Pascal

Credere. Dopo la filosofia del XX secolo – Dario Antiseri

Dario Antiseri, Credere, Armando Editore, € 15,00

Si pone alla nostra attenzione, in questa nuova edizione 2017, un importante libro di Dario Antiseri, uscito sempre per Armando Editore la prima volta sullo scadere del secolo scorso.
Pensare entro i limiti a noi posti dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra contingenza, dall’inquietudine che incarniamo, è il cuore di quest’opera. Antiseri ci porta a considerare questi limiti come un’unica, grande, direi anche “gioiosa”, possibilità. Più che “dopo” la filosofia, come recita il sottotitolo, le pagine di Credere invitano ad andare “oltre” il pensiero, a sperare “oltre” la filosofia. L’autore si rivolge essenzialmente alla nostra coscienza. Alla filosofia, alla ragione, chiede “soltanto” e con forza, di tener viva e aperta la Domanda metafisica fondamentale: perché l’essere e non il nulla? Nasce da qui tutto un groviglio di domande: perché il mondo anziché il non-mondo? Perché il non-senso quando siamo inevitabilmente protesi a cercare il Senso Assoluto? Il mondo e la vita, dunque, che senso hanno?
Quanto più siamo disposti a riconoscere l’alto grado di presunzione che la ragione ha esibito nel forgiare quelli che il filosofo definisce gli “assoluti terrestri” (positivismo, idealismo, marxismo, in primis; ma non solo), tanto più ci troviamo a recuperare l’inestinguibilità di quella Domanda, esaltata nell’irriducibile desiderio d’infinito che avvertiamo, nella perennità dell’assenza di una risposta, con la potenza dell’angoscia che soffia sui nostri giorni.
La scienza affronta il “tutto-della-realtà”, si spinge più in là possibile nel dirci come è il mondo. Spiega la realtà empirica, certo, eppure «ciò su cui la scienza tace è quanto più conta per noi», conclude Antiseri. Nemmeno la filosofia, veramente, spiega. Tantomeno salva. La Domanda, allora, e tutto il groviglio di domande che da essa discende, è appunto inestinguibile, inestricabile, e s’impunta sempre lì, “semplicemente” sul chiedersi perché è il mondo.
I confini del “visibile” sono gli stessi confini dell’esistente. Quindi giudico per quello che vedo, ma proprio lì è il mio limite. E oltre il visibile? Posso escludere l’esistenza di altro, fuori da ciò che vedo? O ancora: parlo, vivo nel limite del dicibile, del pronunciabile. Ma ecco, ciò che sfugge è l’ineffabile. E qui dobbiamo giustamente tacere, proprio perché nell’ineffabile e nell’invisibile si apre lo spazio della fede.
C’è la realtà da spiegare, visibile e invisibile, e c’è il dolore.
Tra Otto e Novecento abbiamo conosciuto addirittura la rivolta contro Dio, fino a negarlo. Pagine memorabili che sono in Dostoevskij, in Camus, o nella testimonianza di Elie Wiesel: quanto si è offerto ai suoi occhi ad Auschwitz non è cancellabile dalla memoria. Per questo, di fronte a una sofferenza indicibile, al tremendo, Wiesel è arrivato a cancellare Dio dalla propria anima.
Il dolore e il Senso abitano dunque l’ineffabile. È un nodo eminentemente poetico.
Particolarmente illuminante, in questo senso, è un passaggio di Luigi Pareyson che Antiseri riporta: «per il Dio dell’esperienza religiosa assai più che i concetti specificamente filosofici appaiono adeguati e significativi i simboli della poesia e le figure antropomorfiche del mito».
Allora serve davvero guardare “dopo la filosofia del XX secolo”, cioè indietro, a Kierkegaard e soprattutto a Pascal (ai quali vorrei permettermi di aggiungere Spinoza). La fede è una scelta umana e insieme un dono divino; il cristianesimo è una verità sofferente. A noi, misteriosamente, serve. Per comprendere, abbracciare, un disegno.
Proprio un poeta grandissimo, Mario Luzi, nel saggio intitolato L’inferno e il limbo, scriveva: «L’uomo (…) desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza è l’unica munita d’una forza capace di vincere la disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi».

Cristiano Poletti

L’«altra metà» di Primo Levi: la chimica dei versi – di Emanuele Zinato

levi

I. Primo Levi è celebre soprattutto come testimone di una delle maggiori tragedie del Novecento: i campi di annientamento nazisti. Levi, tuttavia, è anche e soprattutto un grande scrittore: Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati sono opere che, riflettendo sulla “condizione umana”, si situano sulla scia dei Saggi di Montaigne e dei Pensieri di Pascal, La tregua è una grande narrazione epica e picaresca, le quattro raccolte di racconti (Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, Lilìt e altri racconti) sperimentano le varie maniere dell’ apologo “scientifico”, «facendole reagire le une sulle altre».[1] È inoltre un poeta, e nella forma breve delle sue poesie si può apprezzare compiutamente l’impasto di invenzione letteraria e argomentazione etica tipico della sua scrittura.
Levi ha iniziato a scrivere poesie molto presto: il primo testo, dal titolo Crescenzago, è del febbraio 1943. La scrittura in versi dunque precede, e poi affianca, quella in prosa e arriva sino agli ultimi mesi di vita dell’autore. Le poesie uscirono in una prima raccolta di 27 testi presso l’editore Scheiwiller nel 1975: L’osteria di Brema, il cui titolo è tratto da una poesia di Heinrich Heine. Dieci anni dopo, nell’ottobre del 1984, uscì la seconda raccolta, pubblicata da Garzanti: Ad ora incerta, di 53 poesie (anche stavolta il titolo rimanda a un testo poetico: un verso di The Rime of the Ancient Mariner di S. T. Coleridge). Altri 18 testi, composti tra il settembre 1982 e il gennaio 1987, furono raccolti con il titolo redazionale di Altre poesie e pubblicati postumi nel volume einaudiano delle Opere.[2]
Considerare Primo Levi “un poeta” può risultare sorprendente: la poesia nella modernità dell’Occidente è stata il più egocentrico dei generi letterari, un’arte che, nella sua forma tipica, rievoca frammenti autobiografici in uno stile del tutto soggettivo. Levi, invece, è giustamente noto come scrittore del “noi” e del “voi”, come evocatore di un monito e di una responsabilità collettiva. Infatti egli, fedele al criterio di trasparenza nella comunicazione, dichiara perentoriamente “dicendo poesia, non intendo niente di lirico”;[3] e “provo diffidenza per chi è poeta per pochi”.[4]
Nel risvolto di copertina di Ad ora incerta, tuttavia, Levi confessa al lettore un’altra origine, “non razionale”, della propria scrittura poetica:

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli regolari, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.[5]

Quale fra queste dichiarazioni autoriali dobbiamo prendere per buona? I versi di Primo Levi sono davvero la voce della metà inconscia, non razionale dell’autore?
Gli esiti formali sembrerebbero smentire questa confessione leviana. Al lettore delle poesie, infatti, balza agli occhi soprattutto il loro impianto didattico e epigrammatico: anche la poesia sembra nascere in lui dalla ragione, dalla lettura morale della realtà. A partire dal testo poetico più noto, l’ epigrafe di Se questo è un uomo dal titolo Shemà, nei versi di Levi non vi è mai la più piccola traccia di orfismo o «l’attesa che – suono a suono, figura a figura – il senso scaturisca in forza di quella razionalità ‘altra’ che è l’inconscio».[6] Si tratta viceversa di un caso esemplare di figuralità severamente controllata,[7] che permette di accostare, dal punto di vista stilistico e retorico, Ad ora incerta «a quella poesia neorealistica che in Italia è riuscita ad avere così di rado degne espressioni.»[8] Shemà in ebraico significa ‘ascolta’ ed è l’invocazione a Jahwè con cui si apre la preghiera fondamentale dell’ebraismo. Questo titolo allude a una poesia intesa come parola religiosa laicizzata: un monito culturale a largo raggio di senso. Si tratta di tre strofe di 4, 10 e 9 versi liberi, in cui la figura più presente è l’anafora, la ripetizione. I destinatari sono i milioni di anonimi condensati in quel “Voi”: si tratta di una maledizione e insieme di un ammonimento disperato e solenne. Il comando imperioso, martellato dalle anafore, serve a scolpire nel cuore di ognuno la memoria, contro la smemoratezza, l’indifferenza e la complicità. Allo stesso modo funzionano altre poesie composte tra il 1945 e il 1946, come a esempio Buna, Alzarsi, Lunedì, Ostjuden. Non si tratta dunque, di certo, di poesie liriche, il genere letterario dedicato all’espressione dei sentimenti individuali: lo schema è piuttosto quello classico della poesia di pensiero (l’epigramma, l’epistola in versi, l’apostrofe).

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