Paolo Nori

Francesca Genti, Preghiere del posto nel mondo

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Pubblichiamo tre poesie di Francesca Genti, appena uscite nell’antologia Ma il mondo non era di tutti, a cura di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2016 – Antologia sui confini voluta da arci Nazionale e composta da Violetta Bellocchio, Emmanuela CarbéFrancesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi

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Preghiere del posto nel mondo

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mia landa, mio posto nel mondo,
mia tundra, mia steppa africana,
mio posto dove cammino,
metropoli, giungla, savana,
deserto, bosco pluviale,
foresta di foglie che cadono,
villaggio, città, capitale,
mare e cielo da guardare.
mangrovia, prateria,
taiga di muschi e di cicale,
mio posto dove dormo,
mio posto del ritorno,
mio posto dentro al mondo,

mio mondo, sii universale

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mio dolce piccolo fennec
che poi sei la mia vita
che ti vedo così: furba e bellissima
magra nel deserto delle cose
mentre compro frutta e verdura
e mi siedo al tavolo e rifletto
e vedo tutto azzurro
come se fossimo in grecia d’estate
e invece siamo al bar da francesco
a milano vicino al penny
e alle strade intitolate ai poeti crepuscolari.
mio piccolo dolce fennec
che sei la mia vita: ossuta e bella
e vivi in una buca in fondo al corpo
e scatti verso l’essenziale
mentre sto in un corridoio
o nell’altra sala con la finestra grande.
mio piccolo dolce fennec,
oggi su di te rifletto al bar
e voglio dirti questo che ti ammiro molto
perché te la sei cavata nei deserti
con animali più grossi e più feroci
e che di te tantissimo mi fido

perché so che sai

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parola, mio posto nel mondo,
parola che dici le cose,
parola che dici le storie,
che dici la guerra e la morte,
che dici le mani e la faccia,
parola di un altro mondo
che arriva sulla spiaggia,

parola, resta forte

 

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© Francesca Genti

I poeti della domenica #36: Velimir Chlebnikov, Rifiuto

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Velimir Chlebnikov

Rifiuto

Per me è molto più piacevole
Guardare le stelle
Che firmare una condanna a morte.
Per me è molto più piacevole
Ascoltare la voce dei fiori,
Che sussurrano «È lui»
Chinando la testolina,
Quando attraversano il giardino,
Che vedere gli scuri  fucili della guardia
Uccidere quelli
Che vogliono uccidere me.
Ecco perché io non sarò mai,
E poi mai, un Governante.

 

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Velimir Chlebnikov, Rifiuto da 47 poesie facili e una difficile, Quodlibet 2009. Traduzione di Paolo Nori

Nota: nel volume non è presente il testo in lingua originale

 

Paolo Nori – La Banda del formaggio

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Paolo Nori, La banda del formaggio, Marcos y Marcos, 2013 € 15,00

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Il nonno di Paride era un signore che aveva fatto il partigiano, e era stato tra i primi, a Parma, a andare in montagna.
Che era una cosa, non so, quando te vieni a sapere che uno ha fatto il partigiano, e che è stato tra i primi, a andare in montagna, lo guardi con uno sguardo che lo squadra in un modo diverso, come se dicessi, con quello sguardo, che non l’avresti mai detto, che stavi parlando con un partigiano, che era stato tra i primi, a andare in montagna, e sei come obbligato, a guardarlo, come quando qualcuno trova un quadrifoglio, che ti dice «Guarda, ho trovato un quadrifoglio», e te cosa fai, non lo guardi?
Lo devi guardare, e la stessa cosa se trovi un partigiano, uno che, ai tempi del fascismo, era stato antifascista, che se uno ti dice «Io sono di centrodestra», o «Io sono di centrosinistra», o «Io sono di centro», o «Io sono di un partito non partito di cittadini che finalmente prendono il potere», o «Io sono un conservatore», ecco, questi qua a te non vien da guardarli, e magari ti viene anche da chiedergli, a quello che ti dice di essere un conservatore «Ah, davvero, e cosa conservi? Che cosa hai trovato, di così interessante, da conservare, che magari la cerco anch’io la conservo anch’io», ecco, a uno che ti dice di essere un partigiano te non glielo chiedi, che cosa ha trovato, di così importante, da andare in montagna, è come se lo sapessi, ance se non ti piace, anche se, mettiamo, non sei d’accordo, anche se sei un fascista, anche se sei un fascista lo sai, o credi di saperlo, cos’hanno trovato, di così importante, da andare in montagna.  (pp. 188-89)

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Paolo Nori scrive cose così, in questa maniera qui. Poi scrive altre cose diverse da quel “così”, nella stessa maniera, oppure scrive in altra maniera, che ogni volta inventa, cose così, o meno, o più. Per questo recensire un libro di Paolo Nori non è una passeggiata. Non ti viene così facile quello che vorresti dire, anche se hai molto chiaro in testa quello che ci sarebbe da dire. Puoi provarci perché senti che questo libro merita davvero di essere raccontato, e allora prima di scrivere ti siedi un attimo, chiudi gli occhi e cerchi di ricordare come hai letto quel che hai letto, cosa hai fatto mentre leggevi, le facce che ti sono venute, se hai riso o se hai pianto. Stando lì con gli occhi chiusi, provi a pensare a quante volte tu sia riuscito a staccarti dal libro, a quante volte tu abbia riletto un paragrafo, dicendo cose tipo: «Vabbè, è un genio.» A pensare poi, a quella volta, di sera tardi, che avevi sonno, ma hai detto: «Aspetta che mi faccio un tè che tiro ancora una ventina di pagine.» Dopo aver riflettuto su tutte queste cose e su altre ancora, puoi azzardare il racconto di questo libro.

  1. Questo libro parla di un editore, del suo socio, di una banda di rapinatori, del parmigiano reggiano, di libri, di un suicidio, di un’ingiustizia, di una maldicenza, dei partigiani, di volersi bene.
  2. Questo libro parla di un uomo un po’ solo, di paura di qualcosa che sta arrivando, di solitudine,  di testardaggine, di due figlie femmine, di biciclette, di autobus, di treni, di prima e seconda classe, di un amico perduto, di volersi bene.
  3. Questo libro parla di un uomo che invecchia, di un altro che ha scelto di non invecchiare, di ospedali, di una piccola caserma dei carabinieri che forse chiuderà, di discorsi non pronunciati in pubbliche occasioni, di altri discorsi fatti fuori dai gangheri in altre occasioni, altrettanto pubbliche, di giornalisti tutti uguali, di librerie, di volersi bene.
  4. Questo libro parla di nostalgia, di poesia, di letteratura, di volersi bene.
  5. Questo libro parla di qualcosa che assomiglia alla bellezza e di qualcosa che annega tutta la banalità, questo libro parla di volersi bene.

Una volta tentato e fallito miseramente il racconto di questo romanzo, si può provare almeno a dire una cosa: che la prosa fiabesca, semplice, rivoluzionaria e meravigliosa di Paolo Nori è in grado – sempre – di commuoverti, divertirti  e farti riflettere nel tempo di una frase. Spesso contemporaneamente. Mai nello stesso ordine.

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© Gianni Montieri