pensiero

Dan Millman, La via del guerriero di pace

Dan Millman, La via del guerriero di pace, Il punto d’incontro, 2013; € 13,90

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Dan è un giovane ginnasta di successo; è al suo primo anno di università e ha tutto quello che si possa desiderare. Nel dicembre del 1966 incontra Socrate, in una stazione di servizio notturna. Un incontro casuale e misterioso che sarà per Dan lo spalancarsi di una finestra su una nuova vita.

Gli anni precedenti il 1966 mi avevano sorriso. Allevato da genitori amorevoli in un ambiente protetto, più tardi sarei diventato a Londra campione mondiale di tappeto elastico, avrei viaggiato per tutta l’Europa e ricevuto molti riconoscimenti. La vita mi premiava, ma non avevo ancora trovato la pace e una felicità durevoli. Oggi so che, in un certo senso, durante tutti quegli anni dormivo e stavo soltanto sognando di essere sveglio, finché incontrai Socrate, che diventò mio maestro e amico.

Attraverso le parole e l’esempio di Socrate, Dan inizia un lungo cammino di evoluzione spirituale che lo porterà a conoscere la bellezza della vita. Dan è un ragazzo pieno di preconcetti e nozioni inutili, intrappolato in una rete d’illusioni che il suo ego ha tessuto negli anni. La via del guerriero è molto sottile e invisibile ai non iniziati; fino a quel momento Socrate indica a Dan quello che un guerriero non è, facendogli vedere la sua stessa mente. Le illusioni sono le catene più pesanti che Dan trascina con sé in ogni momento e condizione della sua vita. Liberarsi dalle illusioni è il primo vento del cambiamento che Soc, soffia su di lui:

Divenni il vento, ma avevo occhi e orecchie. Vedevo e sentivo a qualunque distanza. (…) Tutte le condizioni umane erano spalancate davanti a me e sentendo tutto quello compresi: il mondo era popolato da menti che turbinavano più veloci del vento, in cerca di distrazione e di fuga dalle prove del cambiamento, dal dramma della vita e della morte, alla ricerca di significato, di sicurezza e di piacere, nel tentativo di trovare un senso al mistero. Tutti vivevano quella confusa e dolorosa ricerca. La realtà non soddisfaceva mai i loro sogni; la felicità era sempre dietro l’angolo, un angolo che non giravano mai. E la fonte di tutto era la mente umana.

 

(altro…)

Poesie per l’estate #8: Antonia Pozzi: Pensiero

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

pozzi

Pensiero

Avere due lunghe ali
d’ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.

maggio 1934

(da Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi, Bologna, Luca Sossella editore, 2010)

*la foto è già apparsa nel blog La Poesia e lo Spirito

Giorgio Agamben, “Il fuoco e il racconto” (una minima nota di lettura)

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C’è un’andatura, nella prosa di Agamben, che dispone il lettore alla consegna di ogni altro atto mentale.
Anche nei suoi momenti più scorrevoli – perché di questo si tratta, nel nostro caso, di dieci saggi densi e complessi ma dall’incredibile limpidezza di lettura – una potenza ben dosata preme la pagina contro la retina, e si concede, senza nessun vezzo, di sfoderare, al momento giusto, l’unghiolo.
Cuore del libro è il saggio eponimo in apertura. È lui che segna il discorso intero, gli imprime spinta e da lì lo osserva ruotargli intorno. Il fuoco e il racconto sono i due poli che, secondo un racconto riportato da Scholem, aprono e chiudono un’apparente evoluzione: il primo, il fuoco, è il mistero, l’enigma, il mito; il secondo, che lo rimpiazza quando l’altro è perduto, è la storia. Ma che la perdita del mistero in virtù dell’affrancamento della storia (la sua “secolarizzazione”) sia, in letteratura, un progresso, è immediatamente escluso: non può appagare ciò che dimentica di essere, soprattutto, modo per testimoniare che si è perso il fuoco, quello stesso fuoco che, da solo, non potrebbe essere detto:

Il fuoco e il racconto, il mistero e la storia sono i due elementi indispensabili della letteratura. Ma in che modo un elemento, la cui presenza è la prova inconfutabile della perdita dell’altro, può testimoniare di quell’assenza, scongiurarne l’ombra e il ricordo? Dov’è il racconto, il fuoco si è spento, dove c’è mistero, non ci può essere storia.
Dante ha compendiato in un solo verso la situazione dell’artista di fronte a questo impossibile compito: “l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema” (Par. XIII, 77-78). La lingua dello scrittore – come il gesto dell’artista – è un campo di tensioni polari, i cui estremi sono stile e maniera. “L’abito de l’arte” è lo stile, il possesso perfetto dei propri mezzi, in cui l’assenza del fuoco è perentoriamente assunta, perché tutto è nell’opera e nulla può mancarle. Non c’è, non c’è mai stato mistero, perché esso è interamente esposto qui e ora e per sempre. Ma, in questo gesto imperioso, si produce a volte un tremito, qualcosa come un’intima vacillazione, in cui bruscamente lo stile tracima, i colori stingono, le parole balbettano, la materia si aggruma e trabocca. Questo tremito è la maniera, che, nella deposizione dell’abito, attesta ancora una volta l’assenza e l’eccesso del fuoco. E in ogni vero scrittore, in ogni artista vi è sempre una maniera che prende le distanze dallo stile, uno stile che si disappropria in maniera. In questo modo il mistero disfa e allenta la trama della storia, il fuoco gualcisce e consuma la pagina del racconto.

Entra così in gioco l’elemento che attraverserà i saggi – l’oscillazione, il tremito, l’equilibrio, la lotta serrata dell’uomo con le spinte e controspinte che lo avvicinano all’opera. Una volta insinuato, il tema riemerge in quello che del filo è la perla, il saggio Che cos’è l’atto di creazione?. Partendo dalla definizione di Deleuze di atto di creazione come “atto di resistenza”, Agamben desidera qui proseguire il discorso, inserirsi in una sacca di possibilità del pensiero, chiarire di cosa si possa star parlando quando si parla di “resistenza” e creazione. “Resistenza” e “potenza” (a sua volta poter-fare e poter-non-fare, “signoria su una privazione”) diventano allora un altro esempio di forza bipolare il cui equilibrio è la grazia dell’opera:

Colui che possiede – ho ha l’abito di – una potenza può tanto metterla in atto che non metterla in atto. […] L’architetto è potente, in quanto può non costruire, la potenza è una sospensione dell’atto. […] La potenza è, cioè, un essere ambiguo, che non solo può tanto una cosa che il suo contrario, ma contiene in se stessa un’intima e irriducibile resistenza. Se questo è vero, dobbiamo allora guardare all’atto di creazione come a un campo di forze teso fra potenza e impotenza, potere e poter-non agire e resistere. […] La duplice struttura di ogni autentico gesto creativo, intimamente ed emblematicamente sospeso fra due impulsi contraddittori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

Ciò che si perde, in caso di disubbidienza alla perfezione di queste forze, è chiaro: “l’artista ispirato è senz’opera”; “la potenza-di-non non può essere a sua volta padroneggiata e trasformata in un principio autonomo che finirebbe con l’impedire ogni opera”; infine, “chi manca di gusto non riesce ad astenersi da qualcosa, la mancanza di gusto è sempre un non poter non fare”.
A sottolineare il limine sottile tra l’opera e ciò che non lo è (o che smette di esserlo), la parola “potenza”, con tutto il suo carico di delicato equilibrio, ritorna nell’ultimo saggio (Opus alchymicum), dedicato all’Opera alchemica come aggancio tra lavoro su di sé e produzione di un’opera. Si è già detto altrove (Dal libro allo schermo. Il prima e il dopo del libro) che “un’opera in cui la potenza creativa fosse totalmente spenta non sarebbe un’opera, ma cenere e sepolcro dell’opera”. Qui lo sguardo si allarga, tocca l’interazione tra l’opera e i suoi creatori, o tra l’opera e i suoi guardanti:

Un soggetto che cercasse di definirsi e di darsi forma soltanto attraverso la propria opera si condannerebbe a scambiare incessantemente la propria vita e la propria realtà con la propria opera. Il vero alchimista è, invece, colui che – nell’opera e attraverso l’opera – contempla soltanto la potenza che l’ha prodotta. […] Ciò che il poeta, divenuto “veggente”, contempla è la lingua – cioè non l’opera scritta, ma la potenza della scrittura. […] Certo contemplazione di una potenza si può dare soltanto in un’opera; ma, nella contemplazione, l’opera è disattivata e resa inoperosa e, in questo modo, restituita alla possibilità, aperta a un nuovo possibile uso. Veramente poetica è quella forma di vita che, nella propria opera, contempla la propria potenza di fare e di non fare e trova pace in essa.

Ma questa nota di lettura è minima, e si è aggrappata a un solo filo. Tante le eco interne a mostrare, in questo libro, il telaio di una mente al lavoro su più fronti, il cui ragionamento si espande, con il battuto di una stessa terra, su più di un sentiero. Con un capo sempre ben stretto a “ciò che ci resta ancora e sempre da capire – il nostro essere parlanti” (Parabola e Regno). Perché

è sulla lingua che gli intervalli e le rotture che separano il racconto dal fuoco si segnano implacabili come ferite. I generi letterari sono le piaghe che l’oblio del mistero scalfisce sulla lingua: tragedia ed elegia, inno e commedia non sono che i modi in cui la lingua piange il suo perduto rapporto con il fuoco. […] Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore.

Léggere

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Come affondare, volontariamente. Immergersi per arrivare a scrutare il fondo, un fondo sondabile secondo dettami di piacere. Certo, confidando che dell’acqua permanga durante tutta l’esplorazione la trasparenza inizialmente solo intravista. E con la certezza di riemergere, s’intende. Forse, nel caso della poesia quest’avventura si compie in modo se possibile ancora più vertiginoso: lì infatti l’immersione può farsi più profonda, l’esplorazione ardita e vasta − dati i nodi delle analogie e la libertà d’interpretazione che ne proviene. Comunque sia, da poesia e prosa di valore − e particolarmente laddove il confine tra esse si assottigli − l’emersione apparirà in massimo grado liberatoria, regalando tutta l’altezza della conquista. È in questa dimensione verticale di discesa-ascesa, tesa a inseguire i disegni del testo e le strade percorse dall’autore, che il meccanismo elastico al cuore della lettura si manifesta in tutta la sua capacità di estensione.
Estensione, già, e distensione. A questo proposito, tra le affermazioni di Proust troviamo: «Tutte le ansie legate all’amicizia scompaiono sulla soglia di quell’amicizia pura e tranquilla che è la lettura». Ecco, in quel “tranquilla” starebbe il nodo essenziale: l’esperienza fisica rappresentata dalla lettura. Sì, questa che Proust mette giustamente in luce è la sua qualità peculiare: un guardare paziente, un ascolto prolungato. Condizione fisica e disponibilità psicologica, appunto come quelle in gioco tra due persone che costruiscano nel tempo la propria amicizia.
Come per ogni effusione dello spirito, con la lettura si prova a riconoscere e superare il limite incarnato esattamente da se stessi. Tra fine e confine, leggendo, si cerca la libertà di affondare nel testo per uscirne liberi. Liberi di una libertà impensata prima perché inconsapevoli che una prigionia ci fosse stata imposta. Basterebbe in tal senso citare Čechov: «La vita è una marcia verso il carcere. La vera letteratura deve insegnare come fuggire, o promettere la libertà.»
È così che “affondando”, acquisendo cioè le stesse armi in mano allo scrittore, e quindi tramite di esse superandosi, il lettore potrà trovare il vero sé.
È il fuori-di-noi d’altronde, se attratti davvero dall’assoluto, dall’infinitamente-di-più, a guidarci tra le pagine, al fine di trovare, magari d’improvviso, una “possibilità di noi” (dando spessore, con questa affermazione, al “senso di possibilità” così come definito da Musil). Cosa che poi, in fondo, con l’azzardo di rischiare molto, potremmo anche chiamare “verità”. E ancora una volta, dato il rischio, è il caso di farci soccorrere da Proust: «…la verità, − afferma l’autore della Recherche − concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno…».
E se esemplare, quanto a libertà di interpretazione in forza al lettore, fino alla sua possibilità di reinventarsi da sé e per sé, è il verso di Borges: «Chi legge le mie parole sta inventandole», in tema di scelte e di opportunità di lettura, risuona ancora la considerazione di Auden: «Questioni di qualità a parte, è sempre preferibile leggere a fondo pochi libri che sfogliarne molti». Perché affondare è soprattutto approfondire. Per trovare e poi risalire.

Cristiano Poletti

Storia, storie, riflessi

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Autore è chi fa lievitare il pensiero per fissarlo in parole, in immagini. Dare forma a una visione è il tentativo che gli compete, sempre che in questo compito sia confortato da un autentico amore per il linguaggio, un amore ribadito fino all’ossessione.
Il lettore, nell’affrontare l’opera, vive un effetto a metà fra rifrazione e riverbero finché, sentendosi sollevato, alleggerito da questa forza luminosa sprigionata dall’autore, possa innalzarsi sopra quel “debito di sé” da cui sente di dover prendere distacco. E qui nasce un paradosso: proprio distanziandosi da quella parte diciamo “inferiore” di sé, lasciandosela alle spalle, il lettore (così come del resto per l’autore) potrà riconoscere se stesso. Occorre autentica concentrazione e una buona dose di fatica (in misura forse pari a quella spesa dall’autore nello scrivere) perché il lettore si trovi finalmente a dire: ecco, eccomi qua, allo specchio. E i due, a quel punto, sapranno dividersi l’aria, prendendo lo stesso respiro per parlare, e se proprio devono farlo, parleranno all’unisono. Una vera adorazione la loro, per qualcosa di esaltato nella sua bellezza. Forse davvero a questo mira la scrittura, a toccare un senso del paradisiaco,[1] sorprendente e vivo ma solo se sostenuto da una memoria sintonizzata sul qui e ora, tesa ogni volta a incontrare e a riconoscere le cose e gli esseri del mondo.[2] Questo è pensare, annodare i fili di una storia al presente. E si è detto “visione”, forse la forma privilegiata del pensiero, per quanto oggi sarebbe sufficiente il dettato derivante dall’acume di un’osservazione che sappia essere presente e attuale ovvero in grado di comprendere quanto del presente è in atto nel solco della storia.
Sarà pure magistra / di niente che ci riguardi, la Storia,[3] eppure dentro (o dietro) la Storia – lo sappiamo – troviamo le nostre, più piccole, storie. Noi, il nostro Esserci, nella sua (nostra) costitutiva mancanza, quel povero amore[4] che ci rende custodi del “non-ancora” e proprio per questo capaci, incessantemente, di desiderio e attesa; s’césene – noi – de calcossa / descompagnà    sparpagnà / inte la lópa de un posterno eterno (schegge – noi – di qualcosa / scompaginato     sparpagliato / nel muschio di un a-nord eterno).[5] In questa scompaginazione dell’Esserci, in questo perdersi del nostro “noi” in un infinito e immaginifico Settentrione, il “sentimento del tempo” starebbe tutto nel fermare quel pendolo che oscilla ugualmente nel passato come nel futuro. Fermarlo lì, nel mezzo, nel presente. Vale ancora, in tal senso, una preziosa considerazione di Eliot: “La differenza tra il presente e il passato è che un presente consapevole ha una consapevolezza del passato in un modo e con un’estensione che la consapevolezza del passato non può mostrare a se stessa”.[6]
L’idea di fermarsi al presente potrebbe suggerire, tuttavia, la dimensione dell’angoscia. Di questa spesso si circonda la nostra storia. Eppure da questa, riflettendo, si apre ogni possibile libertà.[7] Nella consapevolezza di vivere sostando nel presente, di fatto, l’uomo si lega al suo essere misurazione del tempo, orologio e storia, quando invece sfondare il tempo, superare la Storia, oltrepassare la vita,[8] sarebbero le forze che si muovono nella consapevolezza dello scrivere e del leggere.
L’ossessione per il linguaggio, in questo che si profila anch’esso come paradosso (nella propria storia oltrepassare tempo e Storia), è davvero determinante per un qui e ora cui chiediamo di partecipare. La pagina poetica, in particolare, ne è prova, quel “foglio-mondo”[9] su cui maggiormente si misura, fino a essere depos(ita)to, il linguaggio.
E se il significato di alcune poesie risulta spesso oscuro, il perché è l’esistenza stessa del linguaggio, la sua necessaria obscuritas. È il nostro impasto, in fondo, ed è per questo che si rende necessario di tanto in tanto un taglio nel telo nero davanti alla nostra mente, perché un poco di luce entri e faccia il suo gioco. È il compito dell’artista, dello scrittore, del poeta.
Italo Calvino prefigurava, auspicandone il risalto in questo nuovo Millennio, un’immagine: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo.[10] Un’idea religiosa, quel salto. Un distacco, ma davvero solo apparente, se si torna al paradosso dell’inizio: avvicinare quello che sembra lontano, riconoscerlo come riconoscere se stessi prendendo distacco da sé, è ciò cui conducono la scrittura e la lettura, ed è una dimensione semplicemente religiosa. Tanto più considerando che il termine religione da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, e da re-ligàre significa “unire insieme”. Per questo motivo ci si potrebbe spingere a definire la scrittura sacra, trovandone la sacralità in quel pensiero lievitato fino a unire scrittore e lettore, in quell’amore per il linguaggio che unisce alla sua oscurità l’apertura al mondo, in un presente che vede unite storie individuali, piccole, alla Storia, quella grande, quella generale. Superandola.

Cristiano Poletti

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[1] Spunti di riflessione mutuati da A. Zanzotto – M. Breda, In questo progresso scorsoio.

[2] Y. Bonnefoy, Poesia e Università, discorso tenuto all’Università di Siena nel 2004.

[3] E. Montale, Satura, Satura I.

[4] Amore, figlio di Penìa ossia della povertà, della mancanza.

[5] Nel finale del Filò di A. Zanzotto.

[6] T. S. Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism; e si pensi inoltre al gorgo temporale posto in incipit al Burnt Norton dei Four Quartets: “Time present and time past / Are both perhaps present in time future / And time future contained in time past. / If all time is eternally present / All time is unredeemable”.

[7] Si fa riferimento qui al pensiero di S. Kierkegaard.

[8] M. I. Cvetaeva – R. M. Rilke, Lettere.

[9] Nella definizione del filosofo C. Sini.

[10] I. Calvino, Lezioni americane.