Pasolini

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. (altro…)

Chiara Tripaldi, PostOstia

ostia2

Breve storia di Ostia oltre Pasolini

Testi di Chiara Tripaldi
Immagini di Futura Tittaferrante

 

“Non ero mai stato sul luogo dove hanno ammazzato Pasolini”. Così la voce narrante di Nanni Moretti racconta in Caro Diario, mentre imbocca la strada sterrata che porta all’Idroscalo. La vespa corre affianco l’erba incolta che precede il giardino, chiuso con un catenaccio, dove si trova il punto in cui l’assassino (gli assassini?) colpì il poeta a bastonate e calci, e infine ci passò sopra con le ruote di una macchina. Cinque minuti musicati da Keith Jarrett, una luce livida, il ritratto di Ostia condensato nell’immagine di un prato degradato dal peso di una delle morti illustri d’Italia.
2 novembre 1975: Ostia è il luogo dove hanno ucciso Pasolini, per sempre.
Di Ostia conosco Chiara, otto anni fa. Con lei scopro che Ostia è il X municipio del Comune di Roma, l’appendice marina della Capitale, ed è proprio l’amicizia con un’autoctona che mi ha condotto in questo viaggio. Per tracciare una storia di Ostia non posso che cominciare dal memoriale di Pasolini.
Una distesa di pannocchie di mais e una riserva della Lipu hanno preso il posto della baraccopoli con il campo da calcio al centro. In mezzo, c’è una stele di travertino spezzata, con in cima due uccelli in volo e un disco. Una cosa simbolica, “speramo che duri”, mi dice il custode mentre mi apre il cancello. Perché questo monumento è lì da dieci anni, mentre il primo, identico, creato da Mario Rosati nel 1980, è stato sfregiato così tante volte da dover essere sostituito. La matrice del danno era fascistoide, segno che la retorica su Pasolini lo tiene in vita più dei suoi scritti e dei suoi film. L’ultimo “attentato” al monumento pasoliniano risale alla fine dello scorso marzo, per mano di Militia, corredato dal solito striscione “frocio! pedofilo!”.

ostia1

Mentre fisso il monumento in un pomeriggio tiepido di novembre mi chiedo che posto sia Ostia davvero, oltre la memoria del delitto. Cosa fosse nato dopo, cosa fosse accaduto prima. Come possono coesistere le villette a schiera e i disco pub che servono caipirina a nove euro, un monumento scarsamente conosciuto e il teatro di uno dei misteri d’Italia.
Nel 1927 nasce per regio decreto “La via al Mare”, la prima autostrada gratuita e illuminata d’Italia: siamo in piena logica imperialista, e Roma, capitale dell’Impero d’Italia e d’Etiopia, deve avere il suo mare. Il mare per il popolo d’Italia, quella media borghesia su cui Mussolini costruì il consenso, fu pianificato dalla crème degli architetti urbanisti dell’epoca (Pier Luigi Nervi vi dice niente?), chiamati a partecipare con un concorso internazionale. Sulla fila che dà sulla costa, furono costruiti i “cento villini” in stile eclettico con richiami alla nautica e al mare, dove abitavano gerarchi e funzionari, mentre, sulla sponda interna, i lavoratori avevano diritto a un’abitazione con libero accesso al mare. Come da tradizione romana, il confine fra quartiere bene e quartiere male era una linea retta.

(altro…)

Un libro al giorno #1: Giovanni Raboni, Barlumi di storia (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

barlumi

Barlumi di Storia, Mondadori, 2002 (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

*

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

*

© Giovanni Raboni

Ivano Mugnaini, Carne ed ossa

sancho 4

CARNE ED OSSA

Questo brandello di periferia non è cambiato. Tutto intorno spuntano i funghi violacei delle insegne di Macdonald’s e Benetton. Qui sussiste ancora l’asfalto ruvido e gomma di antiche sgassate. Si sente l’odore del mare come un ricordo scomodo, uno sbadiglio immenso al di là della pineta da cui pare arrivare ancora la voce stridula di Pasolini, il canto, l’urlo interminato. In questa parte del globo, sotto un sole che esplode nella testa come una marmitta spaccata, si estende il litorale di Ostia. Un viale così lungo che, a metà, ti scordi lo scopo del viaggio. Ti viene voglia di tornare indietro, fermarti a bere una limonata o sporcarti per bene addentando una fetta di cocomero fresco nell’unico chiosco che, più tenace e impalpabile di un miraggio, scorgi laggiù, sempre a distanza di un chilometro, dritto davanti a te.
Quando attraverso il viale a tutta manetta sulla mia Vespa truccata a dovere da un amico, il silenzio sparisce. Si rifugia tra i pini, sotto gli aghi, tra i cespugli e le dune. Le vibrazioni sono così continue che a volte rischio di addormentarmi. Tolgo le mani dal manubrio e mi lascio cullare. Non stamattina però. Oggi so dove andare. È tornato. È di nuovo qui. Non si è lasciato fermare da giganteschi mulini a vento né da schiere di guerrieri bellicosi, figuriamoci se potevano intimorirlo le barriere del tempo e dello spazio. Le ha superate di slancio con volto altezzoso. Mi ha raggiunto. Sapevo che sarebbe arrivato. Era solo questione di tempo. (altro…)

Poesie per l’estate #41: Pier Paolo Pasolini, La reazione stilistica

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Pasolini

La reazione stilistica

Tutti si giurano puri:
puri nella lingua… naturalmente:
segno che l’anima è sporca.
È stato sempre
così. Per mentire non bisogna essere oscuri.
Si illudono, mostri, che la morte
uguagli! Non sanno che è proprio la morte
(loro alibi di cattolici servi)
che disgrega, corrode, torce, distingue:
anche la lingua.
La morte non è ordine, superbi
monopolisti della morte,
il suo silenzio è una lingua troppo diversa
perché voi possiate farvene forti:
proprio intorno ad essere vortica

la vita! E voi avete paura
della vostra santa morte, del caos che implica:
il vostro unilinguismo è una difesa!
La Lingua è oscura
non limpida – e la Ragione è limpida,
non oscura! Il vostro Stato, la vostra Chiesa,
vogliono il contrario, con la vostra intesa.

Sono infiniti i dialetti, i gerghi,
le pronunce, perché è infinita
la forma della vita:
non bisogna tacerli, bisogna possederli:
ma voi non li volete
perché non volete la storia, superbi
monopolisti della morte: i poeti
parlano come preti, e, profetiche,

urlano vittoria, tutt’intorno,
le Cassandre: è passato il tempo delle speranze!
Avevano ragione loro, nascoste
dentro le parrocchie.
Adesso riescono alla luce del giorno,
cornacchie delle privilegiate angoscie,
delle libere speranze imposte
dalla forza del capitale che non si estingue.
Gadda! Tu che sei lingua oscura
e ragione oscura,
rifiuta le loro interessate lusinghe,
nel tuo limpido raziocinio!
Moravia, tu che sei limpida lingua
e limpida ragione, respingi il maligno
loro adoprarti, nell’oscuro puntiglio

dei tuoi nervi… Sono solo,
siete soli. In questa lotta che è la lotta
suprema, perché riassume ogni altra,
nessuno ci ascolta.
Vorrebbero ridurre l’uomo alla purezza, loro
che sono il caos! Ah, si apra
sotto i loro piedi la terra, e parlino
il loro esperanto all’inferno.
Eppure, anche chi stimo e amo,
con cui ho comune l’anima
per tanta parte, sa, della lingua, l’esterno
valore di storia, come
se la storia portasse all’uno, a un superno
punto che livella ogni passione,
quasi il suo fine fosse l’omologazione

delle anime! No, la storia
che sarà non è come quella che è stata.
Non consente giudizi, non consente ordini,
è realtà irrealizzata.
E la lingua, c’è frutto di secoli contraddittori,
contraddittoria – s’è frutto dei primordi
tenebrosi – s’integra, nessuno lo scordi,
con quello che sarà, e che ancora non è.
E questo suo essere libero mistero, ricchezza
infinita, ne spezza,
ora, ogni raggiunto limite, ogni forma lecita.
Bruciare le istituzioni,
stupenda speranza per chi ora geme,
è una speranza che le reali passioni
che nasceranno non può prevedere, né i suoni

nuovi delle loro parole.
Non gridino i cattolici alla grandezza
del passato, ricattatori: alla Disperazione.
Ma i comunisti non avvezzino
alla rinuncia e alla riduzione i cuori,
con la Speranza: con la grandezza della rivoluzione.
Nella lingua si rispecchia la reazione.
E la lingua delle loro parole è la lingua
dei padroni e delle loro folle di servi.
Sia pur vivace e fervida
nel giudicare, nell’accusare, arringa,
saggio: ma se è il frutto
dell’uomo borghese – che si spinge
alle nuove conquiste, vecchio e brutto
nel cuore – non può esprimere che tutto

l’uomo, nella sua storica miseria.
Non c’è via di scampo, anche chi si oppone
è quell’uomo, miserabile, empio,
stupido, freddo, ironico,
che rende faziosa ogni sua più seria
passione, che non crede all’altrui passione…
E in questo accomunano i giorni della distensione
nemici e amici: ricomincia la guerra vile
del discredito, della malizia, della
cecità di cellula
o sacrestia: e ritorna lo stile
di un tempo, nei cuori
come nei versi: ed è meglio morire.
…………………..

(da Pier Paolo Pasolini, Poesie incivili (aprile 1960), in La religione del mio tempo, Milano, Garzanti, 1961)

Una frase lunga un libro #20: Mirko Volpi, Oceano Padano

9788858120200

Una frase lunga un libro #20: Mirko Volpi, Oceano Padano, Editori Laterza, 2015. € 13,00, ebook € 7,99

[…] negli occhi ho sempre quel panorama, immobile, nitido – non succede niente, qualche uccello ogni tanto si intromette nello spazio visivo, un pesce di fosso si azzarda sul pelo dell’acqua. Ovunque vada, io rimango qua. La stasi è vita, spostarsi una sua ipercinetica contraffazione.

Ho avuto un collega. Uno fra molti, ora è in pensione. Mi raccontava spesso di non essere mai andato oltre il Po, all’inizio non capivo, poi ho cominciato ad ascoltarlo con più attenzione, che significa guardare negli occhi mentre si ascoltano le parole, e seguire poi lo sguardo, che andava oltre la finestra dell’ufficio, mentre mi diceva. I suoi fine settimana passati in barca, da solo, a pescare. La partenza da Milano prima dell’alba, la barca a Bereguardo. Il ponte della Becca. Il risotto alle rane. Silenzio e nebbia, le due parole più presenti in quei racconti. Ero da poco arrivato da Napoli e un po’ mi commuovevo, come ti commuovono le cose che non ti appartengono, commosso per mancanza e fascinazione. Ci volle molto poco tempo per capire che il suo non aver mai attraversato il Po non contemplava il razzismo, se non quello per il movimento e per il luogo altro, non si muoveva perché per la sua natura si era già mosso troppo per venire a vivere a Milano. Pesca ancora, ogni tanto lo sento. Leggendo Oceano Padano di Mirko Volpi ho pensato a lui e poi a una certa forma di nostalgia che mi prende rispetto a cose che non sono mie o che non dovrebbero essere mie.

La ricerca della bellezza

La frase che ho scelto sintetizza abbastanza bene, secondo me, lo spirito di questo bel libro di Volpi. L’Oceano Padano, il piano, lo spazio sconfinato e allo stesso tempo ben delineato, quello che finisce dove sono messi i confini, cade fino a dove l’occhio può arrivare. Volpi parte da un elogio del non movimento «Ovunque io vada, rimango qua», la vita vera è un luogo dove le cose non accadono e quando accadono sono sempre poche, le stesse da secoli. Pochi gesti, quasi nessuna parola. Ti muovi quando ti muovi ma ti concedi a brevi spostamenti, vai ma è un non viaggio, è un movimento che ha l’unica funzione di aprirsi al ritorno. Vivere nell’Oceano Padano è, per Volpi, la quadratura del cerchio riuscita dall’inizio. La bellezza, però. Esistono due tipi di bellezza riconducibili ai luoghi: quella oggettiva, quella facile, la bellezza inevitabile di Roma, Napoli, Parigi. Ne esiste poi un’altra,  quella che arriva dopo, quella più piena che giunge quando acquisiamo la consapevolezza del luogo, ne apprendiamo la storia, scopriamo come sono le persone, quali storie hanno da raccontare, che lingua parlano. Quando comprendiamo questa seconda bellezza potrà capitarci, come è capitato al sottoscritto, di viaggiare una sera di qualche anno fa, tra Lodi e Piacenza, e provare un’inaspettata commozione nel vedere il sole scendere, ebbene sì, tramontare dietro un centro commerciale, esattamente come il tramonto dietro a un Brico di cui scrive Volpi.

L’Oceano Padano ha un suo mood e Volpi lo racconta con una bellissima prosa, molta forza evocativa, con la libertà di chi vuol raccontare un mondo: il proprio. Prima ancora, però, del senso di appartenenza viene la capacità di osservare, di registrare ogni dettaglio, ecco perché noi della parte di Lombardia di cui leggiamo arriviamo quasi a sentire l’odore. I campi, le rogge, i canali, le cascine, le vacche, lo sterco, il concime, i trattori, il lavoro, gli arnesi. Lo sguardo più allenato non potrà andare mai oltre l’ultima cascina e da questa consapevolezza, da questa esattezza, ci dice l’autore, viene la forza di chi vive in questo Oceano, in questo piano dal quale quasi nessuno va via, e se lo fa, fosse anche per le vicine Milano (guardata con diffidenza) o Pavia (già troppo grande), lo fa con dolore, lo fa come se fosse una mancanza di rispetto, non per la tradizione, ma per l’origine.

Ma i recinti sono stati aperti: non divelti con la forza o abbattuti, nessuna violenza è stata perpetrata apertamente, nessun lanzichenecco è sceso nei borghi dispersi a razziarli. Il gancio arrugginito si è sbriciolato dopo le piogge ai nuovi soli e la porta non ha più tenuto, piano piano spalancandosi tra  sinistri e inascoltati cigolii. Qualche bestia è scappata, altre hanno proseguito a ruminare fieno scelto, qualcosa indugia sul limite. Ma dai tempi del boom, dell’obbligo scolastico fino alla quinta elementare, della messa in latino e dell’amore nei covili, sono invecchiati i traghettatori da un’epoca all’altra, gli uomini di confine cronologico che, come mai nessuno nella nostra storia minima, hanno visto tutto, e tutto cambiato, cambiando anche loro insensibilmente.

Il centro di tutto è Nosadello, il paese d’origine di Volpi, e poi Pandino poco più in là, e Gradella, e Lodi, e la Paullese, un vero State of mind. Le donne e gli uomini raccontati sono quelli della terra, delle poche parole, dei sentimenti non dichiarati, delle occhiate, del lavoro duro. Dei mille dialetti. Persone sconvolte da niente. Donne use al pettegolezzo, ai mestieri di casa, alla cucina, con la stessa dedizione. Uomini a bere al bar dopo il lavoro, due azioni collegate molto più di quanto possa apparire. La resistenza in quelle terre delle quattro stagioni, l’importanza dell’acqua e della merda. La vita, dunque. L’Oceano Padano è un luogo dove non si fanno carezze, sono sostituite da un commento sulla pioggia imminente e buonanotte, perché niente di più c’è da dire. Mirko Volpi ha scritto un libro affettuoso (e potrebbe non perdonarmi questa parola) e malinconico. Prima, però, della dolcezza e della, più rara, tristezza della malinconia, qui se ne certifica la necessità. Tutto avviene stando fermi, nel ripetersi delle sagre e nei riti come quello dell’uccisione del maiale, a novembre. Se qualcosa è cambiato è nel clima, la nebbia non è più quella di un tempo, nevica più raramente. Infine, partendo da un piccolo paese qui si scrive anche che dove esistono molte differenze balenano altrettante somiglianze. Non credo che sorprenderei molto l’autore che molti dei silenzi, dei rituali, dei gesti, che ha raccontato ricordano, non da troppo lontano, altri luoghi, altri uomini e altre donne a me molto cari. Volpi non ama muoversi, ma scrive e scrive bene, questo per chi legge è sempre una fortuna, proprio come quando si manifesta la prima pioggia dopo giorni d’afa, nell’Oceano Padano.

Ma l’incanto è breve cosa.

***

©Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

«Torino è Torino». A proposito de “L’immigrazione meridionale a Torino” di Goffredo Fofi

Fofi

Torino è Torino.
Non è una città come un’altra.
Giuseppe Culicchia [1]

L’immigrazione meridionale a Torino [2] di Goffredo Fofi è uno dei saggi-inchiesta cruciali degli anni del Boom economico. Caso unico d’indagine nell’ambiente operaio della città in quegli anni (fu rifiutato da Einaudi e pubblicato da Feltrinelli, ma nel 2009 è stato ripubblicato dall’editore torinese Nino Aragno) in grado di toccare aspetti del lavoro tra secondo dopoguerra e anni Cinquanta sino al ‘63, è stato ed è tutt’ora uno strumento utile perché tratta delle condizioni di vita degli immigrati in città approfondendo le contingenze culturali in una dimensione fortemente comunitaria. È inevitabile mettere in relazione il saggio con testi letterari affini: si viene a creare così quel legame con alcuni ‘repertori della realtà’ capaci di riconoscere in questo saggio una funzione cruciale e ‘di valore’ ancora avvertibili nel presente, e non solo per chi ne fruisce in ambito ‘scientifico’.
La Torino che riverbera nelle parole di due autori in antitesi come possono essere Lalla Romano e Giuseppe Culicchia, è una città che si riconosce già nell’inchiesta di Fofi. Lalla Romano (1906-2001) – autrice del secondo Novecento oramai canonizzata – mi ha lasciato impressa nella memoria la fotografia di una Torino degli anni Venti nella narrazione autobiografica di Una giovinezza inventata,[3] in cui lo sguardo provinciale e “ingenuo” di Romano, originaria di Demonte (Cuneo), conferisce alla città un’aura di timida e luminosa bellezza, tutta interna ad un certo filone intimista della nostra letteratura: la Torino di Romano è un piccolo-grande mondo ‘protetto’ e ‘lirico’, in cui gli imponenti edifici sabaudi sono rifugio, casa di un sé che contiene le spinte opposte di una gioventù curiosa ma morigerata.
“Esplosa” e postmoderna è invece la Torino di Giuseppe Culicchia, in particolare nel suo primo romanzo Tutti giù per terra [4] e nella ‘guida’ Torino è casa mia [5]: nato nel ’65 in città, cresciuto nella scuola di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia è stato forse il più importante autore della sua generazione ad aver inquadrato la trasformazione cittadina negli ultimi trent’anni. Soprattutto nei suoi romanzi pulsano temi importanti quali le trasformazioni politiche e sociali dagli anni ’60 agli anni ’80, con scorci della ‘vita di lavoro’;[6] la stagione della rottura col sindacato tra gli Ottanta e i Novanta; [7] la riqualificazione di alcuni quartieri (si vedano i Murazzi o il Quadrilatero Romano oggi), la speculazione edilizia contemporanea, la ghettizzazione degli immigrati del Duemila.[8] La Torino del dopoguerra, della crescita industriale, del movimento operaio e poi del ’68, dell’autunno caldo, degli Anni di Piombo, della stagnazione sindacale, passa nelle pieghe di quest’autore figlio di uno strascico del “baby boom”, e così accade per la storia industriale della città, stratificata e costellata di esperienze “dure” e “sotterranee” precedenti anche all’intervento di Fofi. (altro…)

Notturno Americano di Emidio Clementi. Recensione

Clementi_Bologna_Locomotiv club_notturno americano_© giampaolo zaniboni

© Giampaolo Zaniboni

 

Notturno Americano è una stanza stretta come un corridoio tra la 33esima e la 12esima Street; è uno “schifosissimo lavoro”; sono le strade lerce di New York o di Chicago percorse a stomaco vuoto, sotto l’effetto di allucinazioni, alla ricerca dell’ispirazione o del senso dei giorni. È un racconto a testa alta, altissima, che ci fa vedere dove i nostri occhi non possono arrivare, due città tra gli anni Dieci e Venti, un’America crudele, sconfinata, respingente, e una vita che accade malgrado tutto. A raccontarcela è Emidio Clementi, che mischia le parole di Emanuel Carnevali da Il primo dio. Poesie scelte. Racconti e scritti critici (Adelphi, 1978, a cura di Maria Pia Carnevali) alle proprie, tratte da L’ultimo Dio (Fazi, 2004 ora Fandango).
La sua monomania per Carnevali, già espressa con i Massimo Volume, la sua band, diventa emblematica con questo reading, ora disponibile su cd (per Santeria/Audioglobe) e da qualche giorno in streaming su Rockit. Già altri protagonisti del mondo del rock italiano, negli ultimi anni, hanno portato sul palco i grandi autori del Novecento – penso, ad esempio, a quanto fatto da Pierpaolo Capovilla con La religione del mio tempo di Pasolini – ma per Clementi questa nuova operazione giunge a chiudere un percorso attorno all’opera di uno scrittore a lungo dimenticato; è una continua riappropriazione, sempre vincente ed efficace, soprattutto nella sua formula “live”.
E proprio la voce – carica e sacra – di Clementi, ripercorre il cortocircuito degli eventi che Carnevali e lui stesso vivono, il disfacimento dell’apparenza e delle proprie illusioni. La musica, qui, è di Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò, in un impasto di suoni che vanno dal post-rock all’elettronica, dal noise acustico all’ambient, in grado di sostenere la narrazione non aumentandone il peso specifico, anzi, allineandosi alla violenza e alla potenza delle due prose ma anche della poesia di Carnevali, scavalcando gli ordini di genere.
La scelta dei brani da leggere, in questo lavoro, è cruciale: tocca tutte le corde, quelle della delusione e dell’amarezza di Carnevali e di Clementi, ma soprattutto coglie appieno il ritmo interno dei due romanzi – che poi è lo stesso –, vorace e ultracontemporaneo, facendoci comprendere che Carnevali era capace di precorrere i tempi, lenti, della letteratura di quegli anni.
Emanuel Carnevali si può dire anche anticipi il Mario Soldati di America primo amore (Bemporad, 1935); le loro opere, molto diverse, trovano come comune denominatore il disincanto esperienziale della realtà e l’incapacità di rendere sentimentale quel viaggio agognato e, nel contempo, straordinario.
Ma una cifra interessante è la scelta del titolo del reading: Notturno è anche un celebre romanzo di Gabriele D’Annunzio, scritto tra il 1916 e il 1921 (uscì per Treves), gli stessi anni di Carnevali. D’Annunzio è ormai cieco, e fa della sua prosa lirica una prova del “vedere dove l’occhio non coglie”. Clementi, simbolicamente in linea con questo gioco linguistico – antiromantico – entra nella “sovraumanità” di Carnevali, la sovraespone e la trasforma: la sua non è una parabola ma diventa una verosimile, fortissima, rituale esperienza rock.

© Alessandra Trevisan

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

aforismi-anacronismi-d442

Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan

Reloaded – riproposte natalizie #12 – SU “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” DI GOFFREDO PARISE

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

*

dobbiamo-disobbedire-goffredo-parise

Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

(altro…)

Su “Dobbiamo disobbedire” di Goffredo Parise

dobbiamo-disobbedire-goffredo-parise

Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

(altro…)

Carmen Gallo – Quella gente non è vostra

Museo Rodin -Parigi – Foto Gianni Montieri

Qualche settimana fa ero in seduta di laurea a Napoli. A Napoli viene a studiare un sacco di gente dalla provincia, ma anche dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Puglia. Ho visto le facce dei genitori dei ragazzi che si laureavano. Gente che aveva scritto nel colore scuro della pelle, nell’insofferenza al colletto della camicia, nell’abito lungo della festa, tutta la loro differenza a quel luogo. E insieme lo scetticismo e la speranza in tutti i sacrifici fatti per far scalare ai figli la collina accanto, visto che sulla loro in pochi vogliono e possono restare. Gli uomini avevano mani grandissime, le donne si lamentavano per il caldo con un fare da bambine.

I ragazzi, loro, sospesi tra i due mondi, con quel tanto di rivalsa un po’ ingenua o di inerzia nell’assecondare il moto di massa comune.

Oggi nel vedere le facce delle persone coinvolte nell’incidente in Irpinia ho pensato a loro. Non perché temo che qualcuno sia coinvolto. Ma perché ho visto le stesse facce. Quelle facce che conosco bene perché per anni sono stati per me, come quelli sospesa, interlocutori bizzarri, compresi a metà, così familiari e poi lentamente estranei.

Oggi, a distanza di anni, vedo quelle facce e sento questa gente profondamente mia. L’ho capito quando ho sentito il bisogno di difenderla da voi. Di dirvi una volta e per tutte che le facce della nostra gente che muore non sono come le vostre. Potete scegliere l’angolo migliore della pagina, le parole più efficaci. Le facce della nostra gente che muore non potrete mai descriverle. Non vi appartengono, non sono come voi. Hanno nella fronte e nelle guance, nel collo e negli occhi tutte le storie che avete smesso di raccontare. Le storie di questo paese a sud delle vostre ambizioni, delle vostre ipocrisie. C’è un’altra verità più terribile in quelle facce, che quella del lutto e dell’interesse mediatico per la loro morte.

Ho la lucida consapevolezza che i miei genitori potevano essere su quell’autobus. Lo so perché il pellegrinaggio in autobus è a volte l’unico svago per persone con pensioni da fame o lavori occasionali, persone che non vi stanno dietro, né a voi né alla vostra televisione né alle statistiche su quanti libri leggete in un anno. Il Sud è all’ultimo posto, lo so. Immagino che la risposta implicita sia che siamo stupidi e ignoranti, pigri e dissipatori. Vorrei che qualcuno pubblicasse una statistica su quanti racconti orali si tramandano nelle famiglie del Sud ora. Solo nella mia famiglia ce ne sono decine. Con personaggi bizzarri, dai nomi improbabili, con storie folli e verosimili. Pasolini e De Martino hanno raccontato un mondo che è non finito. Siete solo voi che avete smesso di guardarlo, scegliendo di leggerlo nei libri così vi sembra più lontano. Voi fate sempre così.

Poi un giorno muoiono decine di persone di Pozzuoli e di Mugnano, il posto dove i miei sono andati a vivere quando non potevano permettersi una casa a Napoli, e muoiono in autostrada a Monteforte, dove da piccola mi portavano a prendere il fresco d’estate approfittando di un saluto alla Madonna. Sui giornali pubblicano le fototessere delle persone coinvolte nell’incidente. Io quelle foto non riesco a guardarle. Non so come fate voi. C’è una storia perfida e disperante in quelle facce, c’è una Storia che qualcuno dovrebbe ricominciare a raccontare al presente. E non m’interessa dei freni e del guardrail. M’interessa che sappiate che quella gente non è più la vostra.

***
© Carmen Gallo