Palermo

Giorgio Vasta, La parola Palermo

Dico Palermo. Dovrei intendere uno spazio fisico di centosessanta chilometri quadrati, un sistema di strade vicoli piazze giardini circonvallazioni provinciali, terrain vague e macerie normalizzate, il centro storico e le zone che furono nuove negli anni Sessanta e quelle costruite ancora dopo, durante gli Ottanta, l’alone delle periferie, le strutture che insistono sulla costa e quelle che si sviluppano verso l’interno, e allo stesso tempo, dicendo Palermo – la parola che individua il luogo in cui sono nato nel 1970 e in cui sono cresciuto (e da cui sono andato via, senza mai sentirne la mancanza, vivendo altrove per vent’anni, e dove sono tornato, sempre senza che nessuna nostalgia abbia determinato il ritorno, da due anni e mezzo) –, dovrei riferirmi ai circa settecentomila residenti che ogni giorno si svegliano percorrono la città lavorano passeggiano mangiano bevono chiacchierano vanno a dormire. Eppure io so che quando dico Palermo non sto mai davvero parlando di tutto quello spazio e di tutte quelle persone ma di uno spazio immensamente più piccolo e di un numero di persone altrettanto immensamente ridotto.
Quando dico Palermo – se faccio davvero attenzione – sento lo spazio fisico della città rapidamente contrarsi e sbriciolarsi, come un foglio di carta che brucia dai margini verso il centro. Dico Palermo e subito la città si riduce sempre di più, il fuoco consuma Boccadifalco e Settecannoli, Brancaccio, Uditore, Falsomiele, Cruillas e Altarello, via Messina Marina, corso Calatafimi, via Ernesto Basile, viale Michelangelo e via Leonardo Da Vinci: quella che dovrebbe essere la città reale si fa cenere, l’incendio avanza concentrico fino ad assediare un’area più circoscritta, il quartiere Libertà, il distretto che conosce buona parte del suo sviluppo durante gli anni Sessanta, la zona in cui ho trascorso più tempo (perché lo spazio è annodato al tempo), ma persino quell’unico quartiere, fra l’altro tra i più piccoli, è ancora troppo grande, la parola Palermo non può contenerlo, allora la vampa incede, la contrazione procede, dal quartiere si passa a un insieme di vie, ma per quanto note e notissime, percorse a piedi o in motorino un numero incalcolabile di volte (in un lungo processo che tra infanzia e adolescenza trasforma la realtà in qualcosa di irrimediabilmente inconsapevole), queste vie sono troppe, serve ridurre, arrivare a una sola strada, via Sciuti, ma lo stesso è ancora troppo, dunque continuo a contrarre e mi concentro sul civico 130, provo a far coincidere la parola Palermo, il pensiero Palermo, con quel condominio ma il condominio è plurale, è molteplice, quindi diminuisco ancora (perché l’incendio che ridimensiona lo spazio sono io), riduco la percezione al solo terzo piano, o meglio solo a metà di quel terzo piano, la parte che, venendo fuori dall’ascensore, si sviluppa a sinistra, una porta d’ingresso più grande, una di servizio più piccola, e a quel punto, immobile dietro quegli usci, mi fermo, l’incendio si arresta e penso all’unico spazio che davvero percepisco, che riconosco: l’unico spazio che so (come si sa un sapore). (altro…)

Gli alunni della scuola media Bonfiglio illustrano “Ruggine” di Marilena Renda

Ricorrendo il cinquantesimo anniversario dal terremoto del Belice, mi è capitato in più occasioni di parlarne nelle classi dove insegno quest’anno, alla scuola media Bonfiglio di Palermo. L’ho fatto con insistenza non solo perché sento vicini quei fatti anche per ragioni familiari, ma soprattutto perché mi sembrava una storia capace di coinvolgere i bambini, con la forza delle immagini di allora e di adesso. In particolare avrebbe potuto impressionarli la vicenda di Gibellina, l’idea di ricostruire attraverso l’arte e la cultura quello che la natura aveva distrutto: una scintilla utopica che resiste anche all’interno di un’attualità un poco trasandata. Da lì mi è capitato di proporre alcune parti di un bellissimo libro uscito alcuni anni fa, il poema Ruggine di Marilena Renda (Dot.com Press, 2012), che raccontava proprio quella tragedia in modo ipermetaforico, allucinato, potentissimo. Anche se si tratta di una poesia difficile per alunni così piccoli, mi accorgevo leggendo insieme a loro che alcune immagini si prestavano a uno slittamento di codice, al passaggio dalle parole ai disegni. Così, dopo aver affidato per una prima ricognizione una copia del testo a un’alunna di terza, Giada Di Giovanni, dotata di un naturale olfatto metaforico, è cominciata la ricerca puntuale di versi che potessero diventare illustrazione. Va da sé che il talento per il disegno di alcuni, soprattutto (e forse non per caso) ragazze, mi precedeva, ma posso dire che tutti, anche nell’ingenuità della resa, sono sempre riusciti a cogliere il senso del testo, interpretandolo e magari allargandolo. Al netto di qualche inevitabile incongruenza, sono venuti fuori disegni talvolta molto raffinati (come nel caso di Giulia Alessandra, che a scuola è da tempo un’artista molto richiesta), a volte più semplici, ma decisamente efficaci (una ragazza Emma sinistra e sonnambula; un cartello di Stop a segnalare l’attesa e la sospensione…). È stata colta bene la natura della metafora, come per la casa che si prolunga in pavone, o la città che avvolge e soverchia come un’immensa piovra (due quadri bellissimi, che sembrano di matrice onirica, surrealista), o ancora la casa-nave secondo Melissa Ramirez, che immagina un ponte sospeso in cielo. Ma ogni disegno qui pubblicato ha qualcosa di profondamente coerente e addirittura illuminante rispetto alla porzione di testo da cui è nato. Questo piccolo laboratorio dimostra forse che c’è spazio fin dai gradi scolastici inferiori per uno studio della poesia più coraggioso e attuale; che le parole respingono finché non impariamo anche a giocarci e a seguirne le traiettorie più sorprendenti.

Andrea Accardi

 

“La ragazza Emma (…) strappa candele al sonno” (p. 16)

Sara Gyabaa, ID

(altro…)

Osservare lateralmente le cose – Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

rosario

 

Osservare lateralmente le cose Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

Osservare lateralmente le cose. Questo dovrebbe essere uno dei compiti preliminari dello scrittore, e non farsi fregare dalla prassi, pertanto, dall’analisi condizionata dall’analisi, dal maremoto di ovvietà che stagna la vita dell’artista standard, con le sue passioni standard e le sue trasgressioni standard; perché osservare lateralmente le cose ci espone sempre a dinamiche nuove che non comprendiamo immediatamente, offrendoci un punto di vista alternativo e alternante, ché basta variare lo sguardo di pochi gradi e cambia l’oggetto del nostro vedere, cambiamo noi osservatori, muta il rapporto. Di conseguenza occorre essere disabituabili, per scrivere il teatro, e estremamente esperti nel riconoscere l’idiozia della consuetudine; degli avvezzi cronici al dispregio, all’acrimonia, e insieme dei catechizzati alla sofferenza più grande, quella di contraddirsi continuamente, affinché si sperimenti l’impossibilità della consolazione, il suo limite intrinseco. Perciò, Osservare lateralmente le cose sarà un luogo di sperimentazione, innanzitutto. E poi un luogo in cui ricercare o affinare la propria voce teatrale. Nessun limite di età, nessuna particolare esperienza richiesta. Un laboratorio di scrittura per drammaturghi o aspiranti drammaturghi o semplicemente per chi intende comprendere meglio le dinamiche della comunicazione, e della rappresentazione. Si partirà dalla struttura del testo, dalla scaletta, dalla descrizione fisica dei personaggi e dei luoghi, per arrivare all’organizzazione dei dialoghi, all’etica del racconto, alla definizione delle didascalie, alla revisione. Un massimo di dieci partecipanti per un percorso complesso e affascinante, la cui prima fase inizierà il 3 luglio e si concluderà il 31 luglio, per poi riprendere il 4 settembre e terminare il 29 settembre, con una pausa nel mese di agosto in cui gli scrittori potranno lavorare individualmente sul proprio testo.

Due gli incontri a settimana, in orario pomeridiano. Per chi non volesse, è previsto un percorso telematico, intervallato da tre incontri via skype, in cui si analizzeranno i contenuti del testo, le eventuali migliorie da apportare. Il calendario dei suddetti incontri sarà stabilito con ciascun partecipante. Le candidature per entrambi i percorsi – provviste di un breve curriculum – dovranno arrivare entro e non oltre il 23 giugno 2014 all’indirizzo mail teatrinocontroverso@gmail.com. La pratica di scrittura di baserà sui seguenti argomenti: le biografie immaginarie, i frammenti biografici e biografemi, le idiosincrasie, il flusso di coscienza, il monologo esteriore rivolto agli altri, il monologo esteriore rivolto a se stessi, lo skaz o monologo gergale, i tropismi, le impressioni sparse, le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le descrizioni di descrizioni, ovvero: le transcodificazioni, gli elogi (dell’apparente insignificante), le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le ucronie, le metamorfosi, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, la lingua palermitana, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, la struttura del testo, le didascalie, la revisione.

Due dei testi nati durante l’Officina di Scrittura Teatrale, verranno messi in scena (dopo una fase laboratoriale aperta ad attori e attrici) dai registi Giuseppe Massa e Marika Pugliatti. I due lavori debutteranno nella stagione 2015/2016 al Tmo. Il costo del laboratorio è di 150 euro. 80 euro per i partecipanti on line.

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Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel 1972. Drammaturgo, scrittore, regista e attore, per il teatro ha scritto: Ciò che accadde all’improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi – Premio Oltreparola), e i tre atti della Trilugia dell’impossibilità: Ouminicch’, Manichìni e ‘A Cirimonia, vincitore del 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano e Menzione speciale premio In-box (Siena, 2010). I suoi spettacoli – prodotti dalla Compagnia del Tratto – sono stati rappresentati nei maggiori teatri di ricerca nazionali. Nel 2013 fonda Teatrino Controverso, con il quale produce, oltre a Letizia forever, gli spettacoli del Dittico Del Disincanto (Visita guidata e Tauromachia) e Catechesi sulla sofferenza. Nel 2006 ha vinto il Premio Lama e trama con il racconto a N. Ha condotto, fra gli altri, laboratori di drammaturgia presso L’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano), La Vicaria (Palermo), il Teatro Della Contraddizione (Milano). Per la narrativa ha scritto: L’ammazzatore (Perdisa pop, 2007) e Concetto al buio (Perdisa pop, 2010), Cattiverìa (Perdisa pop, 2013). Nel 2012 Guglielmo Ferro mette in scena una versione teatrale del suo romanzo Concetto al buio. Invitato a più riprese dalle università di Liverpool, Manchester e Capodistria, recentemente gli è stata dedicata una tesi di laurea (Possibilità Vs. Impossibilità: la drammaturgia di Rosario Palazzolo).

Giuseppe Massa nasce a Palermo nel ’78. Debutta come attore il 18 Luglio del ’97 in Miraggi Corsari di Claudio Collovà, col quale intraprende un percorso di formazione lungo 8 anni. Nel 2002 è diretto da Antonio Latella in Querelle de Brest di Jean Genet. Nell’inverno del 2006 presenta come autore e regista Sutta Scupa. Il testo dell’omonimo spettacolo ottiene una segnalazione al Premio Ubu 2006 alla voce Nuovo Testo Italiano. Due anni dopo debutta al Festival delle Colline Torinesi con Rintra ‘U Cùori -(omaggio a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti), prodotto dal Teatro Garibaldi alla Kalsa. Nel 2009 mette in scena Sabella di Franco Scaldati. Due anni dopo debutta al Teatro Nuovo di Napoli con Nudo Ultras; cura insieme a Federico Bellini e Sybille Meier la drammaturgia di Mamma Mafia, spettacolo prodotto dallo Schauspielhaus di Colonia e diretto da Antonio Latella; mette in scena Richard III (overu la nascita dû novu putiri). Nel 2012 presenta all’ “Emergency Entrance Festival” di Graz Chi ha paura delle badanti?, di cui cura la parte autoriale e la regia; scrive Canto nel Fuoco (omaggio a Noureddine Adnane) messo in scena da Lukas Langhoff durante il Festival Voicing Resistance di Berlino. I suoi due ultimi lavori sono Buttitta Dreaming, un reading sui generis liberamente ispirato all’opera poetica di Ignazio Buttitta; e Barbablu non muore mai, una riscrittura in chiave horror della famosa fiaba di Charles Perrault.

Marika Pugliatti nasce nel 1971 a Messina. Dopo aver studiato con Castellaneta, Marchetti, Perriera, Camilleri, Sambati, Carpentieri, Baliani e Barba, debutta professionalmente nell’Amleto al Teatro Garibaldi, regia di Carlo Cecchi, interpretando Ofelia, ruolo che le vale alcune segnalazioni al Premio Ubu come Nuova attrice. Subito dopo entra a far parte del sodalizio artistico nato dall’unione delle compagnie Diablogues, di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, e Le Belle Bandiere, di Elena Bucci e Marco Sgrosso. Negli stessi anni lavora anche con Beatrice Monroy e Walter Manfrè (Indagine sul Dio), Alfonso Santagata (Tragedia a ‘mmare), Ninni Bruschetta (Antonio e Cleopatra, lo Studio), nuovamente con Carlo Cecchi (Leonce e Lena) ma anche con Silvano Baldi, Clara Gebbia, Antonio Raffaele Addamo e Giuseppe La Licata. Trascorsi sette anni a Madrid, dove insegna recitazione nella Scuola Italiana Enrico Fermi, torna in Italia dove riprende la sua carriera d’attrice. Dal 2009 prosegue il suo percorso teatrale con Vetrano e Randisi (I giganti della montagna – Premio Nazionale Le Maschere del Teatro come Miglior spettacolo dell’anno – e Trovarsi con Mascia Musy), alternando questa esperienza con altri incontri, quali quelli con Roberto Del Gaudio (Felice e Costanza, di cui è anche autore con Donatella Furino), Paola Pace (Medea di Max Rouquette), Gaetano Colella (Cenepentola, dello stesso Colella e di Francesco Ghiaccio) Paolo Mannina (Giochi di Società, di cui è anche ideatrice) e Antonia Truppo (Accammora, dello stesso Mannina). Nel 2013 dirige e interpreta due suoi spettacoli: 100Calls, che debutta a Berlino e di cui è anche autrice, e SU-A.

Cartoline Persiane#8

parigi

Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto ero a Palermo, adesso mi trovo a Parigi. Devi sapere che per molto tempo in passato queste due città si sono contese il ruolo di centro culturale europeo (sono stati degli intellettuali siciliani a dirmelo). Bene, non so a che punto del confronto siano arrivati, ma ti dico subito che Palermo per me vince e convince, molto più che l’altra. Insomma, credo davvero che Parigi sia la classica mosca scambiata per elefante. C’è tutt’intorno un’aria di provincia irrimediabile, hanno voglia di alzare torri e fondare musei pieni di refurtiva. Ti faccio qualche esempio.

In tutti i caffé c’è qualche giovane scapigliato che scrive guardandosi intorno come se vedesse le idee che volano. Resiste insomma questa visione dell’arte ingenua, loro direbbero naïve, che fa un po’ ridere, come se tutti i ventenni in disordine dovessero diventare un novello Rimbaud. Ce n’è già stato uno, può bastare, direi! I giovani siciliani sono molto più concreti, anche perché il primo che viene beccato in quegli atteggiamenti assorti e trasognati viene prontamente deriso e strattonato, come dev’essere.

Un altro esempio di immaturità collettiva: non riescono ad accettare il loro clima. Appena c’è un lembo tenue di sole li trovi tutti sdraiati sugli argini del fiume, tremando per il freddo. Sono ridicoli, no? A Palermo, quando fa caldo fuori stagione, e capita spesso, mica si mettono il cappotto per protesta!

Altra cosa: il cibo. Mangiano di continuo formaggio. Fanno tanto gli evoluti, e poi hanno una dieta da pastori! La toilette è invece una specie di celletta o cabina stretta, dove si mortifica il corpo quasi vergognandosene. Il bagno di clausura è una prova evidente del cattolicesimo trionfante, molto più che Notre-Dame. Ma poi, a proposito di toilette, parliamoci chiaro: sono sporchini. Davanti al bancone dei bar ti scricchiolano le scarpe sopra briciole e gusci, negli ascensori si trattiene il fiato, dentro i tunnel della metro ci pisciano. Tu sai meglio di me che la sporcizia del corpo rimanda sempre a una sporcizia dell’anima: infatti i camerieri sono sgarbati.

Qui è pieno di immigrati siciliani diventati artisti, che cantano la nostalgia della terra d’origine. Questa è la prova che al sud si vive meglio, mica si diventa nostalgici per capriccio o convenzione! Cantare in francese, però, mi sembra solo un inasprimento della pena. Tra l’altro, nel cimitero di Père-Lachaise per quarant’anni è stato sepolto il compositore catanese Vincenzo Bellini, poi riportato in patria. Ma ti rendi conto? Non gli bastano le opere d’arte, questi provano a fregarsi pure i cadaveri! E ti ho spiegato nella cartolina precedente quanto laggiù siano attaccati alle loro salme.

Infine, ed è l’aspetto più sorprendente, a Parigi capita spesso di vedere maschi che si baciano fra loro, e nessuno che protesti o almeno si scandalizzi platealmente. Il percorso verso la normalità sembra ancora molto lungo. In Sicilia l’uomo è uomo, poche storie.

Ps.: Mi è capitato tra le mani uno strano libro intitolato Lettres persanes. Racconta di due persiani in viaggio per l’Europa, e uno di loro scrive di continuo al suo serraglio, per controllare le numerose mogli. Che cretinata, questa del serraglio. Già è difficile con una per volta.
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@Andrea Accardi

Mondello senza – di Andrea Accardi

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La liberazione della spiaggia estiva
sarà rapida e indolore.
Faranno lo sgombero delle cabine azzurre
rimuoveranno il ciarpame e le bottiglie
e i panfili di ogni colore
in lungo e in largo.
Si fermerà la musica isterica
insieme alle convulsioni della gente.
Svanirà di colpo ogni barriera
tra le reflex e l’orizzonte.

Mondello è così che devi immaginarla
gli ex-bagnanti allineati col cappotto
simili ad alberi in marcia
il pienone diventato assenza
maltempo, vacanza.

«Ho sognato che una nave arrivava da lontano
sbandando tra le secche e i tifoni
la stiva carica di casse di terra
il capitano stecchito e legato al timone.
La guardavamo dalle terrazze
come si guarda un temporale
scambiandoci pareri sul cibo e sul calcio.
Era come un problema che non ci riguarda
come il desiderio infelice di un altro»

Ma è sempre di altri il desiderio nostro
altrui e altrove, sempre sottratto
sempre alterato, e come gli altri
mente, o non sa, e quindi non dice
non parla dell’ansia che costa viaggiare
del freddo e del caldo, della fatica
di salire sopra una scala
ostinatamente abbellisce e semplifica il mondo
tralascia la realtà, la salta a piedi pari
non sbatte sugli spigoli
non soffre di emicrania
non si ammala di abitudine.
Non dice soprattutto
che non si può avere tutto
e tutto pretende inutilmente per sé.

Anche Mondello è vuota e incolmabile
un fossato di tempo, un bordo scivoloso.
Continuamente manchiamo e siamo mancati
ci priviamo e veniamo privati
della nostra immagine allo specchio
vista come in movimento e controluce
dentro esistenze soltanto abbozzate
e abbozzate male, senza crederci troppo.
Nascono così le ville liberty infestate
i fantasmi sopra il mare.

Cos’altro posso elencarti?
Le docce all’aperto, i balconi sulla piazza
una colazione d’inverno, un cavallo sulla spiaggia
le stelle di Capo Gallo, e il vento che ogni tanto
apre buchi nella sabbia e nell’acqua.

Sono come i crateri sulla luna, Orlando
pieni di cianfrusaglie e cose scordate.
Tu adesso sei tornato davvero
ma per noi che restiamo tornare non basta
(ammesso che sia ritorno
questo continuo confondere il rovescio
col dritto, il passato col giorno).

Non si può controllare tutto
prima o poi te lo avrei detto.
La lotta dell’io col suo contrario
in fondo in fondo è causa persa
e Mondello lo insegna
come qualunque altro posto.
Non si trova sempre una ragione
dietro ogni nostra parola o gesto.
Non è il senno che ci manca
ma tutto il resto.

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Cartoline persiane#7

immagine catacombe

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Caro Rhédi,

sarai felice di sapere che non mi sono ammalato come credevo, e che la stessa città sembra essersi scrollata di dosso la sventura. Capita che le pestilenze durino solo lo spazio di una notte. Per festeggiare il mio ritorno alla vita, ho deciso di visitare le Catacombe dei Cappuccini. Si tratta di un grande cimitero sotterraneo, dove i cadaveri sono esposti appesi o coricati, e stretti stretti fra di loro, come per farsi coraggio. Ma di cosa deve avere ancora paura, un morto?

Pare fosse un grande privilegio finire qui dopo il trapasso. Uno scrittore francese si era molto stupito per l’allegria di quel tale che indicava a un amico il proprio posto una volta defunto. Stramberie da ricchi, senza dubbio. Tanto più che le mummie sono troppe e tutte uguali per distinguerle davvero. Quelli che erano belli adesso sono brutti, quelli che erano brutti continuano a esserlo, con qualche peggioramento. Soltanto, un po’ in disparte, c’è una bambina di due anni che pare addormentata da quanto è intatta… Pure la morte ha le sue pause.

Per il resto, credimi, Rhédi, la maggioranza degli inquilini non ha davvero una bella cera… La fiducia nella resurrezione dei corpi qui è clamorosamente smentita, almeno per il momento. Continuano a proliferare unghie e capelli, ma non basta come consolazione. Se le mummie ridono, è solo perché non hanno più labbra. I preti raccolti nei sai sembrano dire sommessamente: “Ci siamo sbagliati, scusate…”. I militari decorati e alteri aspettano una guerra già persa da tempo, e di cui nessuno ha dato loro notizia. Ma le più furiose di tutti sembrano essere le vergini.

C’è poi da dire che i teschi si presentano in esubero, com’era prevedibile, e vengono accatastati in cassette di legno come fossero frutti, non proprio di stagione. Qualche visitatore ha esorcizzato la morte scrivendo il proprio nome in nero sul bianco delle ossa. Coppie di quindicenni o poco più lasciano addirittura messaggi di amore eterno sulle pareti, e non sanno ancora che si muore un milione di volte prima di morire davvero. Non c’è qualcosa di assolutamente eroico e di assolutamente idiota in tutto questo?

Adesso devo uscire, mi manca l’aria. La mia allergia alla polvere non perdona.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#6

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Caro Rhédi,

sono arrivato al porto di Palermo in una calda serata di Luglio. Entrando nella città per vie secondarie, percepivo tutt’intorno un’atmosfera irreale, un desolante silenzio, manco fosse passata la peste. Risalendo il corso principale, cominciai a sentire un fragore di gente, e vidi una moltitudine in lontananza, tanti che io non pensavo che lo scirocco tanti ne avesse disfatti. In un grande giardino con fontane, da un palco allestito d’urgenza, una specie di profeta si rivolgeva agli sguardi attoniti e inespressivi degli spettatori. Si riferiva a qualcosa di terribile accaduto molto tempo addietro, e che ritornava oggi come una vendetta divina. L’enorme porta della città incombeva su di noi, e così il cielo che volgeva al nero, e che il pianto dei bambini non scalfiva.

A quel punto ho capito, Rhédi: a Palermo la peste c’era davvero! Cominciai allora a scapicollare tra la folla, e più cercavo di evitare il contatto, più pennellate di sudore altrui si trasferivano sulla mia faccia. Vidi la cattedrale che pareva in fiamme, dal muro di cinta gli appestati allungavano le mani su di me, il corso era illuminato solo da candele tremolanti, e la voce del profeta riecheggiava per magia in tutta la strada. Un enorme carro religioso scendeva lentamente, accompagnato dai fedeli in deliquio. I volti sembravano deformati dalla sofferenza, scolpiti dalla malattia, incisi nella vita dalla morte. Le urla delle vecchie arrivavano cariche di tutti gli incubi del mondo, e i tentativi di canto parevano lamenti di agnelli all’altare.

Correndo e fuggendo sono arrivato al mare, cercando aria pulita, incontaminata. Qui ho assistito a uno spettacolo frequente durante le epidemie: i condannati si abbuffavano avidamente, come per dimenticare la fine vicina, o per alzare un ultimo brindisi al cielo. Seduti sopra sedie incapaci di contenerli, infilavano la faccia dentro larghe fette di cocomero. I semi sputati a grandissima velocità lambivano le mie gambe come schegge di granata. Dolci dai colori impossibili pendevano appesi dentro vagoni illuminati, e poi schiamazzi, palloncini colorati, famiglie intere sopra strani veicoli a due ruote. Tutto contribuiva alla finzione della festa, mentre la città in realtà lentamente agonizzava. Perfino i topi, spaventati, rientravano nei tombini.

Mi sono allontanato svicolando un po’, fino a sdraiarmi sopra una panchina di marmo. Sotto le palpebre, distinguevo un chiarore del cielo, forse il riflesso delle pire di fuoco accese per bruciare i morti di peste. Il crepitare delle fiamme mi sembrava forte come una successione di tuoni. Sentivo il sonno e la malattia diffondersi nel mio corpo, e così, sopra il marmo tiepido, mi addormentai.

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@Andrea Accardi

Interviste credibili # 11 – Rosario Palazzolo

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Ciao Rosario, intanto ho appena scoperto che hai un anno in meno di me, cosa inaccettabile, comunque andiamo avanti, l’ho scritto solo per fare un po’ di teatro. A proposito tu fai teatro o “teatro”?

Mannaggia, Montieri, sapevo che avresti iniziato così. Né l’uno né l’altro, comunque. Io faccio le virgolette, solitamente, solo quelle. Le apro e le chiudo. Non manco di perizia, però, e nemmeno di una certa dose di ostentazione. Del resto, come sanno bene coloro che mi conoscono, fra etica e estetica non faccio distinzioni. A ben vedere, l’una è sempre la determinazione dell’altra. Il problema è che imperversa il mal vedere, oggigiorno.

In merito all’età, mettiamola così: il mio anno in meno si vede tutto, così come il tuo in più.

Dimmi qualcosa di Palermo (la tua città) che la gente non conosca già come suggerimento turistico o banalità giornalistica.

Non m’intendo per nulla di Palermo, è risaputo. Figurati che spesso mi perdo. Allora, metto un cappello,  m’avvicino a qualcuno e, con voce estera come so solo io, chiedo Pardon, dove si trova la via tale? – il pardon funziona una meraviglia, sempre – e attendo la risposta dell’indigeno col sorriso stampato, e pure lui sorride nel mentre che risponde, e sorrido ancora, io, fingendo di non comprendere qualche parola, e lui sorride e gesticola e fa dei lunghi no con la testa, se è il caso, o dei sì, e infine dico Grazie, sorridendo, a lui che sorride, prima di andare via.

Ecco, se proprio vuoi sapere qualcosa su Palermo, posso dirti che è una cittadina sorridente assai.

I soliti bene informati dicono che tu sia un cuoco sopraffino, hai qualcosa da dire in tua difesa?

No. E loro?

Ora ti chiederò cose che potrebbero sembrare banali, ma per uno come me, che conosce il teatro solo da appassionato, possono risultare domande lecite: come si sta su un palco? Come ci si muove e come non ci si muove? Un respiro trattenuto, un gesto, contano quanto una battuta?

In teatro credo esistano regole precise, dentro le mie virgolette no.

Tra le tue opere teatrali mi incuriosisce molto “La trilugia dell’impossibilità”. Mi racconti, in breve, la genesi di questo lavoro?

In breve è una parola.

La trilugia dell’impossibilità è fondamentalmente un mio cruccio, una croce. Un’analisi in quattro atti, per il momento, perché ciò che è impossibile non può essere concretizzato in qualcosa di finito. Nasce nel 2007 con lo spettacolo Ouminicch’, che diceva – e dice – dell’impossibilità della scelta. Da allora è stato un continuo impossibilitare: la verità, l’essere, la speranza, in una sorta di percorso impercorribile ma comunque opportuno, perché ritengo che non sia necessario che a ogni bivio corrisponda un’uscita, a ogni ciambella un buco. Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che non fa sconti di sorta, verosimile eppure allucinato. Perché la lingua della trilugia è una lingua che va estrapolata, affinché un idioma non diventi un territorio. Credo sia questa la maggiore innovazione. E oggi l’innovazione è spesso solamente formale, psichedelica, confusionaria. Nasce dall’esigenza di sorprendere lo spettatore. Il lavoro che tento con la trilugia se ne frega dello spettatore, non prova ad affascinarlo, a compiacerlo, non gli sussurra continuamente Abbracciamoci, amico mio, apparteniamo alla medesima categoria, quella dei giusti. È invece una fatica mia e dei miei attori, che certo ha anche bisogno di essere comunicata a qualcuno, ma solo affinché fatichi pure lui, almeno quanto noi.

“I tempi stanno per cambiare” è figlia della tua collaborazione (termine di certo riduttivo) con Luigi Bernardi, com’è lavorare a quattro mani? E, soprattutto, com’è lavorare con uno scrittore del livello e dal carattere forte come Bernardi?

Lavorare a quattro mani è molto complicato, vogliono tutte avere la meglio. Ma con Luigi è stata una risata continua. La nostra amicizia, profonda, piena di affetto, coccole e carillon, credo si sia consolidata proprio grazie a I tempi stanno per cambiare. In più, facemmo insieme anche la regia, lavorammo entrambi a stretto contatto con il compositore, lo scenografo, discutemmo a lungo con gli attori. In merito alla difficoltà di lavorare con uno del suo livello e del suo carattere, ti racconto un aneddoto. Quando riunii la compagnia e dissi di questa collaborazione, del testo che forse ne sarebbe venuto, del lavoro che ci attendeva, erano tutti basiti. Non conoscevano Luigi e, in cuor loro – glielo potevo leggere negli occhi – temevano per lui.

Che musica ascolti?

Solo quella che capisco.

Il più grande autore di teatro, per te, chi è?

Tolti i presenti, parecchi.

Tu tieni dei laboratori di teatro, qual è l’incipit dei tuoi corsi?

Questo laboratorio è legato indissolubilmente al fato. A lui dovremmo sottometterci affinché ogni cosa vada nel verso in cui ci auguriamo. Ovviamente il fato sono io, signore e signori.

Cos’è Cattiverìa?

Una parola inusuale, che sa di spostamento. Una parola bella, secondo me, molto musicale. Ed è anche il titolo del mio prossimo romanzo che uscirà ad aprile sempre per Perdisa Pop. E sarà il mio romanzo più bello, il più maturo, il più doloroso, il più che ti pare a te. Del resto, è pratica comune fra gli scrittori: nel romanzo che sta per uscire deve esserci sempre qualcosa in più a garantire che ci sia qualcosa in più rispetto ai romanzi precedenti. Per quanto mi riguarda, è stato il solito maledetto divertimento.

Ora faccio lo stronzo: Leggi Poesia?
E io rispondo da stronzo: no. Bisogna farsi mancare qualcosa, nella vita.

Ora lo rifaccio: Cosa cambia ( se qualcosa cambia) tra la scrittura per il teatro e la scrittura di un romanzo?

La scrittura teatrale è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un pubblico che cambia ogni volta. La scrittura narrativa è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un lettore che cambia ogni volta.

Devo assolutamente tornare a Palermo, ma a tarda sera, dopo lo spettacolo, non pensare di portarmi al ristorante, devi cucinare tu.

Dopo ogni spettacolo sono intrattabile, la mia cucina potrebbe risultarne compromessa, e pure tu. Facciamo a pranzo, quando l’ineluttabilità la metto solo nel soffritto.

intervista di gianni montieri

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notizie su Rosario Palazzolo

Compleanni

COMPLEANNI

Giovanni Falcone è  morto il giorno
del compleanno di mia sorella:
diventava maggiorenne, immaginava
un futuro, una vita possibile,
Il giorno dopo sarebbe stato il mio.
Molti pensarono a un terremoto,
a Punta Raisi, a Capaci, a Palermo
una scossa definitiva, una voragine
-auguri sorellina-.

Paolo Borsellino saltò per aria
quando mio padre compì 53 anni
tre giorni prima festeggiò mamma
si moriva di caldo ovunque
in Sicilia si schiattava, ancora.
Al telefono: “Buon compleanno papà”
“hai sentito di Borsellino? Hai visto?”

Maggio e Luglio sono mesi belli
per i compleanni, per festeggiare
le sere calde, lunghe. Ricordiamo
quello che ancora non sappiamo
questo non è un paese ospitale
non è un paese per giovani, torte,
per candeline. Questo è il posto
dove mai si sa, dove si festeggia
in punta di piedi, rapidamente
a volte con un po’ di vergogna.

***

gianni montieri

Scritture a progetto – Costa, De Lisi, Mazziotta leggono versi inediti

Bar libreria Garibaldi (via A. Paternostro 46, Pa) Venerdì 15 Giugno ore 18.30

Scritture a progetto

Incontro di poesia contemporanea

Sergio Costa (1984) – animali, uomini

Valentina De Lisi (1983) – Corde

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Luciano Mazziotta (1984) – Previsioni e lapsus

“Nei tempi in cui il lavoro a progetto ha sostituito in modo strategico ed egemonico le forme contrattuali tradizionali, relativizzando tutele e diritti di una grande porzione di vite, la proposta è di recuperare il valore effettivo della parola progetto, dal latino proicere, letteralmente traducibile con “gettare avanti”. Progettare e proiettare: un complesso di attività correlate tra loro che si ha intenzione di portare a termine in avvenire. E se l’avvenire è sempre più spesso un immaginario sinistro e un luogo d’ansie, il desiderio è di recuperare una parte di fiducia nel futuro, di sottolineare come la pianificazione non racchiuda soltanto responsabilità e rischi, ma annunci un cambiamento ed edifichi la struttura delle azioni.


Tre giovani poeti leggeranno versi inscritti in un progetto organico e complesso, versi nati immaginando una raccolta strutturata. Le loro scritture, pensate e prodotte a partire da un’esperienza del quotidiano, hanno l’esigenza di affermarsi e ordinarsi come parti di un’opera compiuta, come frazioni di libri – dunque di progetti – futuri.”

@a cura di Poetarum Silva – The meltin’Poets

solo 1500 n. 47 Cagliari, 23 maggio 1992

Solo 1500 n. 47 – Cagliari, 23 maggio 1992

Ricordo esattamente dove mi trovassi e con chi. Stavo alla Rinascente, a Cagliari, in libera uscita. Facevo il militare, pomeriggio inutile di un anno inutile. Ero con Ivano, un ragazzo di Roma che poi (ovviamente) non ho più visto dopo quell’anno. Di Ivano ricordo due cose: faceva il tassista e tifava Lazio. Alla Rinascente ai tempi vendevano pure gli elettrodomestici e, da un televisore acceso, vedemmo le immagini dell’attentato di Capaci appena avvenuto. “Minchia Gia’ ma che hanno fatto saltà per aria Falcone?” “Minchia Iva’ minchia, Falcone no”.  Quel giorno mia sorella compiva diciotto anni. Per cui mi sentivo inutile in un pomeriggio inutile di un anno inutile. Mi sentii una merda. Perché in pochi istanti passarono nella mente migliaia di domande: “Che cazzo faccio qui? Perché non sono al compleanno di mia sorella? Perché Cagliari?  Perché Falcone?” La risposta all’ultima domanda ancora non ce l’ho. Giovanni Falcone era una specie di mito per noi ventenni di quei tempi, un simbolo. Hanno fatto saltare in aria il simbolo o l’uomo? Che importa, Falcone contava più di tutti agli occhi della gente e anche se la mafia stessa sapeva che non sarebbe stata sconfitta, bisognava eliminare chi rappresentava lo Stato dove lo Stato non c’era più. Falcone doveva morire e morì. Anche io e Ivano servivamo (al)lo Stato in quei giorni, che barzelletta. Sono passati vent’anni e una cosa la so: Giovanni Falcone lo conosco meglio adesso, e penso che fosse un uomo normale. Onesto, corretto, uno col senso del dovere, tutto qui.  Quel pomeriggio fu tremendo, la sera mangiamo una pizza in silenzio. Chissà che fine ha fatto Ivano.

Gianni Montieri