Paul Éluard

Ben venga maggio.

 

COMPAGNI MINATORI VE LO DICO QUI

Compagni minatori ve lo dico qui,
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione

Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.

P. Éluard, da Une leçon de morale, 1949, pubblicata in P. Éluard, Poesie, traduzione di F. Fortini, Einaudi, 1966

 

WELDY «IL DURO»

Mi convertii e mi diedi una calmata, allora
mi diedero un lavoro nella fabbrica di scatolette,
e ogni mattino dovevo riempire di benzina
la cisterna del cortile
che alimentava i bruciatori nei capannoni
per riscaldare i saldatori.
E io salivo una scala traballante per poterlo fare,
trasportando secchi pieni di quella roba.
Una mattina, come io stavo lì a versare
l’aria si fermò e sembrò sollevarsi
e come la cisterna esplose io fui sparato in alto
e piombai giù con le gambe spezzate,
e i miei occhi crepitarono come due uova al tegamino,
a causa di qualcuno che aveva lasciato acceso un bruciatore,
e qualcosa aveva risucchiato la fiamma nella cisterna.
Il giudice distrettuale disse che era stato
uno che stava lavorando con me, e così
il figlio del vecchio Rhodes non mi doveva un soldo.
E io mi sono seduto sul banco dei testimoni,
ero cieco, come Jack il violinista, e continuavo a dire,
«Io non lo conoscevo per niente».


MICKEY M’GREW

Successe come al solito nella mia vita:
qualcosa fuori di me mi trascinò giù,
le mie forze non mi hanno mai abbandonato.
Ecco il perché, ci fu la volta che avevo i soldi
per poter andar via a studiare
e all’improvviso mio padre ebbe bisogno di aiuto
e fui costretto a dargli tutto.
È successo proprio così che io sono diventato
un uomo tuttofare a Spoon River.
Allora quando finii di pulire la torre dell’acquedotto,
e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,
mi slegai la fune dalla vita,
e ridendo aprii di scatto le mie braccia gigantesche
sopra il liscio orlo di acciaio della punta della torre –
ma scivolarono sopra la melma traditrice,
e io giù, giù, giù mi tuffai
dentro l’oscuro rimbombo!

da: E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Antonio Porta, Il Saggiatore, 2016

 

*
Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione.

Da: Luigi di Ruscio, Poesie operaie, Ediesse 2007

 

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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. (altro…)

Pas de deux # 5

eluard

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il quinto numero Alexandre Calvanese e Maurizio Melai hanno tradotto un testo di Paul Éluard.

La redazione

CELLE DE TOUJOURS, TOUTE

Si je vous dis : « j’ai tout abandonné »
C’est qu’elle n’est pas celle de mon corps,
Je ne m’en suis jamais vanté,
Ce n’est pas vrai
Et la brume de fond où je me meus
Ne sait jamais si j’ai passé.

L’éventail de sa bouche, le reflet de ses yeux,
Je suis le seul à en parler,
Je suis le seul qui soit cerné
Par ce miroir si nul où l’air circule à travers moi
Et l’air a un visage, un visage aimé,
Un visage aimant, ton visage,
À toi qui n’as pas de nom et que les autres ignorent,
La mer te dit : sur moi, le ciel te dit : sur moi,
Les astres te devinent, les nuages t’imaginent
Et le sang répandu aux meilleurs moments,
Le sang de la générosité
Te porte avec délices.
Je chante la grande joie de te chanter,
La grande joie de t’avoir ou de ne pas t’avoir,
La candeur de t’attendre, l’innocence de te connaître,
Ô toi qui supprimes l’oubli, l’espoir et l’ignorance,
Qui supprimes l’absence et qui me mets au monde,
Je chante pour chanter, je t’aime pour chanter
Le mystère où l’amour me crée et se délivre.

Tu es pure, tu es encore plus pure que moi-même.

(Paul Éluard, da Capitale de la douleur, 1926)

*****

Traduzione di Alexandre Calvanese

QUELLA DI SEMPRE, TUTTA

Se vi dico: « ho lasciato tutto »
È perché non è la stessa del mio corpo,
Non me ne sono mai vantato,
Non è vero
E la bruma di fondo in cui mi muovo
Non sa mai se sono passato.

Il ventaglio della sua bocca, il riflesso dei suoi occhi,
Sono il solo che ne parli,
Il solo che sia circondato
Da questo specchio inesistente in cui l’aria circolando mi
[attraversa
E l’aria ha un volto, un volto amato,
Un volto che ama, il tuo volto,
A te che non hai nome e che gli altri ignorano,
Il mare dice: su di me, il cielo dice: su di me,
Gli astri t’indovinano, le nuvole t’immaginano
E il sangue sparso nei momenti migliori,
Il sangue della generosità
Ti porta con delizie.
Canto la gran gioia di cantarti,
La gran gioia di averti o non averti,
Il candore di aspettarti, l’innocenza di conoscerti,
Oh, tu che sopprimi l’oblio, la speranza e l’ignoranza,
Che sopprimi l’assenza e mi metti al mondo,
Io canto per cantare, ti amo per cantare
Il mistero in cui l’amore mi crea e si libera.

Sei pura, ancor più pura di me stesso.

*****

Traduzione di Maurizio Melai

QUELLA DI SEMPRE, TUTTA

Se vi dico « Ho abbandonato tutto »
È che lei non è cosa mia,
Non me ne sono mai vantato,
Non è vero
E la bruma di sfondo in cui mi muovo
Non sa mai se son passato.

Il ventaglio della sua bocca, il riflesso dei suoi occhi,
Sono l’unico a parlarne,
Sono l’unico ad esser ritagliato
In quel minuscolo specchio da cui l’aria circola attraverso di me
E l’aria ha un volto, un volto amato,
Un volto che ama, il tuo volto,
A te che non hai nome e che gli altri ignorano,
Il mare ti dice: a me, il cielo ti dice: a me,
Gli astri t’indovinano, le nuvole t’immaginano,
Ed il sangue sparso nei migliori momenti,
Il sangue della generosità
Si delizia di portarti.
Canto la grande gioia di cantarti,
La grande gioia di averti o di non averti,
Il candore di attenderti, l’innocenza di conoscerti,
Tu che cancelli l’oblio, la speranza e l’ignoranza,
Che cancelli l’assenza e mi metti al mondo,
Canto per cantare, ti amo per cantare
Il mistero in cui l’amore mi crea e sgravato si offre.

Sei pura, sei ancor più pura di me.

vecchi ritagli di giornale: Perché Eluard scelse “i colori della Francia” (post di Natàlia Castaldi)

L’Unità – 28 luglio 1976

– itinerario del poeta dalle posizioni surrealiste all’impegno civile nel tragico 1940, data dell’occupazione nazista –

Paul Eluard – poesia ininterrotta – introduzione e traduzione di Franco Fortini, pp. XI-105, lire 1.500

di Nino Romeo

***

.

Dalla assoluta autonomia della poesia rispetto all’avvenimento, secondo un più volte conclamato assioma surrealista, ad un far poesia come partecipazione delle pene degli uomini: questo, l’itinerario di Paul Eluard. Con Aragon e altri, nel periodo tragico della storia di Francia (1940), fu con coloro che difesero l’ “onore dei poeti”.
Usciti da un esausto conflitto tra il potere dello spirito e i condizionamenti della vita, i poeti surrealisti non potevano più limitarsi a denunciare l’assurdità del mondo; e, quindi, nei momenti più tragici della loro storia, dovettero risolvere ognuno per proprio conto quella antinomia. E allora: bastava, per i surrealisti, dichiararsi “agitatori dello spirito” e propugnare un concetto di rivoluzione inteso a creare “un misticismo di nuovo genere”, secondo una Dichiarazione del 27 gennaio del 1925 di Raymond Queneau?
Sul piano politico, essi temevano di concretizzare il loro ideale di “rivoluzione totale” assieme o a fianco degli “specialisti” della politica, come si diceva.
Apparve evidente che non era possibile speculare più a lungo sui dati dell’esperienza interna o sui risultati dell’ “automatismo psichico” – come teorizzava Breton. Il dilemma che si poneva era semplice: liberazione dello “spirito” che precede l’abolizione delle condizioni borghesi della vita materiale e indipendente da essa? oppure: abolizione delle condizioni borghesi come condizione necessaria della liberazione dello “spirito”? Una tale proposta critica veniva, nel 1926, da Pierre Naville, uno del gruppo di Breton. E’ l’inizio della crisi del movimento. Così, prima ancora dell’inizio dello scoppio della seconda guerra mondiale, si vennero definendo con maggiore chiarezza i rispettivi campi d’azione: da un lato, c’è chi, menando scandalo, volle identificare rivoluzione della letteratura e rivoluzione sociale (Eluard, appunto, Aragon e altri), chi, cioè, nasce poeta nel momento della catastrofe e sceglie la clandestinità; dall’altro, chi preferendo l’esilio si preoccupa solo di riunire le sparse forze del movimento surrealista, uscito piuttosto smerlato dal drammatico precipitare degli eventi bellici.
Dai campi inesplorati del “meraviglioso” si passò ai campi di una lotta senza quartiere al nazi-fascismo: era il “mondo reale” che chiamava il poeta a esaltare “i colori della Francia” in una ritrovata unità nazionale, come ebbe a dire Aragon.
Eluard, dopo la sua peraltro feconda stagione surrealista, fece la sua scelta. La Guerra di Spagna lo convinse ancor più che i poeti sono, come tutti gli uomini, “profondamente radicati nella vita comune”. Una poesia, la sua, che si ispira alla realtà dell’amore e che diventa, poi, secondo le circostanze, solidarietà verso gli uomini, canto di libertà che al nome della donna associa il sentimento comune di una presenza ben più grande: la liberazione della Francia dallo straniero.
Per una certa critica che non vuole compromettersi, ancora oggi, Eluard rimane solo “il poeta dell’amore”. Di che specie d’amore si tratti, bastano queste pagine di Poesia ininterrotta, dedicate a “coloro che leggeranno male e a coloro ai quali non piaceranno”, per fugare l’inconsistenza di simili dubbi; ma per ribadire, soprattutto, che Eluard non ha mai cessato di considerare la poesia come partecipazione del “mondo trasformato che abbiamo sognato”.
Simile a quelli che ama, Eluard ascrive a suo merito l’impegno a decomporre “gli alfabeti compilati / della storia delle morali” e a confidare al suo canto la sostanza non ambigua di una certezza immanente alle speranze degli uomini e al loro essere felici su questa terra. Non aveva egli forse cantato:

“Compagni minatori io ve lo dico qui
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione” (?)

Una riedizione necessaria, questa Poesia ininterrotta.

***

Queste pagine io le dedico a coloro

che le leggeranno male e a coloro ai

quali non piaceranno

*

(da pag 29 ultima strofa e seguenti fino a pag 45 dell’edizione della Bianca del 1948)

.

Nulla da odiare né da perdonare

Nessun destino illustra a noi le tempie

Nella tempesta noi deboli siamo

L’ago ch’è più sensibile

Noi la ragione della tempesta oh immagine

E contatto perfetto

Nostro luogo è lo spazio

Nostro orizzonte è il tempo

.

Sassi su una via battuta

Erba come un ricordo incerto

Cielo coperto notte che presto discende

Qualche vetrina inaugura i suoi lumi

Porte forate finestre aperte

Sopra gente sbarrata

Un piccolo bar venduto e rivenduto

Apoteosi di cifre

Di noie di mani sporche

.

Un disastro profondo

Dove tutto è contato anche la tristezza

Anche la derisione

Anche la vergogna

E’ inutile il lamento

E’ idiota il riso

Il deserto di macchie s’allarga

Più che sopra un sudario

.

Gli occhi sono spariti gli uccelli volano bassi

Non c’è più rumore di passi

Il silenzio è come un fango

Per i progetti senza domani

E ecco un bambino grida

nella gabbia della sua noia

Un bambino rimescola cenere

Nulla di vivo si muove

.

Io certifico il reale

Io sto attento alle parole

Non voglio sbagliarmi voglio

Sapere di dove parto

éer serbare tanta speranza

Le origini mie sono lacrime

E fatica e dolore

E nessuna bellezza

E nessuna bontà

.

Il lamento di vivere e l’amore avvilito

M’han generato nella miseria

Come un murmure come un’ombra

Morranno sono già morti

Ma vivranno gloriosi

Arena nel cristallo

Suo malgrado nutriente

Più lucente che al sole

.

Il  lamento  di  vivere

.

Ma io non ho lamenti

Più nero più pesante è il mio passato

Più leggero più limpido è il bambino che ero

E quello che sarò

La donna che proteggo

La donna che mi affida

Un’eterna fiducia

.

Come donna solitaria

Che disegni per parlare

Nel deserto

Per volere innanzi a sé

Tra delizie e capricci

Abbandoni e promesse

.

Semiaperta alla vita

Sempre orlata di azzurro

.

Come donna solitaria

Perché è stata l’una o l’altra

E ciascun elemento

.

Io saprò disegnare come le mani sposano

La forma del mio corpo

Io saprò disegnare come la luce penetra

Nel fondo dei miei occhi

.

E farà il mio calore distendere i colori

Sul letto delle notti

Sulla natura nuda dove occupo un luogo

Più grande dei miei sogni

.

Dove son sola e nuda e sono l’assoluto

Definitivo essere

.

La prima donna apparsa

Il primo uomo incontrato

Fuor del giuoco dov’eran confusi

Come dita d’una mano

.

E la prima donna estranea

Il primo uomo sconosciuto

Il primo dolore squisito

E il primo piacere panico

.

La prima differenza

Fra esseri fraterni

La prima somiglianza

Fra esseri dissimili

.

La prima neve vergine

Per un bimbo nato d’estate

Il primo latte alle labbra

D’un figlio di carne di sangue segreto

.

Rovi di rose e di spine

Strada di terra e di sassi

A cielo ardente cielo di cenere

A freddo intenso testa chiara

Roccia di pesi e di spalle

Lago di guizzi e di pesci

A giorno tristo bontà paziente

A mare immenso vela pesante

.

E scrivo per segnare gli anni e i giorni

L’ore e il tempo degli uomini

E le parti di un corpo comune

Che ha il suo mattino

Meriggio e mezzanotte

E di nuovo è mattino

Inevitabile adorno

Di forza e debolezza

Di bellezza d’orrore

Di riposo gradevole di luce miserevole

Di gloria provocata

.

D’un mattino che nacque da un sogno la potenza

Di guidare a buon fine la vita

I mattini passati futuri

Organizzando il disastro

Sperando dal fuoco la cenere

.

D’una casa le luci naturali

E i ponti sull’alba levati

D’un mattino carne nuova

Carne intatta tutta speranza

Dentro la casa come

.

Un ghiaccio che si scioglie

Della felicità impietosa lo sguardo

Gli occhi piantati forti sulle gambe

Nel vapore della salute

Felicità come regola

Come coltello spietato

Che taglia ogni cosa

Non la necessità

.

D’una famiglia il cuore rinchiuso

Inciso d’un nome qualunque

.

Di un riso la virtù come in un giuoco

Dove nessuno perde

E montagna e pianura

Esatte calcolate

Un dono contro un dono

Beatitudini nulle

.

D’un rogo le campane d’oro di lente palpebre

Su di un paesaggio infinito

Voliera dipinta nel cielo

D’un seno immaginario peso senza riserve

.

E d’un ventre accogliente pensiero irragionevole

E di un rogo le campane d’oro dai fondi occhi

Su un volto grave e puro

D’una voliera dipinta in celeste

Dove gli uccelli son spighe di grano

Che gettano ai poveri l’oro

Per Entrar prima nel nero

Nel silenzio dell’inverno

.

D’una via l’immagine

Che mi ha sfigurato

Per amor di tutti e tutte

Sconosciuti nella polvere

Solitudine mia assenza mia

.

D’una via senz’uscita

Né saluti

Vitale

E che pure ci consumi

Vietato anche l’incontro

.

Della stanchezza la bruma

Prolunga cenci e noie

Nel profondo del petto

Vuoto alle tempie spente

Crepuscolo delle arterie

.

Della felicità la veduta chimerica

Come all’orlo di un baratro

Quando una grossa bolla

Bianca vi esplode in testa

E libero è inutilmente il cuore

Ma di quella che fu gioia promessa

E che per due s’inizia

Già la prima parola

E’ confidente ritornello è contro

La fame e la paura

Un segno di raccolta

.

D’una mano composta per me

E cosa importa se sia debole

Questa mano raddoppia la mia

Per legar tutto liberare tutto

E addormentarmi e risvegliarmi

.

E di un bacio la notte di grandi umani rapporti

Un corpo accanto a un altro corpo

Notte di grandi rapporti terrestri

Notte nata dalla tua bocca

Notte ove nulla si separa

.

[…]

____________

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Qualche volta, la domenica mattina, a San Maurizio, a Venezia, fanno un mercatino d’antiquariato, molto carino. Tra inutili chincaglierie e bellissimi ferri da stiro antichi (venduti a prezzi improponibili), ci sono un paio di banchetti di libri, di solito mi fermo lì. Scavando tra i molti libri d’arte (ne troviamo anche uno molto bello su Rodin) vedo sparsi un paio di piccoli Einaudi (“la bianca” tanto per capirci). Uno di questi è “Poesia ininterrotta” di Paul Eluard, introduzione e traduzione di Franco Fortini, 1976. Il mio sorriso si allarga perché non ho questo libro, chiedo il prezzo che è cinque euro. Lo prendiamo, insieme a un altro di Yeats (ancora più vecchio) e a quello di Rodin. Venti euro. Finiamo il giro ma non compriamo altro (stavolta). Più tardi leggo l’introduzione di Fortini. Nella parte finale egli spiega le poche modifiche fatte a questa nuova traduzione (le aveva già tradotte nel 1955) come una rinuncia all’eccesso di influenza Ungarettiana e Sabiana, “incerta eredità degli anni Trenta” quella del 1955 fu anche la sua prima traduzione in assoluto. Fortini chiude scrivendo che queste modifiche furono necessarie: “Ma guardavo, dalla collina di Eluard, ad un diverso futuro e a un altro modo di scrivere i versi”. Un libro che ti piace già dall’introduzione, cose d’altri tempi. D’altri mondi. Non posso fare a meno di pensare che il libro “della bianca” più diffuso, più esposto nelle librerie, degli ultimi mesi è stato quello di Paolo Ruffilli: un abisso sotto tutti gli aspetti, senza offesa. Al prossimo mercatino.

Gianni Montieri

Tra le righe n. 3: Paul Éluard

Tra le righe n. 3: Paul Éluard

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Paul Éluard

Ta chevelure d’oranges dans le vide du monde

Ta chevelure d’oranges  dans le vide du monde
Dans le vide des vitres lourdes de silence
Et d’ombre où mes mains nues cherchent tous tes reflets.

La forme de ton coeur est chimérique
Et ton amour ressemble à mon désir perdu
O soupirs d’ambre, rêves, regards

Mais tu n’as pas toujours été avec moi. Ma mémoire
Est encore obscurcie de t’avoir vu venir
Et partir. Le temps se sert de mots comme l’amour.

 

Arance i tuoi capelli e intorno il vuoto

Arance i tuoi capelli e intorno il vuoto
Del mondo, e intorno il vuoto anche dei vetri
carichi d’ombra e di silenzio dove
Cercano tutti i suoi riflessi queste
Mie mani nude.

Chimerica è la forma del tuo cuore
e il tuo amore assomiglia al mio perduto
Desiderio. O sospiri d’ambra, sogni,
Sguardi.

Ma tu non sei rimasta sempre
con me. La mia memoria è ancora nebbia,
che t’ ha vista venire, andare. Il tempo
Di parole si avvale, come amore.

(traduzione di Luigi De Nardis)

I  tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo

I tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo
Nel vuoto dei vetri carichi di silenzio
E d’ombra dove con mani nude cerco ogni tuo riflesso.

La forma del tuo cuore è disegnata nell’aria
E il tuo amore rassomiglia al mio perduto desiderio.
O sospiri d’ambra, sogni, occhiate.

Ma tu non sei stata con me ogni istante. La mia memoria
Si è oscurata da quando ti ho vista arrivare
E partire. Si serve di parole il tempo, come l’amore.

(traduzione di Gianni Priano)

Paul Éluard (pseudonimo di Eugène-Émile-Paul Grindel), nasce nel 1895 a Saint-Denis. Frequenta il liceo Colbert di Parigi. Nel 1912, gravemente malato, viene ricoverato nel sanatorio di Clavarel, in Svizzera, dove conosce Elena Dimitrovna Diakonova (Gala), che sposa nel 1917 e dalla quale avrà una figlia. Le sue prime poesie risalgono al 1913.  Della sua partecipazione alla Prima guerra mondiale  sono testimonianza i Poèmes pout la paix’(1918). Contribuisce alla nascita e allo sviluppo dei movimento surrealista, collaborando in particolare con Breton e Max Ernst. A questo periodo risalgono le raccolte Capitale de la douleur’(1926) e Dèfense de savoir (1928). Viaggia molto in Europa e nel 1924 compie un lungo vagabondaggio in Asia. Due anni più tardi aderisce al partito comunista francese. Si separa da Gala nel 1930, quando conosce Maria Benz (Nusch), che diviene sua moglie qualche anno dopo. Durante l’occupazione tedesca di Parigi, nella Seconda guerra mondiale, entra nella Resistenza e continua la sua intensa attività poetica con liriche poi raccolte in Poésie et vérité (1942), Dignes de vivre (1944) e Au rendez-vous allemand (1944). Nel 1951, dopo la morte improvvisa di Nusch nel 1946, sposa Dominique Lemor, alla quale sono dedicati i suoi ultimi versi d’amore, in Le Phénix (1951). Muore a Parigi il 18 novembre 1952.

Luigi de Nardis(1928-1999),critico letterario e filologo,  è stato professore ordinario di lingue e letteratura francese,   prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, di cui è stato anche preside (1969-1974), e poi, dal  1974,  presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, di cui ha diretto il dipartimento di francesistica e di cui è stato preside. Ha condotto studi in ambito letterario e filologico   ed è stato considerato uno dei maggiori esperti di Baudelaire e Mallarmé in Italia. Ha pubblicato la traduzione di testi di François Villon (Poesie) e di Baudelaire (Les Fleurs du Mal). È stato membro dell’Accademia dei Lincei, socio onorario della “Société d’histoire littéraire de la France”, vice-presidente del “Comitato nazionale delle opere di  Belli”, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, membro dell’Accademia Letteraria Italiana dell’Arcadia. Nel 1996, alla Sorbonne, gli è stato conferito il titolo di Dottore “Honoris Causa”.

Gianni Priano è nato nel 1962 a Genova e a Genova abita (Voltri). Nel 1985 si è laureato in filosofia. Ha pubblicato volumi di poesie:  L’ombra di un imbarco,  Torino 1991; Città delle Carle infelici, Cuneo 1995;  Nel raggio della catena, Borgomanero – Novara 2001; Turbie ed altri confini,  Il Ponte del Sale, Rovigo, 2004. Ha inoltre pubblicato poesie, racconti, recensioni, brevi saggi su: La Clessidra, Resine, Il Maltese, Atelier, Madrugada, Il Gabellino, Tratti.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.