Partigiani

Giorgio Bocca, Dalla montagna alle Langhe

Reparti organici partigiani appartenenti alla I ed alla II Divisione Alpina «Giustizia e Libertà» hanno effettuato, nel periodo che corre dal 1° al 10 gennaio del ’45, un trasferimento dalle vallate alpine alle Langhe, attraversando per oltre cento chilometri la pianura presidiata dai nazifascisti.
Nelle poche righe che assumono la forma di bollettino militare sono contenuti gli elementi necessari e sufficienti per giudicare una fra le più significative operazioni militari compiute dei Volontari della Libertà. I termini «inverno» «partigiani» «centinaia di chilometri» «presidi nemici» possiedono tale evidenza espressiva da provocare con immediatezza, anche in chi ha vissuto al di fuori dell’episodio, pensieri ed idee.
È opportuno però sviluppare in una visione più completa il ricordo di quella, che per usare un’immagine di un nostro compagno, è stata l’anabasi partigiana. Ricordarla non solo dal lato tecnico militare perché sarebbe cosa fredda ed unilaterale così come troppo soggettiva sicuramente sentimentale, ma ricordarla nelle caratteristiche che la contraddistinguono da tutte le altre, nello spirito partigiano che dà coesione ai fatti ed alle date, che non è solo un aspetto, ma il vero nucleo centrale.
Già dall’estate del ’44 il comando centrale piemontese delle G. L. unitamente a quelli delle due divisioni prese in esame la possibilità di un trasferimento di reparti nelle Langhe.
Quale scopo principale si poneva un più vasto ed intenso sfruttamento di tutte le energie capaci di organizzare e rafforzare la resistenza. Non era solo per G. L. che si voleva dar modo ad una parte degli uomini della montagna di inquadrare e suscitare nuove forze, ma perché il movimento partigiano tutto diventasse più solido e più forte. Il piano non poteva essere attuato e nemmeno messo in cantiere per ragioni di forza maggiore: a causa cioè delle sopraggiunte operazioni tedesche. Solo coll’avvicinarsi del secondo inverno il problema Langhe ritornò con interesse ingigantito.
Da Torino, Filippo, commissario delle G. L., inviava lunghe lettere esaltanti i vantaggi della pianurificazione; da Gerbido e Pentenera giungevano brevi biglietti con scritto: «Abbiamo finito la farina e la carne». Le missive divise in partenza, si riunivano in una cooperazione non preordinata, ma efficacissima.
Tuttavia la cosa non era ancora matura, forse proprio perché nelle formazioni alpine si era formato uno spirito in un certo senso conservatore, difficile da penetrare.
«La guerra partigiana si fa in montagna» era il concetto, anzi il sentimento di coloro che dai primi giorni di lotta avevano trovato nei boschi e nelle rocce, nelle grangie pietrose i loro rifugi. Ma la realtà si dimostrò un’altra: la guerra partigiana si fa dove si può. Una di quelle verità lapalissiane cui l’uomo giunge solo dopo penosa ricerca.
Penosa ricerca rappresentata per noi dal grande rastrellamento pre-invernale. Tedeschi e fascisti in alcune migliaia si concentrarono, rastrellando le valli adiacenti, nella Val Grana, unica arteria funzionante e libera del nostro sistema sanguigno. I nostri reparti, dopo aspri combattimenti, scivolarono fra le maglie nemiche e aggrappandosi alle rocce del Cauri e del Bram, vissero per quattro giorni all’addiaccio, quasi senza mangiare, tenendo duro sino a quando la valle fu abbandonata.
Le formazioni erano in piedi, ma tutti, comandanti e uomini, si erano convinti che un’altra prova, in quelle condizioni, non era più possibile affrontare. Le brigate erano divenute nell’estate e si erano mantenute nell’autunno forti numericamente, troppo pesanti e massicce per affrontare il periodo cruciale dell’inverno. Nelle Langhe, svaporato il tripudio estivo, si era fatto posto anche per una parte di quelli della montagna, c’era pane, carne e vino anche per i partigiani della Vermenagna, della Gesso, della Grana, della Maina e della Varaita. C’erano colline e colline su cui allargarsi, in cui riparare, un posto per vivere insomma e per continuare la lotta.
C’era la possibilità di organizzare nuove energie, di dare agli uomini della collina il mordente dei vecchi della montagna, di restituire il partigianato delle Langhe ad una forma più cosciente e seria.
Con lentezza forse, come è proprio di tutti gli organismi maturi, ma con progressione costante, la necessità di compiere il grande passo entrò nell’anima collettiva delle due divisioni alpine, quell’anima collettiva nata dai comuni ideali, dal comune terreno di lotta, città del ceppo d’origine.
E fummo certi della maturità del problema quando si udì nei discorsi degli uomini, per cui non è mai esistito alcun segreto militare, parlare con naturalezza di Langhe e di pianura. La sincerità era carattere proprio al nuovo spirito partigiano. Gli uomini sapevano che la vita, laggiù, era più dolce che in montagna.
Quando era limpido, di sera, mentre l’ombra gravava giù sulle valli spingendosi sui campi e sulle case del piano, le Langhe apparivano come uno sfumo di grigio rosato, la nuova terra promessa.
Di lontano non si vedevano il fango ed i tedeschi.
Gli uomini desideravano star meglio e lo dicevano. Non ne vedemmo mai alcuno preoccupato di salvare la tinta del martire e del perseguitato. Ma gli uomini sapevano anche che la lotta continuava e sapevano, senza che alcuno dei comandanti l’avesse loro detto, che si andava nelle Langhe anche come G. L., che si doveva tenere alto un prestigio faticosamente costruito.
Mentre nei distaccamenti si preparava il secondo natale di montagna, e su per le mulattiere saliva il vino delle grandi solennità e la carne per i celebri arrosti bruciati e la farina per i micidiali gnocchi elastici di ogni festa partigiana, i comandanti scendevano dalle loro valli alla capitale dei ribelli, la nostra Pradleves. Era necessario portare a termine le ultime ricognizioni, e decidere la partenza e il nome dei reparti destinati a migrare. Meglio partire la notte del primo dell’anno, ché forse fascisti e tedeschi avrebbero dimenticato noi per lo spumante.
Ultimo natale di montagna, natale per chi partiva. Triste perché le nostre baite nella neve erano più care che mai, di pino, di fumo e di parole, triste perché le montagne di Varaita, di Maira e di Grana erano più belle di ogni altra volta e amici i montanari vestiti a festa e noti i sentieri, gli alberi, i boschi. Triste natale pieno di pensieri e di dubbi. (altro…)

Zamboni, L’eco di uno sparo (Buon 25 aprile)

 

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I crimini vivono oltre la carne di chi li compie, ne incrostano il ricordo, il valore dell’aver vissuto. Poiché le nostre azioni saranno descritte in noi, buone e cattive, ci accompagneranno senza rimorso mutandosi in carne, modellando le fisionomie. Si possono anche addomesticare, dissimulare; ma ci sono sguardi che risulta difficile sostenere: il nostro medesimo prima di ogni altro.

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Il giorno 29 del mese di febbraio nell’anno bisestile 1944, lungo quella che è ora una strada ad elevata percorrenza ed era allora poco più che uno stradello aperto tra le campagne emiliane che non è difficile immaginare spoglie nel periodo e bene amministrate, abbondanti di olmi, di gelsi, di filari in attesa del disgelo, di aceri campestri, di pioppe, di qualche noce spettacolare – di quegli stradelli affiancati da una canaletta d’acqua gonfia di vita naturale –, alle ore 17,45, dunque ancora in luminosità piena – ma in buio di testimoni, ché a quell’ora ci si apprestava a mungere nelle stalle –, ammazzano un uomo di quarantanove anni.
Gli sparano in tre; da dietro; in corsa.

L’uomo rientrava dalla città, e mi viene di pensarlo con sciarpa e cappotto, giacca scura, camicia bianca, bretelle, pantaloni di panno con la cintura serrata sopra l’ombelico. Due proiettili scompaiono nella sua schiena, due nella regione addominale di sinistra.

Sicari, chiamano i giornali gli sparatori. E: agguato, il loro procedimento.
L’uomo cade dalla bicicletta, una di quelle biciclette padane che sappiamo nere, pesanti, con le gomme larghe per vincere la ghiaia. Cade sorpreso e assieme fulminato.

Il fratello più giovane sulla bicicletta a fianco si rivolta con la pistola in pugno e cerca di infilare gli assaltatori, ma il suo colpo si inceppa e quelli hanno modo di sfuggire attraverso gli stradelli laterali.
Nere anche le loro biciclette. Pesanti.

Mentre questo accade, e la ruota posteriore della bicicletta caduta gira nell’aria e poi va a rallentare, e il silenzio dell’inverno cala di nuovo sui campi smorzando i fatti degli uomini, esattamente quando questo accade, io perdo mio nonno.
Le cronache degli uomini insegnano come si onorasse dei titoli di Squadrista, Fascista Repubblicano, Sciarpa Littorio, Marcia su Roma, Membro del Direttorio del Fascio di Reggio Emilia, Segretario Politico di un Fascio della provincia. Fedele fino alla morte, scrivono. E indicano nei GAP, nei Gruppi di Azione Patriottica, gli sparatori.

Nulla sapevo di lui. Sono stato abituato a imparare – o, meglio, imparare a dimenticare – quell’uomo nel silenzio familiare, tramite rare foto, discorsi assenti. So come la sua non presenza abbia avuto un riflesso profondo nella mia educazione, quindi nella mia vita. Due cose sole, possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di più, prima di questo libro.

Per bilanciare questo niente ho lasciato passo all’attrazione magnetica per quei colpi di pistola del febbraio 1944 e seguito la loro eco lungo un paio di secoli. Ho dovuto capire dove sono nati, quei colpi, chi li ha generati, dove sono andati a rimbalzare, che cosa hanno smosso, smurato, prodotto. Ho dovuto scovare tracce seminate e sepolte, frugare da dilettante negli archivi che tutto conservano e tutto confondono, respirare polvere antica, macchiarmi di inchiostri, decifrare scritture impossibili, toccare carta infastidita dalla luce con il timore di vederla rompere. E poiché scrivere è un lento modificarsi, ho dovuto, soprattutto, vivere nel frattempo e accettare di vedere cambiati i lineamenti della mia vita. È stato bene farlo: tocca ai nipoti raccontare, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza; tocca a noi questo scegliere o tralasciare, sapendo che ogni parola nostra o azione avvicinerà la pace o il male che devono arrivare.

Questa è la storia di Ulisse e dei suoi sparatori che infine si spararono tra loro, tutto sconvolgendo. Il racconto di ciò che è stato prima e che ha innescato quei colpi in canna, di ciò che è stato dopo e perdura inconciliato, forse inconciliabile. Di questo la mia famiglia è stata testimone: che ogni sparo da spari precedenti è generato e a sua volta genera spari, nell’instaurarsi di una catena senza fine.

Questo abbiamo imparato: l’eco di uno sparo non si quieta mai.

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Una frase lunga un libro #8 – Massimo Zamboni: L’eco di uno sparo

Una frase lunga un libro #8

zamboni

Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo, Einaudi 2015, € 18,50, ebook € 9,99

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I crimini vivono oltre la carne di chi li compie, ne incrostano il ricordo, il valore dell’aver vissuto. Poiché le nostre azioni saranno descritte in noi, buone e cattive, ci accompagneranno senza rimorso mutandosi in carne, modellando le fisionomie. Si possono anche addomesticare, dissimulare; ma ci sono sguardi che risulta difficile sostenere: il nostro medesimo prima di ogni altro.

Prima ancora di cominciare a raccontare il bel libro di Massimo Zamboni, partendo dalla frase che ho scelto, volevo dirvi della dedica. Zamboni fa questa dedica: “agli sconosciuti”. Penso che sia una delle più belle dediche che io abbia mai letto, in un libro. Bella per due motivi. Innanzitutto perché lo sconosciuto è chiunque, Massimo Zamboni ritiene questa storia così importante e universale da poterla portare in dono a tutti. E ha ragione. L’altro motivo è quello più legato al libro, alla ricostruzione familiare e storica che fa lo scrittore emiliano, gli sconosciuti siamo anche noi stessi. Lo siamo nella misura in cui non conosciamo il nostro passato, dimentichiamo le nostre origini, non completiamo la nostra memoria. Siamo sconosciuti a noi stessi se ci accontentiamo di un racconto tramandato, o soltanto di un ricordo. Massimo Zamboni si dedica il libro, dedicandolo a noi, perché ricostruendo la storia della sua famiglia, che vive dentro a un pezzo terribile della storia d’Italia, ricostruirà la propria. La capirà.
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25 aprile con Franco Fortini (poesie da Versi scelti)

 

Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia, 1952 (Collezione CGIL, Roma)

 Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia (1952)

 

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da Foglio di via (Gli anni)

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La città nemica

Quando ripeto le strade
Che mi videro confidente,
Strade e mura della città nemica

E il sole si distrugge
Lungo le torri della città nemica
Verso la notte d’ansia

Quando nei volti vili della città nemica
Leggo la morte seconda,
E tutto, anche ricordare, è invano

E «Tu chi sei?», mi dicono, «Tutto è inutile sempre»,
Tutte le pietre della città nemica,
Le pietre e il popolo della città nemica

Fossi allora così dentro l’arca di sasso
D’una tua chiesa, in silenzio,
E non soffrire questa luce dura

Dove cammino con un pugnale nel cuore.

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Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

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Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

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A un’operaia milanese

Tutta distrutta, tutta nuova nata,
Lacerate le pietre senza pietà,
Per te risorta si fa, diventata
Tutta nostra, questa città

Sepolta e solo spirito è la madre tremante
Che ci angosciò in servitú di baci.
E dolorosamente con le dita di fiamma l’amante
Quei segnali cancella tenaci.

Ma qui dove fra essere e non essere esita
Prigioniera in se stessa una nostra figura,
Tu liberata porti la giustizia sicura
Che i vivi conosce e i morti.

E te guardando in noi si umilia un tristo
Schiavo tiranno e la speranza è piena:
Dentro i mattini il mio popolo desto
Attende la grande sirena.

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Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

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da Poesia e errore (Al poco lume)

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Quel giovane tedesco

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hôtel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.

Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.

La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.

Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

(1947)

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da Poesia e errore (I destini generali)

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Una sera di settembre

Una sera di settembre
quando le donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi  due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

(1955)

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Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(1955)

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da L’ospite ingrato

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Autostrada del sole

Tutto era così semplice, averlo saputo.
Che l’accurato labirinto delicato
la patria immaginaria
in questo vento dovevano sparire
e noi scagliati sulla luce
dei rettilinei…
Ora a noi tardi liberi
in quest’aria di nulla
pianure monti umiliati
altri spazi e doveri
dilatano e già veri
da morirne. E di vista
si perde il cuore
come dopo il sorpasso
l’altro nel retrovisore.

(1960)

 

Fortini Versi scelti

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