Paola Del Zoppo

I poeti della domenica #280: Lutz Seiler, (nosferatu)

(nosferatu)

fritz w. plumpe alias murnau, perì
per disgrazia negli USA. nikolaus
nakszynski alias kinski abitava in subaffitto, 7
anni bonner strasse a berlino. io

vivevo in campagna & mangiavo »zetti« di
zeitz per la buonanotte  con bacio-nocciola oppure
in braccio stavo al tavolino da fumo
col piano di bronzo, poi

già più fuori che dentro, nel corridoio, una musica
m’afferrò alle caviglie & per entro
a un interstizio di luce, fievole, volsi

gli occhi al film della sera: un
morto smilzo, che inviperito sgusciava
—-dal suolo con
cricchiare di gomene, mi

cinse col suo sguardo – lì
la porta si serrò & io, confuso, al buio
salii le scale alla mia stanza; non
è ancora finito il film che ne seguì

(traduzione di Federico Italiano)

 

(nosferatu)

fritz w. plumpe alias murnau ver-
unglückte in USA. nikolaus
nakszynski alias kinski wohnte untermiete, 7
jahre bonner strasse in berlin. ich

lebte auf dem land & ass »zetti« aus
zeitz zur gute nacht mit walnusskuss oder
umarmt stand ich am rauchertisch
mit der bronzeplatte. dann

halb schon hinaus, im flur, erwischte mich
auf kaltem fuss eine musik & durch
den lichtspalt, leise, sah

ich zum abendfilm zurück: ein
dünner toter, der verbissen, knirschend wie
—-an trossen aus
dem boden klappte, um-

fasste mich mit seinem blick – so
fiel die tür ins schloss & ich, verwirrt, im dunkel
stieg die treppe auf mein zimmer; der
film, der folgte, läuft noch immer

 

Edizione di riferimento: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott. A cura di Paola Del Zoppo. Traduzioni di Gio Batta Bucciol, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Paola Del Zoppo, Federico Italiano, Theresia Prammer, Silvia Ulrich, Del Vecchio Editore, pp- 186-189.

I poeti della domenica #279: Lutz Seiler, hubertusweg

hubertusweg

….. sbarramento, crescita irta: il bosco prussiano
è meccanica morenica, come se
potesse ancora avanzare, parola

per parola, quando fresco
tra le foglie, con la pioggia che arriva, il vento
attacca e
inizia il suo lungo, lento
parlare per anni
io stesso sono stato bosco di giorno

nelle resistenze alla luce
degli alberi, di notte sepolto
nelle venature degli iris – per anni

niente. ciò che udii
la battuta di caccia, l’inchiostro nel vello dei suoi corpi
volanti grandi un pugno, ogni
salmo seguito

dal salmodiare, un odore
che anneriva gli specchi nella casa, quelli
erano i vecchi: le loro orme
che già salivano sulla schiena, il loro
procedere osmotico
dalla pelle al bosco, dal

senso agli occhi: giocato
alla cieca persi immagine per immagine, vidi
il mio cranio tremante premuto

contro la testata del letto, udii
l’inchiostro nel vello, la parola base scritta
con scriminatura balbettante, il bosco

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

hubertusweg

…heimleuchten, hartwuchs: der preussische wald
ist moränen-mechanik, als ob
er noch aufrücken könnte, wort

für wort, wenn kühl
im laub mit dem regen, der kommt, der wind
anschlägt und
sein langes, langsames sprechen
beginnt jahrelang
selber wald gewesen tags

in den lichtbeständen
der bäume, nachts in den maserungen
der iris vergraben – jahrelang

nichts. was ich hörte
die treibjagd, die tinte im fell seiner faustgrossen
fliegenden körper, jeder
psalm verfolgt

vom psalmodieren, ein geruch
der die spiegel schwärzte im haus, das
waren die alten: ihre spuren
die schon stiegen im rücken, ihr
osmotisches schreiten
aus der haut in den wald, aus

dem sinn in die augen: blind
gespielt verlor ich bild für bild, ich sah
meinen zitternden schädel gepresst

an den giebel des bettes, ich hörte
die tinte im fell, das grundwort geschrieben
mit stotterndem scheitel, der wald

 

Edizione di riferimento: Lutz Seiler, La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott. A cura di Paola Del Zoppo. Traduzioni di Gio Batta Bucciol, Anna Maria Curci, Milo De Angelis, Paola Del Zoppo, Federico Italiano, Theresia Prammer, Silvia Ulrich, Del Vecchio Editore, pp- 132-135.

Qui, nella pagina della rubrica di Poetarum Silva “Gli anni meravigliosi” dedicata a Peter Huchel, la ‘storia’ del titolo di questo componimento di Lutz Seiler.

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare

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Lorenzo Poggi, Quel ragazzo che provava a volare. Prefazione di Augusto Benemeglio, Edizioni Progetto Cultura 2016

Sono rotte le brocche armoniose,
i piatti con il volto greco;
le teste dorate dei classici…

ma l’argilla e l’acqua continuano a girare
nelle umili case dei vasai.

Ernst Jandl

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Mi risuonano nella mente i versi che Ernst Jandl scrisse tra il 1953 e il 1955, mentre scorro, ancora una volta, le pagine della raccolta di Lorenzo Poggi, pubblicata qualche mese fa da Edizioni Proget­to Cultura. Quel ragazzo che provava a volare è una raccolta ricca di testi, nei quali l’io lirico, pre­sente nella maggior parte di questi, cammina, raccoglie, serba e trasmette memoria in un lavoro quotidiano, incessante. Tutto ciò avviene nella piena consapevolezza della fatica e della dignità ar­tigianale. Umile e fiera insieme, tale consapevolezza, ché sa, come sottolineato dalla poesia di Jandl, che «nelle umili case dei vasai» «l’argilla e l’acqua continuano a girare» per resistere alla di­struzione, alla frattura, alla profanazione, sì, della bellezza, per preservarla, nonostante tutto e non tacendo l’enorme meschinità della devastazione perpetrata. La coscienza della necessità di un lavo­ro artigianale di raccolta, selezione, scavo, lima, distesa di linee, impasto di colori, intaglio, model­lamento si accompagna qui alla descrizione di un sogno, che non è mai rigettato. Non è dato tempo di abiura, anche nei giorni del gelo, del fango e del bitume.
Che cosa ne è stato, allora, di quel ragazzo che provava a volare? La risposta alla domanda centrale suscitata dal titolo percorre fitta l’intera raccolta e si articola in camminamenti e visioni, segue il volo di gabbiani e di colombe bianche, affonda i piedi e le mani nella terra, in quella pazientemente coltivata dell’orto e in quella intrisa di acqua e di foglie del sottobosco, calpesta, denunciandone la piattezza infida, l’asfalto e si libra, ancora, in un volo che non ha dimenticato le aspirazioni di “quel ragazzo” e gli insegnamenti di chi lo ha preceduto, del padre carnale e dei padri ideali.
La gamma dei tempi verbali – il passato prossimo che costituisce da sempre la cifra della poesia di Lorenzo Poggi, il presente che conferma il suo essere intrepidamente qui e ora – si arricchisce così dell’imperfetto, tempo della memoria e della cura, della “onnicomprensiva cura” (Sibylle Le­witscha­roff nella traduzione di Paola Del Zoppo). La fedeltà ai sogni è attestata, inoltre, dal tem­po futuro in Il ragazzo dentro. (altro…)

I poeti della domenica #127: Margaret Avison, Due

Aison - fonte brickbooks

Avison – fonte brickbooks

Due

Il respiro degli alberi
dà respiro a chi vive

::::::::::La pietra fa ogni cosa
::::::::::ancor più ciò che è:
::::::::::calda di sole.

spoglia come in un tardo novembre,
fredda in un mattino di primo aprile;

::::::::::l’età in essere
::::::::::sempre.

*
Two

Trees breathe for any
who breathe to live.

::::::::::Stone make every thing
::::::::::more what it is:
::::::::::sun-hot.

late November bare,
cold in an early April morning;

:::::::::age in being
:::::::::always.

*

© da Margaret Avison, Cemento e carota selvatica, a cura di Laura Ferri, Del Vecchio editore, 2008, € 13,00

Coriandoli a Natale #11: Heinz Czechowski, Natale

il-tempo-e-immobile

 

NATALE,
e pioggia
lungo

l’intera
Via Senese:
già al mattino

ero ospite
del piccolo bar
per bere

e telefonare.
«Tu
non hai più una patria»,

disse asciutta
e io
provai

a procurarmi
dietro il muro
che sudava sangue

un kalashnikov.

.

NATALE,
und Regen,
die ganze

Via Senese
hinunter:
Morgens schon

war ich zu Gast
in der kleinen Bar,
um zu trinken

und zu telefonieren.
»Du
hast keine Heimat mehr«,

sagte sie kühl,
und ich
versuchte

hinter der Mauer,
die Blut schwitzte,
eine Kalaschnikow

zu erwerben.

.

Heinz Czechowski, dal ciclo Inferno, in: H.C., Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2012

Coriandoli a Natale #9: Margaret Avison, Equilibrando

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Equilibrando

Egli ha odore di – che cosa?
Come di fuliggine bagnata.
Arrivò molto tardi:
capelli arruffati, segnato, e
stanco, il volto;
senza guanti, ma (Buon
Natale) proveniente da una missione, doppia
benedizione – un bel cappotto caldo
che poteva andare – ed era andato – ovunque!
ora spiegazzato, ammaccato, l’orlo sdrucito dalle
notti passate fuori, e strappato intorno
alla toppa di pelle sul gomito,
e abbottonato storto. Non c’erano altri bottoni
ora. Dormiva lì nella
sua panca in chiesa.

Chi donò questo mantello guardò
lugubre, la desolazione della sua vedova chiaramente
inconsolabile ora
(un acuto dolore – simile a gioia!),
per vedere cosa lei avesse visto
in un bell’uomo, ben saldo
ora ridotto a quest’individuo completamente in rovina.
Tuttavia, lui aveva il suo cappotto,
e lei, gli anni echeggianti.

*

Balancing out

He smells of – what?
it’s like wet coal-dust.
He came very late:
tangled brown hair, his face
streaked, and bleary;
no gloves, but (Merry
Christmas) from a mission, twice
blest a good warm coat
that could go anywhere – and had!
now puckered, snagged, hem spread
from sleeping out, and ripped
around one leather elbow,
and buttoned crooked. There were no
other buttons now. He slept
there in his pew.

The giver of his topcoat eerily
watched, her widow’s desolation clearly
inconsolable now
(a pang – like joy!),
to see what she had seen
on a fine and steady man
made come full circle on this ruined fellow.
Still, he had his coat,
and she, the echoing years.

*

Margaret Avison, Equilibrando da Cemento e carota selvatica, a cura di Laura Ferri, Del Vecchio editore, 2008, € 13,00

Un libro al giorno #2: Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

g. lewis fonte corpoetryfest.net

g. lewis fonte corpoetryfest.net

Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua, Del Vecchio, 2007, traduzione di Paola Del Zoppo

*

Spargi un po’ di felicità

Ora che a milioni usano pillole
e pisciano Prozac, le trote salmonate
sono molto più morbide e i fiumi fluiscono
di appagamento chimico. Il mio dono
alle zanzare è un’esplosione di tranquillante
che allevia soltanto
i problemi come la morte. Zanzarina, datti
agli antidepressivi. Te lo consiglio!

*

Spread a littlehappiness

Now that millions are taking the pills
and pissing out Prozac, the salmon trout
and very much mellower and rivers run
with chemical happiness. My gift
to mosquitos is a blast of ‘cool
head’ that just takes the edge
off problems like dying. Mozzie, take a hit
of antidepressant. I recommend it!

*

© Gwyneth Lewis

Un libro al giorno #2: Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua, Del Vecchio editore, 2007, traduzione di Paola Del Zoppo

*

Afasia

Chiedo “martello”, ma mi danno “vanga”
Mi andrebbe del “tè”, ma ordino “aranciata”

per errore. Specifico “velluto” ma mi danno “seta”
in un colore che nemmeno mi piace

ma la prendo, fingo. Qualcuno ha tagliato il filo
tra le parole e le cose cui si uniscono,

così la mia mente è una rigattiera di dove sono stato.
Non saprò mai cosa intendo davvero.

*

Aphasia

I ask for “hammer” but am given “spade”,
felle like sonic “tea” but order “orangeade”

by mistake. I specify “velvet” but am given “silk”
in a colour I don’t even like

but I take it, pretend. Someone’s cut the string
between each word and its matching thing.

so my mind’s a junk shop of where I’ve been.
I’ll never know now what I really mean.

*

© Gwyneth Lewis

Un libro al giorno #2: Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

assassino

Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua, Del Vecchio editore, 2007, traduzione di Paola Del Zoppo

*

La confessione della poetessa

«L’ho fatto. Ho ucciso la mia lingua madre.
Non avrei dovuto lasciarla
lì tutta sola.
Tutto ciò che volevo era divertirmi un po’
con un altro corpo
ma adesso che è scomparsa
il silenzio è tremendo.

Era davvero suscettibile
molto probabilmente invidiosa.
in fondo, sono giovane
e lei, la bella,
ormai tutta una grinza
malgrado la chirurgia.

Avrei potuto salvarla?
farla sentire a casa?

Senza i suoi rimproveri.
Mi sento tanto confusa,
non libera, come avrei pensato…

Chiami il mio legale.
Finché non sarà qui
tengo tutto per me.»

*

A poet’s confession

‘I did it. I killed my mother tongue.
I shouldn’t have left her
there on her own.
All I wanted was a bit of fun
with another body
but now that she’s gone
it’s a terrible silence.

She was higly strung,
quite possibly jealous.
After all, I’m young
and she, the beauty,
had become a crone
despite all the surgery.

Could I have saved her?
made her feel at home?

Without her reproaches.
I feel so numb,
not free, as I’d thought…

Tell my lawyer to come.
Until he’s with me,
I’m keeping mum,‘

*

©Gwyneth Lewis

Hilde Domin, Il coltello che ricorda

Domin_Il_coltello_che_ricorda

Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2016. Traduzioni di Valentina Carmela Alù, Maurizio Basili, Nadia Centorbi, Chiara Conterno, Anna Maria Curci, Chiara De Luca, Stefania de Lucia, Paola Del Zoppo, Stefania Deon, Roberta Gado, Ondina Granato, Giuliano Lozzi, Francesca Pennacchia, Silvia Scialanca, Beatrice Talamo.

.

Oggi, 4 febbraio 2016, Il coltello che ricorda di Hilde Domin è nelle librerie. Si tratta del terzo volume di un ampio progetto, che si propone di pubblicare la produzione lirica e saggistica dell’autrice tedesca, ideato e coordinato da Paola del Zoppo, cofinanziato dalla Kunststiftung Nordrhein Westfalen e accolto dalla casa editrice Del Vecchio, che già nel 2011, grazie alla segnalazione di Ondina Granato, aveva pubblicato Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte, di Hilde Domin. Dopo i due volumi dedicati al progetto, Alla fine è la parola/Am Ende ist das Wort (2012) e Lettera su un altro continente (2014), arriva il terzo, Il coltello che ricorda. Anche in questo caso l’edizione italiana fa riferimento a quella del 2009, pubblicata da Fischer curata da Nikola Herweg e Melanie Reinold, Sämtliche Gedichte.
Il coltello che ricorda raccoglie una parte delle poesie che Hilde Domin stessa aveva scelto per un’inusuale e fervida auto-antologia, Gesammelte Gedichte, Poesie in raccolta, del 1987, così come le liriche raccolte nel volume Der Baum blüht trotzdem, Eppure l’albero fiorisce, del 1999, alcune poesie non apparse precedentemente in antologie e poesie dal lascito.
Il volume presenta, inoltre, dopo l’ampia introduzione di Paola Del Zoppo, che porta il titolo La pelle del pianeta e che collega la scelta delle liriche qui raccolte con l’attività della scrittrice come saggista, docente di poetica e curatrice di antologie di autori a lei coevi, tre testi in prosa nei quali chi legge sente vibrare la voce di Hilde Domin: Vita come Odissea linguistica, insieme resoconto autobiografico, testimonianza e atto di impegno, Fermare tempo e scopo – Le fasi della poesia tedesca del dopoguerra viste dal Paese e da chi vi ritorno, la prima delle lezioni tenute nell’anno accademico 1987-1988 a Francoforte, e Libertà nella scrittura, un’intervista a Hilde Domin. I prime due testi in prosa appaiono nella traduzione di Paola Del Zoppo, il terzo in quella di Valentina Carmela Alù.

Mi sembra opportuno soffermarmi qui su alcuni punti di Vita come Odissea linguistica, appassionata dichiarazione di poetica e, insieme, impegno rinnovato ogni giorno. Il resoconto di anni di peregrinazioni da un luogo all’altro del globo, in esilio volontario e forzato, a partire dal soggiorno in Italia, dove Hilde Löwenstein, allora ventitreenne, si reca con Erwin Palm, che poi avrebbe sposato a Roma nel 1936, per proseguire a Londra e poi nella Repubblica Dominicana, che darà il nome d’arte alla poetessa Hilde Domin, è costantemente attraversato da una educazione plurilingue che prende le mosse dalla familiarità con il testo poetico letto nell’originale: «Vi ho presentato qui», scrive Domin, «la fuga permanente come permanente sfida linguistica». Dopo la morte della madre, evento che la scuote profondamente e che la fa sprofondare in un abisso dal quale è la poesia, vero e proprio atto di grazia (“Gnade”, dirà in un’intervista del 1991), a salvarla, Hilde scrive nel 1951 il primo componimento poetico. Ella nasce dunque alla poesia e prende il nome di Domin per distinguersi da Hilde Löwenstein, che nel 1935 aveva conseguito all’università di Firenze il dottorato di ricerca in scienze politiche con Armando Sapori, futuro senatore della Repubblica italiana, con una tesi su Pontano predecessore di Machiavelli, così come da Hilde Palm, che alla carriera universitaria aveva rinunciato e che aveva scelto di essere l’assistente del marito archeologo.
(altro…)

Poesie per l’estate #2 – Hilde Domin, Nell’antro di Polifemo

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza, in questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Domin_Il_coltello_che_ricorda

IN DER HÖHLE DES POLYPHEM

Der blinde Riese greift wieder nach mir.
Seine Hand zählt die Schafe.

Fortgehn schon wieder
unter dem Bauch des Widders.
Schon einmal
unter der zählenden Hand.

Die fortgehn
lassen alles zurück
die fortgehn
unter der zählenden Hand.

Die fliehen
vor dem Riesen
nehmen nichts mit
als die Flucht.

NELL’ANTRO DI POLIFEMO

Il gigante cieco torna a ghermirmi.
La sua mano conta le pecore.

Andarsene di nuovo
sotto la pancia dell’ariete.
Già una volta
sotto la mano che conta.

Quelli che se ne vanno
lasciano indietro tutto
quelli che se ne vanno
sotto la mano che conta.

Quelli che fuggono
dal gigante
non portano con sé null’altro
che la fuga.

Hilde Domin
(traduzione di Anna Maria Curci)

da: Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore (in uscita prossimamente). Qui una lettura della poesia.