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Riletti per voi #9: Paul Auster, Trilogia di New York

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Riletti per voi #9: Paul Auster, Trilogia di New York, Einaudi, 2014 (edizione più recente), pag. 320,  trad di Massimo Bocchiola, € 12,50; ebook 6,99

di Giulietta Iannone

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Inizio col dire, senza falsa modestia, più che altro con rammarico, che recensire Paul Auster non è affatto facile. Non lo è per molti testi e molti autori, ancor più non lo è quando si affronta un testo quasi cardine, e se vogliamo iconico, della letteratura contemporanea. Ciò dovrebbe permettermi di mettere le mani avanti e nell’eventualità (neanche tanto remota) che scrivessi sciocchezze, di considerarle se non inevitabili quanto meno giustificabili. Ci sono limiti negli autori, ma anche molto spesso nei recensori, specie quando vogliono superare un mero giudizio estetico e scavare più in profondità. Paul Auster è un autore che non conosco, negli anni non ho mai letto niente di suo, ma non potevo evitare ancora (per chi ama la letteratura nordamericana è poco meno di un crimine) la sua Trilogia di New York, a detta di molti la sua opera più misteriosa e riuscita o per lo meno la prima opera che gli portò negli anni Ottanta il reale successo e l’attenzione di pubblico e critica che ormai è consuetudine riservargli. La cosa più onesta da fare a questo punto è non ostentare autorevolezza o conoscenze che non si possiedono e limitarsi a leggere il testo registrando le vibrazioni che esso riserva. Paul Auster non piace a tutti, e in questi tutti evito di prendere in considerazione coloro che pensano che se un testo è famoso voglia dire per forza che sia commerciale, dozzinale, scadente. Anche a critici affermati, persone sensibili, colte e per nulla superficiali, Paul Auster non piace. È il lato kafkiano e oscuro di Don DeLillo, l’anima più “fantastica” del postmodernismo, le definizioni si sprecano, ma quasi mai le generalizzazioni hanno un reale fondo di verità, per cui tendo a evitarle e mi limito a registrare cosa oggettivamente il suo scritto trasmette e se vogliamo amplifica. Ho letto critiche molto più dettagliate e profonde di quanto forse sarà mai la mia e a lungo mi sono interrogata se un mio scritto avrebbe davvero apportato un valore aggiunto al dibattito letterario, o si sarebbe perso nello sfondo come inutile rumore. Poi mi sono detta: la sfida è affascinante, i lettori perdoneranno le mie eventuali lacune, (per comprendere in profondità questo testo – questi tre testi slegati e nello stesso tempo labirinticamente connessi – bisognerebbe conoscere tali e tante altre opere, non solo letterarie, in un gioco di specchi ricurvi e vasi comunicanti che in effetti rende le mie titubanze tutt’altro che artificiose) e si costruiranno una personale visione della Trilogia, quindi poco danno posso arrecare. Tutt’al più posso avvicinare a questo libro, per molti versi davvero ostico, coloro che come me fino a ora se ne erano tenuti, più o meno consapevolmente, lontani.

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La Domenica (i grattacieli, gli angoli) e Paul Auster

newyork - foto di barbara zordan

Città di vetro

Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.

Fantasmi

In principio c’è Blue. Più tardi c’è White, e dopo ancora Black, e prima del principio c’è Brown. È Brown che l’ha svezzato, Brown che gli ha insegnato il mestiere, e quando Brown è invecchiato Blue ne ha preso il posto. È così che comincia: il luogo è New York, il tempo è il presente, e né l’uno né l’altro cambieranno mai. Ogni giorno Blue va in ufficio e siede alla scrivania aspettando che accada qualcosa. Non capita niente per un pezzo, finché un uomo di nome White varca la soglia, ed è così che comincia.

La stanza chiusa

Adesso mi sembra che Fanshawe ci sia sempre stato. È lui il luogo dove per me tutto comincia, senza di lui non credo che saprei chi sono. Quando ci siamo incontrati non sapevamo ancora parlare, eravamo lattanti che arrancavano carponi fra l’erba, e a sette anni ci eravamo già punti le dita con uno spillo proclamandoci fratelli di sangue per la vita. Ogni volta che ripenso alla mia infanzia, vedo Fanshawe. Era lui che mi stava vicino, la persona con cui condividevo i miei pensieri e che vedevo appena alzavo gli occhi da me stesso.

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Paul Auster – La trilogia di New York – Einaudi – Traduzione di Massimo Bocchiola