Paolo Zanotti

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

Leggende metropolitane

 

2652277“Ogni membro del club è dotato infatti dell’autorità di battezzare qualsiasi suo conoscente con il nome che preferisce. Questo serve a espandere il Club, a sentirsi meno soli, a innervare la città di tanti membri del Club come noi.”

Nei giorni seguenti alle recenti elezioni comunali, un articolo annunciava con una sospetta assenza di ironia che il nuovo assessore al bilancio del comune di Riccione sarebbe stato un tale sig. Giovanni Bilancioni. Mi sono quindi immaginato la non remota possibilità dell’esistenza di un “Municipio Disney” a dimostrazione di quanta distanza possa oramai esistere tra me (cittadino reale) e ciò che dovrebbe rappresentarmi. Con automatico ottimismo poi il pensiero è volato inevitabile (sì, per forza) al bel romanzo di Paolo Zanotti pubblicato postumo da Ponte alle Grazie, Il testamento Disney. Chissà come avrebbe reagito Paolo a questa notizia; a quale membro del club Disney avrebbe attribuito o affidato il battesimo di questa scoperta. Paolo Zanotti purtroppo non c’è più e va ringraziata la casa editrice Ponte alle Grazie se dopo il bellissimo Bambini Bonsai  sia stato pubblicato questo suo romanzo precedente, rimasto nei cassetti perché rifiutato da diversi editori. Viene la tentazione di paragonare i due scritti; gli argomenti ci sarebbero in effetti. Genova sicuramente è la protagonista assoluta; non la Genova cimiteriale, postatomica attraversata dai Bambini Bonsai, ma una Genova che si prepara ad accogliere il G8 del 2001, una Genova con il suo perenne cimitero, le sue strade, le piazze, i locali, i giardini; tutti punti di riferimento orizzontali e verticali che non possono prescindere dalla presenza assoluta del mare.

(altro…)

L’alibi del Bonsai

bambinibonsaiTi racconterò i tempi della pioggia. Evocherò per te l’attimo sospeso in cui, dopo mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida, l’afa raggiungeva il suo picco, il tempo era immobile, il corpo si scioglieva: il big bang era vicino, lo si poteva toccare. Ti spiegherò come, dopo il primo scroscio, noi bambini ci riunivamo in bande. Non c’era bisogno di conoscersi prima, né di vestire la stessa livrea: un istante simile a quello degli uccelli migratori avrebbe indirizzato pure noi”.


Sono troppi i riferimenti simbolici, visivi, immaginifici evocati in questo brano tratto dal romanzo di Paolo Zanotti: “Bambini Bonsai”  (Ponte alle Grazie, 2010) per non cadere nella piacevole trappola dell’azzardare una lettura poetica del Tempo, nell’accezione di coordinata, sensazione o illusione caratterizzante l’intero sviluppo narrativo del testo. Non passa inosservata la frequenza di riferimenti e metafore che riportano costantemente all’idea della crescita come atto totalmente dipendente da una presa di coscienza del tempo nel suo evolversi non solo come intuizione, ma come conseguenza e stimolo di relazioni con l’altro da sè.
Il titolo stesso cela una serie di riferimenti che inevitabilmente portano all’idea di “tempo”. Cosa è un Bonsai se non un’opera d’arte che si mette a confronto col tempo, un’opera che nasce e si sviluppa per durare indefinitamente a prescindere dal suo artefice, dilatando il senso del tempo a discapito dello spazio. Si è detto e scritto forse poco su questo bel libro di Paolo Zanotti,  unico romanzo pubblicato in vita. Volevo così ricordarlo a poco più di un anno dalla sua scomparsa. Un romanzo volutamente scritto al passato, un romanzo in un presente difficilmente definibile, un romanzo che affronta la crescita come susseguirsi indefinito di fissità, di contrapposizioni e di scambio. Un romanzo che si sviluppa come profezia futuribile ma è allo stesso momento atemporale come una fiaba.
La storia di Pepe ha inizio in un cimitero, il cimitero di Staglieno, Genova, il luogo dove è stata allestita una baraccopoli che ospita gli sfollati dell’ultima definitiva catastrofe naturale che ha portato a variazioni climatiche e alla scomparsa di tutti gli animali, delle piante così come dei profumi. Un cimitero, città dei morti progettata per fermare il tempo, luogo di memorie, di attimi fissati nella pietra, di date con un principio e una fine. All’interno di queste mura Pepe cresce in un continuo reciproco annullarsi di un passato e un presente che rinunciano a diventare futuro, complice un mondo di adulti che come obnubilati dal terrore sembrano pietrificati (come statue) nel ricordo delle occasioni perdute o nel mantenimento delle tradizioni. Una generazione ferma nel tempo e col tempo, come se la catastrofe e il conseguente crollo delle certezze “adulte” (il lavoro, la casa, i legami affettivi) avessero tolto ogni alibi ad un domani. Gli adulti appaiono così vittime del tempo e affrontano passivamente il loro quotidiano: I genitori di Pepe per esempio: una madre inquieta che non trova pace in nulla, che cerca negli altri e nell’altro un’adolescenziale liberazione da un presente diverso da come lo aveva sognato, dall’altra parte un padre, fermo, disilluso che procrastina ogni decisione (la costruzione di una casa che non finirà mai: metafora della stabilità, della sicurezza) e che si rinchiude nelle sue “droghe musicali”. L’adulto ha poche alternative ad un futuro che sembra essere dissolto, l’educazione dei bambini (quale miglior garanzia per un futuro?) è infatti delegata a “programmi”. Pepe cresce così tra i sentieri di Staglieno e le sue statue, feticci di un passato immobilizzato e oramai solo vagamente immaginabile, ma ha anche le sue statuine: feticci pupazzi in plastica degli animali, un gioco di altri tempi, regalo di una misteriosa prozia, unico adulto che sembra conservare ancora una forma di consapevolezza ancestrale del passare del tempo e quindi, della speranza. Una fata madrina che cresce Pepe, che gli mostra i segni del rimpianto per un passato che manca: è lei a profetizzargli l’arrivo della pioggia, è lei l’unico adulto che consapevolmente sceglierà di scomparire improvvisamente e quale altra lettura più rassicurante come un viaggio, potrebbe avere la morte per un bambino? Pepe resterà in attesa della profezia con le sue statuine, contenute in una scatola in latta sul cui coperchio c’è la fotografia di una bambina bellissima “con gli occhi di albicocca”. E’ in questa immagine che Pepe comincia a dipanare il filo che lega un passato al presente, Pepe se ne innamora ed è quindi inevitabile che quella immagine diventi l’alibi per la ricerca di ciò che può chiamarsi futuro.

L’arrivo della pioggia scardina, ma viene bene dire “scioglie” ogni legame tra mondo adulto e mondo bambino. Gli adulti spariscono, cadono in una forma di catalessi imbelle, spaurita; I bambini vengono come trascinati da una marea che li porta via dal cimitero e li fa vagare in una Genova quasi irriconoscibile, se non attraverso quei pochi precisi riferimenti che come metafore arricchiscono la narrazione. A quei bambini in fuga, una sorta di crociata con armi e bagagli, attrezzati per la pioggia si uniscono Pepe e la piccola ribelle volitiva e curiosa Primavera. Corrono tutti verso una Genova che si apre come un mondo vitale, che sotto una pioggia incessante e col sottofondo del mugghiare animalesco di un mare moribondo agonizzante (e ancora l’acqua che si fa metafora del tempo), si adatta a luogo del passaggio, dello scambio, della caccia, dell’incontro, dello scontro e tutto attorno alla chiesa di santa Eurosia, la santa bambina. Sono i bambini a rigenerare l’idea e la normalità di una vita quotidiana, Tempo e spazio tornano ad essere coordinate coerenti e interagenti dell’esistenza e ridanno momentaneamente vita ad una città, fino ad allora non luogo e non tempo: il mercato torna ad essere spazio dello scambio, la strada spazio dell’incontro e della perdita: punti di ri-partenza per la ricerca di Pepe e Primavera Il cui mondo si aprirà ad interazioni che genereranno conseguenze che non possono non tenere in considerazione la felice possibilità di un domani, e questo riguarda il loro destino ma anche quello della compagnia a cui si uniranno: la misteriosa Petronella con la sua valigia da streghetta, il fratellino e il suo giovane “precettore”. Una piccola compagnia di bambini, armati di magia, speranza, dubbi e contraddizioni in un viaggio verso la meta, quel castello di fiaba dove Pepe, quasi sotto l’incantesimo di Petronella in un prolungato rimpiattino attraverso le stanze di una casa che sembra vivere, respirare, allargarsi, arriverà a trovare un mare così come era prima della catastrofe, e sui cui scogli avverrà l’epifania dell’incantesimo malvagio di generazioni di adulti terrorizzati dall’idea della perdita ineluttabile dell’infanzia e la presa di coscienza di un necessario passaggio: sciogliere
l’atrocità di quel vincolo per imparare ad essere padrone del futuro e riparare all’errore più grave degli adulti: la paura di mollare la presa rassicurante del presente.

© Jacopo Ninni

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.