Paolo Carlucci

Paolo Carlucci, Sulla poesia di Antonio Machado

Caminante en la historia:  il profumo dello sguardo in Campi di Castiglia. Sulla poesia di Antonio Machado

di Paolo Carlucci

Primavera soriana, primavera
umile, come il sogno d’un beato,
d’un povero viandante, su brughiera
immensa, di stanchezza addormentato!

Pochi poeti come Antonio Machado (Siviglia, 1875 – Collioure, 1939) hanno saputo trasfigurare in toccante lirismo di ricordanza i paesaggi di Spagna e della terra castigliana in particolare. O Campi di Soria,/ dove sembra sognino le rocce/ venite a me!/ colline inargentate,/ grigi poggi, violacei dirupi!…  Il poeta, di origini andaluse, sale, caminante in profumato sogno di sguardi, tra città e mesete…  Se ne va il Nostro lungo le vene dei fiumi, il Duero soprattutto, verso le azzurre sierre, come un viandante alla scoperta della propria voce; che intende come un vero profumo dello sguardo.
Il paesaggio d’amore idealizza la perdita dell’amata, giovanissima sposa Leonor:

Sognai che tu mi guidavi
lungo un bianco sentiero,
nel mezzo del campo verde, verso le azzurre sierre…
la tua mano nella mano
la tua mano di compagna
la tua voce di bambina
come una campana nuova
come vergine campana
di un’alba di primavera

com’erano vere in sogno la tua voce, la tua mano! …
Vivi, speranza, chissà
quello che inghiotte la terra.

Qui, come in altri versi, la sofferenza per la perdita della sposa si fa simbolicamente passaggio cristico-mariano, mediazione di un corpo che si fa suono, luce, insomma un’altra prova della forza sinestetica della poetica del paesaggio che Antonio Machado prodigiosamente delinea nei versi di Campos de Castilla, una delle sue raccolte più celebri, la cui prima edizione risale al 1912, ma la cui elaborazione completa occuperà il poeta per almeno un decennio, tra il 1907 e il 1917.

Il filo di una memoria che ha occhi e vento si dipana attraversando le sierre calve, così l’arida e fredda terra di Soria pare rinascere, ingentilita dal soffio della primavera. Ovviamente il rapporto in simbiosi o spesso dicotomico tra stati dell’animo e stagioni è un topos della poesia, antica e medioevale, basti pensare ai provenzali o al Petrarca, che Machado qui e altrove, ampiamente recupera, tracciando la geografia di un’anima pellegrina e appassionata. Il poeta ci si offre come caminante en la historia, nella malinconia elegiaca dei ricordi, la vastità dei luoghi, calcinati di sole o notturni, son resi con l’estro dell’ombra di un pittore cordiale, che porta nella tela degli occhi, selve di ricordi…
I Campos de Castilla, pur costruiti su queste coordinate emozionali, di modernismo simbolista allargano la geografia memoriale del sogno. Il descrittivismo soffuso di mistero dei luoghi è ben espresso già nei versi delle giovanili Soledades (“Solitudini”, 1907). Si veda il timbro metafisico di questo attacco: Alla deserta piazza/ conduce un labirinto di viuzze./ Da una parte il vecchio e grigio muro/ di una chiesa in rovina;/ dall’altra parte la muraglia bianca/ d’un giardino di palme e di cipressi. Qui il grembo pure delle, emozioni, il patio dell’infanzia andaluso- sivigliana pare farsi quasi essenzialmente un tocco pittorico.
La tecnica della gouache regionalistica, il canto al folclore di solitudini nel favoloso dei sogni, moresche lune di ricordi caratterizzano gran parte della produzione poetica della cosiddetta “Generazione del ’98”, si pensi alla Siviglia di Jiménez, al Lorca gitano e, appunto, a queste Solitudini di Machado; opere tutte da intendersi come omaggi, a retablo, di un intero orizzonte di profumi, di sguardi, in cavalcata memoriale, alla lampada magica e moderna del simbolismo e del decadentismo europei, cui i vari poeti guardano  con forza ed interesse, nella dedizione di una variante iberica di cromatismi, tra natura e storia, nell’adesione a una musica nuova che veniva principalmente dall’esempio di Verlaine, e degli altri grandi francesi. Senza questi elementi, si coglierebbe con maggior fatica la gran via del colorismo lirico di Machado, poeta emblematico della terra di Castiglia. (altro…)

Tiziana Marini, La farfalla di Rembrandt (nota di Paolo Carlucci)

Tiziana Marini, La Farfalla di Rembrandt, Ensemble, Roma, 2019

Ti rubo l’ombra/ mi va a pennello come un sogno/ a peso zero.
Anche in questi versi, posti in esergo di sezione, alla sua nuova silloge, La farfalla di Rembrandt, Tiziana Marini offre in specchio l’essenza della propria voce poetica.
È infatti nelle vene confuse dell’ombra che la poesia di Tiziana Marini si fa più ardita ed intensa. Versi in fioritura di… globuli d’amore…  Nei suoi testi sempre troviamo preziose quelle stazioni della memoria, che la Marini, ricordando brani di sé, ci dona in fulgide emozioni familiari di vita/sogno. Globuli d’amore, appunto… Ali del suo essere in una poesia, sempre corsa dalla forza dell’ombra, alla cui meta sta un tocco di luce; prima bambina poi in fioritura, da qui la scelta accorta del titolo allusivo ad una formula tecnica utile a catturare, come delinea e rileva con abilità il prefatore Plinio Perilli nell’articolata e complessa introduzione, l’umbratile sogno del fascino segreto della luce. Titolo eloquente. nomen-omen dunque, questo La farfalla di Rembrandt, quarta tappa del percorso poetico di un’autrice determinata nella sua sensibilità di vedere e sentire nel calendario interiore la durata. L’ombra che si rischiara memoria; luce di ricordo che si fa voglia d’eternità, sogno di trattenere nelle maglie delle cose la stoffa d’una carezza/ il bicchiere vuoto/ le labbra.  Durano tre mesi/ le tracce vive d’un gatto/ Il tempo d’una stagione/ tra pleniluni e maree/ sugli stipiti/ nelle coperte / dov’era la ciotola. / E l’uomo dove lascia tracce/ chimiche di sé… o un’idea che gli sopravviva?… E per quanto tempo? / Voglia d’eternità!
In una crepa/ la mappa dei ricordi /quando volevo i capelli lisci / le gambe magre / il naso senza gobba /… E già in chiusa di questa prima poesia, una dichiarazione di poetica, ma quale poesia in fondo non lo è, il vento memoriale si increspa di natura … e io leggevo la scrittura degli alberi sull’acqua. (altro…)

Le impressioni e i paesaggi di Federico García Lorca (di Paolo Carlucci)

La devozione all’ombra
Paisajes de mi alma

(Le Impressioni e paesaggi di Federico Garcìa Lorca)

 

Il tema del viaggio come devozione all’ombra, che si fa cuscino di sogni e archivio di crepuscoli, andando tra rovine di storia e di fede sommerse da una ragnatela di secoli, è importante nella poetica di Lorca. «Il paesaggio ha/ ragnatele di secoli./ Archivio di crepuscoli/ e di notti», intona con epigrafica forza lirica il poeta granadino. La magica forza della poesia lorchiana, del resto, nasce sempre da un’appassionata trasfigurazione del reale, che si fa canto di radici simboliche.
Le prose di Impresiones y paisajes, una sorta di diario lirico composto tra il 1917 e il 1918, rappresentano bene il nodo tra paesaggio e suggestione interiore. Misticismo e sensualità animano con forza la geografia della visione del poeta: nelle descrizioni romantico-decadenti di luoghi che risvegliano gli occhi dello spirito, come rapiti in una meditazione estetica, Lorca e i suoi amici visitano le città e i luoghi  della più alta religiosità spagnola, come  Avila, il monastero di Silos, o ancora i sepolcri reali di Burgos, o la città perduta di Baeza… In questi vagabondaggi, in cui «le lampade della fantasia si accendono nel ricevere il balsamo profumato dell’emozione», emergono in nuce già molti elementi della poesia e della grande creatività di Lorca. Paesaggi puntellati da giardini e città, spesso in stato di decadenza, danno al poeta del cante jondo emozioni profonde.
I paesaggi della Castiglia, un topos della poesia spagnola, rinascono qui come vertebre di sogni: e nell’andare tra spazi e monumenti vuoti o in rovina, Lorca procede per quadri-retablos di immagini… Il poeta si fa tessitore di una durata interiore proprio nella storicità dell’andare. E così la dimensione simbolica degli elementi naturali e insieme artistici, si fa all’unisono basso continuo di una visione che si risolverà presto nel magico, misterioso duende dell’ispirazione lirica. Sillabe nebulose, ondeggianti d’emozioni, la Natura:

Il mare è
il Lucifero dell’azzurro.
Il cielo caduto
per il desiderio d’essere luce.

Povero mare condannato
a eterno movimento,
che sei vissuto quieto
un tempo là nel firmamento!

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Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok, di Paolo Carlucci

Konstantin Somov, Ritratto di Aleksandr Blok

Simbolismo ed Espressionismo urbano nella poetica di Aleksandr Blok
Su Bestia di Porpora, la Sposa. Il secondo battesimo.

«Divampano simboli arcani/ sul muro  cieco, profondo./ Dorati e rossi papaveri/ gravano sopra il mio sonno.» Davvero basterebbero già questi versi a caratterizzare lo stato di simbolismo onirico di molta poesia di Aleksandr Blok, relativa alla città, sentita spesso come il gran baraccone. Già s’avverte in lui il bisogno di dire il nodo cruciale di un simbolismo urbano, metafora dell’anima sua, resa con accesi toni di lirismo espressionistico. «E la mia città  ferrigna e grigia/ tutta foschia, mareggio, e pioggia e vento/ con una strana fede inesplicabile/ ella assunse a suo regno./ cominciò ad incantarsi delle moli/ assopite nel folto della notte,/ e alle finestre le serene lampade/ si fusero coi sogni della sua anima./ Riconobbe il fumo ed il mareggio,/ i fuochi e le case e le tenebre-/ tutta la mia città incomprensibile-/ incomprensibile lei stessa.// Mi regala un anello di bufera…» Simboli arcani e tema dell’incomprensibilità, dunque, sono già il marchio di un disagio esistenziale di fronte alla città mostro, luogo e prospettiva d’inquietudini del sottosuolo dell’anima che connota la poetica di Blok.
Egli fu a lungo seguace delle teorie e delle istanze messianiche di Solo’ev, e in linea con una lunga tradizione scritturale e letteraria di mondi allo specchio. Un’attrazione crescente per la teatralità del mondo porterà il poeta a staccarsi dal misticismo iniziale. Blok, il poeta che sente la musica inquieta delle nuvole, il freddo terribile delle sere, medita e sempre racconta in versi la sua storia, la sua metamorfosi tra astratte luci dello spirito (primo battesimo). Seguirà la consapevolezza storico-artistica ed esistenziale di un nuovo dannato-angelico impulso ad andare nella città. Lo spazio urbano, appunto, verrà sentito come teatro del mondo in estasi di terribili cambiamenti. Questo viaggio singolare  porterà Blok verso la consapevolezza di un secondo battesimo, reso con toni e immagini di sapore espressionista, che egli descrive in questi versi iniziatici. «Ed entrando in  un nuovo mondo, so/ che vi sono uomini e faccende./ Che la via del paradiso è aperta/ a chi batte le strade del male». In modo nuovo e terribile. Ora, dunque, il poeta russo, mostrandosi «stanco dei vezzi dell’amica/ sulla terra che sta assiderando», allude al distacco dalle forme sacrali della Bellissima Dama, per far sedere appunto «la Sposa su quella Bestia di Porpora» che, biblicamente, è la città, la bettola, il circo di luci nella notte bianca di ubriachi, puttane ed ombre del male, pure nuove creature in cerca di una voce e di un volto nuovo, come già con maestria psicologica, aveva fatto nelle sue opere, prose di confessione, Dostoevskij. Blok, ribattezzato al martello del vento, che dà luce «di una preziosa pietra di bufera», vede teatralmente il mondo della città e la suggestione della donna, in questa fase, per così dire dualistica, dapprima con occhi fortemente intrisi di uno spiritualismo progressivamente respinto da chi, solo guarda nel terribile vetro del vero.
Blok è via via ammaliato dal nichilismo della fine, messianicamente risolta  fino nella sua produzione  estrema -si pensi al tragico finale de I dodici-. La filosofia della scena di allucinate maschere e marionette, gli Arlecchini di Picasso sono nell’aria, prelude al terzo battesimo, quello della Morte. La visione della città circo demone affollato di luci e di sazi lacchè lo affascina e lo disgusta e lo spinge ad un canto di prossima eticità in chiave simbolica, con toni spesso crudi e graffianti di realismo. Come Dante! Perenne è dunque il canto del destino di Aleksandr Blok, nel messianesimo delle diverse rivoluzioni di Rus’. Metamorfosi centrale di linguaggi ed immagini si ha in uno dei componimenti più famosi di Blok, La Sconosciuta. Nel poeta che canta la Sconosciuta, che se ne va misteriosa, angelo  delle solitudini, in simbolica passeggiata nella città taverna, bolgia di risa e di corpi in ebbra festa. «Nelle serate sopra i ristoranti/ l’aria infocata è selvatica e sorda e governa i clamori degli ubriachi/ lo spirito pernicioso della primavera.//…, Lentamente, passando tra gli ubriachi sempre senza compagni, sempre sola passando/ esalando caligine e profumi si va a sedere  presso la finestra.// Hai tutte le ragioni, mostro ubriaco,/ lo so bene In vino veritas» conclude il poeta, ribattezzato all’inferno scenico alla danza terrena. (altro…)

Plinio Perilli, Il cuore animale. Lettura di Paolo Carlucci

Plinio Perilli, Il cuore animale, Empiria, Roma, 2016, pp. 216, € 20,00

 

GRAFFIO DI VERITÀ

I versi vissuti di Alfredo de Palchi
etici ed anarchici, caudati
d’Espressionismo e Inconscio …
romanzati ne Il Cuore Animale,
appassionato saggio di Plinio Perilli

Profondo che risale, la Storia al nero è nelle corde della poesia-vita di Alfredo de Palchi, sin dall’opera d’esordio, La buia danza di scorpione (1947-51, ma edita solo nel ’93).

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella  costringe  silenzio
si spacca  il silenzio alle sbarre il trauma
è combustione

io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe  da me l’eco risponde
alla sagoma straniera.

Versi che evocano dolore e ansia di verità, senza infingimenti letterari. Il luogo cui si allude è il penitenziario di Procida, dove furono concepiti, nell’immediato dopoguerra, dal poeta ragazzo, detenuto per un delitto non realmente commesso da lui, ma consumato nel clima furente e funesto di quella guerra civile, che fu l’inizio dell’Italia repubblicana. Alfredo de Palchi racconta in versi, con disperata forza etica, l’avventura di sé: uomo reale, stralunato nella follia della Storia. Le sorti di un nuovo e autentico processo kafkiano sono alla base di uno stile espressionista assolutamente suo, radicale ed esistenziale.
Un cupo, fiero Es che si fa scrittura. In lui, un cadenzato furore di vita azzera nichilisticamente il conformismo d’ogni illusione, che non sgorghi potente e nuova dalla franchezza dell’Esserci. Questo ed altri nodi scioglie, indagandoli con perizia psicologica e finezza critica, l’appassionato saggio di Plinio Perilli, il cuore animale, attraverso un ampio ventaglio di  testi e altri sospiri letterari, e non solo, al sapor dell’assenzio, che negli anni hanno scandito scritture travagliate, e lente, complesse  vicende  di riproposizioni  editoriali dell’opera.
I meriti di questa biografia in progress sono molteplici. I vari capitoli della prima sezione sono in genere intitolati con versi e rimandi diretti all’opera di De Palchi: in particolare penso a lo straniero De Palchi, in cui si vede un’estraneità forte, assolutamente biografica e vissuta al di fuori di letture o paludamenti filosofici di marca francese. Insomma De Palchi è straniero a tutti, a partire da se medesimo: ma non è un étranger sulla linea del rien; anzi, all’epoca, Sartre o Camus sono quasi sconosciuti al rustico poeta italo americano, futuro autore di Foemina tellus, uno dei suoi testi più intensi e vorticosi di vita: «non guardiamo indietro/ indovinare cosa si è abbandonare / non lo sapremo mai». (altro…)