paolo sorrentino

Nightswimming

amsterdam, foto gm

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Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

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Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

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Youth (recensione di Nicolò Barison)

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Youth – La giovinezza, le emozioni sono tutto quello che abbiamo

Fred (Michael Caine), noto compositore e direttore d’orchestra alle soglie degli ottant’anni, si trova in vacanza in un lussuosissimo Resort in Svizzera ai piedi delle Alpi. Il suo migliore amico Mick (Harvey Keitel), anch’egli ospite dell’albergo, un vecchio regista ancora in attività, sta cercando di portare alla luce il suo ultimo film, una sorta di grandioso testamento spirituale. Mentre Mick cerca faticosamente di finire la sceneggiatura e di trovare un finale alla sua opera, Fred ha invece abbandonato da tempo il suo lavoro, nonostante la regina Elisabetta in persona voglia assolutamente ascoltare le sue composizioni e rivederlo nuovamente all’opera.
A un anno di distanza dal caso nazionale della Grande Bellezza, torna Paolo Sorrentino con il suo solito (ma magnifico) torrenziale susseguirsi di immagini-quadro, inserti onirici, suggestioni pop (c’è pure Maradona), musiche accattivanti, insomma tutto il repertorio visivo e sonoro che lo contraddistingue sin dai tempi delle Conseguenze dell’amore.

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Chatterton e Gambardella – di Andrea Accardi

 

Gambardella

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Guardando La Grande bellezza ho avuto la sensazione che Jep Gambardella fosse l’estrema propaggine di un personaggio ricorrente nella letteratura moderna, l’artista diverso dal resto della società, lo scrittore «destinato alla sensibilità», come lo stesso Gambardella dice di se stesso. E però il paradigma dello scrittore sensibile oggi sembra essere cambiato drasticamente rispetto alla tradizione, al punto da capovolgere il suo rapporto col mondo.

Mi spiego. Gambardella è un sessantacinquenne disincantato, con molti rimpianti e una certa dose di malinconia, se pure stemperata nell’ilarità. Eppure sembra in fin dei conti uno che al mondo ci sa stare. Ha scritto un solo libro in giovinezza, rimasto però un cult. Gli amici lo trattano come un punto di riferimento culturale. Ha ancora molto successo con le donne. Insomma, Gambardella si tiene comunque a galla, mentre sono gli altri personaggi che affondano. Altri intellettuali meno autoironici e molto più velleitari di lui, come Romano (interpretato da Carlo Verdone). E in generale tutta una costellazione di umanità squallida e mediamente disperata, con qualche caso sopra la media. La sensazione è sempre la stessa: là in mezzo Gambardella è l’unico che potrebbe farcela, in qualche modo, nonostante tutto.

Ma non è stato sempre così, anzi. Per almeno due secoli (che grossomodo facciamo coincidere con l’esistenza della società borghese) l’artista è stato spesso raffigurato come un individuo schiacciato dal mondo, vittima degli altri. Baudelaire renderà memorabile questo topos con l’immagine del poeta-albatros, deriso e umiliato sulla nave degli uomini. Prima di lui, fra gli altri, Vigny scrisse nel 1834 il Chatterton, un dramma sull’«uomo spiritualista soffocato da una società materialista» (cito da Dernière nuit de travail, sorta di introduzione dell’autore all’opera). Il giovane protagonista, un poeta di diciott’anni realmente esistito, sceglierà il suicidio piuttosto che scendere a compromessi con la volgarità del mondo, rifiutando peraltro anche un lavoro che gli avrebbe consentito una dignitosa sussistenza:

Libero da tutti! Uguale a tutti, adesso! – Benvenuta, prima ora di riposo che io abbia mai gustato! Ultima ora della mia vita, aurora del giorno eterno, benvenuta! – Addio, umiliazione, odi, sarcasmi, lavori degradanti, incertezze, angosce, miserie, torture del cuore, addio! O che felicità, io vi dico addio! Se si sapesse! Se si sapesse come sono felice…, non si esiterebbe così a lungo! (Chatterton, atto III, scena VII)

Chatterton oggi può apparirci assoluto, eccessivo, melodrammatico. Forse un adolescente può identificarsi più facilmente con la protesta autodistruttiva del poeta, in quella che è spesso un’età cupa e velleitaria (e che per alcuni continua anche dopo). E tuttavia qualunque lettore, per leggere il testo nella maniera corretta, dovrà accettare questa scelta individualistica di rifiuto del mondo, pur sapendo che essa «non è qualcosa di propugnato, cioè non solleva nessuna rivendicazione» volta a modificare l’ordine costituito (Francesco Orlando, Per una teoria freudiana delle letteratura, Einaudi, p. 82). Altrimenti detto, quando leggiamo un dramma di questo tipo dobbiamo restaurare in noi quell’ottica romantica che ammira la rivolta solitaria e inutile dell’individuo contro la società.

Con Jep Gambardella vediamo però come si modifica il topos dell’artista diverso, che ha perso questo ruolo vittimista per diventare meglio degli altri, o comunque simile agli altri. L’ho già detto, Gambardella tutto sommato sa stare al mondo, è il mondo che è vuoto, che è nulla. L’epoca borghese ha risolto il problema dei bisogni materiali, scatenando però la tragedia del desiderio. In una società di uguali, si desidera come gli altri, che sembrano portatori di una pienezza che ci è negata: è il desiderio mimetico secondo René Girard. La cultura diventa quindi un modo come un altro per imitarsi a vicenda, ma questo produce dilettantismo, chiacchiericcio da salotto, altra infelicità.

Chatterton era un individuo disintegrato dentro una società che si voleva ancora integra, che ancora confondeva il desiderio con il bisogno. L’artista, che reclama la superiorità del primo, soccombe. Gambardella è invece un individuo integrato dentro una società disintegrata, tenuta insieme solo dalla speranza che dopo i bisogni anche i desideri vengano esauditi. Una grande promessa non mantenuta di bellezza.

 

Le cronache della Leda #5 – Roma non c’entra niente

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Le cronache della Leda #5 – Roma non c’entra niente

Mi è toccato rispiegare alla Luisa, ma soprattutto all’Adriana che l’anno scorso al cinema non c’era venuta, che non è un film su Roma. L’Adriana, come se fosse una che non può uscire di casa si è ridotta a guardare La grande bellezza in televisione, su Canale 5, non oso pensare al tributo patito in spot pubblicitari. Mi immagino uno yogurt bio appena dopo uno stacco sul Colosseo, mi piglia quasi uno spavento, dove dovrebbe esserci lo sgomento, lo stupore, oppure l’indifferenza, ma solo verso il film, e invece lo yogurt, invece l’Adriana.

Il giorno dopo la trasmissione televisiva mi telefona con il tono di chi abbia appena assistito a un’anteprima riservata alla stampa o alle autorità, e quindi con il tono che ancora nessuna recensione, nessun premio conferito, non ancora applausi, non ancora stroncature, e dice cose del tipo Ma un film sulla bellezza di Roma, una cosa come Fellini, una specie di  copia di Fellini, ma poi anche la decadenza, ma un film fatto apposta per gli americani, ecc. Ho dovuto sedermi, ripensare al film e dirle la mia, premettendo che il fatto che il film a me fosse piaciuto e a lei no c’entrava fino a un certo punto, c’entrava, piuttosto, il fatto che lei fosse fuori strada. Le ho detto delle giacche gialle e rosse di Servillo, le ho chiesto se le avesse viste, le aveva viste, e allora le ho detto se quelle giacche così sgargianti ma elegantissime non fossero l’abito perfetto per un uomo solo. Se i colori non servissero a contrastare la solitudine del grigio. Lei, invece, si era focalizzata solo sul Dandy, che pure contava, si capisce, ma mica era l’unica cosa, che cavolo. E poi le ho domandato se per caso le risultasse che ci fosse un altro regista italiano capace di lavorare così con la macchina da presa in esterna, di far parlare le immagini prima ancora delle persone, perché è un film, e al cinema contano pure i silenzi. Basta con questi film italiani pieni di interni, di tavole imbandite, di salotti, bar se va bene, autobus quando si cerca di essere grandiosi.

Lei mi ha detto che è un film vuoto (sono certa che questa l’abbia letta da qualche parte) e io le ho risposto che è un film che rappresenta un certo vuoto ma che quel vuoto non è slegato dalla solitudine dei protagonisti, tutti soli e tutti sconfitti e perduti.  Roma? Fellini? Ma se lo ricorda che nemmeno La dolce vita è un film su Roma? La grandezza di Fellini stava nel fatto che Roma avesse copiato lui, mica il contrario. E comunque se volesse trovare qualche somiglianza o omaggio la andasse a cercare in 8½. Poi le ho chiesto come stavano i suoi nipoti per stemperare e per non sembrare un’esperta di cinema. Dopo, però, le ho detto degli americani, ho usato la teoria di mio figlio che vive lì, in Connecticut e no non ci sono mai stata, le ho detto che esistono due tipi di americani quelli che amano vedere rappresentata l’Italia in una certa maniera, ma quelli sono la minoranza, e poi tutti gli altri, quelli senza passaporto, quelli che l’Italia non la vedranno mai, quelli che si sono consolati guardando Roma come se fosse un sogno e come se quel sogno, pur decadente, si potesse toccare con mano, e lì, mentre pensavo che si stava facendo tardi e che dovevo sbrigarmi per andare in posta, le ho detto: «Ma quando eravamo ragazzine e andavamo al cinema non era quel sogno lì che inseguivamo? Non era quello il cinema?» Della Luisa nemmeno sto a dirvi, che di queste cose con lei abbiamo già discusso più volte, che pesantezza. Ora vi lascio, devo fare un salto in posta a pagare una bolletta, poi tornare indietro e preparare da mangiare che per pranzo viene l’avvocato. È un vecchio amico di mio figlio, una volta a settimana pranziamo insieme, diciamo che adesso è anche amico mio.

Leda

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© Gianni Montieri

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“La grande bellezza”

la-grande-bellezzaSiamo sulla terrazza del Gianicolo. Un coro di voci femminili intona I Lie di David Lang. L’aria è calda, ferma. Un gruppo di turisti giapponesi in viaggio organizzato ascolta la guida. Uno di loro si stacca dalla folla, supera la fontana, si avvicina al punto più panoramico della terrazza e in un silenzio solitario scatta alcune fotografie. È incantato da quello che vede, soddisfatto per averlo visto, si asciuga la fronte e sorride. Dà un ultimo sguardo ai tetti di Roma, a quell’improvvisa grande bellezza che si è ritagliato per sé, e un infarto lo stronca.
Senza soluzione di continuità, un urlo selvaggio, e per interi, assordanti minuti siamo scaraventati in un party a base di musica e cocaina della Roma cafonal-chic. Partecipa l’umanità più varia: tronisti e attricette, imprenditori del giocattolo, ex soubrettes in rovina. È la festa privata di Jep Gambardella, e lui, alle feste, è abituato, ne è il mattatore naturale, ha desiderato e ottenuto «il potere di farle fallire». Compie sessantacinque anni, e sfonda al rallenty la sua quarta parete. Ha sempre amato l’odore delle case dei vecchi. «Ero destinato», dice, «alla sensibilità».

Questi i minuti iniziali di La grande bellezza, di Paolo Sorrentino: una bellezza talmente conchiusa in se stessa da essere refrattaria alle parole. Non c’è nulla, in questo innesto onirico di immagini, che si possa dire senza dire tutto. Ogni episodio è un tassello in comunicazione con l’insieme. Eppure bastano i minuti appena accennati – prima ancora che chiunque parli, prima che i personaggi stessi si delineino – per intuire l’anima profonda del film. Basta la colonna sonora, il suo incastro di sacro e profano, e basta il doppio ritmo degli scorci di una Roma immobile, maestosa, e del brulichio di esseri umani stipati sotto il led azzurro di una discoteca: il film è già lì, in questo accostamento bipolare. Lì sono il suo mezzo e il suo scopo: mostrare la contraddanza tra la grande bellezza, quella grazia ferma e sfuggente che rende la vita degna di essere vissuta, e le maniere tutte umane di illudersi di afferrare il tempo per la coda, o di stordirsi per non sentirlo scorrere.

Jep

Jep Gambardella è ospite di questi due mondi. Ha scritto un unico libro, da giovane, ha amato un’unica donna, da adolescente, e questi due istanti di luce gli sono bastati a vivere di rendita. Si è ritirato a vita mondana. Ha una cerchia di amici abituali, frequentatori delle sue feste e della sua strepitosa terrazza con vista sul Colosseo. La loro età è varia, ma si aggira per lo più tra i cinquanta e i sessanta. La loro età li spaventa. Le loro vite sono dominate da un movimento sterile e nevrotico. Celebre ormai la frase sui trenini «più belli della città», perché «non vanno da nessuna parte»; ma si vedano anche i minuscoli segnali, l’uomo che sfida a bracciate la corrente simulata di una piscina grande a stento il suo corpo, ignaro del disgusto con cui la sua compagna lo guarda dall’alto.
Tra comprimari e semplici apparizioni, i personaggi che Jep incontra sono innumerevoli. Tra di loro sarebbe possibile tracciare linee: il loro collidere (o convivere) forma un intero che ci rassomiglia. Per ogni performer il cui atto creativo è schiantare la testa contro le mura dell’acquedotto (salvo non saper argomentare neppure lontanamente il significato del suo gesto) c’è una bambina costretta a strattoni a esibirsi davanti a una folla affamata; e per questa bambina sacrificata (eppure innamorata della sua arte, basti vedere la cura con cui passa le ultime mani di colore) c’è una santa centenaria venerata come una reliquia; e per la santa un cardinale poco pratico di spiritualità ma grande esperto di enogastronomia; e per il cardinale una suorina pronta a spendere centinaia di euro in botox ma solo per non contaminare con il sudore le mani della centenaria.

A tutto questo Jep Gambardella partecipa con l’abulia apparente di chi ha deciso di integrarsi e di lasciarsi scorrere, di sedere alla tavola di Trimalcione conoscendo in anticipo il menu. Il suo peccato è l’accidia, quel vizio che da bambini ci sembrava stonare in mezzo ai capitali, e di cui solo cresciuti intuiamo la portata. Sarebbe in grado, su richiesta dei diretti interessati, di smascherare le autonarrazioni di chi lo circonda, ma non lo fa. Non si tratta solo del suo essere gentiluomo: Jep conosce la miseria umana, sa quanto questa condizione sia universale, non giudica nessuna delle tecniche adottate per tenerla a bada. Non potrebbe: il movimento scomposto è a sua volta una forma, tutta umana, di bellezza; è la fragilità, il rifugio, di chi non può sopportare l’immobilità, e non si accorge di fare così il suo gioco, consegnarsi a un meccanismo simile alla ruota di un criceto.
L’immobilità è la cifra della morte, è da lei che si fugge: e lei (muta, lievissima) rintocca, sempre più vicina e con un senso tutto proprio dell’anagrafe. Compie il suo mestiere: addolora, ma più ancora mette fretta ai vivi, li obbliga a uno stato stuporoso che li agita come uccellini.
L’immobilità viva, feconda, è prerogativa dei santi; altrove si può solo fallire. All’horror vacui si reagisce come si può: dalle maniere più comuni (l’alcool, il sesso, il ballo tribale) a quelle che solo la frequentazione di una certa cerchia e un conto in banca osceno possono procacciare. Una della scene più potenti del film si apre con un volto, quello di Iaia Forte, vicino alle lacrime, congestionato di spavento; attorno a lei una folla silenziosa, quasi un branco, che la fissa con attenzione; lei tenta di sorridere a quella folla mentre, spalle al muro, un faro la illumina. Si è semplicemente offerta come cavia per la performance di un lanciatore di coltelli. Il pannello contro cui si è fatta bersaglio verrà montato come opera d’arte in un soggiorno.

Ho sempre frequentato un piccolo, pudico pensiero: che a vedere il male dovunque si rischia di diventare davvero qualcosa che ha a che fare col male, o quantomeno di diventare, agli occhi di noi stessi, inospitali. Insomma, mi sono accanito giorno e notte a fare film non per puntare facilmente il dito contro ciò che non va, ma l’ho fatto per cercare la bellezza e il sentimento dappertutto. Anche nelle cose che, nell’opinione dominante, non vanno bene. A Roma c’è una bellezza oggettiva, sta nelle cose, nelle architetture, nella visibile stratificazione dei secoli, e poi c’è una bellezza nascosta, talora invisibile. Quest’ultima, sosta nelle persone. Ci vuole una certa pazienza per scovarla. Alle volte, la pazienza non è sufficiente, allora vengono in soccorso la fantasia, l’invenzione, l’immaginazione. Questa trasfigurazione non significa tradire la verità, ma solo riproiettarla sotto una luce di bellezza recondita e inedita. (1)

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Prima di vedere in questo film uno spaccato della Roma di oggi bisognerebbe chiedersi cosa fosse la Babilonia di ieri, il frastuono che l’uomo si auto-impone da sempre per sfuggire al terrore del nulla. Roma è lei, la bellezza altra che ospita il nostro frastuono e lo ignora: nulla di noi, nel suo essere stratificata e magnifica, può toccarla davvero. La sua indifferenza può sembrarci consolatoria o giudicante, la sua immobilità può triangolare con la bellezza come con la morte. E chi posa per noi l’occhio su Roma, chi la attraversa, è Jep, grazie a un terzo movimento tutto suo, né immobile né scomposto, ma quieto. Jep cammina, lungo tutto il film, in una Roma che è zona franca: la Roma della notte deserta o dell’alba sul Tevere, pulita di tutte le sfrenatezze, un luogo in cui la bellezza può sbucare con l’eleganza silenziosa di Fanny Ardant.
Jep sa che la bellezza ci addolora, perché ci resta impassibile. Si volta dall’altra parte, se tentiamo di baciarla. Come Roma, è in grado di scrollarsi di dosso tutta la nostra mortalità e rimanere nient’altro che se stessa. È questo lo spavento che la bellezza ci regala, simile allo spavento della morte. Dalla sua posizione privilegiata, Jep riesce a mantenere un equilibrio: vive la sua mondanità e mantiene intatta la capacità di vivere epifanie; nessuna di queste esperienze lo corrode. È in grado di sprecare divinamente il suo tempo. Ma, allo stesso tempo, è consapevole di questo spreco. Ricomincerà a scrivere, al termine del suo percorso? O vorrà semplicemente impostare una nuova vita che sia, almeno ai suoi occhi, degna di essere non raccontata, ma raccontabile?
Perché «la povertà», dice lo straordinario personaggio della santa centenaria, «non si racconta, si vive»: ed è forse questa rinuncia al controllo, questa umile devozione al flusso delle cose, l’unico modo per sopportare dignitosamente quel salto cieco (protagonista autentico del film) che separa la grazia dal disgusto, «gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile». La bellezza è una scala percorsa in ginocchio da una santa centenaria. Ma lei, del resto, conosce «il nome di battesimo di tutti questi uccelli».

© Giovanna Amato

(1) P. Sorrentino, La grande bellezza – Diario del film, Feltrinelli, 2013.

 

 

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