Paragone Letteratura

I poeti della domenica #113: Guido Ceronetti, Egon Schiele

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Egon Schiele, Torso nudo inginocchiato, 1919. Collezione privata.

EGON SCHIELE

Che cosa umano riservi a uno stile
Vedilo in tutte le prove di Schiele.

Come abbozzi le lettere troncate
Da un improvviso gelo della vita
Segui la ruota dei segni spezzati
Sulle carni scrutate o travestite.

Divaricate o unite
La gambe grande vaso lacrimale
Che sulle idee del ritmo e della luce
Si muovono per specchio delicato,
Sigilla fronte di malinconia
Tra inguini, un bel viso da ritratto:

Esecutore suo, vivi nel tratto
Che quelle luci basse fissò e visse
Più umano di ogni altro.

 

Guido Ceronetti, Egon Schiele, «Paragone Letteratura», Anno XXI, n. 244, Giugno 1970.

I poeti della domenica #102: Cesare Garboli, da Sei poesie

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Non lo so e non lo sai nemmeno tu:
sarebbe come chiedersi
quale colore ha il vento. Eppure
sì, gli anni e le ore
di una vita sbagliata forse è giusto
che li calcoli un cieco
oste confuso, e che s’imbrogli
scarabocchi leccando la matita
numeri con dolcezze, conto illogico
che non torna, zoppi versi…
La vita può pagarlo, può permetterselo,
la vita così tanto più eccentrica
dell’arte, o come l’arte.
……………………Chi
dentro il mucchio di tenere bisce,
nel cesto di anguille, nell’antro
fragrante di ostriche, polipi, spelonca
di noi come umide
alghe, semi, salive, chi nel mostruoso
sputo vede, sa?
…………………….‘Tuo padre mi prendeva, nel sole
a chiazze sopra i tavoli dell’osteria,
ma non era tuo padre, aveva i baffi,
il sigaro e una camicia bianca a righe’.
‘Ma mio padre li aveva’, e perché fuggi
spaventata − rido − perché corri, t’arresti,
e perché tremi?
………………………Dunque tra le crepe
e i ruderi assolati, celle, spalti
di vestiboli e camere regali
è questo che irrompe cielo
e implora vivo e timido, l’antilope si slancia,
altera cresce e impavida l’erba.

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© Cesare Garboli, da Sei Poesie, in «Paragone», Anno XVIII, Numero 200/20, Ottobre 1966.

I poeti della domenica #95. Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo

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Non possiamo saperlo

Non possiamo saperlo. Nessuno l’ha detto.
Forse là non c’è altro che una rete sfondata,
Quattro sedie spagliate e una vecchia ciabatta
Rosicchiata dai topi. C’è caso che Dio sia un topo
E che scappi a nascondersi appena arriviamo.
E c’è caso che invece sia la vecchia ciabatta
Rosicchiata e consunta. Non possiamo sapere.

Forse Dio ha paura di noi e scapperà, e a lungo
Noi dovremo chiamarlo e chiamarlo coi nomi più dolci
Per indurlo a tornare. Da un punto lontano
Della stanza lui ci fisserà immobile.

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere,
E potremo vederlo soltanto col microscopio,
Minuscola ombra azzurra sul vetrino, minuscola
Ala nera perduta nella notte del microscopio,
E noi là in piedi, muti, sospesi a guardare.
Forse Dio è grande come il mare, e spumeggia e tuona.

Forse Dio è freddo come il vento d’inverno,
Forse ulula e romba come un rumore assordante,
E dovremo portare le mani alle orecchie,
Agghiacciati e tremanti, rimpiattendoci al suolo.
Non possiamo sapere com’è Dio. E di tutte le cose
Che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia,
E quel suo paradiso è una noia mortale.

Forse Dio ha gli occhiali neri, una sciarpa di seta,
Due volpini al guinzaglio. Forse ha le ghette,
Sta seduto in un angolo e non dice parola.
Forse ha i capelli tinti, ha una radio a transistor,
E si abbronza le gambe sul tetto d’un grattacielo.
Non possiamo sapere. Nessuno sa niente.
Forse appena arrivati ci manda allo spaccio
A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia
E quel suo paradiso è la solita musica,
Svolazzare di veli, di piume, di nuvole,
Un odore di gigli recisi, una noia di morte,
E ogni tanto una mezza parola per passare il tempo.
Forse Dio sono due, una coppia di sposi
Abbandonati al sonno ad un tavolo d’osteria.

Forse Dio non ha tempo. Ci dirà di andarcene
E tornare più tardi. Noi andremo a passeggio;
Siederemo su di una panchina a contare i treni che passano,
Le formiche, gli uccelli, le navi. A quell’alta finestra,
Dio s’affaccerà a guardare la notte e la strada.

Non possiamo sapere. Nessuno lo sa.
C’è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo,
Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre,
Sotto una coperta sudicia, piena di cimici,
E dovremo correre in cerca di latte e di legna,
E telefonare a un medico, e chissà se subito
Troveremo un telefono, e il gettone, e il numero,
Nella notte affollata, chissà se avremo abbastanza denaro.

© Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo, in «Paragone», giugno 1965.