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Patti Smith M Train. Recensione

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Patti Smith, M Train, traduzione italiana di Tiziana Lo Porto, Milano, Bompiani, 2016, € 17,00

“Non è facile scrivere del nulla.”
Ecco cosa stava dicendo un mandriano mentre entravo nel quadro di un sogno. Vagamente bello, intensamente laconico, si dondolava su una sedia pieghevole, appoggiato all’indietro, con in testa uno Stetson che sfiorava lo spigolo della parete esterna grigio spento di un caffè solitario. […]
“Ma noi andiamo avanti,” ha proseguito, “alimentando folli speranze di ogni tipo. Per riscattare quello che abbiamo perduto, qualche scheggia di una rivelazione privata. È una dipendenza, come giocare alle slot machines, o a golf.”
“È molto più facile parlare del nulla,” ho detto io.
Non ha ignorato del tutto la mia presenza, ma non ha risposto.
“Be’, comunque è così che la vedo.”
“Proprio quando stai quasi per darci un taglio e per buttare le mazze nel fiume, ecco che ti entra il tiro giusto, la pallina rotola dritta in buca, e le monete riempiono il cappello rovesciato.”[…]
“Sono già stata qui, giusto?”
Lui se n’è rimasto seduto a guardare la pianura.
Che figlio di puttana, ho pensato. Mi sta ignorando.
“Ehi,” ho detto, “non sono morta, non sono un’ombra passeggera. Sono qui in carne e ossa.”
Ha tirato fuori dalla tasca un taccuino e s’è messo a scrivere.
“Almeno potresti guardarmi,” ho insistito. “È pur sempre il mio sogno.”
Mi sono avvicinata. Abbastanza da vedere cosa stesse scrivendo. Aveva il taccuino aperto su una pagina bianca e di colpo si sono materializzate tre parole.
No, è mio.

Un incipit onirico per un libro che racconta tante vite in una soltanto o − meglio − le tante rifrazioni vitali che può assumere una stessa luce, quella emanata dalle pagine autobiografiche che Patti Smith regala in M Train, uscito da poco per Bompiani con la traduzione di Tiziana Lo Porto. A sei anni da Just Kids, ecco alcune pagine fatte di viaggi, incontri, sogni, memorie di tempi condivisi e non con il marito Frederick “Sonic” Smith ma anche con altre figure che, negli anni, ha incontrato o (re)incontrato e che hanno lasciato un segno indelebile nella sua esperienza. Impossibile citare con precisione senza il rischio di scadere in un catalogo la ricchezza di ispirazioni che compongono questo libro: ci sono molte letture riprese o scansate, immagini e citazioni che aprono a un dialogo con altre forme d’arte, servendosi proprio di quella commistione che caratterizza da sempre l’opera della Smith, tra iconografia, letteratura e poesia, religione e molto altro. C’è un cammino fatto insieme o solitario, costellato da una solitudine odierna che serve a riconoscere quel sentire che caratterizza l’artista e la donna, la creatrice e l’essere umano: irrinunciabile è il momento del mattino, seduta nel solito bar del Village a New York a scrivere, bere caffè nero e mangiare pane integrale con olio d’oliva. Così, l’azione quotidiana diventa “rito” rivelatore, per tracciare con accuratezza i contorni del sé, per (iniziare a) dirsi con ancora più tenacia. In quel luogo Patti Smith coltiva e ha coltivato, negli anni recenti, se stessa. Soprattutto, in merito alla vita di ogni giorno, si parla di meraviglia e fallimento con la stessa “emozione”. Quanto possa stratificarsi la visione del passato ma anche essere attenta nella sua trasmissione al lettore, Patti Smith l’ha imparato tenendo alto lo sguardo, incarnando una consapevolezza totale del proprio presente, svuotato come sempre di utopie e compromessi ma ricco di suggestioni. Conscia di aver destinato le proprie memorie a un tempo ingordo, il suo comunicarle segue la misura del tempo della propria coscienza, un tempo allenato ad altri ritmi e tempi meno voraci di quelli di oggi; questa è senza dubbio la misura della narrazione: lenta ma non “pigra”, che concede anche a chi legge la possibilità di rallentare e (trat)tenere il pass(at)o. La coerenza delle intenzioni riesce sempre a sorprendere. Nel rivelarsi agli altri, la vicenda personale di Patti Smith è perciò emotiva in un senso etimologico: “trasporta fuori” cioè nel mondo − ed è questo il compito del vero memoir − le tessere di una fare e di un dire sensibilmente universale, come fanno già la sua musica e la sua poesia.

© Alessandra Trevisan

I poeti della domenica #39: Patti Smith, Perfect Moon (traduzione inedita)

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Luna perfetta

luna perfetta
Ti sto chiamando
perfetta luna
ricoperta d’impuro
Mi avvicino
al tuo collo nudo
a piedi scalzi
abbaiando
luna perfetta

perfetta luna
Io sono con te
adoro
arrendermi
alle tue mani
immense
sono tua
luna perfetta

*

Perfect Moon
by Patti Smith

[contenuta nell’album di Ivan Kral’s Nostalgia, 1996; poesia eseguita su musica di John Cale; tratta da “december”, in Early Work / 1970-1979, Copyright © Patti Smith 1994, p. 90]

perfect moon
I am calling
perfect moon
clad impure
I approach
your naked neck
barefoot
baying
perfect moon

perfect moon
I am with you
perfect moon
I adore
surrendering
to thy great
hands
I am yours
perfect moon

Copyright © Patti Smith 1996. Traduzione inedita di © Alessandra Trevisan.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg (doppia nota di lettura)

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Sibylle Lewitscharoff,  Blumenberg. Traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore, 2013 – euro 15,00 – ebook 4,99

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

Anna Maria Curci

Regista abile e sapiente, Sibylle Lewitscharoff pone nello studio del filosofo Blumenberg il punto di partenza di una narrazione che tiene conto, intrecciandoli, separandoli, mettendone alcuni, di volta in volta, in primo piano, oppure, in un disegno contrappuntistico,  al rovescio, di una molteplicità inusuale di fili. Sono fili sottilissimi e robusti, assortiti in maniera sicuramente inedita, indubbiamente originale, sono fili che attraversano ambiti del sapere −  la filosofia, la storia dell’arte, la settima arte, la storiografia, la letteratura, l’ermeneutica e la traduzione, la storia del costume e l’indagine sociologica – e squarci sull’esistenza. Subito, da quello studio si parte per un viaggio che ha mete impensabili, senz’altro non scontate. La prima delle peregrinazioni è un pensiero, un’associazione,  il particolare di un quadro di Antonello da Messina: «E a destra, dietro il palco del sapiente, si affaccia dall’oscurità un misero leone. No, niente proporzioni leonine ed enormi zampe, ma provvisto di sottili arti scattanti, come un levriero. Probabilmente Antonello da Messina non aveva mai visto un leone di persona.» Il «misero leone» del quadro di Antonello da Messina è contrapposto al leone che, dalla sua prima apparizione notturna nello studio del filosofo, mentre questi registra su nastro le lezioni universitarie che la segretaria si premurerà poi di trascrivere, si manifesterà a Blumenberg fino alla conclusione di questo romanzo – ma il finale promette già una prosecuzione – in momenti significativi della vicenda: il leone non appare in tutte le sequenze di quest’opera dal fortissimo carattere visionario, eppure la sua presenza, silenziosa e forte, è dominante e costituisce un saldo punto di riferimento, avvio e approdo dei percorsi  qui narrati.
Un altro elemento, non un personaggio, ma un vero e proprio nodo concettuale – così l’ho definito nell’intervista a Paola Del Zoppo sulla traduzione di Blumenberg – permea l’intero romanzo: si tratta della «onnicomprensiva cura», concetto, impegno, attività che costituisce il titolo del sesto capitolo e che emerge in esplicita relazione con Käthe Meliss, suora conventuale,  uno dei personaggi più misteriosi e dotati di un quieto e formidabile potere (inattuale, fuori da ogni schema, da ogni modalità usuale) di attrazione: un’apparizione gloriosa, magnifica, come Lewitscharoff sottolinea nel testo, ricorrendo al corsivo. Probabilmente – ma la questione rimane aperta – è l’unica, oltre a Blumenberg, a poter vedere il leone. Non sono in grado di vederlo gli altri personaggi della vicenda, in prevalenza giovani, in prevalenza studenti universitari che frequentano le lezioni di Blumenberg: Isa – angelo fluttuante e fluente, una Ofelia innamorata di Blumenberg e della musica di Patti Smith -, Gerhard (Optatus, e sui nomi, le lettere che li compongono, i richiami intertestuali e intratestuali varrebbe la pena di istituire una vera e propria mappa), Richard, preda di incantamenti e miti, e Hansi, «bardo redivivo».
Nella complessità mai smentita, mai trascurata, anzi, saldamente padroneggiata, sono i luoghi a rendere più fitta e intrigante la trama. Sono i collegamenti a letture e a visioni di film a lanciare funi, liane e ormeggi: se l’itinerario di Richard in America latina, febbrile set cinematografico menziona esplicitamente Fitzcarraldo, più sottili, ma altrettanto tenaci, sono gli indizi che riconducono a Heinrich von Kleist nel capitolo Heilbronn (Das Kätchen von Heilbronn) e a Ingeborg Bachmann (Die ägyptische Finsternis, capitolo dell’incompiuto romanzo Der Fall Franza)  nel capitolo Egitto. Di che materia è fatta questa vita? Di che materia è fatta questa morte? I due quesiti guidano la narrazione, non indebolita, anzi irrobustita da considerazioni condotte sulla scorta di un’attenzione alta alla variazione e alla ‘sostenibilità’ linguistica di miserie minute, talvolta divertite e divertenti, di parabole e paradossi umani nel loro contendere quotidiano e nel loro timido, cauto ovvero temerario sporgersi verso l’altrove.

© Anna Maria Curci

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***

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg

Chi vede il leone? di Gianni Montieri

 

Si può partire da un personaggio realmente esistito e immaginargli un’altra vita, una storia diversa. Gli si possono mettere intorno altre vite, vite di studenti, per alcune di queste si può annunciarne la morte, con la scrittrice che si inserisce nella trama, morte che avverrà molte pagine dopo, senza per questo togliere nulla al piacere di proseguire la lettura. Si può piazzare, al centro dello studio del filosofo Blumenberg, un leone che per buona parte del romanzo solo lui vedrà. Un leone per il quale proverà un timore mai eccessivo, curiosità; un leone che gli darà sicurezza e del quale, presto, non potrà più fare a meno. Un leone che non vedranno mai i suoi quattro studenti, gli altri protagonisti del libro. Non lo vedrà Isa, infatuata del professore, che vive in simbiosi con la sua colonna sonora fatta di Patti Smith e Bruce Springsteen. Saranno proprio le note di una canzone ad accompagnare il bellissimo capitolo che ne racconta la morte come se fosse una poesia. Non lo vedrà Gerhard, il ragazzo di Isa, studente brillante, molto intelligente, a questi la Lewitscharoff applicherà la sua fantasia, inserendosi nel racconto, come il tasto pausa dei vecchi stereo, con la voce fuori campo, e ne anticiperà lo svolgersi della vita negli anni successivi e la morte. Non lo vedrà Richard, che partirà per un lungo viaggio in Sudamerica, viaggio – manco a dirlo – senza ritorno. Non lo vedrà il bellissimo e strano Hansi, che passa le sere a leggere poesie nei bar. Solo un personaggio, forse, vedrà il leone, oltre a Blumemberg, sarà Käthe Meliss, una suora, dotata di  uno straordinario carisma, di  un potere mentale, nel quale il filosofo troverà una corrispondenza, comprensione e, una certa strana, compassione. Il Leone, immaginario o meno, infonderà nel filosofo una sicurezza tale da fargli tenere lezioni ancora più affascinanti, lo farà sentire bene, addirittura migliore. «Gli venne in mente la magnifica foto di Glenn Gould, da giovanotto, bellissimo, seduto al pianoforte a coda con il suo cane a chiazze bianche e nere, un cane altrettanto bello, con le zampe poggiate sui tasti, mentre guarda gli spartiti. I due davano l’impressione di suonare insieme, come se a Glenn Gould riuscisse ciò che faceva solo grazie alla partecipazione del cane.» La Lewitscharoff costruisce un bellissimo romanzo, la trama che tesse è fitta, ricca di riferimenti storici, filosofici, letterari, pittorici; ma non ne perde mai il controllo, è una maestra dell’ironia, è pungente ma dolce allo stesso tempo. Si inserisce nel racconto e subito si ritrae, ma non si inserisce per vanità. Si prende cura dei suoi personaggi, li accarezza, li accompagna per mano, fino a dopo la morte. Le parole, gli aggettivi, la costruzione delle frasi, l’originalità e la grande conoscenza dell’autrice, mettono a dura prova il traduttore, come spiega Paola Del Zoppo nella sua scatola nera, posta alla fine del libro. Tradurre la Lewitscharoff è una specie di avventuroso viaggio, lo stesso che l’autrice ha pensato per il lettore. Quel viaggio che vale la pena intraprendere per trovarsi dentro uno dei più bei romanzi usciti nel 2013. Un libro che pone la vita e la morte una sovrapposta all’altra, sullo stesso piano, per questo i momenti più delicati, quelli dove la scrittrice mostra la sua compassione, sono quelli che precedono e, immediatamente, seguono le morti dei protagonisti, mostrandoli in una sorta di fluttuare collettivo con il leone a vegliare.

© Gianni Montieri

“Blumenberg” o dell’onnicomprensiva cura – anche nel tradurre. Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

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Anna Maria Curci  intervista Paola Del Zoppo – docente, traduttrice e direttore editoriale Del Vecchio – sulla sua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff. 

Blumenberg o dell’onnicomprensiva cura  – anche nel tradurre

Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

Anna Maria Curci – L’atto del tradurre, come ben metti in evidenza nelle due pagine che compongono La scatola nera del traduttore e nelle quali i lettori si imbattono – piacevolmente e con profitto – al termine della tua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff, è sempre il risultato di un processo che non ammette scorciatoie o riduzioni sbrigative, ma richiede la paziente ricerca di nessi, di ‘ganci’ in una catena che si potrebbe proseguire all’infinito. Nella cassetta degli attrezzi, rigorosamente ‘plurale’, con un’ampia scelta di opere di consultazione, non deve mancare, ad esempio, un dizionario etimologico, ché, per dirla con le tue parole, «ogni parola va agganciata alla sua storia». In un’opera come il romanzo di Lewitscharoff, che si nutre letteralmente dell’incontro e della sistematica mescolanza tra i più disparati ambiti esistenziali, aree del sapere, spazi della conoscenza, registri della comunicazione e forme di espressione, tradurre si rivela operazione di straordinaria complessità. Ci sono – e non potrebbe essere altrimenti, in considerazione del personaggio che dà il titolo al romanzo, il filosofo Blumenberg – espressioni che vanno rese con la chiarezza disarmante della precisione. Questo è, a mio parere, il caso di un nodo concettuale, che diventa nel testo il titolo del sesto capitolo: onnicomprensiva cura. Per quali vie e attraverso quali scelte, nel ricostruire la storia delle parole, sei giunta a questa definizione?

Paola Del Zoppo – Accidenti che domanda! Sono davvero felice che tu mi chieda proprio di quella scelta, che ha rappresentato, in effetti, lo snodo della mia traduzione. Mi basta ricordare che a quel punto della traduzione mi sono fermata per più di due settimane. Quel titolo, infatti, come acutamente riconosci, rappresentava il centro delle scelte, linguistiche e traduttologiche, ma anche relative alla ricca componente intertestuale letteraria e filosofica del testo di Sibylle Lewitscharoff. Era una svolta. In passato mi sono occupata del Faust di Goethe. E del Faust c’è tantissimo in questo testo, parodizzato, esaltato, rielaborato, addirittura citato. La stessa figura di Blumenberg che evoca San Girolamo nel suo studio, a sua volta immagine di Faust nella sua stanza gotica che si accinge a tradurre il Vangelo di Giovanni, è un’immagine che fa da sostrato a tutta la narrazione. È un atto di riconoscimento della tradizione letteraria e del bisogno costante della sua rielaborazione senza cadere nella banale negazione della sua necessità, ma insieme è un’affermazione dell’importanza della conoscenza a distanza traslata su un testo fondante della storia del pensiero tedesco – e non solo. E insomma, anche la “Sorge” è uno di quei personaggi del genere femminile “altro”, né terreno né ultraterreno, che popolano il Faust, con più densità nella sua seconda parte. Allora, trovandomi di fronte ad Allumfassende Sorge, il titolo a cui fai riferimento, a me subito è venuto in mente che Sorge potesse essere reso con “cura”, ma ho esitato a lungo. Mi tornava continuamente alla mente il titoletto della piccola riflessione di Benedetto Croce relativa al Faust proprio su quel “nome proprio”: Cura, Sorge, preoccupazione. Dunque, trattandosi di Blumenberg, con sullo sfondo la figura di Isa in preda alla depressione (la cui diagnosi, negli anni Ottanta non era ancora tanto diffusa) ecco che la parola ansia ha reso, fino all’editing finale, la parola Sorge, e infatti in alcuni punti l’ho poi mantenuta. Quello che ha guidato però la scelta definitiva è quell’attributo predeterminante, che infatti poi ho spostato in avanti. Perché la cura incarnata in quel capitolo è presente in tutte le sue declinazioni, parodizzata nella figura intensissima – e non del tutto positiva – di Käthe Mehliss, la suora che si “prende cura” delle piante e che pare intraveda il leone; denigrata nell’immagine dell’amico malato e di Blumenberg che ne rifugge, che teme il contatto con la decadenza fisica; ma è anche, e soprattutto, l’onnipresenza del leone, che per Blumenberg è la prova di un riconoscimento. Doveva necessariamente essere “innalzata di un grado”, rimandare alla metafisicità. Ansia era un concetto per me troppo terreno, che infatti nel secondo capitolo Blumenberg usa – e lì l’ho lasciato – per trattare la necessità umana di consolazione per la morte. Tutto stava in quell’attributo. Con Allumfassend si richiamava di nuovo prepotentemente il Faust. La “Gretchenfrage” era già intuita nel testo nel primo capitolo nel termine Weltbenenner, laddove io non avevo potuto far altro che cimentarmi in “denominatore”. Quando Gretchen chiede a Faust se crede in Dio, lui le dice più o meno, per cavarsi d’impaccio: Non è che non ci creda, ma chi può nominarlo, chi può dire “io credo”? E subito dopo lo chiama “der Allumfassend, der Allerhalter”, cioè colui che tutto contiene, colui che tutto tiene, colui che tutto comprende, che qui si faceva appunto attributo della cura, che diventa in sé onnicomprensiva, non è solo l’azione o l’atteggiamento di un essere in sé, eventualmente, metafisico.

AMC – La scrittura di Lewitscharoff ha un ritmo sicuro, che scandisce in maniera convincente l’impianto, molto ben articolato. Nulla è tolto a questo ritmo, proprio dell’originale, dalla traduzione, la quale rende i crescendo e i diminuendo dell’originale, il manifestarsi, di volta in volta, di un Leitmotiv, che caratterizza passioni dei personaggi – Bella del Signore di Albert Cohen, la musica di Patti Smith – ovvero accompagna un’apparizione tanto inconsueta nella vita reale quanto costante nella convincente finzione narrativa. Ci sono passaggi nei quali questo ritmo ha l’incedere e le figure del linguaggio lirico, come nel trittico di aggettivi «palpabile, peloso, giallo», che, nelle prime pagine del libro, segue l’affermazione: «Il leone era là.» Quale criterio ha guidato il tuo procedere nella resa di passaggi di questo genere?

PDZ – Innanzitutto grazie perché mi dici che non si è perso questo senso del ritmo. Comunque cerco di rispondere in breve: non sempre allo stesso modo. Nei casi che tu citi mi sono basata su una compensazione: il tedesco Habhaft, fellhaft, gelb – che è diventato palpabile, peloso, giallo – è una sorta di climax, ritmico ma anche concettuale. Habhaft e fellhaft, nel senso, rimandano a una situazione ancora di dubbio, non sono così “definitivi” quanto quel “giallo” deciso che descrive l’immagine, ma soprattutto, avevo bisogno che si sentisse quella tangibilità del suono data dalla ripetizione interna, che nel ritmo, peraltro, crollava sulla vocale più chiusa e sull’occlusiva finale: «Der Löwe war da. Habhaft, fellhaft, gelb.» Blumenberg pian piano definisce l’apparizione e pian piano la accetta come presente. Renderlo in modo uguale non si poteva, ma ho cercato di rendere i suoni più aperti all’inizio (con il “là” in cesura) e la ripetizione della seconda parte delle parole con un’allitterazione forte. Per il resto, relativamente al ritmo, la scrittura di Lewitscharoff è così potente, che mi sono lasciata accompagnare, mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo, come scrivevo nella nota. Proprio come per un accompagnamento musicale.

AMC – Assecondare un ritmo così originale –  mi colpisce e  mi convince la tua affermazione: «mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo» – così come rendere un movimento tanto sicuro quanto inedito richiede lo slancio dell’azzardo, il coraggio di rischiare perfino il corto circuito nel rendere i collegamenti mozzafiato suggeriti da Lewitscharoff, in particolare, nell’uso dell’aggettivazione. Mi sono soffermata a lungo su questo passaggio, collocato all’inizio del settimo capitolo,  N. 255431800: Isa si guarda allo specchio e vede «Un vestito lungo e fluente»Fluttua quel vestito? Scorre? Si distende, placido e ricco, come una lunga capigliatura? O tutte queste cose insieme?

PDZ – Scorre morbido, sì, come i capelli. In effetti era proprio quello il senso che volevo dare, perché l’immagine di Isa qui si accosta in modo molto chiaro a quella di una Ofelia che esce per incamminarsi verso il fiume. Il vestito ne è il simbolo, un richiamo molto chiaro: la stoffa demodé, l’abito che si accosta al corpo senza evidenziarlo, bianco, i bottoni, che richiamano la fabbrica del padre… La figura di Ofelia è anche nell’acqua che piove a scrosci, a cui Isa stessa si associa richiamando continuamente alla mente il romanzo di Cohen con la frase Piove a dirotto, che in realtà nel romanzo non c’è. Inoltre quella “fluidità” dell’abito si richiama alla figura angelica in un capitolo successivo, Dubbia apparizione angelica, quando Isa, appunto, “fluttua” nell’aria. Quindi volevo mantenere tutta l’ambiguità possibile, come un segnale: “Qui c’è di più”. Spesso la Lewitscharoff usa parole da lei formate o accoppiamenti insoliti di aggettivi ma anche di avverbi, proprio per spiazzare, spogliare il lettore della sua Weltanschauung. O anche parole semplici, che si comprendono immediatamente, se inventate sono spie di un atteggiamento: nel primo capitolo il semplice “Apparätchen”, che andava enfatizzato, bisognava notare che era un diminutivo particolare, ed è diventato “apparatucolo”. Spesso il testo mi ha costretto, come tu noti, a rischiare molto, a coniare alcuni moderati neologismi, e di certo, come già avevo dovuto fare con Apostoloff, a ricreare fratture linguistiche e lessicali, eventualmente compensando e sistemandole dove si poteva senza che al lettore italiano apparissero come errori. La parte che mi ha impegnato di più, però, credo sia stato il capitolo Egitto. In particolare nell’evocazione del sogno e delle armonie, ho studiato Spitzer e ne sono uscita spossata e molto arricchita. E credo che sia una caratteristica tipica della scrittura della Lewitscharoff, l’arricchimento per mezzo la sfida.

AMC – La lingua è «strumento magistrale per accostare al pensiero» le manifestazioni più disparate della realtà e dell’irrealtà. Ho preso in prestito qui un passaggio dal tredicesimo capitolo, che porta il nome del «bardo redivivo» Hansi e che ruota intorno a una questione fondamentale, la questione della lingua. Il punto di partenza è rappresentato dalle frasi di Blumenberg sul congiuntivo tedesco: «Gerhard capì solo le prime frasi di Blumenberg. Trattavano del congiuntivo tedesco come strumento magistrale per accostare al pensiero diversi tempi dell’irrealtà, per poi, con l’aiuto di strumenti di misurazione, incrociare il tempo catturato, ciò che nei ricordi era tempo trascorso, e ciò che in essi si era evidentemente depositato come dato di fatto, e trasporlo poi in altri schemi.» La mia domanda riguarda ora proprio l’impresa del trasporre non solo singole espressioni, coppie di aggettivi inusuali o climax allitteranti, ma anche strutture delle quali non esiste il diretto equivalente nella lingua italiana: in quali casi questa impresa si è rivelata particolarmente ardua?

PDZ – Guarda, quella del congiuntivo tedesco è stata una delle montagne più difficili da scalare. Inizialmente volevo rendere la cosa trasponendola completamente, cioè, trattandola come se si stesse parlando del congiuntivo in generale, a prescindere dalla lingua, per agevolare in questo caso il lettore. Ma purtroppo avrebbe eliminato troppo del testo, e quindi ho scelto di segnalare che si trattava di un diverso sistema grammaticale – che dunque permette diversi ragionamenti di filosofia del linguaggio – tramite l’indicazione del “congiuntivo tedesco”. E anche qui il Faust aleggia sia sul testo di Lewitscharoff che sulla mia scelta. Forse più difficoltà si è creata nei casi in cui andavano resi dei suoni specifici, per esempio la R e la S sono simboli, nel libro, del leone e del serpente, e spesso associati a Gerhard e Mehliss. All’inizio del capitolo Optatus, dedicato a Gerhard, c’era per esempio tutto il gioco di parole tra Baur e Bauer, e lì ho dovuto necessariamente inserire una glossa intertestuale. Il suono della R, invece, non è stato un problema, perché mentre a chi parla tedesco appare inconsueto che la R in fine di parola sia arrotata, per noi italiani può essere normale, e lo è anche nel dialetto di Stoccarda, e quindi in molti casi nella pronuncia della Lewitscharoff. Invece, poco più avanti nello stesso capitolo c’era un gioco di parole con la parola Schneckenburger che ho semplificato molto, perché diversi giochi di parole “alti” – ecce homino, dallowayizzata –  sono disseminati per il capitolo e lì era più utile rendere la presa in giro in modo immediato, anche perché quell’incipit è forse uno dei più divertenti e amari in assoluto. Altre sfide: le citazioni da Wittgenstein, in un caso rese con la frase esatta, nota al lettore italiano, altre volte prediligendo il testo di Lewitscharoff. Ah, sì, è poi quell’“ala della finestra” che si spinge verso l’esterno nel capitolo Il leone III. Me la ricordo bene perché se n’è discusso nell’ambito del seminario con l’autrice. È un punto, quello, denso di tutti i richiami parodici al romanticismo tedesco e anglosassone, luna, notte, steli, spine, morte, solitudine e solipsismo e anticipa altri sviluppi. Non volevo assolutamente perdere quell’immagine, anche se in italiano l’“ala” della finestra non è nel linguaggio comune. Ma sono stati delle sfide anche tutti i richiami alla Bibbia disseminati nel testo, dalla roccia che sanguina al sostegno divino, e i riferimenti alla letteratura tedesca forse un po’ meno conosciuta. Se «Kein Löwe, nirgends», che ricalca Kein Ort, nirgends di Christa Wolf un pochino riecheggia semplicemente in “Nessun leone, da nessuna parte”, tutto il richiamo a Knöpfe (Bottoni), il famoso radiodramma di Ilse Aichinger, va probabilmente perso. Per esempio lì è stato davvero difficile rinunciare a delle note, che però in questo testo avrebbero tradito l’intenzione dell’autrice. Credo che siano difficoltà di ogni traduzione, scegliere e scartare, e credo o magari è la suggestione, che l’actio per distans sia richiamata anche in questo modus di lettura, anche in questa conoscenza di un testo tramite una lettura che non lo possiede del tutto, e anche a questa idea mi sono ispirata. Nel testo di Lewitscharoff tutto è coerente, e tutto infatti ritorna nel capitolo finale, a chiudere il cerchio della conoscenza. L’ho trovato un libro magnifico.

L’intervista è stata pubblicata il 25 novembre 2013 sul blog della casa editrice Del Vecchio, qui. Un vivo ringraziamento alla casa editrice e alla redazione del blog “Senza zucchero”.

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Paola Del Zoppo (foto di Spartaco Coletta)

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Anna Maria Curci (foto di  Spartaco Coletta)

Paola Del Zoppo e Anna Maria Curci all’Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, Roma. Foto di ©Spartaco Coletta.

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Paola Del Zoppo, nata nel 1975, insegna all’Università della Tuscia ed è traduttrice e direttore editoriale di Del Vecchio Editore. Si occupa prevalentemente di teoria della traduzione letteraria, studi comparatistici e culturali, letteratura poliziesca. Ha pubblicato una monografia sulle traduzioni italiane del Faust di Goethe (Faust in Italia, Artemide), curato alcune antologie di poesia contemporanea tedesca e tradotto poesia e prosa contemporanee dal tedesco e dall’inglese (Gwyneth Lewis, Lutz Seiler, Heinz Czechowsky, Deborah Willis, Max Frisch).

Patti Smith, Il tessitore di sogni – recensione

Il tessitore di sogni

Questo volume è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1992 e nel 2012 in una nuova versione ampliata, ora edita da Bompiani con traduzione di Andrea Silvestri. Si tratta di un libro in cui, per ammissione dell’autrice, tutto è vero – e autobiografico –, un libro in cui – diremmo noi – i sogni e la vita sono la stessa cosa. Non è difficile entrare nell’arte plurima (più volte lo dicemmo, ad esempio in questo contributo) di Patti Smith: più difficile è collocarla testualmente; queste sono delle brevi prose che strizzano l’occhio alle fiabe (a lungo amate dalla Smith), brevi prose con qualche inserto poetico, che ci accompagna in una sorta di prosecuzione di ciò che già leggemmo in Just Kids, un po’ mémoires, un po’ pagine di diario, un po’ cartolina/e. Piccoli racconti sull’infanzia, sui suoi avi, sulla Parigi (presumibilmente) camminata negli anni ’70, rilette al presente che ritorna nei sobborghi di Detroit, dove la Smith viveva con la famiglia nel momento della scrittura, con Fred Sonic e i loro figli, come spiega nella nota introduttiva ai testi.
Patti Smith finisce di scrivere questo libro il giorno del suo quarantacinquesimo compleanno; ci sono tutti gli estremi per parlare di un testo che trova significato nel mezzo di un percorso di vita che ha preso più volte direzioni diverse, cruciali. Ma quello che trascina il lettore sulla pagina è la sua grande, fervida immaginazione, che non dimentica mai la lezione dei suoi maestri Beat (e in questo senso i confini del testo ci paiono accessibili, se cerchiamo lì), ma guarda più lontano, a Rimbaud e forse a Baudelaire, ossessioni adolescenziali.
Farsi voce dei propri sogni è appunto l’arte di tesserli su pagina, come già i tessitori del titolo fanno nell’inconscio di Patti Smith. Il titolo inglese è Woolgathering, e restituisce l’idea della “fantasticheria” o ancora meglio del “daydreaming“, che può essere tradotto come “sognare ad occhi aperti”, che non rende giustizia – comunque – allo splendido lemma inglese. I ricordi diventano racconto necessario; le visionarie visioni entrano prepotentemente nella quotidianità familiare di Patti bambina, che gioca con il suo cane Bambi, che accudisce la sorella Kimberly, che si aggira nei pressi della cittadina in cui vive, e soprattutto si reca con i fratelli nel cortile di HOEDOWN HALL, dove tutto pare possibile, lecito, come è possibile pensarlo solamente nel gioco d’infanzia, quando ogni cosa sembra non finire mai.
Le dediche importanti, in questo volume, sono soprattutto due oltre a quelle familiari, e le ricordiamo perché sono un di più del libro: a Jean Paul Getty, collezionista d’arte, e a Sam Shepard, famoso commediografo con cui Patti Smith ebbe una relazione, e con cui scrisse a quattro mani il testo teatrale Cowboy Mouth. Il resto, è una concentrazione di foto di famiglia, riuscite con lievi mani.
L’ho già detto che questo libro pare essere stato scritto per ampliare Just Kids (di cui abbiamo parlato qui), eppure è del 1992. Di certo ha tutta la fortuna di essere pubblicato in Italia oggi, corredato di foto che lo mantengono fedele all’edizione americana. Una nota a margine: sarebbe stato importante avere il testo a fronte, perché la bellezza dei pezzi della Smith sta nelle sue scelte linguistiche; specialmente la poesia risente di questa mancanza, ma possiamo ascoltarla, letta in questa preziosa presentazione, qui:

rimbaud rimbaud rimbaud di Patti Smith, part. II

Ci sono molti modi per raccontare una vita, e per raccontare una vita d’arte. Steven Sebring con Dream of life (2008) ha compiuto un atto semplice, che nella sua semplicità porta in sé qualcosa di rivoluzionario: ha montato ‘esperienze’ private e pubbliche, elementari e complesse, in fotogrammi-collage, che seguono la narrazione a parole e immagini del “sogno di vita” di Patti Smith. Il video che chiudeva il post di ieri questo ci dice: che i più grandi mutamenti partono dal fare esperienza, mettere in relazione la nostra curiosità con le cose, concretamente; la vita della Smith è costellata di ribellione, fermento, evoluzioni. Si potrebbe – come ben ha fatto Ruggero Marinello nel volume legato al dvd Feltrinelli, 2009 – affermare che quella della poetessa, cantante e molto altro è stata una “vita di sogni”, una carriera che si è sempre intersecata ad uno sguardo molto personale sulle cose del mondo, e qui si comprendano gli ideali e le posizione politiche, l’immaginazione e gli esiti artistici. Una “vita di sogni” dove questi sostituiscono – o anticipano – in un gioco di visioni, la vita stessa, o fanno pensare ad una continua sovrapposizione di verità ideali e reali. E la parola “sogno” è un motivo ricorrente per Patti Smith – come abbiamo visto già nella prima parte – anche in poesia, ed è altresì un motivo che crea un senso di appartenenza ai suoi testi, siano essi canzone o liriche. Vi è in essi un’essenzialità di visione molto peculiare, pur nella complessità d’interpretazione. Patti Smith sottrae per dire, dice poco e dire – quindi – tutto, come nella strofa di rimbaud dead in cui l’arto del poeta si muove e vive di vita propria, nel “puro spazio”, e la faccia è divenuta “incorporeal full of grace/immateriale e piena di grazia”, che è anche un verso che può definire interamente la poetica di Patti Smith.

Patti-Smith-Rimbaud

he is thirty-seven. they cut off his leg. the syphilis oozes.
a cream virus. a mysterious missile up the ass of an m-5.
the victim suffers soul-o-caust. his face idiotic and his marvelous
tongue useless, distended.

rimbaud. no more the daring young horseman of high
abyssinian plateau. such ardor is petrified forever.

his lightweight wooden limb leans against the wall like a
soldier leisurely awaiting orders. the master, now amputee,
just lies and lies. gulping poppy tea through a straw –
an opium syphon. once, full of wonder, he rose in hot
pursuit of some apparition – some visage. perhaps harrar a
heavy sea or dear djami abandoned in the scorched arena-
aden. rimbaud rose and fell with a thud. his long body
naked on the carpet. condemned to lie there at the mercy
of two women stinking of piety. rimbaud. he who so worshiped
control now whines and shits like a colic baby.
now appointed now basket case wallowing in rice waste.
now muscular tongue now dumb never to be drunk again.
save tea time when he pulls the liquid in. gasping it deludes
the bloodstream. conscience abandons him. he’s illuminating
kneeling climbing mountains racing. now voyager
now voyeur. he notes it all. very ernest surreal oar. his
artificial limb lifts and presses space. limb in a vacuum.

does rimbaud beckon?
no he’s gazing

in the wall is a hole. duchamp thumbprint pin light fraction.
an iris opening. gradually we see the whole thing.
everything opens unfolds like a breugal. it’s a holiday…

it’s a wedding feast…

they’re roasting pigs and apples apron. the odor is rising.
it’s sunday it’s manet it’s picnic in the grass. it’s a seurat
time it’s light time it’s the right time for romancing for
canoeing and for dancing.

and rimbaud’s limb, being so caught up, goes be-bopping
out the door into the forest through the trees – raga rag in
the grass overturning picnic baskets whizzing past church-
yard gates right in step it genuflects then aims and leaps
over the scene over the rainbow out of the canvas into space
pure space – as remote and colorless as dear arthur’s face.
a face made incorporeal full of grace. sunken eyes –
those cobalt treasures closed forever.

clenched fist relaxed wrist
his pipe turned in. . .

out in the garden the children are gathering.
it’s not a whim. they are accurate immaculate,
as cruel as him.
they sing:
legs can’t flail
cock can’t ball
teeth can’t bare
baby can’t crawl
rimbaud rimbaud facing the wall
cold as hail dead as a doornail

sudden tears!

rimbaud dead, in Babel, (1974-1978) G. P. Putnam’s Sons, NYC e in Early Work, 1970–1979 (1994) W. W. Norton & Company, Inc. NYC.

rimbaud_pattismith73

ha trentasette anni. gli hanno tagliato un gamba. gocciola sifilide. un virus crema. un missile misterioso su per il culo di un m-5. la vittima subisce animicidio. la sua faccia idiota la sua lingua meravigliosa, ammosciata.

rimbaud. non più l’audace cavaliere dell’acroco abissino. quel genere di veemenza è impietrita per sempre.

il suo arto di legno leggero è appoggiato alla parete come un milite indolente in attesa degli ordini. il maestro, ora mutilato, solamente bugie su bugie. sorbisce tè al papavero con la cannuccia – sifone d’oppio. un tempo, gonfio di meraviglia, si alzava a seguire qualche apparizione – dei volti. forse harar un mare grosso o la cara dyami abbandonata nell’infuocata arena-aden. rimbaud ascese e cadde con un tonfo. il suo lungo corpo nudo sul tappeto. condannato a giacervi alla mercé di due donne fetide di pietà. rimbaud. lui che tanto adorava il controllo ora rantola e s’incanta come un pupo con le colichette. ora eletto ora mutilato sguazzante negli scarti del riso. ora lingua muscolosa ora muta da non bere mai più. salvo all’ora del tè quando succhia il liquido. boccheggiando illude il flusso sanguigno. la coscienza lo abbandona. sta illuminando prostrandosi scalando montagne galoppando. ora viaggiatore ora voyeur. trascrive tutto. veramente franco remo surreale. l’arto artificiale si solleva e preme lo spazio. arto nel vuoto.

rimbaud ammicca?
no sta guardando fisso

c’è un buco nella parete. duchamp impronta digitale spillo luce frazione. un’iride si apre. via via vediamo l’intera cosa. tutto si apre si dispiega come in un bruegel. è un giorno di festa…

stanno arrostendo il porco e un grembiale di mele. l’aroma si diffonde. è domenica è manet è picnic sull’erba. è il tempo di seurat tempo soave giusto tempo per romanzare per vagare in canoa e per danzare.

e l’arto di rimbaud, così coinvolto, esce dall’uscio a passo di be-bop nella foresta tra gli alberi – raga-rag, in mezzo all’erba rovesciando cestini del picnic sfrecciando oltre il cancello del cimitero tiene il passo si genuflette poi mira e balla sulla scena sopra l’arcobaleno fuori della tela nello spazio nel puro spazio – remoto e incolore come la faccia del caro arthur. una faccia fattasi immateriale piena di grazia. occhi infossati – quei tesori di cobalto per sempre sbarrati.

pugno chiuso polso rilassato
la sua pipa rivoltata…

fuori in giardino si raccolgono i bimbi.
non è un capriccio. sono accurati immacolati,
crudeli come lui.
cantano:
le gambe non abbracciano
il gallo non galleggia il fallo non balleggia
i denti non si scoprono
il bebè non gattona
rimbaud rimbaud davanti al muro
freddo come una tempesta morto come la morte

d’improvviso le lacrime!

*Harar è una città dell’Etiopia orientale indicata come “città dei santi”.
**dyami può riferirsi alla cultura persiana o essere un termine gergale di cui si dice qui.
***Pieter Bruegel – credo si intenda qui – è un pittore fiammingo.

in Il sogno di Rimbaud, Einaudi, Torino, 1996 a cura di Massimo Bocchiola, a cui si deve l’efficacia della resa in italiano. Qui con poche variazioni mie.

rimbaud, rimbaud, rimbaud di Patti Smith

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Dell’ossessione di Patti Smith per Arthur Rimbaud si sa da sempre. Si sa che fa soprattutto parte della sua formazione. Nell’arco della sua intera carriera non sono pochi i testi che la Smith ha scritto per il poeta francese: oggi su Poetarum Silva vengono proposti una lirica e un frammento video tratto da Dream of life, il film-documentario di Steven Sebring che scorcia una recente parte della vita della poetessa e artista statunitense. Domani pomeriggio posterò un altro testo che, data la lunghezza, merita uno spazio a parte. Rimbaud entra nei versi della Smith come figura iconica, e lei come amante trasognata (prima) e autrice riconoscente (poi) fa del corpo di Rimbaud qualcosa di irraggiungibilmente raggiunto dalla parola e dai sensi, in un gioco post-simbolista –forse– ma che si veste dei panni della poesia beat. Rendere omaggio al poeta francese è per la Smith dedicargli i versi spezzati e prosastici che qui leggiamo, di cui si apprezza il guizzo di un lessico legato alla tradizione e il perseguimento di una sconfinata musicalità. Parafrasando la poetessa Ida Travi, potremmo dire che Patti Smith è una “poetessa orale”, che aggancia la propria lingua a una lingua pensata per essere letta ad alta voce, una lingua che porta in sé qualcosa di ancestrale. Patti Smith, nella sua lingua sempre sulla soglia tra canzone e poesia, dispone il proprio apparato evocativo (molto filmico), dove l’occhio – un po’ surrealista– vede tutto e restituisce, in molte sequenze ed immagini, quelli che sono i desideri dell’inconscio, rendendosi partecipe della citazione rimbaudiana: «è falso dire: Io penso: si dovrebbe dire: mi si pensa. – Perdoni il gioco di parole. – IO è un altro.»

(c) Alessandra Trevisan

I am a widow. could be charleville could be anywhere.
move behind the plow. the fields. young arthur lurks about
the farmhouse (roche?) the pump the artesian well. throws
green glass alias crystal broken. gets me in the eye.

I am upstairs. in the bedroom bandaging my wound. he
enters. leans against the four-poster. his ruddy cheeks.
contemptuous air big hands. I find him sexy as hell. how
did this happen he asks casually. too casually. I lift the
bandage. reveal my eye a bloodied mess; a dream of Poe.
he gasps.

I deliver it hard and fast. someone did it. you did it. he falls
prostrate. he weeps he clasps my knees. I grab his hair. it
all but burns my fingers. thick fox fire. soft yellow hair.
yet that unmistakable red tinge. rubedo. red dazzle. hair of
the One.

Oh Jesus I desire him. filthy son of a bitch, he licks my
hand. I sober. leave quickly your mother waits. he rises.
he’s leaving. but not without the glance, from those cold
blue eyes, that shatters. he who hesitates is mine. we’re
on the bed. I have a knife to his smooth throat. I let it
drop. we embrace. I devour his scalp. lice fat as baby
thumbs. lice the skulls caviar.
bsp;
Oh arthur arthur. we are in Abyssinia Aden. making love
smoking cigarettes. we kiss. but it’s much more. azure.
blue pool. oil slick lake. sensations telescope, animate.
crystalline gulf. balls of colored glass exploding. seam of
berber tent splitting. openings, open as a cave, open wi-
der. total surrender.

dream of rimbaud in Witt, Gotham Book Mart, New York, 1973; anche in Babel (19741978) G. P. Putnam’s Sons, NYC e in Early Work, 1970 – 1979 (1994) W. W. Norton & Company, Inc. NYC.

***

Io sono una vedova. potremmo essere a charleville potremmo essere altrove. spingo l’aratro. i campi. il giovane arthur vaga nei pressi della fattoria (roche?) la pompa il pozzo artesiano. Lancia vetro verde alias cristallo rotto. mi colpisce ad un occhio.

Sono al piano di sopra. in camera bendo la mia ferita. lui entra. si appoggia al baldacchino. le guance d’un rosso vivo. aria sprezzante mani grandi. lo trovo diabolicamente sexy. come è accaduto chiede con noncuranza. con troppa noncuranza. io sollevo la benda, mostrando il mio occhio uno scempio sanguinoso; un sogno di Poe. lui afferra.

Io sbotto dura e veloce. qualcuno me l’ha fatto. tu me l’hai fatto. lui cade prostrato.lui piange lui abbraccia le mie ginocchia. Io gli afferro i capelli. per poco non mi bruciano le dita.fosforescenza folta. morbidi capelli gialli. ma con quell’inconfondibile sfumatura di rosso. rubedo. rosso baleno. capelli dell’Unico e Solo.

Oh gesù lo desidero. sporco figlio di un cane.mi lecca la mano. torno sobria. vattene subito tua madre aspetta. lui si alza. se ne sta andando. ma non senza l’occhiata, di quei freddi occhi azzurri, che ti frantuma. mio è colui che esita. noi siamo sul letto. gli tengo un coltello alla gola liscia. lo lascio cadere. ci abbracciamo. divoro la sua capigliatura. lendini grassi come pollici di fanciullo. lendini il caviale del cranio.

Oh arthur, arthur. noi siamo in Abissinia Aden. facciamo l’amore fumiamo sigarette. ci baciamo. ma è molto di più. azzurro. azzurro stagno. lago lucido d’olio. telescopio di sensazioni, animato. palle di vetro colorato scoppiettanti. giuntura di tenda berbera che si lacera. aperture, aperte come una caverna, ancora più aperte. resa totale.

**in Il sogno di Rimbaud, Einaudi, Torino, 1996 a cura di Massimo Bocchiola, a cui si deve l’efficacia della resa in italiano. Qui con variazioni mie.

La pantera (è) rosa – tredicifebbraioduemila/11 (post di Natàlia Castaldi)

I believe everything we dream
can come to pass through our union
we can turn the world around
we can turn the earth’s revolution
we have the power
P e o p l e   have the power

Patti Smith

 

Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione.

Antonio Gramsci

Just kids – Patti Smith – feltrinelli 2010

PATTI SMITH – JUST KIDS –  ED. FELTRINELLI 2010

Cos’ è l’anima? Che colore ha? Temevo che la mi anima, dispettosa, potesse sgattaiolare via mentre sognavo e non fare più ritorno. Mi sforzavo di non addormentarmi per tenerla dentro di me, nel luogo a cui apparteneva.

Non è una biografia “just kids” di Patti Smith. E’ un racconto di un viaggio dell’anima. Patti ci apre la porta sugli ultimi anni sessanta e i primi anni settanta. Sullo squarcio di anni dove le cose succedevano e si intuivano quelle che sarebbero successe di lì a poco. L’arte cambiava, l’arte (ri)nasceva. A New York. A Brooklyn, al Chelsea Hotel. La Smith e il suo grande amico/amore Robert Mapplethorpe (pittore, artista visivo, fotografo), muovono i loro primi passi verso il futuro. Un domani che non conoscono ma al quale per nulla al mondo rinuncerebbero. Un percorso di dolore, di rinunce, stenti, incontri e tanta volontà. L’amore dell’una per l’altro li sosterrà sempre. Ogni disegno, verso, accenno di qualcosa, foto, pensiero, sarà sempre condiviso da Patti con Robert e viceversa, fino alla morte per Aids di quest’ultimo.

Patti Smith scrive benissimo, questo libro lo si divora, sospesi fra ammirazione verso il talento e la cieca determinazione ad assecondarlo. Si prova un po’ d’invidia per quegli anni, per quella vita, per quei luoghi. Insomma, al bar attaccato al Chelsea Hotel, contemporaneamente a far colazione c’erano Hendrix, la Joplin, le loro band. Un altro bar dove si ubriacava Kerouac, quello dove tutti i giorni potevi scambiare due chiacchiere con Burroughs. Ad esempio leggete qui:

Presi il vassoio e introdussi le monetine ma lo sportello non si aprì. Ci riprovai ma senza fortuna e allora mi resi conto che il prezzo era salito a sessantacinque centesimi. Restai delusa, se così si può dire, ma poi sentii una voce chiedere: “Posso aiutarti?” Mi voltai ed ecco Allen Ginsberg. Non ci eravamo mai incontrati, ma quello era senza dubbio il viso di uno dei nostri poeti e attivisti più grandi. […] Allen aggiunse i dieci centesimi che mancavano e mi mise davanti anche una tazza di caffè.

Succedevano cose così. Naturalmente Ginsberg aveva scambiato Patti Smith per un ragazzo da portarsi a letto. Si scusarono entrambi per l’equivoco.   Patti e Robert erano artisti, desideravano esserlo, ma erano due ragazzini (just kids). Non sapevano il come e il quando ma sentivano che sarebbe accaduto. Il momento chiave per Robert Mapplethorpe fu l’incontro con la polaroid, per Patti Smith quello di aggiungere le note alle sue poesie. Riempiono il racconto moltissimi momenti indimenticabili e la forza di certi incontri. Lo consiglio a chi ama la musica e la poesia. A chi crede ai propri sogni.

Mi gustavo quei piccoli lussi, lasciavo scivolare un quarto di dollaro nel jukebox e ascoltavo Strawberry Fields tre volte di seguito. Era la mia liturgia privata e le parole e la voce di John Lennon mi davano la forza se vacillavo.

@ gianni montieri