Pagliarani

“Le cose sono due” di Francesco Targhetta. Recensione

le cose sono due targhetta-copertina

Stampata in tiratura limitata nella collana Valigie Rosse, vincitrice del Premio Ciampi 2014 (come abbiamo annunciato qui), la nuova raccolta di Francesco Targhetta, Le cose sono due, ha come titolo un settenario. Un’inaugurazione, questa, con un verso principe della nostra tradizione che figura da subito a p. 10, nel secondo testo: «I giorni in cui non parli con nessuno/ le cose sono due:/ o arrivi a cogliere il senso del tutto/ o confondi corrompi e t’ingarbugli/ e la tua voce che chiama il gatto/ è quella, alla sera, di un crooner/ («eccoti i miei rimasugli»),/ l’eco rauca e lunga/ nella notte che ti riprende in scacco//».
Iniziare con una dicotomia significa annunciare sì due direzioni ma soprattutto un intento che è da subito chiaro: una decisione ferma, precisa, del dove si va ma anche – prima – del ‘da dove’ si guarda. Dobbiamo tenerle entrambe a mente, soprattutto quest’ultima, così come ricordiamo i riferimenti poetici che hanno caratterizzato la poesia dei volumi precedenti: sono Govoni e i neo-crepuscolari Giudici e Pagliarani, fra tutti. Dai padri, qui, si prendono però le distanze, per cercare una voce che sia maturata, allontanandosi un poco dalle precedenti opere Fiaschi (ExCogita, 2009) e Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che restano, tuttavia, sullo sfondo a ricordarci da dove si arriva (alcune sue poesie edite e inedite, le trovate qui).
Se permane in generale un legame con il metro tradizionale una particolarità in questa raccolta può essere la punteggiatura, che ‘dice’, e che si lega al ritmo e al tempo, su cui tornerò.
La condizione di ‘figlitudine’ (in questo caso non poetica) e di solitudine fanno parte della prima delle due sessioni di Le cose sono due, “Uno”, mentre la vecchiaia, la morte, l’accidente tra gli altri, son i temi protagonisti della seconda, “Due”. L’osservatore è sì un solitario (come ogni poeta) ma anche è colui il quale, forte del suo occhio e del suo orecchio, esprime i suoi luoghi e il suo presente con precisione (il dialetto, infatti, resiste e entra nei versi, di tanto in tanto). Targhetta accetta la sfida di non sottrarsi al presente, non sta in disparte: lo registra, come fa molta di quella poesia di oggi che va sotto l’etichetta della ‘comprensibilità’ e per questo motivo ammette anche il ‘pop’, di cui parla Paolo Maccari nella postfazione. Non si tratta di un fatto generazionale ma di un’etica.
In tutte queste poesie c’è sempre una chiarezza di luogo e di tempo, date anche dall’essenzialità della luce che filtra dalle immagini che intercalano i testi, dall’immagine del lampadario in copertina ma anche dalle poesie stesse, dalla loro stessa comprensibilità. Nella quarta di copertina si cita appunto Piero Ciampi: «il testicolo della nuda lampadina al soffitto» ma è emblematica la poesia di p. 24: «Quando premi, con il soliti gesti,/ un qualsiasi interruttore, perché/ più densa da fuori è filtrata la sera,/ ma la luce non scatta,/ non passa l’innesco,/ quello stupore, ecco, preciso,// provi, di fronte ai giorni che in calare/ si girano, e ha questo, ancora/ di brutale, il riflesso: che,/ nato da un nuovo avvertimento del vuoto,/ ti lascia sul vuoto quasi un sorriso.//»
Targhetta veste le cose del loro significato con un catalogo di dettagli (ancora Paolo Maccari) che non si ammette né per elencazione né per elezione ma per rilevazione. Uno dei lemmi reiterati è – non casualmente – “eco” (pp. 10, 11, 34), residuo vivo di una voce che si cerca o cerca se stessa, ma anche di qualcosa che si va a perdere. Infine, il tempo di questa poesia si potrebbe avvicinare a una partitura (già si è fatto accenno alla punteggiatura): il poeta pare stare sempre qualche battuta indietro o in avanti sul tempo, anticipando o ritardando, scegliendo con questa modalità il punto d’osservazione da cui poetare, di nuovo, consapevolmente. Il tempo perciò non è soltanto ‘tempo’ puro, con precisione di giorni, ore, stagioni: il tempo è, in questi versi, soprattutto, sguardo.

© Alessandra Trevisan

 

La mia Milano

foto di Uliano Lucas

foto di Uliano Lucas

LA MIA MILANO

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. Stavano sempre con me, certo per l’amore che per quei testi provavo, perché consideravo quei poeti veri Maestri, non ancora di scrittura; ignoravo a quei tempi che avrei provato più avanti a scrivere. Furono maestri di vita. Imparavo la Milano di Giudici. Andavo a toccare con le mani i muri delle case dei Navigli, Le case della Vetra di Raboni. Volevo sapere com’era stata Milano prima che io la conoscessi. Allora prendevo il tram e giravo a caso: il 29, il 30, il 9, il 33. Il 24 e giù verso Viale Ripamonti con La ragazza Carla. La 54 o la 61, per arrivare in fondo a viale Argonne, dove passava la E e dove stava la casa di quell’amore perduto, raccontato in quella splendida poesia di Pagliarani. Imparavo Milano così, perché volevo che Milano diventasse la mia città e perché ciò accadesse, dovevo conoscere il più possibile quello che c’era stato prima di me. La Milano del dopoguerra con quelle poche luci (Le luci di Milano poca cosa, lo so – un magistrale incipit di Giovanni Raboni). Poi c’erano i fornai, le città passano dall’odore del pane. L’odore che veniva dalle botteghe dei Prestinée era diverso da quello di Napoli o di Parigi. Pane del luogo, odore del luogo. Un odore indimenticabile come quello della nebbia mista al ferro che senti passando sotto il ponte della Ghisolfa. O quello di ruggine che arriva passando sopra il ponte di Greco. I miei poeti e le mie passeggiate mi insegnavano Milano. Poi c’erano i racconti dei vecchi, la Baggio dei miei zii, il Giambellino di Gaber. Immaginavo fumose sale da biliardo piene di gente e poi vedevo quelli che la mattina andavano in fabbrica. Le luci negli appartamenti che si accendevano alle cinque, alle sei. Flash in mezzo al buio. Donne e uomini alle fermate degli autobus, stretti nei cappotti, negli impermeabili. Pensavo che uno che esce al mattino presto con il freddo e l’umido – pensavo e lo pensavo in bianco e nero – dovesse per forza combinare qualcosa di buono. Naturalmente non è così, o meglio non è sempre così. Ma pensarlo mi piaceva, mi pareva di essere arrivato nel posto giusto. Poi c’erano gli amici. Il jazz, San Siro. Con Bruno e Walter (che adesso gioca a golf, come cambiano le cose) andavamo a sentire la musica dal vivo al  Capolinea (che ora non c’è più). Durante i concerti mi distraevo e decoloravo la sala, vestivo tutti come se fossero gli anni cinquanta o sessanta, e mi guardavo nella vecchia Milano insieme a loro, ascoltando jazz. E c’erano le canzoni e per me, più di tutte, c’è stata Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. Quel brano, scritto per “Romanzo popolare” di  Monicelli, mi ha raccontato quello che volevo sapere di Milano in pochi minuti. La fabbrica, gli operai, i padroni, il calcio, il freddo, il disagio, il lavoro. Tutto scritto e cantato in quella lingua masticata e unica di Jannacci, l’amarezza e l’ironia. La sintesi perfetta: «Zero a zero anche ieri ’sto Milan qui / ’sto Rivera che ormai non mi segna più, / che tristezza il padrone non ci ha / neanche ’sti problemi qua». Tutti loro, tutti insieme: i due Giovanni, Elio, Vittorio, Giorgio, Enzo e altri, mi hanno insegnato Milano, ognuno alla propria maniera. Un poco per volta, un sabato dopo l’altro.

© Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

solo 1500 n. 79 – Il politologo non legge poesia (e manco narrativa)

libreria

solo 1500 n. 79 – Il politologo non legge poesia (e manco narrativa)

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Purtroppo. Di conseguenza è aperta la corsa al parere (intervista) al politologo (o sondaggista) di turno. Nei telegiornali funziona così: intervista al politico di uno schieramento, di un altro, rimbalzo da un altro e in mezzo: il parere volante del politologo. L’opinione viene strappata, solitamente, tra le mura domestiche (specialmente se i Tg sono quelli del periodo di festività natalizie). Il nostro politologo si lascerà cogliere in pullover scuro, davanti alla propria libreria. L’aria domestico-chic pare piaccia. Io non ascolto mai cosa dice l’esperto in pantofole ma guardo i dorsi dei suoi  libri. Il politologo non possiede narrativa, non legge poesia. Il politologo dentro casa sua tiene in bella vista soltanto dei corposissimi saggi. Vi pare possibile? A me no. C’è una scena che non vediamo: l’esperto sguinzaglia i figli a nascondere, nella migliore delle ipotesi, i Romanzi, nella peggiore i libri di Fabio Volo. La moglie che corre in bagno con la Littizzetto tra le mani. Le 150 sfumature arcobaleno nascoste sotto i cuscini del divano. Per non parlare del ragù spento per non fare odore. Che si inquadrino soltanto i manuali di sociologia. Solo che non ce li vedo i figli del politologo a nascondere un Pagliarani. Si spera in una libreria in altra stanza a sfavore di telecamera. Da vero illuso non voglio nemmeno pensare che il domestic-chic non abbia nemmeno un Elefante in casa.

Gianni Montieri

Quindici testi, di Valerio Magrelli

magrelli .

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Meteorologica è l’unica, vera

Meteorologica è l’unica, vera
coscienza che noi abbiamo dello Stato,
immagine sgargiante di isobare
come panneggi sopra una nazione
circondata dal nulla.
Tutti i paesi intorno riposano nel buio,
terre indistinte, senza identità
né previsioni atmosferiche.
Il nostro, invece, trapunto
di segnacoli, vibra e brilla sul fondo
di un moto ondoso in aumento.
Sono a Isoletta-San Giovanni Incarico,
autunno, un pomeriggio soleggiato,
mentre il treno risale arrancando
la snella silhouette della penisola:
faccio parte di un popolo devoto
a nubi, raggi, fulmini
attesi per domani.

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Natale, credo, scada il bollino blu

Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ICI e in più il secondo
acconto IRPEF – o era INRI ?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia.

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L’età della tagliola

Per prima cosa ho visto tre ragazze,
dopo ho intuito che era una soltanto
moltiplicata.
Finché ho capito che ogni ragazza
ne contiene altre due,
fiore con tre corolle, equazione a tre incognite.
Avere quell’età, significa sostare innanzi a un bivio:
da un lato sta il passato appena prossimo,
dall’altro un futuro duale – scelta,
biforcazione, sesso, forbice.
Chi cresce, chi adolesce, si divide
e per andare avanti deve amputarsi
come fa la volpe, che stacca la sua zampa
presa nella tagliola.

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“Piccole stanze d’albergo”

Piccole stanze d’albergo,
grandi macchine di solitudine.

Tagliato come un gambo dentro il vaso,
aspetto. Moquette. Avvolgibili.

Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione

con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione.

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La curva

Nella curva, la stessa, in montagna, scendendo
dalla macchina, mia figlia, piccolina,
vomitava, per strada, tutti gli anni, inevitabilmente.
Ormai la conoscevo:
come al nostro santuario, ci fermavamo
per consolarne i pianti, pulirla e passeggiare
lungo il tornante dell’alba.
Altre vacanze, noi vecchi, lei cresciuta,
ma quella sosta mi rimane in mente,
cruna della nostra famiglia nella fuga
in Egitto. Ogni famiglia è in fuga,
solo l’Egitto cambia.

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L’incessante brusio neuronale

La coscienza di essere coscienti sarebbe sorta dall’integrazione fra coscienza primaria, memoria simbolica e linguaggio. In questa emersione, avrebbe avuto un ruolo centrale il meccanismo del cosiddetto “rientro”, ossia l’incessante brusio neuronale tessuto dalla diffusa sincronizzazione tra mappe cerebrali differenti…

(da un articolo del “Corriere della Sera”)

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L’incessante brusio neuronale, ho letto,
e ho subito capito cosa significasse.
Perché lo sento sempre, il cicaleccio
talamo-corticale,
un cinguettìo da voliera,
e gridano, gridano, gridano,
milioni di sinapsi,
in attesa del cibo che gli porto,
che gli devo portare.
Aspettano i pensieri, i miei pensieri,
e gli si azzuffano intorno,
quando lascio la gabbia,
in un frullare di impulsi elettrostatici.

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Thyssen: per i senza parola

Nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può, e chi è più debole cede.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, V, 89

Continuano ad ardere come
come le lampade ad olio
ad olio della Bibbia.

………..“Che devo fare?”, chiedeva.

Ma cosa fare quando
quando si è ormai sgusciati
sgusciati via dal corpo?

…………Erano usciti per sempre dalla loro custodia.

Continueranno ad ardere
ad ardere per noi stoppini
stoppini di carne votiva.

…………“Non lasciatemi solo!”, scongiurava.

Bruciavano al dio del lavoro
lavoro di lingue di fiamma
di fiamma, di forza-lavoro.

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Assedio del visibile – forza dell’invisibile

Invisibile e invincibile
è lo stampo che porto dentro me,
stampo del mondo impresso a me nel mondo
e che mi fa essere al mondo
soltanto nella forma dello stampo.
Dov’è la libertà, se la malinconia
raccoglie le sue nuvole senza nessun perché?
Sto qui e subisco il loro lento transito
solo aspettando
all’ombra di me stesso.

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Tombeau de Totò

Totò diventa cieco, da vecchio.
Tutto quell’agitarsi disossato
per finire nel buio.
Un muoversi a tentoni,
un zigzag nelle tenebre.
Ma è vero anche il contrario:
Totò diventa vecchio, da cieco.

Me lo ricordo ancora, sotto casa, in civile,
che traversa la strada a un funerale,
tra due ali di folla impazzita per lui.
E lui stava al gioco, sconnesso, veniva avanti a scatti,
senza vedere nulla – solo ora capisco!
Cieco, vecchio e meccanico,
ma come caricato dalla molla d’acciaio del dialetto,
finché, perso lo sguardo, non perde anche la lingua.

Nei suoi ultimi film, non potendo seguire le battute,
viene doppiato. E’ questa la leggenda:
da cieco che era, ora è muto
nella pellicola, mentre un’altra voce
sostituisce la sua.

Totofonia blasfema, alle soglie dell’ombra.
Deposta la visione, deposta la parola,
il corpo pinzillacchero
discende nella Tomba.

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Babbo Natale gnostico

Quest’anno il bambinello non ha portato doni,
ma ci ha portato via un ragazzo dolce, appena di vent’anni
ucciso da un pirata della strada.

Povero gesucristo, dio impotente,
cosa speri di fare contro il Grande Demiurgo,
contro il Dio Vero, di Casal di Principe,
il Re che atterra il debole per premiare l’ingiusto?

Sta’ nella mangiatoia, accùcciati su un fianco,
rimettiti a dormire, lascia perdere,
tanto lo sanno tutti, che ti aspetta la croce,
vittima, tu medesimo, di questa creazione malvagia
di cui sei lo smarrito spettatore, la preda
abbandonata sul ciglio di una curva.

Non è cambiato nulla, a ben vedere:
hai solo lasciato la culla
per stenderti in una cunetta.

Lo sciame

Per non dimenticare il Policida

Si dice “sciame di scosse”, come fossero api,
ma api che ci cacciano da casa,
api che fanno un miele amaro amaro,
di dolore, di nausea, di paura.
Ci eravamo accampati sopra il loro alveare,
ecco perché ci cacciano.
Non siamo a casa neanche a casa nostra,
anche la nostra casa è casa d’altri,
la casa di qualcuno arrivato da prima
e che adesso ci caccia.
Vengono a sciami, si riprendono casa,
la loro casa, da cui ci scuotono via,
punendoci per la nostra presunzione:
essere stati tanto fiduciosi
da credere che il mondo si potesse abitare.

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Le pastorelle pornografiche:
divertimento alla maniera di Watteau

Si rifanno le tette per Natale,
affollano la scena telegenica
di un unico Presepe Pansessuale
che schiude loro la promessa edenica.

Altro che Incarnazione del Divino!
Qui carne chiama carne in un delirio
che cancella l’arrivo del Bambino
per abolire insieme il suo martirio.

La Santa Festa si trasforma in Party,
gloria dell’apparato genitale,
mentre la chirurgia riduce in quarti
la splendida carcassa d’animale

e il corpo denudato, offerto, visto
fa da stella cometa al nuovo Cristo.

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Due poeti

I.
Pagliarani sul Niagara

Parlavi dei bambini,
dicevi della loro furia molecolare,
davanti alla cascata,
anzi, dietro il suo velo,
dentro un cunicolo scavato nella roccia
per sbucare sul retro delle acque.

Al buio, fra la guazza,
con quel film bianco che scorreva in fondo
velando il mondo,
come ficcati dentro un ombelico,
parlavi della nascita,
descrivevi la nascita,
affidavi alla nascita
la parola segreta di ogni storia:

CONTINUA.

 

II.
Niente funerali di Stato per Sanguineti,
ovvero Le ceneri di Mike

a Andrea Cortellessa

Mi sembrava di dover celebrare una morte,
Invece sono qui a piangerne due;
Kyrie eleison per l’Università
E per l’alfiere della sua alterità.
Bello non era. Un Bronzo di Riace,
Ostentava: “Dei due, quello che più vi piace”.
Nell’Aula Magna della Sapienza
Guizzava la civetta dell’alta sua sapienza,
Innesto dello Studio sull’amata Poesia,
Ossia: metà cultura, metà idiosincrasia.
Ripeto: oggi perdiamo sia lui, sia l’Accademia,
Nel Tele-Mondo che ad un Professore
Ormai antepone un Dio-presentatore.

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“Giovani senza lavoro”

I.
Giovani senza lavoro
con strani portafogli
in cui infilare denaro
che non è guadagnato.

Padri nascosti allevano
quella sostanza magica
leggera e avvelenata
per le vostre birrette.

Condannati a accettare
un regalo fatato
sprofondate nel sonno
mortale dell’età,

la vostra giovinezza,
la Bella Addormentata,
langue nel sortilegio
di una vita a metà.

II.
Giovani senza lavoro
chiacchierano nei bar
in un eterno presente
che non li lascia andar.

Sono convalescenti
curano questo gran male
che li fa stare svegli
senza mai lavorare.

Di notte sono normali,
dormono come tutti gli altri
anche se i sogni sono vuoti
anche se i sogni sono falsi.

Falsa è la loro vita,
finta, una pantomima
fatta da controfigure,
interrotta da prima.

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FINE

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Niente funerali di stato per Sanguineti, ovvero le ceneri di Mike e “Giovani senza lavoro” sono apparsi in: Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi (Einaudi, 2011).

Classicismo compulsivo, cosologia ed epica condominiale – appunti di poetica (Luciano Mazziotta)

Classicismo compulsivo, cosologia ed epica condominiale – appunti di poetica (Luciano Mazziotta)

Nel De memoria et reminiscentia Arisotele sostiene che ogni prassi, ogni azione che compiamo resti “impressa”, quasi come un corpuscolo, nella nostra mente, trasformandosi col tempo in quell’epifenomeno chiamato “ricordo”. D’altra parte, famosa è la massima di Cartesio, secondo il quale “noi siamo ciò che ricordiamo”. Non so a cosa si riferisca Aristotele in questo passo e ho tanti sospetti nei confronti di Cartesio: ho però la certezza che le nostre azioni siano in gran parte non volontarie né tanto meno eclatanti. Muoviamo braccia, diciamo parole a caso e agiamo molto più spesso senza alcuna consapevolezza. Il cuore è un muscolo involontario e le ciglia sbattono quasi di nascosto. Per non parlare degli starnuti, del respiro di cui sappiamo dire qualcosa solo quando manca. Queste azioni non esistono eppure è la loro somma che crea una vita.
La linearità della memoria coatta non permette scivolamenti: e per questo bisogna interrogarsi tra l’immenso vuoto che separa Memoria e memoria. La maiuscola non è di poco conto. Un sistema condiviso come la Memoria non può che procedere per approssimazione, non può che escludere dal suo sistema ciò che il sistema stesso ha definito “trascurabile”.
[Ho voluto per un giorno oppormi a questa forma di anamnesi malata ma diffusa. Ho cercato di trascurare i mirabilia approssimati. Ho comprato un taccuino e ho deciso di annotare tutto ciò che componeva la mia giornata: un totale di 159 sbadigli, 97 stiracchiamenti, indefiniti movimenti delle mani che si aggiravano intorno ai 30-40 per secondo, senza contare i tremori nervosi. Ho mangiato più di tre volte ma purtroppo non sono riuscito a rilevare tutte le volte che ho sbattuto le ciglia. Ho chiamato una persona con un altro nome per 5 volte, pur non pensando all’altro nome, forse per una strana coincidenza che tra un morso alle labbra e un passo è diventata significante. A fine giornata ero così stanco, tanto stanco che mi sembrava di aver abitato un’altra dimensione: avrei ricordato per tutta la vita i miei sbadigli berlinesi di quel 12 Maggio 2011. Avrei ricordato quante volte ho scrocchiato le dita e quante chiamate ho ricevuto: 7 in totale più una chiamata senza risposta (in questo mi sono aiutato, certo, con la memoria del mio cellulare). Avrei stilato un catalogo di miniature dalla “virtù sconosciuta”.]
Se la Memoria ufficiale è una strada, un rettilineo lungo il quale si può sempre tornare indietro seguendo la catena degli eventi, risalendo ad un arché, la memoria mi si offriva come un “mosaico” di gesti incastrati e nascosti: è stata la mia scoperta archeologica nel caos idillico di Parkstrasse. La memoria mi assicurava che alcune tessere del mosaico sarebbero saltate e alcuni percorsi sarebbero stati incidentati, inserendo la caduta, il lapsus, come caratteristica naturale del catalogo dei dettagli trascurabili. La mia scoperta più grande quel giorno è stata la annotazione compulsiva: l’impossibilità di ricordare tutto, la necessità del vuoto, dei punti di fuga, delle buche. È dalla caduta in questi interstizi che poteva nascere quello che definirei Classicismo compulsivo, da non intendersi come “istintivo”. La compulsione è quello spazio non compatto creato dalla annotazione di “dettagli marginali” in cui, una volta scoperto il “margine”, si scava ancora più a fondo. Nell’inquietudine moderna di catalogazione di piccole imprese – ricordiamo per contro-esempio il II libro dell’Iliade che procede verso una direzione contraria – l’unica forza possibile è rifugiarsi nella forma. La forma è compulsiva perché svela l’ossessione di dare ordine, endecasillabico, al caos delle cose minime. Se dunque la memoria, da un punto di vista macrotestuale, dà origine al Classicismo compulsivo, nell’unità minima della poesia – così Lotman in “La struttura del testo poetico” definiva il verso – essa non può che manifestarsi come Cosologia, studio, disposizione della cosa.
L’attenzione per il particolare però si distingue tanto dall’enfasi che le poetiche barocche conferivano al “dettaglio”, deformandolo fino al paradosso, tanto dalle poetiche dell’oggetto del secondo novecento, studiate e promosse in prima istanza da Luciano Anceschi.
La modernità non può deformare ancora ciò che in realtà si è scoperto essere deformato di per sé, in quanto reperto conservato in pessimo stato. La cosa non è né deformata né simbolizzata come nelle poetiche dell’oggetto. La cosa non ha misteri ma viene inserita armonicamente nel tessuto del Classicismo compulsivo. Dal caos dei vuoti e dell’accumulo, dall’angoscia esistenziale e nevrotica di non poter annotare tutto, deriva la compulsione formale che nell’unità minima invece vuole generare un cosmo cosologico: lavatrici, scontrini, previsioni del tempo, borse di pensionati, calendari, potrebbero inserirsi nel discorso poetico senza alcuna “democrazia linguistica” o “degli oggetti”, senza intenzioni di “familiarità” o di “intimità”, non volendo tanto meno conferire un “valore in sé” alle cose. Le cose stanno lì solo perché esistono: ed in quanto “esistenti” possono fare parte di un discorso “mnemonico”. Se l’armonia cosologica può rassicurare, non saprei. So che le cose possono essere ricordate come può essere ricordata una battaglia, e nel lancio di un frigorifero da un balcone, nella conversazione in ascensore mi sono ritrovato a provare un senso di “meraviglia” (barocca e platonica allo stesso tempo) non inferiore rispetto all’osservazione dei grandi eventi storici. In questo e per questo rivendico una parità di diritto della cosa rispetto all’evento, tanto da poter la cosa stessa, una volta memorizzata, sia farsi “poesia civile” – in quanto parte di una città, di una polis, dunque cosa spazializzata – sia inserirsi a pieno titolo nell’immaginario collettivo, ed in quanto tale dare voce all’espressione poetica stessa della collettività: l’epos, l’epica.
Una delle caratteristiche dell’epica tradizionale era il suo svolgimento in luoghi aperti, in paesaggi e spazi ampli: era la quete del cavaliere che si muoveva, per l’appunto, alla ricerca di un oggetto particolare, di una donna, o semplicemente di se stesso. Tale aspetto in realtà si mantiene anche nell’epica novecentesca: La ragazza Carla si svolgeva a Milano così come La capitale del Nord di Giancarlo Majorino, e la dimensione della “strada” e della “quete” si manteneva anche ne La ballata di Rudi. L’epica della cosa è invece voce dei suppellettili che trovano il loro habitat naturale nella “casa”. Non è epica del domestico, perché il domestico prevede ancora i soggetti, e già in realtà La vita in versi di Giovanni Giudici rientrava pienamente all’interno di tale tendenza.
La strada, i paesaggi aperti erano gli spazi dell’epica tradizionale, la città lo è dell’ (anti)epica novecentesca – fatta eccezione per Pavese in cui domina ancora la campagna, ma è già epica nostalgica, del mondo perduto – la casa, gli interni lo sono dell’epica del domestico.
La voce della cosa, la cosologia e il Classicismo compulsivo si possono manifestare al contrario a livello strutturale come “Epica condominiale”. Gli spazi non sono solo quelli domestici, ma c’è una dialettica tra appartamenti, una comunicazione a distanza tra le cose di casa. La casa dà idea di un singolo abitante e di una sua identità e a volte una rassicurazione dalle minacce dell’esterno. Il condominio, l’epica condominiale invece non trova serenità, è tutta un vociferare di cimeli inutili in continuo contrasto tra di loro. Le voci non sono mai consolatorie, e gli oggetti non suscitano mistero e non sono “souvenir”, sono solo “bisbiglio” di qualcosa di disusato ed insensato.
La memoria trascurata e secondaria che si manifesta nell’unità “Poesia” in forma di Classicismo compulsivo, e dell’unità minima della poesia come “Cosologia”, trova la sua organizzazione in una silloge ed in un percorso esclusivamente come “Epica condominiale”, perché è “movimento” fittizio, “dialogo” cordiale e ipocrita e armonia coatta.

(Testi rispondenti o più o meno corrispondenti a questi intenti poetici si possono trovare su La dimora del tempo sospeso col titolo  Previsioni e lapsus)