parola

è una vertigine il sublime

oliviero toscani

una questione contraffatta

il rovescio di questa (altro…)

Discorso sulla poesia – Una apologia della Parola

« Nobil natura[…]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.

Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo Ragione. Ma sarebbe contro Natura. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove Natura e Ragione riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. […] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]

Eppure l’uomo ha creduto alla Ragione, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra Natura e Ragione, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.

L’uomo è in impasse, la Natura lo sa.

Cosa pensate possa avere la meglio tra la Testimonianza e la Giustificazione? E necessario abbandonarsi alla prima rinnegando la seconda. E se ciò vi sembrasse irragionevole, sareste sulla buona strada.

I discorsi posticci farciti di spiegazioni buy-now non hanno fatto altro che regalarci soluzioni di plastica tre per uno, galleggianti nel bacino putrescente della moda.

Il senno fu degli antichi, ancora abbastanza saggi da volersi immaginare. A noi non è rimasto che l’eco delle nostre grida nei compartimenti stagni dentro i quali ce ne stiamo rinchiusi, scrivendoci le motivazioni sulle pareti con le unghie manicurate.

Ma un giorno io le schiaccero la testa e Caravaggio rinnegherà la sua Maria.

Riempirsi la bocca di Democrazia, con ancora la bava che cola mista al sangue di chi non abbiamo mai conosciuto, è il placebo ad una sofferenza che la Ragione ci impedisce di comprendere, per non crollare sotto l’implosione delle sue stesse macerie su cui piantiamo le nostre bandiere.

La corsa verso la libertà ci affanna, e gli schermi dei PC s’appannano.

Ci associamo, ci ribelliamo, manifestiamo. «Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica.»[2]

Sabotare l’utile e rinnegare il bello come menzogne dalle quali liberarsi per aprirsi alla densità del reale che ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo. Solo così «L’umana compagnia» [3] saprà di Ginestra, e i seni bianchi delle donne s’ergeranno allora a picco ai lati della valle ancora fertile, dove la morte odorerà di latte ed il tramonto sarà il tempo per raccontare ciò che non si è vissuto. La schiuma sulla groppa degli asini gli ricorderà chi sono, ma senza redini. Dormiranno gli stambecchi accanto ai leoni e le lucertole canteranno con i grilli, tra i rami e le pietre, l’estate. Suderanno gli inverni sotto il passo dei vecchi, sorpresi di vedere le loro orme bianche seguirli ancora. Sorgeranno le primavere verdi ogni mattino e gli autunni coccoleranno le foglie non più acerbe con flebili sbuffi di vento. La gaia normalità che non sorprende rende felici.

Ma noi, lo siamo? Felici, dico. La ragione ha attraversato gli abissi della metafisica per cercare le risposte sbagliate. Quanta energia sprecata. Dire che l’uomo non può essere felice perché superiore alla sua propria Natura è come tagliare le zampe al proprio cane e dire che non corre verso di noi perché sordo. Quale onore ci farebbe poter riuscire ad ammettere le incapacità della Ragione. Ma nessuno è tanto ardito da rinnegare il proprio Dio: Giuda s’impicco, prolificarono solo Cristi da resuscitare.

Sostituire la finzione con l’immaginazione attraverso quell’atto intemporale che è la Parola non appena viene prodotta, l’unica ad essere realmente libera poiché in grado di distaccarsi completamente da colui che la produce per gettarsi, vergine e fiduciosa, tra le braccia di chi vorrà accoglierla, sempre diversa.

Ma in un’epoca in cui la Ragione analizza e spiega ogni cosa, ebbra dei fumi della determinatezza e patologicamente smaniosa di determinazione, perché la Parola non venga assorbita dalla finitudine e possa conservare quell’ambiguità che le è indispensabile per rinnovare la sua ingenuità, perché ciò che ha la pretesa di appartenere all’universale non diventi prigioniero dei confini del caso particolare, c’è bisogno di liberare il dire da tutte quelle associazioni convenzionali che lo cristallizzano a spese dell’invenzione collettiva.

Anteporre l’espressione alla funzione nel linguaggio significa creare una idiosincresia tra significati e significanti prestabiliti attraverso un lavoro negativo, a togliere, che abbia come risultato trasformare il dire in un invito dell’altro a costruire. Il vero atto comunicativo è, infatti, quello capace di subordinare l’urgenza del singolo a quella della comunità in cerca di se stessa, attraverso l’uso della prassi simbolica del linguaggio che non conosce menzogna.

Quale migliore luogo perché ciò avvenga se non la Poesia? Ed essendo questo un atto di per sé etico, una Poesia che lo metta in pratica è l’unica Poesia etica possibile.

Cos’è l’invito rimbaudinano ad «essere assolutamente moderni»[4] se non questo rinnegare ogni differenza personale per un incontro della «umana compagnia» nel linguaggio? Un invito spesso ridotto alla mera ricerca dell’originalità espressiva, di uno sperimentalismo fine a se stesso che non ha tenuto conto dell’intero invito di Rimbaud:

«A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immandi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, – gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente cantici: mantenere il passo conquistato.»

Così, anche la Poesia più sinceramente impegnata, più intimamente civile, se non si impegna nella reinvenzione della Parola, se attraverso questa non cerca di risolvere quella sintesi dell’assoluto inaccessibile alla Ragione che non ammette correspondances, se non mira ad un dérèglement della struttura linguistica della comunità alla quale si rivolge, rischia di diventare parte di quella dieta igienica assimilata dallo status quo, poiché parla lo stesso linguaggio, slittando impercettibilmente da una posizione in difesa di un qualche tipo di ideale ai più bassi compromessi a favore del profitto, giustificati dalla Ragione con lucide sublimazioni di un atto che altrimenti non avrebbe molte spiegazioni.

Quando la Parola smette di essere «appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione» iniziata «per mezzo del linguaggio»[5], allora essa diviene mortale e il suono che produce è il rumore dei cocci di un’altra opportunità andata in frantumi.

«Ma se così è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è più poeta,

e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole ec. ec.»

(Giacomo Leopardi)



[1] Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giacomo Leopardi, Le Monnier (Firenze), 1921-1924.

[2] L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi.

[3] La Ginestra, Giacomo Leopardi.

[4] Rimbaud. Poesie e prose, Oscar Mondadori, 1975.

[5] Cos’è la Letteratura, J. P. Sartre, Il Saggiatore 1960.

…ma le detta parola?- f.f.

Alexander Daniloff – entrata nel regno dei morti

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m a l e detta parola
mon(a)ca p o e s i a   fatta di fiato
parola amministrata dentro un cart(ell)one di disegni
parola somma senza calcolo astenuta estenuata parlamentare parola
impiastricciata gitante parola gigante
malgovernata tabulata infuriata parola che s’inturbina si staglia s’impenna
si strimpella dentro le orecchie bacheche
di chicchesia prova letta
allettata parola bis-bis-bigliata bi- lingua parola (s)bocc(iat)a
sfoderata ai quattro sensi nel palatino
del cucca e magna et imperat. (altro…)

Una resa a cinque stelle

Ecco la domanda inevitabile, la più scomoda di questi tempi, per i produttori di arte e cultura italiani: Può uno scrittore impegnato, con una visione progressista del suo paese e del futuro, pubblicare i suoi libri da una casa editrice che appartiene ed è diretta dai Berlusconi, come è il caso della Mondadori e delle sue “sorelle”? La mia esperienza riguardo a questi “rapporti pericolosi” mi fa credere di no, che non è possibile. E qualsiasi ragionamento che voglia giustificarli è cercare forzatamente la quadratura del cerchio. Riuscite a concepire Pablo Neruda che pubblica da una casa editrice diretta da Pinochet? O Che Guevara che pubblica i suoi saggi politici sponsorizzato dalla CIA? O Pasolini che chiede a Licio Gelli un anticipo per finanziare la produzione di un suo film? Difficile da immaginare. Invece nella grande confusione e nel conflitto tra coerenza ideologica (nel caso assente) e interesse di avere grande visibilità editoriale e mediatica, tanti scrittori e registi che oggi si presentano pubblicamente come “di sinistra”, accettano il patto col diavolo. E cioè di essere finanziati e distribuiti dalla Medusa Film, o da Mediaset, entrambe dei Berlusconi, o pubblicati dopo il suo “Visto, si stampi” nelle imprese editoriali delle quali possiede il controllo azionario, il potere patrimoniale che è il marchio del suo regime, quel potere alla fine decisivo nel sistema in cui ci siamo impantanati, oggi ancor più incancrenito dai nuovi modelli di commistioni spurie tra cultura, politica e affari.
Questa nuova servitù intellettuale ha poi la sfacciataggine di cercare furbescamente di fare bella figura con tutti, con i loro vecchi ammiratori e con il “capo” che è l’oppressore degli stessi ammiratori (forse sarebbe il caso di ricordare loro la saggezza popolare italiana, quando dice che “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”).
È grottesca anche la semplice discussione pubblica di una tesi così stramba, quella di allearsi al nemico per meglio combatterlo. E “a ridaie” con la vecchia metafora del cavallo di Troia, che non ha mai convinto nessuno. Nella pancia del cavallo troverete un buffet con champagne francese e simpatici, si fa per dire, gadget sotto il tovagliolo, accanto all’argenteria. E da quella pancia poi non se ne esce più. Dopo il banchetto, chi si ricorda più cosa si era andati a fare lì? A quel punto uno si sentirà, magari inconsciamente, già parte di quelle “beautiful people” che il berlusconismo promuove oggi a classe dirigente.
Chi ha esperienza delle cose politiche e culturali si ricorderà quante volte, per non perdere i privilegi della “discreta combutta” che si vuole avere con la destra, scrittori detti “di sinistra” hanno cercato di fare appello alla favola del “cavallo di Troia”, del “sabotaggio da dentro”. Ma chi ci crede più? Gli interessi sono evidenti. Qualcuno sta cercando di nascondere i raggi del sole con un settaccio a maglie larghe. Cercano di imbrogliare i loro lettori, di raggirare la gente che ancora si fida della loro coerenza smarrita e che non vuole dover inghiottire una così grande e così triste delusione politica.
Altrettanto ridicolo è l’argomento della “disideologizzazione” di un lavoro così assolutamente ideologico, sempre e comunque, come fare film o scrivere romanzi. Rileggete le idee di Pasolini a riguardo, imparate qualcosa da Gramsci o da Bertold Brecht sulla coerenza richiesta dal poeta, dall’intellettuale, e sugli stratagemmi “astuti” per provare a raggirarla. Non c’è niente di più patetico che uno scrittore di sinistra tentato dai privilegi e dai valori della destra che cerca di goderli senza perdere il rispetto dei suoi lettori. Li perderà di sicuro, non c’è niente da fare. E merita di perderli, perché commette un tradimento grave e cerca di farla franca.
Ogni periodo storico ha la sua Gestapo e la sua Krupp. A volte viene utilizzata la violenza diretta, brutale, come a Genova nel 2001, e a volte si tenta di cooptare e di comprare gli intellettuali (e non di rado ci si riesce, facendo leva sulle loro difficoltà economiche, ma più spesso ancora sulla loro vanità. È il narcisismo che li frega quando cominciano a credere, per autogiustificarsi, di essere al di sopra del bene e del male e di poter prendere assegni impunemente dalle ditte che fanno capo ai Berlusconi).
Argomenti ridicoli infatti non mancano agli scrittori venali. C’è anche quello che dice che “non si può lasciare case editrici così tradizionali, con un nome storico e rispettato, nelle sole mani di quelli della destra, perché sarebbe una sorta di resa, quindi bisogna fare il ‘sacrificio’ di non mollare e continuare a pubblicare da loro”. Ma, domando io, non te ne accorgi che a questo punto sei diventato anche tu uno di “loro”? Che dietro questa fragile ipocrisia stai soltanto cercando di preservare il tuo posto di lavoro ben remunerato e la nutrita visibilità nei media, proprio come quei “loro” che fai finta di condannare? E poi, non c’è logica più oscena come quella dei “mezzi che giustificano i fini” quando è chiaro che in questo caso sono proprio i mezzi ad inquinare e a cancellare i fini, o meglio a trasmutarli in fini di ben altro tipo, pro domo sua. Non si tratta di un “conflitto di interessi”, ma di interessi puri e semplici. E poi, il nome di una impresa editoriale è rispettato non a causa di una fantomatica “eredità” canonica, ma per quello che oggi fa o non fa, pubblica o non pubblica, per i suoi legami e appartenenze, spesso oscuri e pericolosi, per i fili visibili o invisibili che la tirano, insomma per quello che è diventata. E nel caso in questione già da parecchi anni questo rispetto si è dissolto e quelle case editrici sono diventate strumenti di affermazione e di propaganda di un potere ignobile.
Ma di tutti gli argomenti, il più ridicolo – quasi comico se non fosse tragico – è quello che insiste nel dire che “se i Berlusconi lasciano quelli che sono i loro oppositori liberi di pubblicare quel che vogliono e non fanno alcuna pressione perché cambino il contenuto dei testi, non c’è alcuna ragione perché uno se ne debba andare”. Bene, bravo. Sdogani il “liberale” Berlusconi e gli regali l’ingiusta legittimazione a cui aspira. Ma non ti sei mai chiesto perché interessa tanto ai Berlusconi avere scrittori “di sinistra” – e anche siti internet culturali tradizionalmente “di sinistra” sono oggi colonizzati da funzionari della Mondadori – orbitando intorno al loro potere? O ti sei fatto la domanda e la risposta vera non ti conviene? Comunque collabori (nel senso proprio di “collaborazionismo”) con il deterioramento dello scenario culturale italiano. La strategia di questa destra spavalda è comprare tutti gli spazi per non fare lavorare i loro oppositori, quelli veri, quelli che non sono riusciti a cooptare. E non dimentichiamo che quando l’egemonia culturale è onnicomprensiva e si rigonfia al punto di sfiorare l’unanimità passa a chiamarsi non più egemonia ma totalitarismo. Le parole giuste servono. E ricordati: sarà anche tuo il sigillo morale del totalitarismo.
Così, tra poco non resteranno più spazi che non appartengano in un modo o nell’altro a Berlusconi, e sarà regime. Ai pochi rimasti “desberlusconizzati” non rimarrà alcuna visibilità pubblica, saranno resi invisibili.
Questa anomalia viene ammessa e metabolizzata da alcuni scrittori italiani come normale ma normale non è, perché in altri paesi raramente si trova una tale dissonanza tra la visione di mondo degli autori e la linea editoriale delle case editrici che li pubblicano. Penso alla Francia, alla Spagna, alla Germania certamente, al Brasile, al Messico e all’Argentina, ma anche agli Stati Uniti, dove un autore come Samuel Beckett ha scelto una casa editrice alternativa newyorkese, la Grove Press, per pubblicare la sua opera, e lo stesso fece Jean Genet e William Burroughs, ma anche Lawrence Ferlinghetti e il suo gruppo che da sempre pubblicano per la piccola City Lights Books.
Inoltre, quando un ambiente editoriale diventa complessivamente asfittico, tocca agli scrittori creare dei poli alternativi, come riviste, siti internet e anche case editrici. Molti di loro, forse i più bravi, quando nel loro paese si dilagano i miasmi del regime, creano case editrici indipendenti – gli esempi del Messico, del Brasile e degli Stati Uniti degli anni ’60 sono eloquenti – oppure si organizzano in modo da fare appelli collettivi perché si pubblichi solo per quelle case editrici indipendenti o in sintonia con le loro proposte. Domando, non è arrivata l’ora che gli scrittori italiani prendano posizioni pubbliche comuni, anche riguardo a chi dovrà pubblicare i loro libri? Bisogna far chiarezza anche sull’aspetto pratico, su cosa significa essere un autore impegnato, e magari questa polemica sulla Mondadori e le altre case editrici di appartenenza dei Berlusconi sarà il divisore delle acque.
Dallo scrittore impegnato uno si aspetta giustamente coerenza e onestà. E non esiste “coerenza relativa” né mezza onestà. Puoi chiamare il tradimento e la corruzione con mille nomi, il dizionario è pieno di sinonimi e la fantasia può produrre molti eufemismi carini, ma si tratterà pur sempre di tradimento e di corruzione. Forse è l’ora di tornare al dizionario per cercare il senso di parole come “venale” e “prezzolato” e tenerlo ben vivo nella coscienza.
Circa otto anni fa è stato pubblicato un volume storicamente importante, un’antologia di testi di intellettuali, scrittori e registi italiani con il significativo titolo di “Non siamo in vendita!”. C’era anche un racconto mio ispirato al massacro di Genova del 2001. Oggi, dopo un decennio in cui la destra ha imposto la sua egemonia con le buone e con le cattive, con il contratto ben farcito regalato all’artista “addomesticato” o la spietata censura ai talk show televisivi, quanti di quegli intellettuali del “Non siamo in vendita!” possono ancora confermare di non essersi messi all’asta? Meno della metà, sicuramente. Gli altri sono diventati tutti funzionari più o meno mascherati della stampa berlusconiana, di Panorama, Libero o Il Giornale, di Mediaset, di Fininvest o della Mondadori e delle sue sussidiarie.
Invece aveva ragione Brecht:  solo quelli che lottano tutta la vita sono gli imprescindibili. Gli altri, quelli che hanno cambiato bandiera, che hanno allungato il muso per le briglie del padrone in cambio dello zuccherino e ora cercano di giustificare l’insanabile contraddizione con goffi ragionamenti arzigogolati, come li dobbiamo chiamare?
Lasciamo perdere i dizionari. La parola giusta la conosciamo tutti.
 
[Julio Monteiro Martins]

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (3)

Oltre la protesta: per una rivolta di tutta la cultura


Può sembrare paradossale e contraddittorio: nonostante il degrado circostante, non ci sentiamo autorizzati a formulare previsioni pessimistiche, né tantomeno a rassegnare la volontà di lotta alla tranquillità del peggio. Stiamo attraversando una fase di transizione che nasce dall’abbattimento di un sistema corrotto e paracriminale (diretto dal caf ed accettato da una parte del paese) e si apre, contro feroci ostilità, allo sviluppo di una rivoluzione pacifica e legale che, iniziata diversi anni or sono – con l’appoggio determinante dei giudici e della società civile – attende ora di essere ripresa e portata a compimento. Perché il moto non si blocchi, la cultura non può trarsi indietro, ma deve inserirsi nelle crepe di questo esatto frangente, per dare tutta la sua opera di intelligenza critica e di stimolo all’azione. Si prospettano i rischi di due tentazioni distinte da cui è preliminarmente doveroso guardarsi. La prima è l’illusione che possa essere in qualche modo utile un atteggiamento di mediazione e di compromesso: in realtà, un regime dell’incultura non è internamente abitabile dalla controparte strategica e l’esclusività dei suoi interessi pecuniari non le concede in partenza, né dentro né fuori di sé, alcuna credibile chance di modificazione e di recupero. La seconda è la spinta ad assumere una posizione di superiorità e di distacco, limitandosi ad una reazione di indignazione e di scandalo: e si andrebbe allora ad uno sbocco pratico che rischierebbe di perdere di vista le reali dimensioni del fenomeno e di cristallizzarsi alla fine in una sorta di indifferenza pragmatica, di per sé inchiodata alla latitanza o al silenzio. Nessuno ha il diritto di chiamarsi fuori, sia che lo faccia per un impulso di saturazione e di disgusto, sia che vi sia spinto dal desiderio di allontanare l’universo dell’arte e della cultura dalle contaminazioni di una realtà tanto offensiva e compromessa. La sua sarebbe comunque una scelta prudente: l’esperienza insegna che il disgusto non “paga” e si risolve in se stesso, mentre il rifiuto di “sporcarsi le mani” in nome di un’improbabile salvezza dell’anima condanna senza scampo ad un comportamento di tipo “aventiniano”, isolando chi è invece tenuto a stare nel cuore della mischia, per difendere – assai più del prestigio o della purezza della cultura le condizione stesse della sua sopravvivenza e della sua libertà.

Al contrario, bisogna cercare di essere contemporaneamente realistici e determinati. Bisogna partire dalla constatazione disincantata dei dati oggettivi per sviluppare un piano d’intervento che miri a rimetterli in gioco e a trasformarli con il concorso di ogni soggetto antagonista. Non c’è nulla di male a denunciare i ritardi, le carenze, i residui di ignoranza e sottosviluppo che lacerano e comprimono buona parte della società italiana. Perché sorprendersi con ingenuità del voto a S. B. e gridare con disperazione alla rovina di ogni speranza? In fondo, da un popolo che per tanto tempo è vissuto di clientelismo e di tangenti, ha tollerato mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, ha sostenuto e votato uomini e partiti della peggiore delinquenza politica, ci si poteva anche aspettare un’opzione maggioritaria a favore di S. B.. Ma al tempo medesimo non si può, non si deve dimenticare che un’altra consistente parte del paese ha espresso un’opinione diametralmente contraria e che con ogni probabilità la sua area – anche a causa della coerente frantumazione del fronte nemico – è sensibilmente destinata a crescere. Il dato lampante che il paese è drammaticamente, ed irrimediabilmente, spaccato in due è una realtà che non serve nascondere, minimizzare o differire: la scissione va affrontata ed attraversata fino alle conseguenze estreme. E non è detto che non possa sortirne, in ultima analisi, un chiarimento traumatico ma salutare. Un’avvertenza, però, non deve essere omessa: gli schieramenti in campo non sono demarcati da una semplice linea di spartizione geometrica, né sono riconoscibili dallo scarto quantitativo di un equilibrato dosaggio elettorale. Quanto essi rappresentano è molto di più: sono due anime contrapposte della storia, della cultura e del costume del nostro paese, sono due risposte del tutto dicotomiche alla prospettiva di civiltà che si schiude davanti. Da una parte, si raccolgono i fautori della reazione (intimamente pervasi dell’appena ripudiata ideologia fascista), a cui si uniscono gli eredi rampanti del vecchio regime, campioni del liberismo selvaggio e dell’ideologia della merce, nemici della cultura e della parola, detrattori della magistratura e delle istituzioni, fieri avversari di ogni solidarietà etnica e sociale (si ricordi che non v’è un solo esponente del partito delle libertà che abbia prestato la sua opera contro il precedente governo del caf, mentre tanti rappresentanti ne sono stati elementi organici o complici o sodali, ricavandone vantaggi e coperture d’ogni genere. E non è un caso che, da questo punto di vista, la defezione della Lega abbia sanzionato la fine dell’unica eccezione che continuava a vivere nel Polo delle libertà, restituendo al “vecchiume”, senza più fornire ulteriori alibi, ciò che al “vecchiume” apparteneva di diritto e di fatto).
Dall’altra parte si collocano, invece, i protagonisti del rinnovamento; i nemici di Craxi, Andreotti e Forlani; gli alleati della magistratura e della Costituzione; i difensori del movimento operaio, degli sfruttati, delle minoranze etniche; i gruppi della società civile impegnati nella lotta alla mafia ed alla corruzione; e naturalmente la stragrande maggioranza degli uomini più importanti ed operosi della nostra cultura.
Se sarà scontro duro, lo sarà ancor più in forza della frontalità oppositiva di queste componenti e della loro rispettiva ispirazione sociale, etica ed ideale.

Ecco gli scrittori, i poeti, i musicisti, gli artisti visivi, gli uomini del teatro e del cinema – e tutti coloro che nel campo della creatività, resistendo da sempre alle lusinghe del mercato e del potere, contribuiscono ogni giorno a far grande la qualità ed il prestigio della cultura italiana – possono entrare nel vivo della frattura esistente e giocare in essa un ruolo prezioso. Non insoliti ad imprese del genere, già partecipi di mobilitazioni essenziali sui temi della pace, della solidarietà tra i popoli e della lotta alla mafia, autori anche di un vasto appello Per una cultura dalle mani pulite, essi sono ora chiamati a produrre un atto ulteriore e decisivo della loro milizia, trasformando il gesto simbolico della protesta in un’iniziativa allegorica di prassi sociale. Avvalendosi della loro parola critica e del loro segno inventivo, offrendo un forte impulso all’attività del dialogo, della riflessione e della persuasione, conducendo il loro intervento in ogni settore della società e della cultura (dall’editoria alla scuola, alle istituzioni del sapere, ai giornali, ai mass media, alla stessa quotidiana esperienza del “conversar cittadino”), essi potranno rimarcare e far vivere le ragioni profonde del conflitto, dare consistenza ai veri contenuti della posta in palio, sollecitare il pensiero ed i sensi a percepire le implicazioni ed i futuri sbocchi di una scelta epocale. In una parola, potranno realizzare il significato di una vera rivolta culturale contro l’incombente sciagura di un predominio ideologico e politico della merce e del denaro facendosi portatori di una controproposta di civiltà del pensiero e della vita, di progresso umano e sociale di tutti, per tutti.

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (2)

Le responsabilità della sinistra


Dire come sia possibile affrontare e vincere la sfida non è facile. Tuttavia, non sarebbe onesto e neppure istruttivo ignorare o sottovalutare i gravi errori che sono stati commessi dalla sinistra e che non poco hanno concorso a determinare lo stato di cose vigente.
Continua a bruciare lo scotto di una carenza duratura e pesante di idee, ipotesi e programmi a medio e lungo termine. Si è specialmente pagata a caro prezzo (e la resa non è ancora conclusa) la scelta che è stata compiuta quando, per evitare rischi di dogmatismo e di chiusura settaria simili a quelli già patiti dalla cultura italiana del dopoguerra, si è finiti per approdare ad una posizione piuttosto che rifondare il tracciato e le linee portanti. Non si è capito che l’abbandono della teoria, la caduta nell’eclettismo, il sacrificio della strategia alla tattica disumavano la cultura dell’opposizione e contemporaneamente facevano il gioco del nuovo Capitale, bisognoso – anche prima della sua incarnazione berlusconiana – di ridurre ogni istanza di concretezza realistica a pura salvaguardia dell’esistente. Qui è consistito il gap da cui è partita la catena degli errori commessi.

Non vi è area in cui non abbia imperversato la tendenza a seguire e riprodurre modelli di comunicazione e di comportamento fabbricati dalla cultura del consumo. E, poiché ne sono spesso scaturite elaborazioni più sapienti e sofisticate della versione originale, si è oggettivamente instaurata una relazione di complicità, che ha superato i limiti di un’influenza passivamente subita ed ha assunto tutti i caratteri di un contributo autonomo e propulsivo al consolidamento ed alla diffusione del codice informatore. E gli esempi piovono a iosa.
Quando il giornale radical-chic che più rappresenta le idee sull’opinione pubblica progressista punta senza scrupoli alla spasmodica ricerca dello scandalo, del clamore, del “colpo a sensazione” per accrescere il numero dei lettori (e lo fa indistintamente anche nelle sezioni della politica e della cultura), mostra una sudditanza alle leggi della moda e del mercato assolutamente non inferiore a quella che permea i concorrenti giornali di estrazione moderata e benpensante. Quando la Terza Rete televisiva – tradizionalmente deputata alla cultura ma a lungo diretta da un vecchio nostalgico della “non ideologia” – vanta le sue postazioni di punta in trasmissioni di intrattenimento e varietà che fino a trenta, venti anni fa sarebbero state legittimamente considerate poco meno che incolte e qualunquistiche, riflette un metro di scelte e di proposte che si allinea di fatto a quella strategia dell'”indice di visione e di ascolto” che ha costantemente guidato il palinsesto della Fininvest prima e di Mediaset poi e, più di ogni altra, preparato e sensibilizzato l’animo di milioni e milioni di spettatori al mito del fulgore berlusconiano. Ancora: quando nel mondo dell’editoria viene giornalmente praticata, anche presso una parte cospicua della sinistra politica e culturale, una linea di costruzione del “caso letterario” che tende a privilegiare libri mediocri e di facile cassetta (sintomatici i casi della Maraini e della Tamaro), si ha l’ennesima conferma di come le linee-guida che ne sono a monte coincidano con i medesimi criteri che partoriscono altrove, ma con maggiore coerenza, prodotti d’appendice, libri rosa e romanzi gialli. Dall’uno o l’altro di questi settori si scorge fino a che punto l’ideologia consumistica e mercantile abbia attecchito anche sugli strati più profondi e resistenti del tessuto culturale, senza divenirne ausilio o supporto, ma subordinandoli fino in fondo a se stessa.

Non solo, ma alle realtà interne di questi settori si sono sommati gli effetti perniciosi della loro interferenza e della loro sovrapposizione. È lecito chiedersi: quanti sono i critici di giornali e televisioni che, essendo anche scrittori e membri di giurie letterarie, non risultano fortemente condizionati dal rapporto con il proprio editore e dalla disponibilità al voto di scambio con i giurati di altri premi?
E di converso quante sono le proprietà finanziarie che, disponendo delle maggiori testate, non controllano anche la grande editoria e, attraverso questa e le testate, il circuito dei premi, così da irrogare le loro direttive senza colpo ferire ed assicurare ai titoli prestabiliti l’intero ciclo di pubblicazione, lancio, sostegno critico ed informativo e consacrazione finale? La risposta è scontata.
E quali intellettuali di sinistra sono insorti per denunciare e combattere questa prassi e non l’hanno invece avallata e coperta, quando non se ne sono lasciati direttamente coinvolgere in prima persona? Salvo pochissime eccezioni, la risposta è ancora una volta scontata. Il fatto è che dal sacrificio dell’istanza strategica alla provvisorietà degli interessi tattici non è derivata solo l’omologazione ai segni ed ai valori della società dello spettacolo, ma anche una linea di condotta pubblica e professionale segnata da amoralità e cinismo.

Persino nell’istituzione più alta del sapere, l’Università, l’andamento delle cose non ha mutato il suo trend, ed anzi, per molti aspetti, lì più che altrove la corruzione è diventata la regola e l’arroganza del torto la sua fedele applicazione. Non basterebbe Gadda per enumerare in serie con la debita indignazione tutti i misfatti e le iniquità che vi vengono metodicamente perpetrate con la corresponsabilità o per diretta iniziativa dei baroni “laici”: cattedre assegnate a parenti o amanti (tanto meglio se ubicate nella stessa Università o nello stesso Dipartimento), promozione in carriera di sindacalisti, responsabili di partito, rappresentanti di organismi amministrativi (carenti di merito e regolarmente compensati per il prono servilismo alla controparte ed al boss protettore), allevamento in serie di sinistre schiere di “pretoriani” (abili solo come attiva manovalanza di accordi clientelari o di guerre striscianti nei confronti di altri professori e di altri colleghi): e ciò naturalmente nel più disinvolto disprezzo dei titoli scientifici e dei valori intellettuali, grazie ad accordi prestabiliti e a concorsi truccati (su cui pare si sia finalmente cominciato a far luce e su cui moltissima altra se ne dovrà fare, e al più presto, se l’indagine della magistratura sarà opportunamente sollecitata ad estendersi a tutto campo e a tutti i livelli con una salutare e tanto attesa operazione di “concorsi puliti”).

Come si rileva facilmente, il quadro d’insieme è fosco e preoccupante. E l’aspetto più negativo del paesaggio che vi è disegnato non sta tanto nell’estremo malcostume morale (comunque grave) di cui danno l’esempio le sue espressioni di vita, quanto nei risultati oggettivi che queste hanno provocato sull’evolversi della situazione reale. Detto, infatti, sinteticamente, l’insieme di colpe e responsabilità oggettive prima descritte ha recato con sé quattro danni di sicura entità:

1. ha concorso a deteriorare e minare spazi ed istituzioni del discorso culturale, rendendone poi molto più arduo (e meno credibile) il successivo sforzo di riqualificazione e rilancio in chiave democratica e progressista;

2. ha vistosamente depotenziato le risorse di autonomia progettuale, elaborativa ed organizzativa dello schieramento antagonista, atomizzandone le forze e dissolvendone i principali nuclei di coesione e di raccordo;

3. ha favorito – anche laddove ha raccolto consensi e plausi estemporanei – la formazione di una mentalità e di uno stile “individualistici”, assai più conformi ai disvalori del “società-spettacolo” che non ai discrimini ideali di una prospettiva libertaria ed innovatrice;

4. ha compromesso sensibilmente il prestigio e l’integrità dell’immagine pubblica della sinistra (uno dei suoi patrimoni più preziosi), vanificando l’uso strategico della sua rivendicata “diversità” ed esponendone il destro alle critiche ed alle denunce, non di rado fondate, della compagine avversa (di qui, peraltro, l’imbarazzato silenzio o l’eccessiva apertura verso l’ascesa pubblica di simulacri pseudointellettuali del centrodestra, che avrebbero meritato ben altro trattamento e ben più dure risposte: ma come lo si poteva fare? sulla base di quali testimonianze concreet da esibire e da contrapporre?).

Di tutti questi danni, per quanto dolorosi, non si può non seguitare a fingere di ignorare l’esistenza e a minimizzare la portata. La precarietà della situazione, pronta a precipitare da un momento all’altro, richiede un’autocritica inclemente. Sarebbe irresponsabile non fare ammenda dei propri errori e non sforzarsi a sconfiggerne le cause, specialmente nell’istante in cui si intende lanciare la più radicale delle sfide culturali a Berlusconi e ai suoi alleati.

[continua… – fine parte 2]

Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale

Ancora non resuscita questo Lazaro.
Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro.

[Elio Pagliarani, Epigrammi ferraresi]

Mai un senso così alto di disgusto si era accompagnato ad una percezione così profonda del pericolo. Un pericolo molto poco nobile, rigorosamente spoglio di qualunque possibile tratto di grandiosità drammatica e negativa, piuttosto assimilabile, invece, ad una minaccia obliqua, strisciante, velenosamente paludata in ogni dove, una minaccia fatta di mezze figure, di idee mediocri e riciclate, di colpi assassini. Mai un pericolo politico, sociale e civile era stato al tempo stesso così squallido e così infestante.

E tanto più grave, certo, perché non portato da una forza compatta, frontalmente e nitidamente antagonista, ma disseminato e coltivato sul crinale della frantumazione, dell’instabilità, del caos, del vuoto improvviso, dell’insipienza e dell’aggressività più supponenti e più irresponsabili.

La logica del continuismo e della barbarie

Tante volte si è detto, a ragione, che S. B. rappresenta il “vecchio”, quale prodotto della prima repubblica, protetto ed ingrassato dai suoi peggiori “padrini” (ben oltre il limite del lecito nelle esposizioni bancarie e nella facilitazione dei circuiti televisivi). Ma non è stato detto a sufficienza quello che ad uno sguardo storico e culturale appare come il vero retaggio dell’innominabile caf: la concezione della politica come luogo deputato dell’affarismo, della speculazione, della scalata sociale. Nel pensiero debole dei “forzaitalioti” è punto fermo che i valori, la cultura, la morale umana, l’etica delle scelte, il rigore del progetto, le ragioni del conflitto strategico contino ben poco di fronte alla nuda realtà dei fatti e delle cifre; e questa realtà è sempre quella del più forte, del più furbo o del più disumano in una fatale, perversa coincidenza di ascesa economica e successo elettorale. Siamo indubbiamente nella piena eredità del regime craxiano, già a sua volta promotore, rispetto al passato, di una più arrogante e sfacciata gestione del potere, appositamente ostentata a maggiore riscontro della sua incidenza e delle sue capacità di intimidazione e di ricatto. Ma la nuova equazione politica = affari si presenta in una versione che è ancora più degenerativa del modello recentemente scontanto.

Nella cultura politica del caf ancora resisteva una pur sottile linea di demarcazione tra l’ordine dei comportamenti effettivi e quello delle dichiarazioni formali: le regole del gioco democratico erano sempre più oggetto di un rispetto solo convenzionale e verbalistico, ma non erano esplicitamente sconfessate, e tutto lo sforzo stava nel procurare, in un modo o nell’altro, una parvenza di correttezza e di legalità a ciò che legale e corretto assolutamente non era. Con S. B. anche quella linea si è interamente dissolta. L’esercizio della speculazione e del business è diventato direttamente criterio e programma di governo attraverso un’immediata sovrapposizione di politica ed economia privata, reciprocamente avviluppate in un intreccio senza precedenti. Proprio, tutto all’opposto delle apparenze, la prassi affaristica della “cosa pubblica”, anziché essere estirpata alla radice, è stata ristabilita ed (impropriamente) legalizzata ad una più radicale e doppia figura del “premier-capitalista”, capace di impadronirsi del potere grazie all’aiuto determinante del suo impero economico e poi garantito della possibilità di proteggere e consolidare gli interessi della propria azienda in misura proporzionale al potere politico precedentemente acquisito. E a tal punto questa coincidenza ha improntato l’avvio della cosiddetta Seconda Repubblica che, pur di sopravvivere all’improrogabile crisi, non ha dovuto attendere oltre per precipitare in una sfida forsennata alle istituzioni repubblicane: prima ai magistrati ed alla Costituzione, poi al Capo dello Stato, quindi al libero e sovrano esercizio dell’attività parlamentare.

Il nuovo potere come attacco alla cultura e svuotamento della parola

Continuità e deterioramento, dunque: termini complementari di una parabola che appare ancora più netta dalle proporzioni dello scarto culturale direttamente implicato dall’ampiezza del travestimento compiuto. È a tutti evidente che ormai da tempo la scena pubblica italiana è occupata da personaggi che non sarebbero mai riusciti ad ingombrare il campo di un paese realmente civile e democratico. Se è potuto avvenire che un provocatore come Ferrara fosse nominato ministro del governo e avesse licenza di dispensare contumelie ed insolenze ai suoi avversari politici ed istituzionali o che un untorello rumoroso come Sgarbi – prima sodale del caf e di Cossiga e ora zelante scherano del più ricco padrone – potesse acquistare tanto spazio da esercitare una quotidiana opera di disinformazione degli italiani, beffandosi della verità e della legge al ripetuto grido “diciannovista” di Giudici assassini, ciò non è soltanto dipeso dalla rinnovata scoperta dell’anima trasformista del nostro paese o da quella proliferante tendenza di “rifiuto della politica” che, in modi diversificati, tante fasce della società italiana hanno vissuto come reazione estrema a decenni di corruzione e di malgoverno. La ragione essenziale va invece vista in un vertiginoso fenomeno di sfacelo etico e culturale che ha aggredito in primo luogo il terreno della parola e del discorso. Bisogna riflettere su un dato: in nessun altro periodo della storia recente il linguaggio ha conosciuto un grado così alto di espansione e mai al tempo stesso ha visto deprimersi a tal punto il livello della sua efficacia dialogica e conoscitiva.
Delle cause non è certo colpevole S. B., ma dell’acutissima ripercussione dei loro effetti – e dei risvolti strumentali e antidemocratici che vi si sono accompagnati – indubbiamente sì.

La subcultura di Mediaset altro non è stato finora che culto e speculazione del denaro, della merce e della pubblicità, coestesi dall’ambito del mercato a quello dell’informazione e (poi) della politica. Essa è esistita solo nella misura in cui ha cercato di sottomettere la coscienza di larghi strati della cittadinanza ad un’accettazione incondizionata dei suoi falsi valori, opportunamente truccati e mitizzati: rincorsa alla fama, successo spettacolare, ricerca del business, arricchimento immediato, carrierismo sociale. In nessun caso poteva servirle una parola capace di creare problemi, insinuare dubbi, fomentare critiche, domande, riflessioni. Anzi, una parola del genere le era, per natura, nemica.

Quanto, invece, tornava a suo vantaggio era una comunicazione verbale precipuamente interessata ad indurre il fruitore verso una ricezione acritica, irriflessa, regressiva. Serviva al suo predominio la messa in moto di un meccanismo subliminare in cui l’occasionalità delle spinte emotive e pulsionali del soggetti facesse aggio su qualsiasi margine di profondità e di pensiero. E così è avvenuto.
A trionfare e a diffondersi è stata una forma di discorso priva di qualità e di spessore, subalterna delle finalità pubblicitarie del suo apparire, orfana del senso interrogativo e dialogico del proprio ruolo e della propria esistenza. Quando poi non è bastato il supporto fisiologico dell’immagine, la sua natura è stata ulteriormente violentata ed è malamente degenerata, a seconda dei casi, in strumento di falsificazioni e di omissis, di diffamazioni e di insulti, di travestimenti e di minacce, di promesse irresponsabili e di sogni a basso prezzo. Con l’inevitabile supplemento (esteticamente e moralmente) indecorose che tutti abbiamo dinanzi agli occhi.

Ricordate la lunga farsa delle ritrattazioni quotidiane di S. B. (quando non passava giorno della sua presidenza ch’egli non negasse quello che aveva letteralmente detto il giorno prima) o la sua marchiana inadempienza delle promesse elettorali, tanto prodigamente elargite sulle spalle degli altri, pur di carpire le leve del comando: quell’ipocrita e stereotipato sorriso che annunciava giulebbe di “un milione di nuovi posti di lavoro”, poi smentito e capovolto dalla misera realtà dei “quattrocentomila disoccupati in più”? Ricordate le infide accuse di sovversivismo e di golpe mosse a Scalfaro e ai giudici (e abbondantemente comprovate da radio e televisione, e poi attribuite, per disperato bisogno di autogiustificazione, alle deformazioni e ai travisamenti della stampa scritta e parlata? Sono episodi sufficienti a mostrare fino a che punto sia stato mortificato e svenduto il ruolo della parola e quindi lo statuto stesso della sua legittimazione culturale: e non tanto per l’arroganza e la volgarità e la falsità premeditata dei contenuti di cui è stata fatta latrice, ma soprattutto per la dequalificazione a cui è stata forzatamente prostrata la funzione del suo impiego: neppure più garanzia minima di intesa e di certezza, ma luogo di volubilità ed arbitrio, oggetto di autorinnegamento ed autotradimento.

E ben si capisce allora che proprio i portatori più accaniti di quest’uso distorto del linguaggio, già al soldo di Mediaset, siano stati prescelti e riciclati delle forze della conservazione, per assicurare una continuità mascherata con la Prima Repubblica e prodigarsi a salvarne anima e sostanza nel mutamento delle sole forme. Riabilitati, valorizzati, sospinti, adeguatamente imbeccati, e “programmati”, accresciuti di rango e di stipendio, essi sono stati finalmente investiti anche di cariche formalmente rappresentative, che hanno avuto il solo scopo di conferire maggiore autorità ed influenza a quell’esercizio giornaliero d’imbarbarimento civile ed intellettuale da loro così organicamente reso alla propaganda del nuovo regime ed alla dissimulazione della sua reale identità.

Ma la parola, si sa, è sempre allegoria di altro: lo è – persino a prescindere dall’intenzionalità di chi la usa – materialmente e storicamente, per quello che rappresenta e per quello che nascconde. Ed, appunto, per effetto della più elementare lettura allegorica, non si può fare a meno di rilevare (in linea con quanto detto finora) un ultimo dato inquietante.
Quando la gestione del discorso individuale ed intersoggettivo perde la capacità di produrre idee e conoscenza e scade ad un puro consumo visivo di immagini e (finti) miti, le sue risorse di vita finiscono per esaurirsi in un comportamento autistico e dimostrativo: non solo non valgono ad incrementare informazioni e significati già conosciuti, ma si limitano a propagare e replicare all’infinito sempre lo stesso messaggio, estraneo e preesistente alla dialettica del confronto: un rapporto di forze fin dall’inizio dato, riconosciuto ed imposto come modello vincente. Siamo in presenza di una coartazione strisciante che ricorda troppo da vicino il soffocamento della parola stessa sotto i regimi totalitari. Il disprezzo della cultura, l’assenza di approfondimento, la vanificazione dello scambio (e delle responsabilità morali che vi sono connesse) ne rappresentano solo gli aspetti più evidenti. Ad aggravarli, fa riscontro un armamentario di risposte e di giustificazioni che tendono a chiudere ogni reciprocità di comunicazione e di discorso, prima ancora che si dia l’occasione del suo manifestarsi. Da un lato la dinamica persuasiva degli argomenti è soppiantata dalla più irrazionale (farsesca) mitologia dell’individuo e dei suoi attributi di potenza e di autorità; dall’altro il continuo ossessivo richiamo alla prova di forza della pregressa vittoria elettorale ed alla sua investitura assiomatica di superiorità e di predominio vuole porsi come la “ragione delle ragioni”, come il vero fattore dirimente di ogni opposizione e di ogn contrasto.
Ancora una volta si riproduce una perfetta concomitanza tra forme e contenuti. Sia per come funziona, sia per ciò che dice, la logica dell’uso verbale e comunicativo promulgato da S. B. si ispira ad un’ideologia adialettica ed integralista, assai finitima con tutte quelle ideologie del Novecento che hanno puntualmente demandato all’arma del plebiscito il compito di rovesciare le istituzioni e di manomettere le regole della libertà. Del resto con quelle ideologie si rivelano insidiosamente implicate altre analogie: la ricerca del monopolio e del controllo dell’informazione, il tentativo di ridurre al silenzio l’opposizione e di pretenderne l’asservimento totale, la volontà di alimentare, attraverso l’uso selvaggio e spesso squadristico del video, la crescita dell’odio sociale, risvegliando i peggiori istinti del senso comune e liberandone, in funzione di una “guerra tra poveri”, frustazioni e risentimenti di tutte le risme.
Ce n’è quanto basta per lanciare l’allarme e tenere alta la guardia. Il pericolo, fino a qualche anno fa imminente, è diventato realtà e – come ci dicono mille segnali – vi siamo già drammaticamente dentro. Ben oltre i confini del ceto intellettuale, si ripropone a tutti con inaudita attualità l’inconciliabile aut aut tra cultura e barbarie.

[continua… – fine parte 1]