Pastorale america

Philip Roth – Pastorale americana (di Cristiano Poletti e Gianni Montieri)

Pastorale americanaroth

Philip Roth, Pastorale Americana, Einaudi (ultima edizione Super ET 2013, € 14,00; ebook € 6,99). Traduzione di Vincenzo Mantovani

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Pastorale: un meraviglioso paesaggio, idealmente rurale, dalle atmosfere perfette. Un quadro interamente pervaso dalla calma. Una mistica addirittura, frutto appunto di idealizzazione. O anche, pastorale è la composizione di un dramma, dove la musica sa dare struttura alle emozioni, ampliandone l’architettura per poi infine esporla. La definizione di pastorale, dunque, in un’ambiguità volutamente mantenuta, con Roth prende nome di Paradiso, in una composizione tripartita: Ricordo, Caduta, Perdita. Si tratta di campi della mente e della vita. Ma Paradiso perché? Perché davvero c’è una mistica, in questa narrazione, un’ascesi che si detta nel nome di un “semi-dio”. O meglio, paganamente parlando, ascesi e paradiso qui s’intendono compiute nell’adorazione di un mito, giovanile e sportivo, una statua-monumento: “lo Svedese”. I miti, sappiamo, sono gli stampi più adatti per raccogliere le nostre ossessioni. Scrive infatti Roth, a proposito di questo mito-semi-dio protagonista del romanzo: «Il suo distacco, la sua apparente passività come oggetto di desiderio di tutto questo amore asessuato, lo facevano apparire, se non divino, di molte spanne al di sopra della primordiale umanità di quasi tutti gli altri frequentatori della scuola. Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia». Ecco allora che Roth ci porta per mano ben dentro la meccanica di quegli anni, dentro la storia.
Cosa sono gli anni? Agli anni (alla Storia) si accede – come dire – per istanti, per date drammatiche. 1945: l’anno in cui Seymour Levov, lo Svedese, campione di tutto, e da tutti ammirato, prende il diploma al liceo del quartiere di Weequahic, a Newark; 1985: l’incontro fortuito tra vecchi compagni di scuola, Zuckermann l’adoratore e l’adorato Svedese, durante la partita di baseball dei Met, a New York; 1995: la lettera-chiave-di-tutto recapitata dallo Svedese a Skip Zuckermann, il conseguente incontro vis-à-vis, l’intero non detto di quell’occasione e il successivo rovello di Skip. Ed ecco che da quell’occasione si aprono i cassetti della vicenda.
Dov’era il nodo di tutto? Stava proprio in un passo di quella lettera, parole che avrebbero continuato a mordergli il cervello. Parlando del padre morto l’anno prima e del ricordo che avrebbe voluto consegnare nelle mani del compagno divenuto nel frattempo scrittore, lo Svedese dice: «Non tutti sanno quanto ha sofferto per i colpi che si sono abbattuti sui suoi cari». Dettaglio vistosissimo, non c’è che dire, e destinato perciò a battere insistentemente nella testa di Skip.
Anni, instanti, dettagli: «l’immensità del dettaglio – scrive Roth/Zuckermann – la forza del dettaglio, il peso del dettaglio: la ricca sconfinatezza del dettaglio che ti circonda nella tua giovane vita come i due metri di terra che saranno pressati sulla tua tomba quando sarai morto.»
È interamente nostra la storia di questo romanzo, dettaglio per dettaglio. Tutti noi, leggendo, ci riconosciamo facilmente nel larghissimo campo di dolore apertosi nella vita dello Svedese («Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita»).
Riporto in questo senso un lungo stralcio, esemplare della scrittura di Roth. Si tratta dello sfogo di Zuckermann (e dello scrittore tout court come potrebbe essere di ognuno di noi), alle prese con “gli altri”:

[…] come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo essere vivi: sbagliando.

La storia di un altro: tutta una salita ordinata, progressiva, serena e poi, a un tratto, il precipizio più vertiginoso. La narrazione è altissima, scandisce al meglio la lunga sconfitta derivante dal “Paradiso caduto”. Sconfitta che si avvia in un’altra data, simbolo, per l’America e non solo: il 1968. Siamo nel disastroso periodo della guerra in Vietnam, presidenza Johnson. La figlia di Seymour, Merry, appena sedicenne e balbuziente, piazza una bomba nell’ufficio postale di uno spaccio. Bomba che uccide, sconvolge, e rompe per sempre l’incanto, il pacchetto infiocchettato dell’american dream, sbalzando lo Svedese «dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contro pastorale: nell’innata rabbia cieca dell’America». Ferita che si allarga e qui è il caso di riportare un’ultima data, il 1° settembre 1973, che campeggia nella lettera che la “discepola” Rita Cohen invia allo Svedese spalancando davvero il precipizio, la caduta e la definitiva perdita. È il racconto stesso, a questo punto, a deflagrare, nelle vene di un’“America collettiva” in cui s’immerge il lettore.
François Busnel, nel suo documentario attraverso gli Stati Uniti, incontrando Philip Roth nella sua villa nel Connecticut raccoglieva dallo scrittore questa semplice verità: ci vogliono almeno trent’anni per poter mettere “piede nella bocca del passato”, per riguardare quelle cose, pensarle, e quindi scriverne.
Così è stato, per quegli anni che hanno avuto come orizzonte “La caduta dell’America”, per dirla con Ginsberg: un’idea di crollo riverberatasi nella mente del mondo, fino a un altro violentissimo crollo, stavolta con la profanazione, il corpo violato dell’America – anch’esso proiettato nella mente di tutti – l’11 settembre.

© Cristiano Poletti

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La mia copia di Pastorale americana di Philip Roth presenta un errore di stampa, un vizio non risolto. Avrei potuto tornare in libreria, al tempo e farmela sostituire con un’altra copia, ma non l’ho fatto. Da pagina 316 a pagina 362, il libro è stampato al contrario, per andare a leggere la pagina 317 dovetti voltare il romanzo al contrario, andare avanti di 46 pagine e leggere a ritroso fino alla 362. Finito il romanzo ho sempre considerato questa errata impaginazione come un segno del destino. L’ordine sovvertito delle pagine corrisponde idealmente all’ordine che sovverte Roth nella storia che racconta. La famiglia, quante volte la storia della grande letteratura americana passa attraverso le vicende di una famiglia? Molto spesso, se non sempre. Le famiglie sono il centro di grandissime narrazioni, penso ai racconti di Carver; a Underworld di Delillo; alle storie di Grace Paley; ai libri di Richard Ford; a Le correzioni di Franzen; addirittura in Infinite Jest di Foster Wallace. Per citare solo alcuni dei contemporanei e, naturalmente: Philip Roth.
Ho sempre amato il modo in cui lo scrittore americano fa a pezzi il sogno americano, cercando di dimostrarne l’irrealtà, se non l’impossibilità. In Pastorale americana lo fa attraverso la storia di una famiglia, tecnicamente perfetta. «Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.» Questo breve paragrafo l’ho sempre preso come una dichiarazione d’intenti. Il Ringraziamento, la festa statunitense per eccellenza, quella a cui nessun americano si sottrae, che gli piaccia o meno, è la grande moratoria. Il giorno in cui la grande finzione individuale si fa collettiva, una preghiera recitata a sorrisi aperti per un giorno intero.
Abbiamo Seymour Levov, detto “lo Svedese”, un numero uno fin dagli anni del college, bello quasi come un Dio, talmente superiore agli altri da risultare quasi un alieno, fortissimo nello sport: un predestinato. La vita di Seymour è perfetta: lavoro, gioie familiari, serenità, siamo negli anni Cinquanta. Poi il mondo, ciò che appare così lontano da non poterlo toccare minimamente, gli deflagra in casa, come una bomba, come quella che sua figlia Merry piazza  in un ufficio postale. Eccolo l’altro mondo, la guerra, il Vietnam, il conflitto socio/politico che viene a presentare il conto. La grandezza di Philip Roth, però,  sta nel non accontentarsi di risolverla con la politica. La guerra, la bomba, sono alcuni degli strumenti che gli servono. La Storia entra nella vita delle persone, ne sconvolge gli equilibri.
La pastorale è molto altro. Sarà Nathan Zuckerman, lo scrittore, alter ego di Roth, a raccontarne il sovvertimento. Scrivendo la storia dello Svedese dirà il dolore, la perdita, il peso dei ricordi, la vecchiaia, la solitudine. Zuckerman narrerà la caduta di un uomo e del suo sogno fin lì realizzato. Il peso di questa caduta fa rumore già dal vertice fino allo sprofondo. Il rumore salirà di decibel acquistando velocità nel precipizio, fino a frantumarsi in mille pezzi come vetro. «In un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto.» Carver nei suoi racconti ha raccontato l’America dove quel sogno non arriva, Roth in Pastorale Americana mostra l’utopia di quel sogno e lo sfascia con un meccanismo narrativo perfetto, dove ogni frase è un dettaglio fondamentale e indimenticabile. In un’intervista pubblicata il diciassette marzo 2013 su La Lettura, tra le altre cose, lo scrittore dice che chi cerca la felicità in narrativa, deve andare a cercarla altrove. Chi cerca la grande narrativa, invece, può citofonare: interno Roth.

© Gianni Montieri