Patrizia Sardisco

Anteprima: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi

Anna Maria Curci, Nei giorni per versi. Prefazione di Patrizia Sardisco, Arcipelago itaca 2019

 

A Narda Fattori

«ti cerco nella sera sopraggiunta»

 

I

Come un accento a voce claudicante
balza e s’arresta il limite del giorno.
Taglieggia tra le sdrucciole e le piane
e tronca si riveste soluzione.

 

V

Al portatore d’acqua non si chiede
di narrare di sé e della sua fonte.
Sorda sete che s’avventa sul secchio
scansa polvere suole e passi stanchi.

 

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.

 

XVII

Rimescolava i tarocchi sgranati
(i servi intanto azionavano leve).
Disse: «Io credo alla bontà dell’uomo»,
poi diede un morso e ritornò in trincea. (altro…)

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum

 

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum. Postfazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

#0

lo spettro non traccia nei normografi
senza riga e compasso
china a mano libera
la testa
disdegna
di segnalare non insegna
riconsegna
un lato umano asintotico
a ogni punto

 

#3

hai percorso volando
l’enclave breve
di un acceleratore del pensiero
i piedi alati divine particelle
in moto sghembo in ascesa poi
la planata
e sei atterrata estranea esausta
straniati gli arti
crudi arrochiti alberi le mani
le disprassie fanno il vento contrario
nelle mani ammainate issate
contrariate contratte aperte e chiuse
gli occhi di più
cloro in un loro cielo

 

#5

l’insufficienza dei filosofi guardiani
la rotta frenesia e gli argini argillosi
il soliloquio perenne l’ecolalia disforica
lo strabismo sorpreso e l’attenzione artiglio
la tenaglia la faglia il maglio il deraglio
il groviglio
l’imbroglio ferino del passaggio all’atto
la liquida incoerenza oculomanuale
cardiomanuale
l’anima animale accumulo sul gesto
il transito veloce di una refe
nel lago pensiero
lo sbrego il gorgo l’ardua gora del giorno
la parola

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Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa (rec. di Patrizia Sardisco)

Su Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli

Riprendo alcuni versi molto cari ad Anna Maria Curci, autrice della curatissima e ispirata Prefazione a Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli (EdiLet, 2017; Postfazione a cura di Marco Onofrio), versi nei quali Rose Ausländer pone la parola come luogo, come terra nel cui tessuto materno stabilire la propria patria: «La mia patria è morta/ l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola» (traduzione di Anna Maria Curci).
Riprendo questi versi per sostenere l’ipotesi che se davvero la parola può essere eletta a patria da parte di un poeta, la sua poesia allora può esserne la casa, l’abitazione, dimora-monumento nella costruzione e decostruzione operata da logos e pathos per sinergie e per scontri, per attriti e per nuove ricomposizioni.
«Genero metafore di pietra» è il verso con cui ci viene incontro il libro di Cristina Polli, un verso (una poesia!) di austera, imponente bellezza, dal cui peso e dal cui vincolo sarà impossibile sottrarsi, tutta l’opera ne è percorsa come da un’eco argentea e tagliente. Chiave ermeneutica delle pagine a venire, questo primo componimento-pietra sostanzia “a spigolo vivo” le fondamenta e il perimetro della fortezza-poesia, lo svettare delle sue pareti ripide e inespugnabili, la sua essenza di nucleo fortificato e fatalmente protetto entro cui poter prendere sicura dimora e del quale poter decidere i gradi di pervietà. Parole come “roccaforti”, “torre d’avorio”, “fortezza”, “arroccata”, squadrano da ogni lato, nel volgere di pochi versi, una costruzione poetica che non lascia spazio ad equivoci quanto a fattura e destinazione d’uso.
In  questa fortezza, «In un tempo sospeso sull’essere/ la poesia accorda il suo suono».
In questo arrocco, da questo riparo, provveduto a «deporre/ le armi del giorno», la voce poetica potrà lavorare sui nodi di ore e dolori, e levare il suo “canto di perdono”.
Dalle ringhiere/balaustre di questa “torre d’avorio”, l’io poetico potrà esporsi alle interrogazioni dei marosi che recano “echi di schiume/lontane” riaffioranti, di “notturne voci d’eterno sciabordio”. Guadagnata altezza e distanza, lo sguardo potrà sorvolare l’abisso e spingersi “oltre”: l’occorrenza di quest’avverbio/preposizione, utilizzato anche nella sua forma sostantivata, autorizza a ipotizzare un’aspirazione di superamento, un profondo desiderio (ricorrenti e ritmanti sono i “vorrei” e gli “ho bisogno”) di oltre-passare una condizione di blocco legata a una separazione che ha pietrificato l’io lirico, condannandolo, si direbbe, a una generatività a sua volta litica: ecco dunque che quell’altura e quella roccaforte, dalle quali osservare «l’orizzonte che si compie da solo» come un destino, sembrano configurare una Stonehenge del teatro interno e della voce, un “incavo d’aria” silenzioso in cui la “luce incunea l’oscurità”, in un respiro di pieno e di vuoto da cui si vedono una spiaggia deserta e, più in là, un mare di metallo. È uno spazio sacrale, sacrificale, che lo stesso io lirico sembra aver concorso a creare, un circolo di pietre inespugnabile, ineffabile, misterico, che serba il suo segreto “nel buio degli archetipi” e di cui “l’assorta fatica” sopravvive nelle meditazioni, insieme al dolore e al senso di una stanchezza vana: «Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre» mette in scena una noità dolorosa e dilatoria dell’Incontro, fino alla sua insensata e rovinosa, difensiva interdizione.
Se mi è concesso l’azzardo, oso affermare che si avverte l’incombenza di un convitato di pietra, tra le ombre di queste pietre-metafore, tra queste presenze di assenze che tornano a farsi dire e a farsi voce e nome: c’è un’assenza a lungo abitata come un destino tra i destini, ed è “lago inesplorato”, un “lago d’alba”, una presenza femminile che si vedrebbe incorniciata dentro “un anello incrinato” della catena, posto che si avesse voglia di portare “la catena agli occhi”. (altro…)

Anna Bertini, Fuori il silenzio ad ombra (rec. di Patrizia Sardisco)

Anna Bertini, Fuori il silenzio ad ombra, Caosfera 2018

Un cosmopolitismo che si riflette in poesia non soltanto perché vi trascorre l’esperienza concreta dell’autrice ma perché contribuisce a generare e a forgiarne lo sguardo e le distanze dalle quali la realtà è traguardata, il suo modo originale di abitare il mondo. E poi un sottofondo di cura civile e di consapevolezza storica: questi nodi, che mi appaiono cruciali nell’ultimo libro di Anna Bertini, Fuori il silenzio ad ombra, Caosfera 2018, mi hanno portato più volte a chiedermi se l’autrice riconosca alla Poesia (alla sua in particolare, ma direi che la questione possa esser posta anche in termini più generali) la possibilità di spingersi fino a oltrepassare la soglia dell’impegno o se il respiro etico di certi versi rimanga sempre al di qua, entro il confine di una pur lucida presa d’atto ma tutto interno al proprio individuale attraversarsi. La Poesia, in altri termini, guarda alla Storia per dire il sé del poeta o vi sprofonda le mani per farsi azione attraverso la parola? Oppure abita un luogo intermedio tra questi estremi? Certo è che di soglie, di confini, di passaggi e di infiltrazioni questo libro si fa annuncio fin dalla prima pagina, e se è vero, come scrive  Anna Maria Bonfiglio nella nutrita prefazione, e come anch’io ritengo, che nel titolo di un’opera se ne ritrova buona parte dell’identità, soffermarvisi appare un passaggio non soltanto utile ma quasi ineludibile.

Ed è proprio considerando il titolo che si impone immediato un incaglio, un sobbalzo logico, per il gioco condotto da quel “ad ombra” che oscilla tra il complemento di modo, quando teniamo conto della sua scrittura, e il verbo (il tempo presente del verbo adombrare) se invece lo cogliamo in un’unica emissione di suono e dunque di senso. Immediatamente, quindi, siamo condotti in un luogo interno rispetto al quale si percepisce un fuori da cui preme un silenzio che scherma un eccesso di luce, che offre un riparo, che si dispone suggestivamente “ad ombra”, pergola che se saputa coltivare darà tralci e ombrosi pampini ma, al tempo stesso, quel silenzio è ciò che può dar frutto poiché è ciò che suggerisce, ciò che allude, ciò che accampa ipotesi, insinua, come per ulteriore conferma viene chiarito nel testo Strabismi in cui il silenzio è ciò che, appunto, adombra una “verità scritta su vetri opachi”. Il silenzio, che altrove  è indicato come ciò che si ambiva possedere, che si è violato e ha tradito, il silenzio che adesso deride “tra le righe e le rughe”,  sembra dunque farsi testimone del mutare dell’ascolto attraverso la cortina del tempo e, dall’altro lato, del differente grado di trasparenza di quello che nell’attraversare è dato vedere, poiché “Fin dove vedi tutto è mutabile” e “la polvere è il velo che ti appanna/dove qualcuno vedeva la manna”.

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Patrizia Sardisco, eu-nuca

Cambiare prospettiva, accogliere la complessità: eu-nuca di Patrizia Sardisco

La raccolta eu-nuca di Patrizia Sardisco si articola come un vero e proprio poemetto in 30 quadri sulla Grande Vecchia, l’Europa, che ben poco ha in comune con la bellissima fanciulla del mito dal quale il continente trae il suo nome.
Così come nella celebre doppia immagine che può mostrare una donna giovane oppure una vecchia – il mento dell’una è il naso dell’altra, l’orecchio dell’una è l’occhio dell’altra –, l’invito che il titolo formula a chi legge è quello di andare oltre la soglia dell’immediatamente percepibile, di cercare di individuare una angolatura che riveli ciò che non si manifesta palesemente, che non è evidente a tutti, o che, per essere più precisi, non tutti sono disposti a cogliere.
Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via.
La veemenza del j’accuse di Patrizia Sardisco si coniuga efficacemente con un’espressione che fa tesoro di allitterazioni, assonanze, scarti e sostituzioni di lettere, cambio di vocali, prossimità di suono e diversità di significato. Si tratta di una forma poetica matura, nella quale il rischio dell’indulgere nel mero gioco linguistico è ampiamente scongiurato.
Chi scrive ha infatti ben chiara la rotta da seguire e le trenta tappe di questo viaggio tra sbarramenti e tragedie oceaniche, piccolo cabotaggio burocratico e immane morte per mare, sono scandite, si snodano e incidono con dire sorvegliato e lampi frequenti di condensazione espressiva.
La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati – è proprio il caso di affermarlo – ′ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica.
Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine alla mera ‘degustazione’ del testo poetico. (altro…)

Patrizia Sardisco, poesie da “Cristareddu appuiatu nto ventu”

patrizia 2015

La poesia di Patrizia Sardisco, in particolare quella scritta nel suo dialetto monrealese, ha il potere di restituirmi lo spirito e il dettato di Madre lingua di Rose Ausländer: «Mi sono tramutata in me/ di attimo in attimo/ smembrata fatta a pezzi/ sul sentiero di parole/ madre lingua/ mi ricompone/ mosaico di persone» (qui nella mia traduzione). Parola terra materna, sì, con la presa in carico, i segni nella carne e i solchi negli occhi di camminate per i sentieri impervi di una lingua madre, radicata nell’anima e sradicata ormai nella realtà sempre matrigna, con i tesori strappati a mani nude, che ora ne riportano le escoriazioni, con i frutti di immersioni compiute nella coscienza del rischio e del confine sottilissimo tra “pausa del respiro” come opportunità di riflessione e apnea fatale. Non c’è spazio, qui, per la concessione alla moda vezzosa e al fascino esotico del dialetto. Ciascuno di questi testi, inediti come pubblicazione a sé stante e finalisti al Premio Ischitella-Pietro Giannone del 2014, sono il frutto di una felice (piena, vissuta, ricercata e trovata) unione tra voce partorita dal grembo della Madre lingua e pensiero critico, che scevera e discerne. (Anna Maria Curci)

***

Ancilu di mari

Chiossà po’ sunnu  ‘i jorna  pi circari
‘nzoccu pirdisti ‘u jornu ca nascisti

‘U beni canusciuto, l’acqua linna
ca ti sunava ‘i gricchi ‘a notti funna.

Cori assuppatu ‘i mari, era  tu resca
tu era granciu, senza sapiri funnu

Tu era pisci, ancilu di mari
cull’ali aperti allucintati ‘i suli

 

Angelo di mare

Di più saranno i giorni per cercare/ ciò che hai perduto il giorno che sei nato/ il bene conosciuto, l’acqua leggera/ che ti suonava negli orecchi a notte fonda./ Cuore imbevuto di mare eri una lisca/ eri un granchio senza conoscere fondale/ tu eri pesce, angelo di mare/ Con le ali aperte rilucenti di sole

*

A matri vuci

Natavi leggiu, e leggia leggia ‘a vuci
S’ppuià  comu lapa ‘ncapu ‘i rosi
Nto specchiu  d’acqua d’i to’ casi

Vuci di matri e figghia
Vuci di granni e nica
Vuci di vini e ràrica c’afferra

Nza s’iddu ‘i pensi  o ‘iddu t’i scurdasti
S’addivintaru scrùsciu  nt’e to’ gricchi
I murmurii agghiuttuti cu to’ nomu

Nomu di figghiu e patri
Nomu di  re e picciotto
Nomu di vini e ràrica c’afferra

S’appuià comu lapa ncapu i rosi
A matri vuci ca  spinicìa ‘u to’ nomu
E ti vattiò vaviannut’a facciuzza

 

La madre voce

Nuotavi leggero, e leggera leggera la voce/ si appoggiò come ape sulle rose/ nello specchio d’acqua delle tue stanze/ Voce di madre e figlia/ voce di adulta e bambina/ Voce di vene e radice che attecchisce/ Chissà se li ricordi o li hai dimenticati/ se sono diventati rumore nelle tue orecchie/ I mormorii ingoiati col tuo nome/ Nome di figlio e padre/ nome di re e ragazzo/ nome di vene e radice che attecchisce/ Si appoggiò come api sulle rose/ la madre voce che sorreggeva il tuo nome/ e ti battezzò bagnando di saliva le tue gote (altro…)