Paola Splendore

I poeti della domenica #103: Jo Shapcott, La Serenissima

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La Serenissima

Ero sulla terra, ma la terra non apparteneva
più al mondo, le era concesso poggiare
qua e là su zolle galleggianti.
Il marciapiedi ondeggiava sotto le mie scarpe.
Tutto quel che vedevo apparteneva all’acqua:
liquide chiese, e teatri, monumenti, case,
liquido sole e cielo. Le mie mani vagavano
nell’acqua, raccoglievano acqua. La faccia rivolta

alle nuvole. Sentivo le membrane
del mio corpo tremare per il fluido
che contengono, e il flusso maestoso della linfa,
il pulsare accelerato del sangue. Il motore di una barca
vibrò attraverso la terra, le onde, i miei piedi
fin dentro il mio petto. Lenta – lentamente, salii a bordo.

*

La Serenissima

I was on land, but the land didn’t belong
to earth any more, was allowed to rest
in floating patches here and there.
The pavement rippled under my shoes.
Everything I could see belonged to water:
liquid churches, theatres, monuments, houses,
liquid sun and sky. My hands wandered
into water, cupped water. My face turned

towards rainclouds. I could feel the membranes
in my body tremble with the fluid
they contain, and the stately flow of lymph,
the faster pulse of blood. A boat’s engine
vibrated through land, through waves, through my feet
into my torso. Slow – slowly moving, I stepped on.

*

Jo Shapcott, La Serenissima, da Della mutuabilità, Del Vecchio Editore, 2015; traduzione di Paola Splendore

Eleanor Wilner, Tutto ricomincia. Recensione

tutto ricomincia wilner poetarum

Eleanor Wilner, Tutto ricomincia, a c. di Fiorenza Mormile. Testo originale a fronte, traduzioni di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson, Roma, ©Gattomerlino/Superstripes, 2016, € 12,00

«now everything is starting/ up again»: da questo verso tradotto il titolo del volume di poesia che presentiamo oggi, una raccolta della poetessa statunitense Eleanor Wilner (classe 1937) a cura di Fiorenza Mormile e con traduzioni di diverse studiose. La «visione culturale e collettiva della memoria» dell’autrice è impressa in quella che il regista teatrale Cesare Ronconi definirebbe come una «lingua verticale misteriosa»; scegliendo di attraversare il tempo, di penetrarlo e osservarlo con una continuità che travalica i secoli, i momenti, le opere citate nel testo, Wilner crea una poesia coerente, in cui la connessione rivelata fra l’uomo e la natura ma ancora di più fra l’autore, il lettore, e i tanti riferimenti bibliografici che nei testi si rintracciano, dichiarano una solida conoscenza della tradizione (più volte rimaneggiata e valicata) − della poesia anglosassone, ma non solo − e una necessità di guardare oltre, per costruire un linguaggio poetico stratificato. È nelle parole degli altri − soprattutto nelle immagini altre − che questa poesia cerca il proprio senso; non al proprio interno, dunque, ma nella visione delle cose. Non si tratta di una poesia che parla del sé (dell’io) e, se lo fa, non smette di tessere la tela che la congiunge al mondo, alla natura, e alla letteratura e all’arte che l’hanno preceduta: da Dante a Vermeer, considerando molti altri artisti. Proprio Fiorenza Mormile segnala, nel suo saggio introduttivo al libro, il superamento della tradizione affermando come Wilner sia in grado di «salvare il futuro riscrivendo il presente»: il titolo della raccolta di traduzioni è legato al testo di Everything is starting, che inizia così:

The snow is filthy now; it has been
drinking oil and soot and car exhaust
for days, and dogs have marked it
with their special brand of brilliant
yellow piss;
……………….for a week after it fell,
the snow stood in frozen horror
at the icy chill, and hardened
on the top, and then, today, the thaw:
now everything is starting
up again −

La neve è sporca ora; da giorni beve
petrolio e fuliggine e gas
di scarico, e i cani l’hanno marchiata
col loro piscio speciale
giallo oro;
…………….per una settimana dopo essere caduta,
la neve rimase in un orrore raggelato
per il freddo glaciale, e indurì
in superficie, e poi, oggi, il disgelo:
ora tutto
ricomincia −

Lo scarto definitivo con la Waste land eliotiana − secondo Mormile − è dato da una neve che porta all’occhio − poi − il disgelo, nuovo “momento” poetico che apre a una prosecuzione del testo.
C’è molta Italia nei luoghi di Wilner; c’è Firenze, e ci sono Pompei e Roma, ma ogni città o spazio è scorciato nel suo presente-passato, come in To Think What We Might Have (Pensare cosa avremmo potuto…): «Today − Pompei,/ on view: the ultimate interruption,/permission to blame nature for the failure/ to finish anything − to bake the bread, to put/ the kids to bed on time, sew the tattered toga, ice/ the wine, draw up your will, take the swill out back/ to feed the pigs, do some small kindness to the poor,/ write you senator (you hear that Rome’s gone/ rotten, and your taxes will be used for yet/ another war)…» (Oggi − Pompei/ in mostra: l’interruzione definitiva,/ il permesso di biasimare la natura per il mancato/ compimento di ogni cosa − cuocere il pane, mettere/ a letto i bambini in orario, cucire la toga strappata, mettere/ in fresco il vino, fare testamento, portare il pastone/ ai maiali, fare un po’ di bene ai poveri,/ scrivere al tuo senatore (senti che Roma si è/ corrotta e le tue tasse saranno usate per/ l’ennesima guerra). Il luogo fa da sfondo a un dire che conduce verso un altro dire: come se diventasse universale − e non solo particolare − il luogo che si sceglie.
Scrive ancora Mormile che il “confessional” è estraneo a Wilner, come si è già detto: una sottrazione rispetto a molte altre voci della sua generazione, dichiarata, ad esempio, nell’incipit di The interview:

Q. Who are your influences?
A. The poet who dressed in white and stayed in her room,
The one who wore a turban, rings, and famously took to her bed,
The one who killed herself, again and again, till she got it right:
These are the ones who showed me what I should not do.

D. Da chi è stata influenzata?
R. La poetessa vestita di bianco che se ne stava nella sua stanza,
quella con un turbante e gli anelli che non si alzò più dal letto,
quella che si uccise, più e più volte, finché non ci riuscì:
sono state loro a mostrarmi cosa non fare.

Le distanze di Wilner si moltiplicano qui così, assumono misure diverse, anche definitive, in rapporto al tempo e all’altrove, al dove ritrovare e ritrovarsi per osservare il mondo che ingloba il sé, fotografarlo e restituirlo ai versi; perciò il sé non è l’io poetico proprio ma la sua immagine, la sua proiezione in terza persona, che denuncia appunto una non appartenenza nei confronti di chi ha preceduto l’autrice e la poesia che l’autrice scrive. Un distacco nei confronti del proprio sesso anche, che Mormile ravvisa come un prendere le distanze dal “genere”, e che introduce un problema di “voce narrante” in quest’autrice. Eppure la voce narrante nella poesia di Wilner risuona limpida e comprensibile, verticale, coerente, perentoria ma in grado di accogliere, anche quando il punto di vista è sfocato o si fatica a cogliere. Ed è forse quest’ultima una le qualità più interessanti di questi testi che, in traduzione, non risultano mai tradire l’intenzione dell’autrice.

© Alessandra Trevisan

I poeti della domenica #35: Jo Shapcott, St Bride

Jo Shapcott fonte Women's Voices For Change

Jo Shapcott fonte Women’s Voices For Change

St Bride

C’è una torre del vento alta
come questa in un’altra città, la guglia
in fiamme per gli attacchi incendiari
della coalizione dei contrari. Attacchi
notturni colpiscono i cittadini sopravvissuti,
li scagliano fuori dai letti nelle strade,
i bambini come fagotti sotto le braccia. Le grondaie ardono.
La polvere è in fiamme. Sono nata in una città

dove girare in tranquillità per i quartieri,
portandomi dentro le notizie del giorno: foto
di soldati in posti che non volevano
capire, costretti a combattere per qualche spicciolo,
per quel che vale, per una latta di benzina. Io vivo qui,
l’odore di stampa e di cenere nel naso.

*

St Bride’s

There is a tower of the winds as tall
as this one in another city, a steeple
filled with fire by the incendiary raids
of a coalition of the unwilling. Nocturnal
shocks pound the citizens who survive,
blast them out of their beds into the streets,
children bundled under their arms. The gutters flame.
Dust is alight. I was born in a city

to come and go safely through the boroughs,
carrying inside me every morning’s news: pictures
of soldiers in places they didn’t want
to understand, made to fight for loose change,
for the hell of it, for a can of oil. I live here,
the smell of print and ashes in my nose.

*

Jo Shapcott, St Bride da  Della mutuabilità, Del Vecchio editore, 2015, traduzione di Paola Splendore

Jo Shapcott, due poesie da Della mutabilità e una nota di lettura

14463668113859-shapcottJo Shapcott, Della mutabilità, (traduzione di Paola Splendore), Del Vecchio editore, 2015, € 15,00

*

Religion for Girls

Just now, we need as many as we can get.
Myself, I’d like an underground goddess
to supervise the tube, to watch the drains.
A god for airlines, one for dodgy builders
and one for children’s breath. But we’ve got this,
a temple filled with marble body parts:
the giant hand with which Mithras killed the bull;
Minerva’s head, her helmet lost, her wisdom
leaking out; a tiny Mercury too small to dash
between earth and paradise, stuck chatting here;
a local London genius for this and that;
an elderly god for the Thames, lying down;
a mother goddess, unnervingly, powerfully plump;
a god from Egypt for the underworld;
Bacchus for giving sparky life. And all,
all of these gods and bits of gods left here
to chew over the wandering mortals of London,
as we chant our Evening Standards to ourselves
in our stalled commuter trains, curse under breath
at traffic jams, high rises, shopping centres
and go about our business following
the invincible sun from east to west.

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