Parigi

Caregiver Whisper 64

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

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Pochi anni fa, a Parigi, il direttore del Centre national de la recherche scientifique – un certo Fabrice Virgili – stava spulciando gli archivi in cerca di vecchi casi di omicidio. Gli servivano dati per scrivere un articolo sulla violenza coniugale.
Tra gli atti processuali del secolo scorso, nella marea di fascicoli, si imbatté nella vicenda di un uomo che era stato freddato dalla moglie a revolverate il 28 luglio del 1928. Subito, Virgili si accorse che non si trattava di un omicidio ordinario. Più leggeva le testimonianze, più si rendeva conto di trovarsi di fronte a una storia singolare, inspiegabilmente dimenticata. Così Virgili decise di saperne di più e iniziò a indagare. Era il 2009. Ma noi cominciamo a raccontarla dal principio.

Parigi, 1911. Sta per finire la Belle Époque, anche se nessuno ancora può saperlo. In un clima di crescita economica e tecnica, due giovani si sposano. Lui si chiama Paul Grappe, lei Louise Landy. Credono di avere un futuro radioso davanti e Paul è un ragazzo vitale e inarrestabile: frequenta corsi di musica, di nuoto, di equitazione e scherma, studia con caparbietà per diventare ottico e intanto lavora come può. Quando viene arruolato, si fa assegnare ai bastioni di Parigi, per non allontanarsi dalla moglie. Ma di lì a poco scoppia la Guerra e Paul deve partire per il fronte. È l’agosto del 1914. La guerra è un inferno: il giovane si ritrova in una delle sue fasi più sanguinose. Poche settimane dopo viene ferito a una gamba. A ottobre, una volta guarito, viene rispedito senza tante scuse in trincea. E piomba di nuovo nell’inferno. Ma Paul Grappe non ci sta. Così prende un coltello e si trancia di netto l’indice destro. Via, si dice. Via da qui. A qualunque costo.

Lo trasferiscono a Chartres dove, stranamente, il suo dito non guarisce. Ogni volta che la ferita sta per cicatrizzarsi, Paul la riapre. Non se ne parla, dice a se stesso. Laggiù io non ci torno. Ma il trucco non può durare. Nell’aprile del 1915, i superiori si accorgono della convalescenza prolungata e gli intimano di tornare al fronte. Paul Grappe non ne ha la minima intenzione.
Esce dall’ospedale. Cammina dritto verso la stazione e prende il primo treno per Parigi. È un disertore, adesso. Rischia l’incarcerazione a vita. Deve scappare e dovrà farlo forse per sempre. Non sarà facile, anche perché l’esercito francese ha un impellente bisogno di uomini, in questa fase cruciale della guerra, e da mesi ha moltiplicato gli sforzi per cercare i disertori.
Li trovano infatti quasi tutti. Lui no. Perché, a partire da questo momento, Paul Grappe sembra letteralmente scomparso nel nulla.

Le ultime informazioni lo danno su un treno per Parigi, per cui le guardie fanno irruzione nel suo appartamento tre volte, senza risultati. Si appostano di notte nella via sotto casa, al numero 34 di Rue de Bagnolet. Pedinano la moglie Louise. Ma di Paul niente, non c’è traccia. In molti iniziano a chiedersi che fine abbia fatto. Chi lo conosceva sa che il giovane non è il tipo da stersene nascosto in un buco. Ama la gente, le passeggiate, la vita. E ama sua moglie, moltissimo. Tanto quanto lei ama lui. Louise, da parte sua, ora è costretta a lavorare. Trova un impiego in un’azienda che produce materiali scolastici e, probabilmente per dimezzare le spese, divide l’appartamento con una certa Suzanne Landgard, che invece lavora in una sartoria. Passano i mesi e niente cambia. Louise sembra rassegnata a una vita senza marito, lega sempre di più con la coinquilina Suzanne, inizia a uscire con lei in cerca di divertimento.

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Parigi 13 novembre 2015

delacroixVenerdì sera ho tentato di guardare in televisione l’inutile partita della nazionale italiana di calcio contro il Belgio, sono riuscito, al di là delle mie stesse previsioni, a guardare l’intero primo tempo, prima di crollare in un sonno plumbeo sdraiato sul divano di casa. Dopo non so quanto tempo mi sono risvegliato in un dormiveglia infreddolito, sentendo voci dalla televisione ancora accesa, le immagini ormai erano quelle del telegiornale della notte e parlava, di un’ultima ora, di qualcosa che era accaduto a Parigi. Con gesti ipnotici, spengo la tv e mi infilo nel letto. Ieri mattina mi sveglio presto come al solito per andare a scuola, dopo poco si alza anche mia moglie che mi dice: “Hai visto cosa è successo a Parigi?”, solo a quel punto mi rendo conto che ciò che avevo percepito nel dormiveglia la sera prima non era frutto di un sogno. Accendo la televisione e seguo le news, apro il Pc e scorro anche i commenti, ormai già dilaganti, su FB e gli altri socialnetwork. Dunque è accaduto sul serio, non era un sogno, di nuovo a Parigi, come a gennaio. Quando vado a scuola faccio lezione normalmente come se nulla fosse accaduto, senza pensare neanche per un istante di poter parlare delle stragi della sera prima. Mi chiedo perché. Perché non l’ho fatto, perché non ne ho parlato, io che tra l’altro insegno storia e filosofia. Per indolenza, incompetenza, pigrizia? Non so. Solo dopo in mattinata, finite le ore di lezione, ci ho riflettuto e, forse, grazie proprio alla confusione del dormiveglia con cui mi è giunta la notizia, l’incapacità di distinguere tra realtà e dimensione onirica, sono riuscito a darmi una risposta. Certi eventi per la loro enormità suscitano un sentimento di angoscia e sgomento, a cui, quasi per scacciarli o meglio rimuoverli, si risponde immediatamente con parole spesso incontrollate, aprendo il fiume dell’emotività che non dà ragione a ciò che è accaduto, non serve a chi è coinvolto, ma serve solo a chi non accetta la dimensione profonda del dolore e del silenzio, cercando di diluirlo con un atto di esorcismo e rimozione. Invece il silenzio quasi sempre è l’unico autentico custode del sentimento di incredulità nei confronti del dolore, è il solo luogo in cui si può preservare lo spazio sacro dello sgomento e dell’orrore, soprattutto per chi non è chiamato per mestiere a dare una risposta immediata, come i politici o come i giornalisti. Chi invece è spettatore, se pur, in quanto uomo, dolorosamente partecipe, ha il diritto e anche il dovere del silenzio, quello vigile, custode dell’intelligenza che cerca di riallacciare i fili della realtà, che cerca di porre domande essenziali. Ma poi arriva il momento di rischiare di capire, seppur in maniera sempre parziale, di dare una ragione a quel che accade, mantenendo sempre distinti il dar ragione agli eventi e il giustificare e il relativizzare. Ed è proprio lo sgomento, il dolore e il rispetto per le vittime che mi porta a dire che ciò che accaduto a Parigi ci riguarda da vicino, non tanto perché è possibile che accada anche in Italia, ma perché drammaticamente si parla del nostro presente e del nostro futuro. La Francia è il paradigma radicale, nel bene e nel male, di quella che è la nostra società, aperta, laica, edonista, anche violenta e competitiva allo stremo, ma in cui si manifestano libertà e stili di vita a cui la maggior parte di noi, che pur viviamo invece una nazione ancora confessionale, non è risposto a rinunciare, anche perché molti di noi sanno che non sono doni piovuti dal cielo, ma frutto di lotte e conquiste storiche spesso anche non volute ma che ormai fanno parte della nostra esistenza. Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa ha fatto di tutto per non essere coinvolta in alcun conflitto, e spesso ha anche rifiutato la stessa idea di guerra. Da ora in poi questo non sarà più possibile, rifugiarsi dietro un pacifismo generico, usare l’espediente retorico che i morti sono tutti uguali e che non piangendo in maniera adeguata quelli degli altri, non siamo autorizzati a indignarci per i morti europei, significherà non comprendere cosa sta accadendo.
La dimensione della religione, per me laico e non credente, è una dimensione dello spirito che non sento mia, ma esiste da sempre nella storia dell’uomo e riempie di senso l’esistenza di miliardi di uomini. Il monoteismo per la sua stessa struttura è spesso bacino di integralismi, lo è stato il cristianesimo nel passato, lo è adesso l’Islam, questo mi sembra difficile da negare, ma ridurre quello che sta accadendo a una lotta di religione o di civiltà significa fraintendere l’effetto con la causa. L’Islam nella sua versione radicale è lo strumento di una lotta totale su scala mondiale dei servi, di chi è e si sente sottomesso dall’occidente colonialista, anche se poi è finanziato da multimiliardari arabi ufficialmente alleati con i suoi nemici, contro i padroni occidentali, da cui cercano tragicamente di essere riconosciuti. L’idea che l’Europa possa rimanere fuori da questo conflitto su scala mondiale, che è anche una guerra civile all’interno del mondo islamico, è puerile e illusorio. L’idea che noi europei, dalla parte dei padroni da secoli, e che però in base ai nostri valori accogliamo il diverso ma non riusciamo ad integrarlo, autoflagellandoci e mortificandoci con un mea culpa non richiesto possiamo tenerci al riparo da tutto quello che sta accadendo è semplicemente ridicola. L’Europa deve riscoprire cosa è stata, cosa della sua storia merita di essere salvato ed essere disposta a preservarlo con i mezzi appropriati. Penso che questo lo si debba anche alle future generazioni. Rimuovere il dolore, il male non è utile, cercando di esorcizzarlo spostando il problema in un’altra dimensione, come quella della morale astratta, soppesando con il bilancino responsabilità è suicida. I fatti di Parigi e il rispetto che si deve alle vittime deve farci prendere coscienza che l’ecumenismo, sia esso laico che religioso, è finito, che lo stesso concetto di Umanità ha perso di valore e di peso ed è diventato esso stesso strumento politico e di guerra. Adesso, invece, bisognerebbe riprendere una grande eredità del pensiero occidentale, quello del principio di realtà. La razionalità occidentale ha inventato, uscendo dal fideismo prefilosofico, sia il concetto di realtà che quello di ragione, il loro incontro e l’analisi dell’una a partire dall’altra è ciò che ha permesso all’uomo occidentale di diventare quel che è. Dovremmo recuperare questa specificità, e comprendere che ora il principio di realtà ci mette di fronte a uno stato di guerra, asimmetrica, terroristica, frutto degli errori e delle ambiguità degli stati occidentali, che hanno risposto all’aggressione dell’11 settembre senza però avere la capacità di imporre una pace reale, ma, comunque la si chiami, e a chi si voglia attribuirne l’origine, di guerra – civile, mondiale, per il momento ancora a bassa intensità – si tratta. Questo non significa che bisogna portare la guerra su vasta scala domani mattina in una zona già devastata, come qualche cialtrone nostrano chiede, ma rendersi conto noi cittadini comuni che quello stato di pace a cui siamo affezionati e che ci sembra naturale almeno da settant’anni a questa parte, naturale non è e che da ora in poi dovremo fare i conti con il conflitto e con l’esistenza del nemico. Se noi riconosciamo chi è veramente il nostro nemico, il terrorismo di matrice islamista e cosa vuole da noi, forse capiremo chi siamo diventati e cosa vogliamo salvare della nostra storia. Il terrore è la condizione della nostra contemporaneità ed è figlio della stessa dimensione globale della nostra epoca e della dimensione altamente tecnologica della nostra società. Capire questo non significa rassegnarsi al terrore, ma guardarlo in faccia, reggerne l’impatto annichilente e vivere in un nuovo paradigma dell’umano, che fa proprio la dimensione profonda del pericolo e impara a gestirlo e a renderlo non più fonte di disperazione ma di forza esistenziale. Questo è il dovere che abbiamo verso noi stessi e verso le future generazioni per non sprofondare in un sonno disperato e mortale e, per quel che mi riguarda, io ho verso i miei alunni che domani incontrerò e con i quali cercherò di parlare, con mente fredda, ma partecipe, di quello che sta accadendo.

Francesco Filia

Si ristampi #5 – Giancarlo Marmori: Lo sproloquio (di Riccardo De Gennaro)

lo sproloquio

Si ristampi #5 – Giancarlo Marmori: Lo sproloquio (di Riccardo De Gennaro)

Tra gli scrittori italiani dimenticati Giancarlo Marmori è uno dei più dimenticati. Qualcuno, forse, lo ricorda come corrispondente da Parigi per le pagine culturali dell’Espresso, altri potrebbero imbattersi in lui leggendo “Le leggi dell’ospitalità” del suo amico Pierre Klossowski di cui fu traduttore, ma pochissimi sanno che scrisse uno dei migliori romanzi sperimentali italiani, “Lo sproloquio”, pubblicato dapprima in Francia (“La parlerie”, Edition de Seuil, 1962) e soltanto l’anno dopo in Italia (Feltrinelli, ottobre 1963). I critici dell’epoca parlarono di questo testo come di un altro “Aspettando Godot” e la Nouvelle Revue Française colse nel romanzo “una metafisica della quotidianità che ricorda quella di Beckett e Ionesco”.

   “Lo sproloquio” è il racconto del vagabondaggio notturno di due singolari personaggi di cui sappiamo e sapremo poco fino alla fine. Il primo si chiama semplicemente Max ed è un poeta che vorrebbe pubblicare i suoi diari; il secondo, battezzato più enigmaticamente Paradiso, è un giramondo senza arte né parte, che vorrebbe pubblicarglieli. Oltre ad assomigliare a Vladimiro ed Estragone, Max e Paradiso potrebbero essere la versione novecentesca, priva di certezze, di Bouvard e Pécuchet, ma fanno pensare anche a Faust e Mefistofele. I due camminano, conversando tra loro, per le vie di una città che probabilmente è Parigi, sebbene non se ne abbia prova. Nel loro girovagare di una sola notte non incontrano nessuno, ad eccezione di alcune mute ed oniriche comparse, un omino piccolo e calvo che si toglie e si rimette il cappello, una ragazzina dalle trecce grigie nel suo pigiama… A dominare la scena sono la neve, che cade fitta dal primo all’ultimo momento, e un’infinità di gabbiani sempre più aggressivi. È Paradiso che guida la coppia, ma lo fa con estrema leggerezza, mai con autorità: “Libri, libri – dice – non lo vedi che ormai sono di carta anch’io?”.  Non hanno una mèta, ma ad un certo punto se ne danno una: raggiungere la biblioteca di Paradiso, che ha promesso a Max di regalargli l’edizione berlinese di un libro che nel titolo contiene la parola “Andenken”, memoria. Ma Paradiso, che per imprecisati motivi è abituato a cambiare spesso residenza, stenta a ritrovare casa: “Per ogni pagina della mia vita, per ogni luogo, avevo una memoria infallibile”, si rammarica. Andenken.

Quando s’intravedono i primi bagliori dell’alba, i due giungono finalmente a destinazione. La casa di Paradiso, situata in riva al fiume, è sventrata, i libri della sua biblioteca, che si trova all’ultimo piano, hanno perso ogni traccia di costa e di copertina. E Paradiso non riesce a trovare il volume che voleva regalare a Max. Impegnato a cercare i suoi occhiali dimenticati tra le pagine di qualche libro, ora non ne ricorda neppure il titolo. Il dialogo tra i due strani personaggi continua ad essere ondivago, talvolta è fitto, talaltra rarefatto, ma non porta mai a una conclusione. La neve entra da uno squarcio nel tetto, i gabbiani svolazzano come pipistrelli sulle loro teste e fa maledettamente freddo. Paradiso afferra Max per le ascelle e lo conduce al piano terra, poi alla propria barca, ormeggiata sul fiume. Tra poco sarà giorno. I due amici proseguono il loro viaggio sull’acqua. Onde alte, neve, nebbia. Il fiume non è la Senna, ma ricorda lo Stige. Al termine ultimo della notte, Max vi si tuffa come un delfino, Paradiso lo arpiona e riporta il corpo a bordo. Lo chiamerà invano, mentre a lui “morire è praticamente impossibile”.

   Nei libri successivi lo stile di Marmori si fa più estetizzante. “Storia di Vous” è un romanzo erotico che si rifà a Bataille e allo stesso Klossowski, “La Venere di Milo” un romanzo storico-immaginifico ambientato nella prima metà dell’Ottocento ai tempi della guerra tra i greci e i turchi, “Gabriele” il romanzo incompiuto dedicato alla vita dell’amato Dante Gabriel Rossetti. Testimoniata dai saggi contenuti in “Le vergini funeste”, dalla monografia su Tamara de Lempicka, nonché dall’antologia di scritti sull’arte “La bellezza è difficile”, la passione di Marmori per i preraffaelliti, l’art nouveau, il simbolismo e, in particolare, per d’Annunzio (quando andò a vivere a Parigi riempì una valigia con le opere del poeta) lo portò a una sorta di emarginazione. C’era chi lo considerava un esteta reazionario con sensibilità e modi d’inizio Novecento. Al contrario, Marmori fu un intellettuale di grandissima cultura, testimone di tutti i movimenti e le avanguardie artistiche e letterarie che si succedettero a Parigi tra gli anni Cinquanta e i primissimi anni Ottanta. Conquistato più dalla Bellezza che dall’Ideologia, non si curò di chi lo accusava di mancanza d’impegno politico (dopo “Lo sproloquio” si allontanò dal Gruppo 63, dov’era stato trascinato da Feltrinelli, ma di cui non condivideva gli orientamenti teorici).

   Sandro Viola, con cui ogni giorno si dava appuntamento al Café Flore, dove Marmori arrivava con il suo inseparabile “trench” color latte, gli riconobbe “una solidità intellettuale che nel giornalismo italiano ho poi ritrovato, in quasi quarant’anni, non più di due o tre volte ancora”. Italo Calvino – in occasione della sua morte, avvenuta nel febbraio 1982 ­– scrisse su Repubblica: “Sul piano dell’immaginazione, niente per lui era abbastanza audace”. Alto, dinoccolato, quasi filiforme come una scultura di Giacometti, lo scrittore – che era nato a La Spezia nel 1926 – è diventato invisibile. Nessuno dei suoi libri è stato più ristampato. È lui l’uomo di carta.

© Riccardo De Gennaro

AA.VV. Père – Lachaise: Racconti dalle tombe di Parigi

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“Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni.[…] Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne.”

(Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte http://www.giovanniraboni.it)

 

Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata…
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d’uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord-ovest
assediano Milano, che ci salvano,
barricate di croci,
d’angeli mutilati, dall’orrore
di marcire in privato, in un giardino.

(Giovanni Raboni)
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Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

parigi 2010 - foto gianni montieri

parigi 2010 – foto gianni montieri

 

Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

 

 

Non sono mai stata un esempio di eleganza nel vestire. Eleganza in senso classico. Se si dovesse classificare il mio abbigliamento, quello di quasi tutta la vita, bisognerebbe usare termini come sobrietà e praticità; con questo non voglio dire che mi manchi il gusto, ma mi è sempre mancata la necessaria pazienza, non ho mai posseduto quel pizzico di vanità necessaria al salto di qualità, a marcare la differenza tra l’acquisto di un capo pratico a quello di un capo chic. Per cui pantaloni di taglio morbido, spesso i jeans, molti pullover comodi, camicie, poche, pochissime, gonne. I miei studenti, mio marito, i miei amici, almeno per quello che riguarda l’abbigliamento, hanno sempre saputo cosa aspettarsi da me ed è sempre andata bene così. I miei colori preferiti sono il grigio, il blu, il bianco, l’azzurro d’estate, il rosso scuro ma solo qualche volta. Detesto il giallo.

Io e Saverio riuscimmo ad andare a Parigi una volta sola. Lì nella meraviglia, nel romanticismo più spinto nel quale io sia mai caduta, nelle passeggiate lungo la Senna, nel nostro fare tutto a piedi, i Boulevard, i caffè, le gallerie, i musei, inciampai nell’unica concessione che io abbia mai fatto alla moda, un cappotto verde, un bellissimo, più alla moda che mai, cappotto verde. Era il 1967, il cappotto era corto sopra al ginocchio, di pura lana, bottoni molto grossi, alla marinara, era mio, era un regalo di Saverio, era francese. Non me ne sono mai più separata. L’ho usato con parsimonia, volevo che durasse tutta la vita, per adesso è ancora lì.

La mattina che Stefano doveva partire per gli Stati Uniti, per la prima volta, carico di entusiasmo e di bagagli, era verso la metà di novembre. All’aeroporto lo accompagnammo io e l’avvocato. In macchina per nascondere l’emozione Stefano e Luca scherzavano e mi prendevano in giro come se stessimo andando a una gita scolastica. Io stavo al gioco, tutti e tre stavamo mentendo. Tutti e tre eravamo carichi di speranza. Stefano entusiasta per la nuova avventura. Luca felice per il suo migliore amico. Io felice, certo, ma una mamma non può essere mai totalmente felice sapendo che un figlio si trasferirà, forse per sempre, dall’altra parte del mondo. Era una bella giornata, ma fredda. Arrivammo a Linate in anticipo, avevamo tempo di fare colazione e di farci prendere ancora un po’ dalla malinconia. Quel giorno prima di uscire di casa avevo dato a Stefano gli occhiali da vista di suo padre. «Sono tuoi.» Gli avevo detto. «Anche se non avrai bisogno di usarli.» Stefano non disse niente ma aveva le lacrime agli occhi, sapeva che passargli quegli occhiali era molto di più che cedergli un oggetto tanto caro appartenuto al padre, era un modo di dirgli che mi fidavo di lui, che lo ritenevo degno di suo padre, delle cose che quell’uomo aveva amato.

L’avvocato, che è sempre stato un signore, offrì la colazione e continuò a far battute cercando di stemperare la severità del momento ma non gli veniva mica bene come le altre volte. Io continuavo a pensare di non dover fare a mio figlio stupide raccomandazioni. Raccomandazioni a cui pensavo, continuavo a dirmi di sorridere. E sorridevo, con i crampi nello stomaco.  Tutto quello che ero stata fino a quel giorno non mi avrebbe risparmiato. In quei minuti ero soltanto una madre il cui cucciolo parte per il fronte. Ero una madre come tutte le altre.

Al ritorno dissi all’avvocato di lasciarmi sola, che sarei tornata a casa in treno. Presi un autobus e arrivai fino a Piazza San Babila, passeggiai come una senza pensieri, una che ha in mente cose normali tipo lo shopping, tipo il pranzo, tipo un caffè. Passeggiai almeno per due ore, faceva freddo, si era alzato come un vento disonesto, soffiava a tradimento. A quel punto Stefano sarebbe stato a Roma in attesa del volo per New York, l’avvocato rientrato al paese da un pezzo. Nei momenti difficili, quelli in cui ci sente perduti, spesso, vengono in mente cose che non c’entrano niente. Non fu così quel giorno, a me venivano in mente soltanto gli Stati Uniti d’America che dal quel momento per me si trasformavano in una specie di catena, una prigione costruita come un’altalena tra la gioia e la malinconia. Attraversai Piazza della Repubblica e mi diressi sempre a piedi verso la Stazione Centrale. La Stazione di Milano vista da fuori, specie se ci arrivi da lontano, mette sempre un po’ paura, così solida e immobile, così fascista.

Il vento soffiava fortissimo anche sui binari, presi il treno e tornai a casa, cos’altro avrei dovuto fare? Una madre deve saper lasciar andare il proprio figlio. Con Stefano ci vediamo una, o due volte l’anno. Decisi quel giorno che io non sarei mai andata a trovarlo laggiù. Arrivata a casa spazzolai il cappotto e lo posai, al suo posto, in armadio. Non l’ho mai più indossato.

Leda

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© Gianni Montieri

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Cartoline Persiane#8

parigi

Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto ero a Palermo, adesso mi trovo a Parigi. Devi sapere che per molto tempo in passato queste due città si sono contese il ruolo di centro culturale europeo (sono stati degli intellettuali siciliani a dirmelo). Bene, non so a che punto del confronto siano arrivati, ma ti dico subito che Palermo per me vince e convince, molto più che l’altra. Insomma, credo davvero che Parigi sia la classica mosca scambiata per elefante. C’è tutt’intorno un’aria di provincia irrimediabile, hanno voglia di alzare torri e fondare musei pieni di refurtiva. Ti faccio qualche esempio.

In tutti i caffé c’è qualche giovane scapigliato che scrive guardandosi intorno come se vedesse le idee che volano. Resiste insomma questa visione dell’arte ingenua, loro direbbero naïve, che fa un po’ ridere, come se tutti i ventenni in disordine dovessero diventare un novello Rimbaud. Ce n’è già stato uno, può bastare, direi! I giovani siciliani sono molto più concreti, anche perché il primo che viene beccato in quegli atteggiamenti assorti e trasognati viene prontamente deriso e strattonato, come dev’essere.

Un altro esempio di immaturità collettiva: non riescono ad accettare il loro clima. Appena c’è un lembo tenue di sole li trovi tutti sdraiati sugli argini del fiume, tremando per il freddo. Sono ridicoli, no? A Palermo, quando fa caldo fuori stagione, e capita spesso, mica si mettono il cappotto per protesta!

Altra cosa: il cibo. Mangiano di continuo formaggio. Fanno tanto gli evoluti, e poi hanno una dieta da pastori! La toilette è invece una specie di celletta o cabina stretta, dove si mortifica il corpo quasi vergognandosene. Il bagno di clausura è una prova evidente del cattolicesimo trionfante, molto più che Notre-Dame. Ma poi, a proposito di toilette, parliamoci chiaro: sono sporchini. Davanti al bancone dei bar ti scricchiolano le scarpe sopra briciole e gusci, negli ascensori si trattiene il fiato, dentro i tunnel della metro ci pisciano. Tu sai meglio di me che la sporcizia del corpo rimanda sempre a una sporcizia dell’anima: infatti i camerieri sono sgarbati.

Qui è pieno di immigrati siciliani diventati artisti, che cantano la nostalgia della terra d’origine. Questa è la prova che al sud si vive meglio, mica si diventa nostalgici per capriccio o convenzione! Cantare in francese, però, mi sembra solo un inasprimento della pena. Tra l’altro, nel cimitero di Père-Lachaise per quarant’anni è stato sepolto il compositore catanese Vincenzo Bellini, poi riportato in patria. Ma ti rendi conto? Non gli bastano le opere d’arte, questi provano a fregarsi pure i cadaveri! E ti ho spiegato nella cartolina precedente quanto laggiù siano attaccati alle loro salme.

Infine, ed è l’aspetto più sorprendente, a Parigi capita spesso di vedere maschi che si baciano fra loro, e nessuno che protesti o almeno si scandalizzi platealmente. Il percorso verso la normalità sembra ancora molto lungo. In Sicilia l’uomo è uomo, poche storie.

Ps.: Mi è capitato tra le mani uno strano libro intitolato Lettres persanes. Racconta di due persiani in viaggio per l’Europa, e uno di loro scrive di continuo al suo serraglio, per controllare le numerose mogli. Che cretinata, questa del serraglio. Già è difficile con una per volta.
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@Andrea Accardi

Anna Toscano – my camera journal 12

2013-08-09-20-21-51

Penso al rumore delle città che ho attraversato, che ho camminato, al loro suono, alla loro melodia. Non vi è una città uguale all’altra per l’udito. Ma la domenica, verso metà o fine pomeriggio, ciò che senti è simile in molte città: stoviglie che si impilano, televisioni che cambiano canale, lavatrici in centrifuga, qualche chiodo sotto un martello poco convinto, bottiglie di plastica in accartocciamento, passi lenti su pavimenti di briciole, luci che iniziano ad accendersi nei tinelli, lampadine gialle dai lampadari nelle cucine, figure che stendono panni nelle verande, sagome dietro le finestre dei cessi, forse donne con bigodini, risa di bambini nei terrazzini, di certo cani annoiati che abbaiano all’accendersi e spegnersi delle luci nelle scale del palazzo. E così mi fermo in una veranda di largo do Arouche, in piedi su uno sgabello, una mano sul filo l’altra a tenere canovacci bagnati, mi fermo mi guardo attorno ascolto e sono ad Affori sporta alla ringhiera, sono a san Samuele in corte, a Trastevere ad aspettarti sotto casa, alla Recoleta con una rosa per Evita, con una per Susan Sontag a Montparnasse, su un tetto di rio Branco o di Punta Gorda. Per più di un attimo ti puoi confondere, perdere l’orientamento: essere a casa in ogni luogo nelle domeniche prêt-àporter.

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testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 11

Argo + Albafeta 2 a Parigi

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Parigi, venerdì 21 giugno 2013, dalle ore 19.00

presso la libreria Marcovaldo (61, rue Charlot, 75003)

nell’ambito di Letti di Notte, la notte bianca della letteratura

 Per un uso performativo delle riviste. Alfabeta2+Argo: Presentazione, smontaggio e performance

Presenteranno le riviste: Andrea Inglese, redattore di “Alfabeta2” mensile d’intervento culturale, Filippo Furri e Tommaso Gragnato, redattori di “Argo” rivista d’esplorazione.

Le due riviste saranno in seguito messe in scena, musicate, campionate e mixate tra loro attraverso il coinvolgimento di un attore (Stefano Lodirio), dei musicisti (Giacomo Baldelli e Paolo Tarsi), e una performer (Alice Martins).

Saranno eseguiti brani di Erik Satie (Prélude de la porte héroïque du ciel accanto a una versione per chitarra elettrica e pianoforte di Vexations), John Cage (In a Landscape e Dream, quest’ultimo in una trascrizione per chitarra elettrica a cura di Giacomo Baldelli), di Fausto Romitelli (Trash TV Trance, accompagnato da un video live a cura di OOOPStudio), Paolo Tarsi (Bende elastiche,  brano dedicato all’esponente dell’arte analitica Paolo Cotani).

Saranno proiettati  due video tratti da uno dei progetti di Argo Art Projects, Watershape:
Tagaki Masakatsu, “Light Pool”, 2004
Sebastiano Luciano/musica Andrea Buratta aka Novembertraum, “Aria #1”, 2011

Gianni Montieri – Due (nuove) di domenica

Al d’Orsay

In venti, in trenta, accalcati
davanti a un Van Gogh, uno a caso,
ignorando i tre Gauguin alle spalle
o i Bonnard della stanza accanto,
con i loro zaini, le borse con gli acquisti
ore in coda sotto l’acqua per vedere
niente. Cosa verranno a fare e noi
cosa speravamo? Di poter stare
dieci minuti di fronte a un Renoir?
E poi lo so: fotografarti mentre ritrai
la donna senza braccia di Rodin
sentire che tra poco andremo via
a Saint Germain, a sud verso Montparnasse
ma non importerà, a Parigi non importa
e piove, per fortuna, un’altra volta.

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Sotto Ponte nuovo

C’è un castoro sulla Martesana, una scritta
“basta sgomberi” sul muro fuori da Mtv
falci e martelli che nemmeno a Sesto
una linea ideale di cucine illuminate

più di quest’acqua che da dove viene
e dopo il Viale, dopo Greco dove andrà
oppure io e il cane che non sappiamo
come prenderci, come rincorrerci

confonde Milano, pare la felicità
questa cosa che viene lentamente
insieme a un tizio in bicicletta
al fiume appena scuro, all’umidità.

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(c) Gianni Montieri – inediti 2012

JOURNAL PARI-PROUSTIEN – di FABIO LIBASCI

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Paris, 5.10.10-13.12.10

8.10.12

nous sentons eh bien nous sentons des sensations, on aime les sens, nos sens, même le non sens

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ma i sensi ci inducono in errore, falsificano la realtà, l’occhio mi tradisce, l’olfatto pure, il tatto poi non mi lascia sentire le spine

 .

sento, sento che voglio, mi piace, desidero sentire anche questa solitudine che mi fa scrivere e poi smettere. Punto, di colpo sento la fine con un punto………

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11.10.10

– 

St. Michel incanto e perdizione, fontana, quai, libri, polvere e profumi diversi, meravigliosi, plurali si confondono e mi cercano e io cerco loro come una gatta

 .

Kaboom au cinéma, du sexe et des rêves, beau film un peu kaléidoscope, qualche brivido per qualche scena paurosa, voglia di stringere una mano che non c’era

 .

Salma ya salama in un negozio, 45 giri, lei Dalida, divina immensa, musica, vita.

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15.10.10

 …ancora sulle perversioni, quante, sadico, masochista, feticista, io le ho tutte, non me ne manca nessuna, voglia di fare male e goderne, voglia di avere fatto del male e non so se goderne…

Après tout qu’emporte, senza le perversioni saremmo cosi tristi aveva ragione Barthes è per questo che ce le impediscono o per lo meno mettevano il becco dentro la camera da letto

Alle 18,30 Charlotte Rampling legge la Woolf, vado mi addormento nonostante la sua bravura e vado via, sono perverso ma non a tal punto da dormire e scomodo in una poltrona del petit auditorium!

17.10.10

Laveries automatiques, la solitude, leo ferrè,

Boulangerie, must della francia della domenica mattina. È vero domenica, cazzo è proprio domenica lo senti dai rumori dai visi, dalle saracinesche dalla lavanderia dai dolci nelle mani dei passanti che sgridano i bambini felici e festanti

Cazzo è domenica dunque e io aspetto l’asciugatrice, mangio un dolce anch’io. un buon pezzo di flan nature. voglia di casa, di odori, di umori anche cattivi, di chiesa, di messa. entro nella madeleine, senso religioso che non ritrovo ma compro una cartolina, chiesa-monumento cultura passato e io che vado. Evento.

vado nella chiesa laica, l’Olympia; li sì che avverto qualcosa: quella hall dove Dalida passava e con lei i suoi fan: fotografo la hall

Mi accorgo che c’è la foto peraltro non bella del buon bruno coquatrix su sfondo rosso sembra un po’ russa e kitsch ma va bene, je lui pardonne tout

Cerco spettacoli, cantanti poi mi accorgo che non siamo nel ‘74, i cantanti non sono più!

22.10.10

 Ancora omosessualità perversione con più freud la teoria edipica il padre, il terzo incomodo, le feci come godimento, la perversione causata dai genitori

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Proust e la madre e albertine swann e odette e charlus, scene di sadomasochismo, la foto del padre la colpa e la profanazione ma per profanare bisogna eleggere prima il santuario

Feticismo , dei polsi del culo, si del culo è la prima cosa che guardo piatto no gonfio quanto riempie un jeans attillato morbido e duro bello nudo glabro freddo come marmo di una statua, pulsa come il cuore il vero cuore è sì è il culo…

Non posso fare a meno di guardare sul metro, mi siedo mi rialzo aspetto che qualcuno entra guardo ha il giubbotto alto, il jeans è scoperto, bello il culo francese

Il migliore il culo sotto il pantalone di vestito di media qualità dei giovani impiegati indistinti, tutti uguali questi vestiti piccolissimi a sigaretta. che importa il viso, quello dopo, dopo il culo

il tuo stile, il tuo stile, il tuo culo (leo ferrè)…

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1.10.10

Qualche minuto dopo mezzanotte eppure già un nuovo giorno o un giorno nuovo qualcuno mi ricorda halloween da internet io all’orangerie a nutrirmi

Boulevard sulle orme della vita di Proust, le case sempre più belle e grandi fino al haussmann terrible tetra scura si staglia differente da haussmann da tutte le altre case i palazzi senza balconi, senza nulla, oggi una banca

Le banche i soldi destinati a esistere là dove esisteva la cultura e i libri. Simbolo no realtà e nera anche.

Finisco di leggere la biografia di tadié, mah solo dati dati su dati e citazioni ma a me non rimane nulla solo altri dati più o meno essenziali che appunto su un quaderno che si riempie di numeri di pagine di nomi di cose da ritenere utili, perché, per chi, per me évidemment…

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10.11.10

 

Oramai la pioggia fa parte di me di queste giornate lente e insopprimibili, che pure mi sfuggono nelle loro ore inesorabili in tutte le cose a cui do un senso

Leggo leggo forsennatamente mi distraggo salto un rigo ma leggo tutto ciò che posso, devo mettere la parola fine. Solo la lettura mi appaga

Provo un leggero godimento un’attrazione per la pagina le sue lettere il suo odore il suo fantasma il suo mondo che dentro di me prende anima, vita…ed è vita!

Hervé toujours hervé c’est toi que j’aime ogni parola mi arriva come un punto. Mi punge mi immerge nel suo sperma nel suo inchiostro nella sua parola nella sua immagine la comunione è totale e perciò impossibile…

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17.11.10

 

 

L’homme blessé, amore e morte eros e thanatos piacere e dolore, in fondo la vie est cela, pas bien melée…

Non mi diverte la violenza non mi eccita non sono sadico, basta così poco a rassicurarsi, cosa significa essere sadico. Una parola cazzo una parola decide una vita un gesto un momento un modo di essere di amare di vivere e morire

Ossessionato dalle parole, dal loro investimento, non smetto di pensare alla parola analisi, ano, stadio genitale abietto perversione parole, si è vero non sono altro che parole, nico ’67.

Onanismo, tutti gli –ismi mi attirano, sarà questa ancora una perversione,

fissa ossessione per xavier dolan, fantasma di questi giorni parigini, il suo sorriso il suo modo di parlare francese che timido come un idiota con le tizie ancora più idiote della bnf che sembrano sempre stupite delle cose che chiedo e ripetono homosexualité, sodomasochisme, onanisme, avec quelque peu de honte ou je fais semblant je baisse la tete…je souris même…

fissato per dieci minuti da un tipo strachecca della bnf nella sala fotocopie imbarazzato vedo che è li per me mi osserva si aspetta di essere ricambiato io lo so e non mi giro ma mi imbarazzo penso a qualcosa da fare mi dà fastidio eppure voglio che sia là, bisogno di essere visto di essere osservato, di esistere? Di essere desiderato?

Alla fine mi sposto ritorno ma è andato via, ansia e domande, perché non mi fissa un ragazzo?

Solo quarantenni cinquantenni ma io non ho bisogno di padri!

 .

22.11.10

 

Soirèe open cafè, 17 rue des archives, marais, paris…

Poca gente in un lunedi sera che richiama più il foyer che il bar. Pochissima fuori dove di solito una folla pagana si ferma e si sfiora grossolanamente sotto i funghi caloriferi pochi, tra la voglia, tanta, e l’indifferenza

Mi siedo piccola sedia in piccolo tavolo chiedo una coppa di champagne per soli 5,90…

Pubblico misto, trenta quaranta anni un po’ dismessi e sciatti così come i camerieri poco attraenti, buona musica, la mia la disco anni ’70, you sexy thing, in the navy, ring my bell, funky town…

Sotterraneo i bagni affollato sguardi silenziosi occhi che parlano bocche che guardano di voglia fremono

Un signore distinto non bello di almeno 1 metro e novanta pantaloni pelle lucida succinto legato al culo passa in rassegna davanti al bancone poi con la sua birra e le luci il neon rosso che lo colora che disegna il pantalone le ginocchia le pieghe che armoniose si formano e dipartono

Ora accanto a me due ragazzi, uno carino di fronte a me freddoloso con una coca fredda tra le mani, pochi sguardi lanciati…

Poi al suo amico, serait-il un peu effeminé, non un peu, comme moi alors, ses mains ou la façon de le bouger. Sì credo ha detto così ma a bassa voce con sospetto e il sorriso. Poi nulla discorsi sugli omosessuali sulla settorialità, pigalle il 7, il lunedi, les filles vraiment filles etc.

Tutto finisce come il mio champagne fatto improvvisamente caldo e liscio, tutto finisce come questo lunedi desiderante e fantasmatico dentro una pagina bianca di un diario che tenta di contenermi…