Pascoli

Mario Santagostini – Felicità senza soggetto (uno sguardo su)

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Mario Santagostini – Felicità senza soggetto – Mondadori 2014 – € 17,00 – ebook € 6,99

 

C’è un uomo che si muove nel presente e che del presente osserva le mutazioni. Le registra passo dopo passo, vivendoci dentro. Un uomo che, però, non perde il contatto col passato, con la storia. Il tempo trascorso è guardato (e raccontato) come qualcosa che sta dietro una nebbia sottile o sotto una macchia d’olio, qualcosa che appare e scompare. Così come fanno i ricordi, i dubbi. Mario Santagostini in questo bellissimo nuovo libro, traccia una retta che unisce presente e passato, i versi ci vengono a dire, ancora una volta, che è qui che si vive ma quello che è stato non è svanito, non è perduto, non è tutto sbagliato. Cos’è rimasto delle utopie? Delle tanto amate periferie urbane? Dove sono le fabbriche, dove sono le lotte? Dov’è Milano? Santagostini lascia che tutto esploda, tutto compaia (o ricompaia) nella grazia delle sue poesie. Milano, ad esempio, che quasi si ricostruisce nella sezione Sironi.

Il mio sogno era: macchine / e parassitismo operaio. / Qui, anche la politica ha fallito. / Allora ho dipinto il futuro quando / non ama nessuno. / Nemmeno questa città, / dove si sente arrivare il temporale / con giorni d’anticipo / dai nervosismi di vespe, / libellule, di qualche mimosa.

Sironi sogna, e sono sogni che puzzano di qualcosa che se ancora c’è va cercato, ed è lì che il poeta ci porta, nelle periferie, nei cortili più nascosti, nella ruggine di Sesto, di Cinisello. Piccole macchie dietro i cavalcavia delle tangenziali. È struggente, ma mai nostalgico, questo passato che non si è trasformato in futuro e che rimane lì come vernice scrostata da un muro, o una lamiera piegata fuori da un cantiere, o come una voce rimasta a cantare in coda a un corteo finito da troppo tempo.
C’è, poi, un’altra linea, tipica di Santagostini, il richiamo e il rimando  tra un titolo e l’altro, tra i versi, come se le parole e le poesie si cercassero e ricongiungessero in un continuo girotondo, che non è un vezzo ma un’esigenza, una punteggiatura che viene prima di quella reale. Non esiste poeta che non si ponga domande, ripetute, eterne. Un esempio ne è il testo (L’ex comunista)

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