lie
at the bottom of the sea
in the heart of the algae
and coral trees.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Peppino Impastato: tre poesie

Peppino Impastato:  tre poesie

Oggi, 8 maggio 2012, proponiamo tre delle otto poesie apparse nell’articolo Poems by  Peppino Impastato. Translated by Lara Santoro and Paul D’Agostino, nella rivista «Journal of Italian Translation» (Volume V, Number 2, Fall 2010,  110-119).

Amore Non Ne Avremo

Nubi di fiato rappreso
s’addensano sugli occhi
in uno stanco scorrere
di ombre e di ricordi:
una festa,
un frusciare di gonne,
uno sguardo,
due occhi di rugiada,
un sorriso,
un nome di donna:
Amore
Non
Ne
Avremo.

(p.114)

Love We Shall Not Have

Clouds of gathered breath
condense on the eyes
in a tired glimpse of
shadows and memories:
a party,
rustling skirts,
a glance,
two misty eyes,
a smile,
a woman’s name:
Amore
Non
Ne
Avremo

(p. 115)

 

Un mare di gente

Un mare di gente
a flutti disordinati
s’è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
È tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolio di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell’odore di calca
c’è aria di festa.

(p. 116)

A Sea of People

A sea of people
in irregular waves
poured into the streets,
the squares and the suburbs.
There is shouting all around
that chills my blood
like the creaking of broken bones.
One can neither want nor think
in the deafening noise;
there is excitement in the air
and in the smell of the crowd.

(p. 117)

 

E venne a noi un adolescente

E venne a noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labbra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
né fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni.

(p. 118)

An Adolescent Boy

An adolescent boy came upon us
with clear eyes and full lips,
in the time of our worn-out youth,
consumed in town and in brothels.
He said not even a single word,
nor did he make any gesture:
his silence
and his immobility
opened a mortal wound
in our worn-out youth.
No one will avenge us:
our anguish has no witness.

(p. 119)

Sulle pagine di Poetarum Silva, il tema della traduzione come atto di mediazione insieme linguistica e culturale e come tappa significativa nella storia della ricezione di una voce poetica è stato affrontato di frequente. Anche per mostrare un esempio di mediazione culturale ci sembra utile, dunque, riportare qui sia  la Nota biografica su Peppino Impastato, sia le Note alla traduzione, compilate rispettivamente da  Lara Santoro e Paul D’Agostino per una rivista internazionale, dedicata, come ricorda il curatore Luigi Bonaffini in apertura di ogni numero, alla diffusione di traduzioni di opere letterarie da e in tre direzioni: italiano, inglese, dialetti italiani.

Nota biografica sull’autore
di Lara Santoro

Peppino Impastato non era un poeta. Nato nel 1948 in una famiglia mafiosa di Cinisi, in Sicilia, sin da giovanissimo si oppose  al padre e s’impegnò in un’instancabile attività politica e culturale contro la mafia. A diciassette anni fondò il giornale L’Idea Socialista e nel 1975 il circolo Musica e Cultura che promuoveva iniziative culturali e musicali. L’anno seguente creò Radio Aut, una radio libera che trasmetteva radiogiornali di controinformazione e dalle cui frequenze Peppino lanciava continue denunce alle attività della mafia locale, spesso sotto forma di trasmissioni satiriche (seguitissime, ad esempio, su Onda Pazza, le sue parodie dell’Inferno dantesco). Diventato personaggio scomodo alla mafia dopo la sua candidatura alle elezioni politiche del 1978, Peppino fu assassinato la notte dell’8 maggio con una carica di tritolo. Aveva solo trent’anni.
Peppino Impastato non era dunque un poeta. Militante politico, giornalista, attivista antimafia e speaker radiofonico, si batté per l’affermazione della legalità e della giustizia in una Sicilia soggiogata dal potere della mafia. La sua vita e il suo martirio politico sono ricordati nel film I Cento Passi (2000) di Marco Tullio Giordana, che ha tracciato un ritratto intenso di Peppino, facendolo conoscere per la prima volta al grande pubblico.
Eppure, Peppino Impastato era  anche un poeta. Giovane di profonda cultura, dotato di un animo sensibile e tormentato, Peppino scrisse, poco più che ventenne, quattordici poesie, “frutto di una vocazione poetica autentica e pudicamente segreta” (U. Santino).
Ritrovate fra i pochi fogli scampati alle perquisizioni dei carabinieri dopo la sua morte, queste poesie sono state pubblicate una prima volta nel 1990 da Ila Palma, con un’introduzione di Aurelio Grimaldi (questo libretto è ormai introvabile). Nel 2002 sono state riproposte da Umberto Santino nel volume  Lunga è la notte. Poesie, Scritti, Documenti, a cura del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo. Un terzo volume è uscito nel 2008 per la casa editrice Navarra con il titolo Amore Non Ne Avremo. Poesie e Immagini di Peppino Impastato, curato dagli amici e compagni Salvo Vitale e Guido Orlando. (pp. 110-111)

Note alle Traduzioni
di Paul D’Agostino

Queste traduzioni di alcuni testi poetici di Peppino Impastato, una figura sicuramente molto più nota per le proprie attività di martire sociopolitico che non per quelle di poeta, sono state frutto di una collaborazione piacevole e, vogliamo sperare, di qualche  efficacia fra me e Lara Santoro. Ricercatrice e lettrice con interessi letterari larghi e profondi, e catalizzatrice di questo nostro lavoro collaborativo, Lara mi ha suggerito di leggere le poesie di Impastato, le quali erano state pubblicate in italiano ma mai tradotte – e le quali io, ignorante che sono, non sapevo neanche che esistessero. L’idea mi è subito piaciuta, e le poesie pure, e quindi ci toccava soltanto di scegliere, dividere e tradurre otto testi dai soli quattordici che ci sono. […]Esistono, comunque, e qui per voi, questi nostri tentativi di traduzione di otto testi poetici di Peppino Impastato. Di questo siamo sicuri. Quanto alle nostre insicurezze, ci domandavamo più volte su come rendere sia poeticamente che letteralmente (e davvero letteralmente) la serie di maiuscole nel testo “Amore Non Ne Avremo,” perché il “nome di una donna” cui si riferisce il testo, Anna, viene rivelato, se non sottolineato, nei seguenti versi. Trasformando questi versi in inglese, e tentando di mantenere il nome Anna, eravamo arrivati al brutto risultato – ed ammetto che questo è stato un mio tentativo un po’ sciocco, ma divertente – di “After this / Night, / Never ours, / A love,” per “Amore / Non / Ne / Avremo.” Non volendo lasciare la conclusione di un testo così fluido in forma inutilmente stonata, abbiamo deciso invece di mantenere gli originali quattro versi finali e tradurli solo nel titolo del testo in inglese, cioè “Love We Shall Not Have.” […] pp. 111-112

Qui Natàlia Castaldi ha proposto alcune poesie di Peppino Impastato.

LA BELLEZZA E LA ROVINA – Poeti al Garraffello

Un reading di poesia con l’intervento di musicisti, la proiezione di un’intervista a Edoardo Sanguineti realizzata da Ciprì e Maresco, la mostra “La Parola Fotografata” realizzata da Francesco Francaviglia sui poeti siciliani e la presenza di Radio Cento passi (erede di Radio aut di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia per la sua irridente e creativa lotta contro i boss) venerdì 2 luglio dalle 20.30 in poi a Piazza Garraffello, fra le rovine della Vucciria di Palermo, ma senza la spazzatura che solitamente circonda e riempie la bella fontana cinquecentesca del luogo, perché faranno una pulizia straordinaria gli abitanti della zona. A fondale dello scenario, la scritta “Uwe ti ama”, tracciata sui muri sbrecciati dall’artista austriaco Uwe Jaentsch, che da anni opera nel luogo e vi ha realizzato interventi che, sottolineandone il degrado, al tempo stesso ne esprimono la potenzialità. L’iniziativa è di un gruppo di operatori culturali, che hanno messo assieme forze e volontà di fare e, a titolo gratuito e coinvolgendo il quartiere, ha già realizzato un evento simile per la Giornata mondiale della poesia in un altro sito palermitano, recentemente recuperato ma rimasto inutilizzato (il Comune non vi ha previsto nessuna attività, sebbene sia uno spazio ideale per eventi culturali), il giardino di Piazza Fonderia. Parteciperanno i poeti Roberto Deidier, Nino De Vita, Francesca Traina, Biagio Guerrera, Nicola Romano, Margherita Rimi, Mara Librizzi, Luciano Mazziotta, Sebastiano Adernò, Giovanni Catalano, Francesco Balsamo, Francesca Pellegrino. Quelli di loro che non vivono a Palermo, verranno a loro spese, nello spirito della manifestazione, senza finanziamenti e senza scopi di lucro, testimonianza di indignazione attiva per l’incuria e la rovina che condannano a morte luoghi ricchi di storia e di arte e di fiducia nel potere delle parole e della bellezza.


PROGRAMMA

– SCHERMO
Omaggio alla memoria di Edoardo Sanguineti
Proiezione dell’intervista al poeta realizzata nel 2000 da Daniele Cipri’ e Franco Maresco

– MUSICA
Angelo Di Mino , violoncello

– POESIA
Giovanni Catalano, Nicola Romano, Francesca Pellegrino

– MUSICA
Toti Basso, chitarra

– POESIA
Roberto Deidier, Francesca Traina, Biagio Guerrera

– SCHERMO
Videoproiezione della mostra “La Parola Fotografata”realizzata da Francesco Francaviglia sui poeti siciliani

– MUSICA
Giovanni Mattaliano, solosax
“Come gli alberi sotto la neve” di Giovanni Mattaliano

– POESIA
Mara Librizzi , Nino De Vita

– MUSICA
Giampiero Riggio , chitarra e voce

– POESIA
Luciano Mazziotta, Sebastiano Aderno’ (al sax Corrado, La Marca), Margherita Rimi

– MUSICA
Salvo Compagno e Daniele Schimmenti, percussioni

23.30 DJ SET:
ABnormal ( elettronica, independent,pop?, nupop )
and more….

Presenta la serata Fosca Medizza

Bookshop a cura della Libreria MODUSVIVENDI

Organizzazione e promozione:
Patrizia Stagnitta, Associazione Mezzocielo
Rosanna Pirajno, Fondazione Salvare Palermo
Beatrice Agnello, Associazione culturale Gli Amici di Oblomov
Fabrizio Piazza, Libreria Modusvivendi
Antonio Saporito, Amici di Garage
Fosca Medizza,
Maria Giambruno, Cnn Piazza Marina & dintorni
Terremoto Jek
Dario Panzavecchia – ABnormal

Ufficio Stampa:
Beatrice Agnello (beagnello@libero.it, cell. 338.8632095)
Fabrizio Piazza (pessoa72@hotmail.com, 091.323493)

I Promotori ringraziano sentitamente tutti gli intervenuti, i poeti e i musicisti che partecipano alla manifestazione a titolo gratuito, i poeti venuti da lontano a proprie spese, i professionisti, gli amatori, gli amici che si sono prodigati nei diversi ambiti organizzativi, tutti coloro che hanno mostrato fattivamente interesse e passione, e condiviso entusiasmo ed energie per una iniziativa pensata e realizzata con amore per l’arte e la poesia. Con molte scuse per le inevitabili pecche.

Si ringraziano inoltre: Roberto Deidier, Maria Attanasio, Laura Imondi, Franco Maresco, Pippo Bisso, Shobha, Chiara Maio, Emilia Maggiordomo, Flavia Schiavo, Cettina Musca, Anna Sica, Ida Tedesco Zammarano.

Peppino Impastato – Poesie (post di natàlia castaldi)

Negghia
.
Paisi antichi comu lu tempu
fannu li vegghi a lu cori di la negghia
ma li pinseri vonnu passari
pi taliari se c'è un muru ca ni nega lu futuro
Comu furmichi senza abbentu
chi carriànu lu furmentu
ammuttamu sulu cu lui mani
suli trasi cu li mani
a negghia arrasi
Quannu spunta la matina
accarizzi l'acquazzina
e sta terra s'arrusbigghia
e addiventa meravigghia
Quanti pinseri hannu circatu lu cori di la negghia
quanti vrazza hannu pruvatu ad abbattiri stu muru
quantu cori
 (altro…)