Passigli editore

Poesie di Nicola Romano da “D’un continuo trambusto”, con una Nota di Franca Alaimo

CAROSELLO URBANO

La prima mossa scaglia
dentro un mattino lindo e pettinato
con le strade che sanno di cambusa
dove stipano andazzi e storie strambe

*

Coi primi passi frulla nella testa
l’assetto per il volo di giornata
sperando di tranciare spese e fronzoli
mentre si para innanzi
un lercio cappellino capovolto
che sottovoce chiede “per mangiare”

*

Tutto il mondo è paese
ma si palesa povero il paese
che ha ciuffi di gramigna sulle porte
mentre qualcuno canta
come se oggi fosse il paradiso

*

Si trascinano trolley di mattina presto
due cani che baruffano al guinzaglio
sbadiglia un filippino alla fermata
un vecchio è col barattolo d’urina
ed un podista sgamba sull’aurora:
il sole è basso
ma il giorno già s’è acceso

*

Scendere per il porto
verso uffici che aprono alle nove
risalire col flusso dei gitanti
e sentirsi un po’ nuovo arrivato
snobbando i souvenir lungo la via

*

Il perditempo
regge la cantoniera con la mano
e quatto poi s’appressa all’ambulante
per qualche carabattola di turno
testeggia a voce alta e graffia l’aria lui
padrone della piazza fino a sera

*

Tranquillo volge
il calpestio del corso
che sfiora un luccicore di vetrine
coi manichini calvi e bluse fini
Ma sobbalzano platani e scaffali
per il continuo strepito
di allarmi e di sirene

*

Sembra che la città cambi ogni giorno
calcomanie grattate un po’ alla volta
pezzi di storie duri da narrare
con l’inutile sapienza dei ricordi
Ma già qualcuno disse panta rei
senza la musica
che usciva dai drug store

 

GIOIOSA MAREA

Svezzato già
da un’alba silenziosa
un mattino turchese
s’acconcia
sulla chioma dei pinastri
e sull’umida
selce dei giardini

Dei passeri
s’inseguono fra i rami
e dal dirupo sale
l’ordinata armonia
della risacca

Che stia tutto così
raffermo in un monotono fluire
e che gemino altrove
due nubi stazzonate
in lontananza

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I poeti della domenica #323: Boris Pasternak, Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Fuggono dal muro le lancette.
L’ora assomiglia a uno scarafaggio.
Basta, perché spaccare i piatti,
far saltare i nervi e i bicchieri?

A questa dacia tutta legno
ben altre cose possono capitare.
La felicità è una cosa facile!
Non fasciamoci la testa prima che si rompa.

Potrebbe saettare un fulmine
e incendiare la cuccia umida.
Potrebbero scappare i cuccioli.
O un pallino di pioggia forare un’ala.

Il bosco non è altro che un salotto.
Il calore della luna sui pini – una stufa,
come grembiule steso al sole –
si asciuga una nuvola e fruscia.

E quando infuria sul pozzo
la bufera dell’angoscia, di sfuggita
elogia la tempesta le pareti domestiche.
Mia cara, che vuoi di più?

Un anno si è bruciato nel cherosene
come un moscerino sulla lanterna.
Eccolo, come un’alba grigio-azzurra,
si alza intriso di sonno, di intemperie.

Si mette alla finestra, arcuato,
vecchio, sconvolto di compassione.
Zuppo di lui rimane il guanciale,
sono i singhiozzi che vi ha affogato.

Come consolare tale decadenza?
O tu che vieni senza leggerezza,
in che modo placare la negletta
tristezza di un’estate desolata?

Gronda il bosco filamenti plumbei,
grigia e rabbuiata – la lappola,
mentre lui piange, quando risplendi tu!
Bella a giorno, bella di trepidazione!

Che avrai da lacrimare, vecchio zuccone?
Forse ne hai visti altri più felici?
Lì dove in campagna i girasoli
si smorzano – astri nella polvere e acquazzoni?

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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi

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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi, Passigli Poesia, 2015

C’è un racconto, nella raccolta Tre sentieri per il lago (titolo dell’edizione italiana) di Ingeborg Bachmann, che continua  da decenni ad esercitare su di me il fascino  dell’unione di nitore e ironia.
Questo racconto è Occhi felici (il titolo originale, Ihr glücklichen Augen, è una citazione dal Faust di Goethe). La protagonista, Miranda, è ‘dotata’ di una fortissima miopia e questa si manifesta nel corso degli eventi narrati non tanto come preclusione alla completezza, quanto, piuttosto,  come la scelta consapevole di una visione altra. È una visione che seleziona, discerne, esclude ciò che è gretto. Non ignora la disperazione, anzi è ben consapevole che è proprio questa a nutrire l’esistenza delle creature (si mescola, com’è legge naturale, sembra di capire, ad ingredienti di segno opposto; il risultato di tale miscela resta oggetto della ricerca di chi scrive e indaga); tuttavia, non si limita ad aggirarsi solo tra le stanze tetre dello sconforto. Supera, dunque, la disperazione; ne conserva memoria, ma non sguazza, non si compiace in essa.
Quando ho letto L’abitudine degli occhi, la raccolta più recente di Monica Martinelli, non ho potuto fare a meno di pensare a Occhi felici. Come per il racconto di Ingeborg Bachmann, anche per le poesie di Monica Martinelli pare quasi di vedere il movimento ripetuto, per consuetudine e necessità, di chi strizza gli occhi per mettere a fuoco, di chi, ancora, fissa lo sguardo dinanzi a sé, come per abbracciare obiettivi distanti. È vero che si può inciampare nel gradino sotto il nostro passo; è vero che il pericolo di sbattere contro l’ostacolo vicino e ‘mancato’ è una costante. È vero, altresì, come succede a Miranda in Occhi felici, che quella miopia con effetti caricaturali e serissimi allo stesso tempo, come in una comica di Buster Keaton, dà corpo e vita a una visione del mondo sui generis, ma dalla struttura decisamente rigorosa. (altro…)

Camminare nella luce. Su Umberto Bellintani (di Renzo Favaron)

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Camminare nella luce. Umberto Bellintani – Forse un viso tra mille (seguito dal carteggio con Primo Mazzolari). Passigli Poesia.

«La poesia non matura nel verso ma nel cuore» scriveva Primo Mazzolari in una lettera indirizzata a Umberto Bellintani. Era l’agosto 1953, anno in cui usciva Forse un viso tra mille (del poeta di San Benedetto Po). Da allora sono passati sessanta anni, ma la frase di Primo Mazzolari ha un valore che va al di là del tempo, e non solo per il suo destinatario.
È come se il prete di Bozzolo dicesse: «La poesia non è solo suono o inchiostro rappreso, anzi: è qualcosa che si porta dentro e che governa la vita di colui (colei) che la porta». Come se in sé contenesse pensiero e azione (e questo farebbe pensare, guardando alle biografie di Primo Mazzolari e di Umberto Bellintani, che più chiara espressione ne fosse il prete). Invece è proprio dal poeta appartato che scaturisce questa immagine, questa figura. Nel carteggio stampato insieme a Forse un viso tra mille, Umberto Bellintani si apre e parla della sua fede. Così scrive: «Se non riesco ad amare Dio, riesco bene ad amare Cristo perché à sofferto, ha amato, è stato crocefisso». Chiaro come il sole: il poeta dichiara di non avere una fede cieca e assoluta, caso mai crede nel figlio di Dio, perché «à sofferto, ha amato». È proprio nella sofferenza che conosce l’amore e nell’amore che conosce la sofferenza, che Primo Mazzolari e Umberto Bellintani coincidono, e attraverso cui va colto e letto l’impegno civile e morale della loro opera (religiosa e politica, nel caso del primo e, nel caso del secondo, discretamente poetica).
(altro…)

da “Senso di facilità” di Valerio Nardoni

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*

 

LA MATTINA CHE SALE
È la mattina che sale, e ti reclama
sottilmente, a cinque piani,
coi martelli degli operai.

Quando spariscono gli argini
boscosi, la diga della notte,
e l’orecchio si incrina, si frantuma
nei mondi con i nomi
tutti già presidiati.

A meno che tu non sfugga una volta
e io ti dica
dove conservo un grido
e non ti avevo più aspettata.

Nella tua fabbrica di cerini,
– chissà dove sei con la testa –
il mare capta il tuo mistero.

*

VIA GRANDE

Friggi, radiolina,
ti dimeni in un’ortica
di cotone.

Il mare non si scandalizza e aspetta
che si chiudano, portino via
gli ombrelloni prima del solito.
L’orizzonte un momento brucia,
nel buio del temporale che monta
al largo.

Un porticato di carte a piccoli voli e sandali
che ammiccano di sciogliersi. Corri via.
Non servirebbe,
non sai se fare o no una doccia,
ma canticchieresti lo stesso,
anche di più, che oggi
nulla era diverso da quello che non c’è,
e che t’ha guardata.
Tutta.

*

EX VOTO
Non ti ho saputa illuminare
di una luce più duratura
al gioco che esistiamo
solo noi: mi hanno convinto
a mandarti via.
Ma anche se qui non stride
si logora l’invenzione del mondo.
La forza che sprigionasti
schiantandoti su di me
si dibatte in albe arrugginite.
Aspri i frutti colorati, sangue
se mi si è scheggiato fra le mani
che in verità mi piace
sorprenderti ancora
con me. C’è una memoria
che non corrode la bava
della tua malattia:
non riusciresti a ucciderti qui,
né io confondo più con l’eterno
il tempo trasparente
(incendiato, sommerso
o inciso nella pietra) con cui tu
sembravi in confidenza.

*

LONTANA MALEDETTA
Ti portai tanti di quei regali
che mi prendesti per un’aspirina.
Lì per lì nemmeno
mi ero tolto la giacca,
né mi rendevo proprio conto
di quanta vita,
quanto d’umano evidentemente –
non so cosa. Bello da morire.

Ora mi tocca
questo miracolo di riflesso,
che non avrei desiderato.
Il mondo, per noi,
non era tanto più che un argomento,
è che altro da noi, io e te così – noi cosa?

Pensavo di no, che non esisteva,
ma se non mi tormenti
ti nomino mio primo amore;
da solo, maledetta.

Ci saremmo comunque perduti,
come no?
Per mio padre che si fa la barba e mi dice
che gli vengono sulla faccia
le macchie dei vecchi,
vedi? e gli rompe i coglioni,
e gli rovina o illumina la festa,
qui, a Madrid,
con quel rischio dissolto in onde meravigliose
e stellari. Cioè la notte, nel mare.
Cioè io. Rompe uguale a prima,
poi però dice a mia mamma, riconosci però
che sono migliorato, ora sono rimbecillito.

Si spazientisce al Rastro,
poi a Nuevos Ministerios il giorno dopo
le dice che ci sono delle bancarelle, sotto la pioggia,
lei trova un regalino per Elena e Matteo,
lui mi guarda e dice
che scema.

Faccio la mossa di contrastare
illusioni che non ho mai
neppure immaginato,
né saprei dire come
ora riconosco, Profs. E lo stesso,
come lui,
non ho mai distinto forse
fra la gente e me.

*

 

 

ESTATE DI TERRA
Tutto iniziò quando tornai a essere povero.

In questo letto di periferia,
non avvilito, ma saldo intorno al nulla,
provando a superarlo, giorno giorno,
prima di chiamarlo così sia.

Il bisogno di fare bene a oltranza
fiaccava le nostre cause:
avevamo perduto il morso
e non il suo ricordo,
che ora funziona quasi
da norma.

Non ho potuto essere giovane,
non tirò vento.

Tornammo verso terra,
nelle nostre case
bruciate
per non servire più.

 

© Valerio Nardoni

 

 

 

 

L’essenza indocile della poesia (nota su Lucianna Argentino)

L'ospite indocile

L’essenza indocile della poesia

(una nota sulla raccolta di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, Passigli, 2012)

Cosa passa fra il cervello e la mano, oppure fra il pensiero e la parola? O ancora, cosa intercorre fra il bottone e l’asola? Diremmo un gesto, un concetto, un simbolo, ma anche il niente. È qualcosa di rapido, impalpabile, eppure così lento e presente in noi e nei nostri giorni tanto da non riuscire a dirne il nome per esprimerlo. Non è qualcosa, è il qualcosa, il ciò-che-sta-nel-mezzo, il tra. Chiarire questo qualcosa significa nominare un passaggio, fornire un’immagine la cui forma subirà mille sfumature: quanto più si cercherà di definirla tanto più sfuggirà al tentativo di spiegazione. A quel dettaglio impercettibile si andrà ad associare un significato, un modo di essere. O dell’essere. L’idea di indefinibilità mi riporta alla memoria il Gibran delle Massime spirituali quando dice che la poesia è il segreto dell’anima, e quindi perché rovinarla con le parole? La poesia ha la sua ragion d’essere perché a sostenerla è la parola ma – come è facilmente intuibile – il poeta libanese metteva l’accento sul fatto che prima dei versi esiste una poesia interiore che matura nell’introspettiva, da lì si avvia la genesi verso la parola scritta. Forse Gibran intendeva proprio identificare con il segreto interiore il sottile confine, quel vuoto fra il pensiero e la parola.

La conoscenza del vuoto è la riflessione della recente opera poetica di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, per l’editore Passigli nella collana di poesia fondata da Mario Luzi, con una presentazione di Anna Maria Farabbi. Argentino ha già pubblicato altre raccolte in passato, fra cui Biografia a margine (1994) con la prefazione di Dario Bellezza, il poeta scoperto da Pasolini.

In quest’ultima raccolta, le intenzioni dell’autrice sono evidenti: scoprire il vuoto fra il bottone e l’asola, lì in quella soglia invisibile dove risiede la fuggevolezza che ingenera continuità nella vita come nella scrittura. Per l’Argentino si tratta di individuare il passaggio capace di determinare i pensieri, i percorsi, i passi delle proprie esperienze.

Le chiacchiere della ghiaia
nei giardini e il nasturzio
all’ombra della parola
slegano il tempo dall’abituale rito
lo consegnano a una nascita fragile
senza doglie.

Slegare «il tempo dall’abituale rito» equivale a dare valore a un momento, individuare l’attimo in cui qualcosa sta nascendo e che è senza tempo. Si desidera fissare la sostanza, simile ad un’istantanea, il potenziale meccanismo insito in gesti parole sentimenti. Per questo l’autrice recepisce e fa suo l’insegnamento del vuoto:

Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso
esposto alla parola

Proprio i termini passaggio, allaccio, spazio sono più che parole-chiave, sono sintomi della ricerca di quella frontiera in cui tutto si determina. La scrittura in questa prospettiva risulta utile per rendere «santo l’innesto fra il bene e il male» (p. 12), ovverosia assume la funzione conoscitiva idonea per accostarci alla comprensione del senso della gioia e del dolore e di quanto vi è presente fra i due opposti. Per tale ragione scrivere ritrova la sua finalità originaria, «togliere spazio al male» (p. 26).

La tecnica del poeta rivela una tendenza a catturare la transizione nelle sue varianti:

[…]
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l’albero la potatura,
il papavero lo strappo,
i bambini il tempo e lo spazio:
– dove va la notte quando è giorno?
– mezzora è tanto o è poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un’assenza
[…]

E ancora, nelle pagine successive «L’inchiostro […] fa fertile il foglio | fa anse nell’ansia», crea cioè lo spazio di riflessione perché la voce delle parole possa giungere «nel basso della terra» (p. 43), a misura di essere umano. Ma la poetica dell’Argentino vuole anche cimentarsi con l’invisibile che nei brevi versi «(Dio – il mare) || È voce che mai tace | è abisso di luce» mi riporta una consonanza con quelli di Cesare Viviani (in Credere all’invisibile troviamo: «Ogni bagliore è luce dell’eterno | è riflesso divino»). L’ospite indocile, con che cosa o con chi possiamo pertanto riconoscerlo? Forse Dio, il tempo, la memoria, l’amore, la figura paterna, tutti temi e figure sviluppate con ostinata sensibilità. Credo sia la vibrazione interna che sottende l’accadimento, un compimento sulla soglia dell’attesa:

Nei prati e nei campi
irrigati dalle acque
di neonati autunnali
maturati al calore delle serre
sta il vaso dell’attesa e
del compimento –
il femminile di mutamento.

E sulla soglia le parole vanno «in aiuto al dire di che sostanza è | lo spazio fra il tempo e l’eternità» (p.59). In conclusione la Argentino vuole riscoprire «una gioia commossa |consapevole della fragilità | di ciò che sta nel mezzo», «nel passaggio dalla fronte | alle dita alla punta della penna | al suo muoversi sul foglio.»

(c) Davide Zizza