Pasquale Vitagliano

Pasquale Vitagliano, Sodoma (Nota di Anna Maria Curci)

Pasquale Vitagliano, Sodoma, Castelvecchi 2017

Un ospedale in un paese nella provincia di Bari, i suoi splendori e le sue miserie seguiti nei decenni che vanno dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri, attraverso le vicende che legano i personaggi principali della storia qui narrata: Felicita, ostetrica, i suoi due figli Chiara e Vito e, significativo contraltare, Eleonora e Marco, uniti dal vincolo di un matrimonio inteso, con durata e solidità a piacimento e secondo le circostanze, come consorteria d’affari.
Propongo tre vie di accesso al libro: la prima è rappresentata dal titolo, la seconda dai luoghi nei quali sono ambientate le vicende narrate e intorno ai quali esse ruotano, la terza dall’alternarsi di ascese e declini di correnti, di gruppi di interesse, di comitati d’affare.
Quanto al titolo, l’autore fornisce a chi legge una chiave di interpretazione, anzi due. Mi spiego: da una parte – e qui il titolo Sodoma si fa esplicitamente contraltare al noto Gomorra, prima libro, poi film, poi serie televisiva con tanto di gruppi d’ascolto, fan e moltiplicarsi di stagioni – ci si riferisce al malcostume radicato, sia verbale sia fuori di metafora, di fregare l’altro, il concorrente, il contendente, di ‘farsi’ qualcun altro. Dall’altro, sempre all’interno del romanzo, Pasquale Vitagliano ripercorre la pagina biblica che narra l’episodio di Sodoma e spiega che la colpa di cui gli abitanti della città si macchiano è in realtà l’offesa, l’onta, l’oltraggio della inospitalità. Questo dettaglio, tra l’altro, offre l’opportunità al narratore di additare nella figura di Vito, nel suo gesto antico di accoglienza, uno dei pochi giusti – o forse il solo giusto – e, di schiudere con lui uno spiraglio di speranza.

Vito incontrò Naji e Mhain alla mensa della Caritas. Erano due fratelli fuggiti dalla Siria di Assad, il padre però, non il figlio. Quello del Bath, alleato di Saddam. Quello comunista, o che si professava tale. Siriani in giro allora non se ne vedevano affatto. […] Dormirono nella sede del partito per cinque notti. Rispettarono l’impegno preso e nessuno seppe mai di quella ospitalità personale e, allo stesso tempo, in un modo del tutto particolare, ideologica. Non lo seppe il segretario della sezione. Non lo seppero neppure quelli della Caritas. Almeno questa Sodoma, la Sodoma di Vito si merita di non essere distrutta. (pp. 38-40) (altro…)

Pasquale Vitagliano, Sodoma (rec. di Augusto Benemeglio)

Sodoma di Pasquale Vitagliano. «Un libro con gli occhiali»

di Augusto Benemeglio

 

  1. Passione

Conosco Pasquale Vitagliano ormai da diversi anni, anche se i nostri incontri dal vivo sono stati rari, ma sempre straordinariamente interessanti, luminosi, per suo merito: è una persona assai gradevole d’aspetto, accogliente, affettuosa, ma allo stesso tempo discreta, lieve, temperata, moderata, serena, sorridente, con una apparente tranquillità di sentimenti che rifiutano ogni ansia, invidia, ambizione, o sete di potere, nonostante sia leader di “Comunità Civica” e faccia quindi politica attiva. Pur essendo meridionale (ma è un “atipico”, come spesso se ne trovano in Puglia), nessuno sospetterebbe in lui una grande “passione”, che non è mai un semplice sentimento, un umore, un capriccio, una mutabilità del temperamento, “ma una forza tremenda, che ha un’origine misteriosa, e presto diventa un destino contro il quale non è possibile rimedio, ostacolo o resistenza”. Insomma una sorta di schiavitù per la “Scrittura” e per la “Giustizia” che diventa, inevitabilmente, testimonianza e denuncia , ed è travasata in tutti i suoi libri, poesia, saggistica, narrativa, compreso l’ultimo romanzo, Sodoma (Castelvecchi editore, 2017), un libro con gli occhiali, con una sintassi vagamente proustiana. “Noi ci figuriamo che l’amore abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo, ahimè!, l’amore è l’estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e occuperà…”.

  1. De Sade

Uno legge Sodoma e riflette su alcune cose: ad esempio, come dice Calvino, che ciascuno di noi è una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni. Che ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Che bisognerebbe far parlare ciò che non ha parola, le rondini che “sgorgano l’una dall’altra”, l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica, invece siamo noi i primi che per parlare abbiamo bisogno di una “lingua di carta”, perché l’altra, finché potrà funzionare, avrà sempre meno da dire. Poi, il titolo del romanzo, per associazione di idee, ti porta inevitabilmente sugli scenari del  marchese de Sade, più che su quelli della Bibbia (al testo sacro fa cenno lo stesso autore), e lo immagina in una cella della Bastiglia, alla vigilia della rivoluzione francese, che riempie carta su carta di bestemmie e distruzione, (sembra voler fare il controcanto di Rousseau), ma quando quell’immenso rotolo di carta de Le 120 giornate di Sodoma diventerà una sorta di enciclopedia orrenda e raccapricciante della “mercé del sesso e del corpo” ai più potenti che ne fanno oggetto di divertimento perverso e maniacale; quando quella lingua di carta gli verrà staccata per sempre (il manoscritto non tornerà mai più in possesso del  suo autore, ma subirà numerosi passaggi di mano e varie peripezie, e sarà stampato solo 110 anni dopo la morte del marchese, avvenuta nel manicomio di Charenton-Saint Maurice, il 2 dicembre 1814), l’altra lingua non si metterà a ingoiare escrementi – come avrebbe dovuto fare – ma continuerà a parlare per bocca di altri artisti come P.P. Pasolini, che ne farà un film discusso, subito sequestrato e mai più dato in pubblico. “Nella pellicola – scrive Rossitti – il classico di De Sade è innestato all’harem di una perversione intus et in cute del potere dittatoriale della Repubblica di Salò dove il sesso, piuttosto che venire assaporato in giochi primordiali, infuoca l’anello sfinterico e l’intestino retto di un’umanità selvaggiamente progredita che riduce gli organi, la carne e il ciclo biologico a strumenti di sfruttamento oro anale”.
Ma in realtà, quali affinità ci sono tra il romanzo di Vitagliano e quanto sopra accennato? A leggere la sinossi, nulla, o quasi nulla. Si raccontano le vicende di una famiglia e di un Ospedale pugliese, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, la sua evoluzione e il suo declino, attraverso scelte amministrative, scientifico-tecnologiche e soprattutto politiche, che lo portano ad essere negli anni Settanta-Ottanta una delle strutture più avanzate ed efficienti del Sud Italia, e non solo. E a segnarne, poi, anche il forte ridimensionamento e la degenerazione nel malaffare, con gravi ripercussioni nel tessuto economico e sociale del territorio. (altro…)

Pasquale Vitagliano, 11 Apostoli

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Pasquale Vitagliano, 11 Apostoli (poesie sul calcio), Zona, 2016, € 8,00

 

 

Al processo lo dicevano
che la palla è tonda
che ogni partita è a sé
che il campo è neutro.

Allora l’arbitro era nero,
nera la notte di Hegel,
nessun altro colore se non
le casacche in campo.

Adesso che anche tu
fai la partita e te la giochi
la palla sembra pilotata.

Così appaiono guidati
i palloni sempre meno tondi
da un qualche dio intercettabile.

 

Non penso che il calcio
Sia dare un calcio ad un pallone
Per poi inseguirlo a frotte.

Penso che senza Marx
Non ci sarebbe stato Sacchi
E il gioco a zona.

Ma che grazie a Weber
Il gioco ad uomo resta insuperabile
Anche se non c’è più lo stopper.

Penso che Beckenbauer
Libero e tedesco sia un ossimoro
Come un argentino che balli la samba.

Ed infatti tra Maradona e Pelé
Scegliere è come dimostrare
L’esistenza di Dio per argomentazione.

Penso che il calcio italiano
Come a Caporetto confermi che
Gi italiani sono migliori dei loro generali.

Che l’Inghilterra non esiste in geopolitica
Che la Francia migliore è senza francesi
Che Russia o Unione Sovietica il gioco è sempre quello.

Penso che il calcio sia la prova
Che siamo tutti uguali altrimenti
Con i neri non ci sarebbe partita.

Che come ogni opera d’arte
Il calcio parla dei nostri corpi, anzi
Nutrito, dopato, tatuato è il corpo che parla a noi.

Penso che esista un calcio postumo
Perché in vita non ha vinto nulla,
Quello olandese troppo bello per essere vincente.

E penso che il calcio più bello
Sia quello che non si vede in natura
Come il cerchio esiste, ma non c’è.

 

(altro…)

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Nota di Giovanni Nuscis

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Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Prefazione di Pasquale Vitagliano, Editrice ZONA 2016

 

CERCHI

È sparito il tuo mondo dissociato, qualcuno te lo mostra rattrappito
dentro una palla di vetro innevata, c’è anche la tua cattedrale e la piazza
spiazzata quella sofferenza inflitta, tutto ruota intorno a sé un cerchio lento
che non si chiude resta aperto e spento, le cose che non andavano fatte
hanno inciso cicatrici gemelle, e non basta scuotere le spalle il capo.

*

PIETRE

Non ha smesso di lottare si dice, persino rannicchiato nel delirio
ha finito di pesare sui cuori, soffermando sugli sguardi il livore
affonda ogni vivace finto slancio, le parole che hanno perso colore
sono quelle che galleggiano spente, e non c’è palude abbastanza cremosa
anche i lampi cercano il giusto guizzo, a pelo d’acqua pure le pietre danzano.

*

 

ANOMALIE

Si è sempre al proprio interno smisurati, nessuna prospettiva lineare
definisce i confini dove stare, non lo diresti mai che si è deformi
nel rumore della testa che rimugina, nello sguardo che sequenza il contesto
che si fa minuscolo o gigantesco, il guaio è capire quando non è un sogno
che ci si ferma davanti ai burroni, non si svegliano i morti con un bacio.

*

 

SCAFFALI

È smussata una porta che non chiude, dentro una cornice senza più l’aria
affianco ai libri che stanno più stretti, così l’eternità è un lungo sorriso
che occupa scaffali in finto silenzio, a volte ti volti di colpo pensando
a una voce conosciuta a un richiamo, come un film già visto udito alla radio
poi ci sono i Tg gli urli veri, ma il dolore non si somma s’accoda.

*

CUSTODI

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

*

 

Caro Maurizio,

ho letto e apprezzato la tua raccolta e mi trovo d’accordo con alcune osservazioni di Pasquale Vitagliano contenute nella sua prefazione. Giustamente osserva, riferendosi alla tua scrittura: “indica anche un orizzonte possibile e diverso rispetto all’attualità poetica. Riconsegna al verso e alla parola l’ambizione di sfidare a mani nude le altre più complete e sensoriali forme d’arte.” Ecco, credo che questo passaggio sintetizzi bene la poetica e la postura resistenziale della tua ricerca, segnando sia lo scarto con la lingua convenzionale e la linearità di senso, più proprie della narrativa e della maggior parte della poesia  soprattutto novecentesca; sia l’ambizione di chiudere nel perimetro di cinquine – al bel ritmo di un doppio endecasillabo – un mondo altro che non è riproduzione fedele e iconica di quello reale, né la sua descrizione.  La poesia vive da tempo una perenne sfida con le altre arti, non solo con la musica d’autore (non è raro che si definiscano poesia testi musicali di alto livello), il teatro, e, soprattutto, col cinema. La poesia, però, a mio parere, resta quella su carta, le altre forme espressive sono appunto altro.

Appropriato il richiamo deleuziano al rizoma, sul presupposto della convenzionalità e illusorietà di ogni principio e fine, che non esistono in fisica; per una scrittura, la tua, che è ponte e raccordo accidentale tra cose lontane e diverse: sospensione, fuori dal tempo, che rapprende, intreccia e unisce  pezzi di mondo senza ricomporlo, ricreandolo ex novo, inedito, sui generis.

Tra le tante, ho particolarmente apprezzato Cerchi, Pietre, Anomalie, Scaffali e Custodi. Poesie che ho letto e riletto, che reggono alle riletture, e non è cosa da poco in un mondo volatile come quello in cui viviamo, nell’ipertrofica produzione di versi, nella crescente precarietà delle parole.

Con le mie congratulazioni, l’augurio che Rizomi cammini e si faccia apprezzare all’interno e fuori della comunità poetica.

 

Sassari, 28 settembre 2016

                                                                    Giovanni Nuscis

 

 

Su Lettere migranti, qui, un’altra nota di lettura a Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo (Anna Maria Curci)

Pasquale Vitagliano, Habeas corpus. Nota di Pierluigi Boccanfuso

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Pasquale Vitagliano, Habeas corpus, ZONA contemporanea 2015

Nota di Pierluigi Boccanfuso

Della poesia contemporanea pochi poeti riescono ad instaurare un lirismo civile di grande impatto ed efficacia culturale e, mi venga consentito il termine, mass-mediale, come Pasquale Vitagliano.

Culturale perché la sua è una voce vera e vicina, vicinissima al nostro tempo, alla nostra Storia di oggi, all’attualità, un’attualità fatta di tutti i traumi ed i disagi che, come zavorre, si trascina dall’inizio del secolo scorso. La penna abilissima del poeta riesce, tuttavia, a coglierli e a trattarli con una durezza tenerissima, velata di candida nostalgia (Questo è l’ultimo giorno di scuola/ anche nelle stradine abbagliate che abbiamo percorso/ gli attrezzi, le taniche, i carrozzini, il sugo e la resina./ Quanti ultimi giorni di scuola abbiamo avuto.), attraversata da una sentita lezione morale che traspare appena.

Mass-mediale invece perché, con un linguaggio essenziale, tutt’altro che scarno e scontato, diretto eppure multisettoriale e ricercato, che abbraccia vari microcosmi della quotidianità, s’incarica di arrivare come messaggio chiaro e spoglio di ambiguità, alla portata di tutti, con quella mitezza e verità di cui solo la poesia è capace.

Va inoltre considerata, poiché non di poco conto, la suddivisione cromatica presente all’interno dell’opera; non è un caso che, per la sua scrittura poematica, Vitagliano faccia capolino alle categorie primarie di colore: “giallo”, “rosso”, “nero”, “azzurro”, “bianco”. (altro…)

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

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Pasquale Vitagliano e Luciano Nota – “Erato a Matera”, 13 agosto 2015

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Scrivendo di questione nazionale e di questione meridionale, Antonio Gramsci riteneva che in Italia è mancata una cultura nazionale e popolare, perché gli intellettuali italiani sono stati o cosmopoliti, “globalizzati” diremmo oggi, o provinciali, portati a credere che il proprio cortile urbano sia il centro del mondo.
La poesia meridionale non è stata né cosmopolita, dunque lontana dalle correnti d’avanguardia e neo-avanguardia nel Novecento, e neppure provinciale, ovvero unicamente legata ad “un” territorio (come la poesia vernacolare, regionale).
Se una parola, invece, può definire la linea poetica meridionale è “diaspora” (“migrazione di un popolo”), tanto fisica, quanto intellettuale. Fisica perché molti autori hanno operato lontano dal proprio luogo di origine, intellettuale in quanto quasi tutti hanno dovuto fare i conti con il proprio territorio vissuto come limite (la leopardiana “siepe”) e dunque si sono continuamente confrontati con l’ “altrove”.
La “diaspora” ha, col tempo, dimenticato il dolore dell’abbandono e dell’amputazione, reso fertile la linea poetica meridionale, anzi vorrei dire, perché non amo le classificazione, della poesia dei meridionali. Non è un caso che il significato letterale della parola greca è “disseminare”. Il che anticipa la convinzione espressa da Dante Maffia che la poesia autentica è quella che “insemina” l’anima del lettore, portandolo a guardare il mondo con una visione rinnovata.
Prendiamo in considerazione due autori come Bartolo Cattafi e Vittorio Bodini. In entrambi la poetica risente di questo confronto permanente tra il territorio al quale si appartiene (di cui si sperimenta l’abbandono) e un “altrove” fisico e intellettuale (orizzonte toccato o solo agognato).

Da Partenza da Grenwich

 

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.

Da Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me » (…)

Questa centralità del limite inquadra questa breve riflessione dentro la storica “Questione Meridionale”. (altro…)

Pasquale Vitagliano, poesie inedite

vicino macerata - foto gm

vicino macerata – foto gm

L’iconoclasta

Ho pensato per tanto tempo
che l’immagine di me stesso
fosse la fonte della mia salvezza.
Il maglione blu e una camicia celeste,
ecco questa è la mia identità,
perfetta identità di imperium et sacerdotio
sulla mia vita, questa vita, la sola vita che conosco.
Ed invece ho scoperto per caso che l’immagine
si staccava dalla pellicola di carta adesiva
e non si incollava più, inservibile e anonima,
tutt’altro che un idolo, era la mia quota di sacro,
l’impronta autentica di un’universale unicità.
Mi avevano convinto che dovevo combattere
la mia immagine, il look retrò dell’apparire
per servire la sostanza, per separarmi
dalla moltitudine, insomma non andare in giro
con addosso tre colori e anche più.
Devo ringraziare quella commessa coi capelli lisci
se ho capito che sbagliavo, che l’immagine
ci salva, è un’icona, ci copre con uno straccio di sacro,
apre l’immaginazione alla vita di ciascuno
e allo stesso tempo ci distingue
in una figura, una taglia, un profilo
irriducibile, unico e comune, intero.
Quante volte mi sono sentito perso
entrando in un spaccio di abiti appesi.
Non mi sono mai perso. Ho sempre scelto.
Mi sono salvato.

 

Poetica

È così difficile
portare in versi il vento tra i rami degli alberi,
ma un’idea sì, con una idea si può fare poesia.
Anche se resta imperfetta, in bianco e nero,
ancora muta, e senza montaggio.
Accetto la sfida di essere parola senza voce,
immagine senza movimento,
azione senza stacchi di macchina,
un unico piano sequenza di sillabe.
È proprio difficile emozionare con la poesia.
Ma con un’idea sì, con un’idea si può fare poesia.
E l’idea qui è che non c’è mai la fine,
e ogni parola non è mai l’ultima ma la prima,
capace di toccare il polso con il pollice.

 

*
Giorno dopo giorno
mi hanno tolto l’agibilità
del corpo. E nessuno,
dico nessuno, ha fatto per me
ricorso alla corte dei miracoli.
Al mio corpo hanno tolto per giunta
la sua abitabilità. E sono stato messo
fuori del mio involucro di carne.
Avrebbero anche voluto che rimanessi dentro
ma in silenzio, imperscrutabile e impassibile
a guardare loro che scrivevano la mia parte.
Hanno reso l’alienazione umana roba per geometri,
ma a questo punto io resto immobile,
e resisto in attesa che arrivino i marziani
a dirci che la terra è piatta e senza confini.

 

Una parodia

Ho visto le menti migliori della mia generazione
distrutte dalla noia, affamate, brillanti autistiche,
trascinarsi per corridoi di portaborse all’alba in cerca di
un lavoro, un posto. Vedremo. Faremo. Le faremo sapere.
Bei giovani dal volto d’angelo brucianti ancora per le antiche
libidini fuori dei cortili ad aspettare le studentesse sfatte.
Troppo piccoloborghesi per le allucinazioni, troppo poveri per le ribellioni.
Aspetta, aspetta. Quelli che sono venuti dopo non hanno atteso più.
Lavorare meno, lavorare tutti. Li hanno presi alla lettera con i numeri verdi.
Verdi, rossi, bianchi, neri, senza più colore.
Tra noi ci sarebbero potuti essere i migliori di oggi,
quanti se ne sono persi nelle cucine sguattere della Via Emilia,
e quanti sotto gli ombrelli in faccia, nei buchi fumosi ad aspettare
che qualcuno uscisse e ti desse un salvacondotto per mettere su famiglia,
Da Abbadessa a Mazzotta alla torre 1. Da Nacci a Zurlo alla torre 2.
Da qui gli ebrei, di là gli zingari. Comunisti e gay devono aspettare.
Poi sono arrivati i carabinieri e non hanno arrestato i congiurati,
e nemmeno hanno fatto il colpo di stato, sono entrati in un ospizio.
Un ingresso in scena profetico per una civiltà piena di vecchi.
Come Calogero, anche Mariotto ha sorriso e fatto spallucce,
con la golia in bocca tra i ponti d’oro. Qualcuno s’è spaventato.
Ma come succede col sesso, poi è diventato tutto più semplice,
se non peggio. E nulla – ancora una volta – è cambiato.
Ho provato a risentire la voce al telefono:
Brigate Rosse.
E giù il silenzio e una voce adulta e rotta.
L’ho risentita vent’anni dopo – più sconvolgente di un romanzo d’appendice –
non era più il carnefice ma il testimone prezioso.
Il telefono, la stessa voce. Ma questa volta dall’altra parte,
non più la tragedia ma il telegiornale della sera.
Che ricordo ha del presidente? – Allora eravamo nemici.
Oggi ho compreso che abbiamo vissuto lo stesso dramma.
E cosa volevate allora? – Solo un riconoscimento politico.
Il rilascio di qualche prigioniero. Anche solo un segnale. Un segno.
Niente! Lo stato di diritto non deve piegarsi.
E doveva accadere tutto questo per arrivare a tanto?
Il presidente e il brigatista nello stesso dramma pietoso.
Ed oggi un altro presidente che chiede cosa?
Solo un riconoscimento politico.
Il rilascio di un qualche prigioniero. Anche solo un segnale. Un segno.
Niente! Lo stato di diritto? No.
Non hanno più risposto così.
Vedrete. Vedrete. Lo ascolteranno.
Lo ascolteranno.

 

Monologo in vece di Buzz Aldrin

Mi sono fermato a lungo a pensare se
se ne debba parlare, raccontare l’esperienza unica,
sconosciuta prima e adesso irripetibile
di camminare sulla luna, sul suo suolo,
il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Quasi ne ho dimenticato la sensazione,
del primo passo, come sulla sabbia,
ma meno duro, meno solido l’impatto.
È stato diverso il mio passo da quello di Colombo.
Anche quella era terra, la terra, la spiaggia bagnata,
il riflusso dell’acqua, eppure uguale alla luna.
Ma lui ha poi fatto passi stabili. Non è stato lo stesso
per me. Era come muoversi nell’acqua su un fondale senza mare,
ma intorno tutto era storto, il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Sarebbe stato utile raccontare questa esperienza unica,
la prima, un inizio, la nascita, un tempo nuovo, se fosse
stata ripetuta, ripetibile, narrabile appunto come una storia nuova,
invece è rimasta unica, sola, isolata nella memoria e nelle immagini
che non mi appartengono più. Mi è sempre più difficile ricordare
quello che ho provato, quel primo passo, l’approdo, anche se
chiudo gli occhi le immagini si dissolvono ogni volta più rapidamente.
Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin.
Perché lui non ne abbia mai parlato. Perché ha scelto di tacere.
La sua è stata una scelta pratica. La mia non lo è stata per niente.
Anche perché, se ci penso, credo che sulla luna io non ci sia mai stato.

 

Fine della malattia

Non c’è più la malattia
a far galleggiare sul pantano
il non nostro amore senza amore.
È più molesto
questo nostro stalking quotidiano
della violenza di un estraneo.
Siamo stati messi all’angolo
dal rumore dei ragazzi,
zittiti dalle nostre paure,
impotenti per le nostre querule verità.
Non si chiamerà genealogia
questa sequenza di ingenue causalità.

Vorrei andare al cinema
a rivedere la mia storia.

 

© Pasquale Vitagliano

 

 

Pasquale Vitagliano – alcuni inediti

Nella sconfinata pietraia
si gettano a capofitto
gli stormi degli ostinati voleri
e non più voluti da me;

e non più tenute in mano,
le pietre, e non più invocati
ai sordi, e non più attese
le solite risposte sospese.

E alla fine messe in tasca,
fredde più delle ultime ore,
pesanti fino a sfondare le fodere,
e non più tenute mute per non dire altro.

Sono cadute in terra le biglie d’acciaio,
più rumorose delle astronavi atterrate,
più chiassose dei battagli meccanici.

Ed è di nuovo festoso questo restaurato silenzio,
perché sì, non c’è niente di più familiare
di questa mia, ritrovata e piena desolazione.

*

Se solo ci fossimo parlati
ascoltando le parole,
invece di spiarci cinici
i profili su facebook.

Se ci fossimo toccati una volta,
almeno una volta, comunque,
invece di inoltrarci delle code
inerti e mutevoli di noi stessi.

Se non avessimo scambiato
queste mosse contraffatte
con i nostri sogni più antichi,
quelli fatti di abbracci e di schiaffi.

Se ci fossimo solo toccati,
allora avresti visto che le ciabatte
sarebbero diventare calzari da rock-star.

Se solo ci fossimo toccati,
allora avresti visto che gli stracci
che indossiamo sarebbero serviti

per danzare.

*

Ho scritto cose

Ho trovato scritto che
è inutile che io scriva
versi, poesie, qualsiasi scrittura,
che tanto lo fanno tutti
e male, basta guardare la rete.

Non che sia falso, basta entrare
in una qualsiasi libreria
per sentirsi perso dentro
un afono labirinto di carta,
e sentirsi infognato più che in una discarica.

Anche mia zia che non sa leggere
ha scritto un libro,
ma non che valga meno di quello
che ne sforna uno al mese, tanto
macero e soldi fanno lo stesso impasto.

Resta il fatto che scriverò lo stesso,
perché non stato fatto per mettere in versi
la vita, ma per portarmi la vita dentro

le parole che pronuncio senza fiato,
trattenendo in gola più di mille cieli bui,
fasciandomi le mani per i tagli delle stelle

che ho spezzato per la rabbia di aver perso
gli ultimi sostantivi pronunciati, per la merda
che ho dovuto scrollare di sotto i miei calzari.

Resta il fatto che rimanessi solo più
di un prigioniero, pur con le unghie
continuerei a scrivere la vita in cui verso.

*

Ogni mattina al caffè,
mi chiedo se esista
il colore specifico,
non dico il verde, o il verde
di questo pacchetto di tè,
e neppure tutti i verdi che ho visto.
Questi sono i verdi relativi
di cui mi parla l’iride.
Mi chiedo se esista
il verde costituzionale pari solo
alle forme geometriche
che esistono al di là
della loro tangibilità.
Ogni volta mi chiedo al caffè
se i colori e le forme
si portino dentro anche il mistero
dei buoni e dei cattivi,
al pari del primo frutto
di cui nessuno seppe mai il colore.

*

Olocausto interno

Ho visto ammucchiarsi gli oggetti,
ogni oggetto, come cadaveri sul fango,
anche le cose più inattese ho visto
accumularsi sulle altre, rese rifiuti,
ridotte a scarto per cieca coazione.

Se fossi donna questi luoghi
resi macerie senza memoria
sarebbero l’oggettivazione
della mia anima adesso,
sarebbero un campo di sterminio.

*

Due dolori

Ho conosciuto due dolori diversi,
uno duro e piccolo di noce,
l’altro, il vento e la pioggia.
Uno che ti piega su un punto,
l’altro ti inarca e ti tira indietro.

Ho conosciuto due dolori diversi,
con il primo non combatti, pensi
ti viene dagli altri come una voce.
Con l’altro ti cappotti sull’asfalto,
e se non ci sono gli altri, là resti.

Ho conosciuto due dolori diversi,
il primo è muto, non mangia, taglia,
l’altro si nutre di tutto ciò che trova.
Se si incontrassero si massacrerebbero.

Oppure no. Si ignorerebbero,
olio il primo, acqua il secondo,
nessuna fusione. Inconciliabili,
due verbi opposti, senza sintassi.

Uno è capace di uccidere,
l’alto pronto a farsi ammazzare.

Se due dolori fossero due persone
sarebbe la morte.

Se fossero una persona sola,
dentro di me, il tempo, la pace.

*

La figlia del geco

Niente è stato come mi aspettavo,
eppure ho aspettato tanto
che il mandato fosse pari al voto fatto,
che il sacrificio fosse interrotto d’un tratto.

Non ti voglio lasciare più dediche,
che tanto restano inutili come gli onomastici.

In fondo, c’era d’aspettarselo che finissi
stracciato sui muri, indifeso più di un geco
ed anche se tu avessi sofferto, non importa
se non hai trovato il modo di farmelo sapere.

Non ti voglio lasciare più promesse,
che tanto sei già fuggita via con tutte le mie gioie.

Mi resta la commozione di essere come te,
capace velocissima di entrare dentro i muri.

*

La morte al mare

E’ facile fare il morto sull’acqua
perché non c’è gravitazione,
sembra di planare sospinti,
con la faccia che guarda il cielo.

Non è proprio la stessa cosa
trovarsi inchiodati ad un letto,
anche se sollevi le gambe,
e per le piaghe fissi il soffitto.

Non è facile morire sul serio,
quando il corpo è un magnete
che affonda più di un’ancora
rotta sul fondale gelido della fine.

E pensare che lo sguardo ha già vinto
la sua battaglia col dolore, e scruta
dall’alto le spoglie leggere più delle onde.

*

Passaggio

Le porte si aprono e le uova si schiudono,
e seguono la linea ambigua delle lacrime
che non saprai mai se sono arrivate
prima o dopo, per dolore o per salvezza.

Non saprai mai se ti sei lasciato tutto dietro
o sei stato il primo a gettare oltre lo sguardo;
se hai visto la fine o l’inizio di tutto, l’alfa o l’omega.
Non saprai mai se sei rinato o se c’è scappato il morto.

E non te lo spieghi ma non ti duole più
non riuscire a sapere in quale punto del tempo stai
così te nei stai silente in mezzo alla stanza a guardare
che finalmente sei riuscito ad appenderti la vita alla parete.

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Pasquale Vitagliano. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista ed editor per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Nazione Indiana. Presente in diverse antologie, più volte menzionato in importanti premi nazionali, ha pubblicato la raccolta Amnesie amniotiche, Lietocolle (2009). E’ redattore nel collettivo online di poesia e cultura “Neobar“.

Pasquale Vitagliano: 5 poesie inedite (post di natàlia castaldi)

http://www.michal-macku.eu/

Michal Macku Photography – Carbon print – senza titolo

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Ne ho sentiti di silenzi,

scialbe assenze di volume,

o loquaci più di un corpo autoptico.

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*

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1)
Ne ho sentiti di silenzi,
uno spazio bieco, lasciato fuori
dall’altra parte dei volumi.
Non ne ho più trovato uno come
questo risvolto oltre l’intero, come
questo luogo, insediamento di parole.
L’immagine negativa del pieno,
la scia che resta dopo l’onda ritratta
dalla riva, via da lettere e particelle.
Ne assaporo il peso come ghiaccio rovente in bocca.
*
.
2)
Anche se mi parli, tu taci
il silenzio che hai dentro,
tu taci il vuoto prima del verbo,
tu taci il buio rimbombo del rumore.
Anche se mi parli, tu taci
il lessico dei tuoi occhi,
tu taci le sillabe traverse,
tu taci i battiti podalici del sangue.
Tu taci, anche se mi guardi.
Anche se taci, io ti ascolto.
*
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3)
Carta
Quanto tempo è rimasta là,
sulla mensola, quella carta dorata,
scartato involucro di dolcezze negate,
fossilizzata come una spora, una crosta
lucente e oscena sopra i vapori dell’invisibile.
Non è riuscita ad agglutinarla neppure
il tempo, nell’ora degli affreschi, così che
giace mummificata sul laminato, come se
fosse narcotizzata, fissata nella sua realtà,
un apparente omaggio ed invece irrigidita langue
come il corpo morto di un sapore svanito,
un drappo staccato sospeso nell’aria
che non gli appartiene come un impiccato.
*
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4)
A biliardo
Ho giocato con te
come su un panno verde,
fino a strapparlo
con la stecca
che colpiva la palla rossa
numero tre
che non andava in buca,
ma balzava di sponda
in sponda come
una frusta nera
che batte pazza la terra.
*
.
5)
Notti
Mi sono svegliato,
e mi è rimasta appiccicata
l’immagine di noi due
che abbiamo risolto tutto,
come un cartone srotolato
dentro la mia testa,
come una tenda che pende
davanti ai miei occhi.
Richiudo gli occhi
ingenuamente.
E’ inutile.
.
*