Oskar Pastior

Oskar Pastior a 90 anni dalla nascita

90 anni fa, il 20 ottobre 1927, nasceva a Sibiu Oskar Pastior. In occasione di questa ricorrenza propongo una mia traduzione inedita di una poesia tratta dalla raccolta Gedichte, del 1965, apparsa a Bucarest per Jugendverlag nel 1966. Altre traduzioni di testi di Oskar Pastior apparse su Poetarum Silva si possono leggere qui, qui  e qui. Sempre nella mia traduzione, alcuni testi di Oskar Pastior sono stati pubblicati sul n. 7 (2017) di “Punto. Almanacco di poesia“. (Anna Maria Curci)

 

SU BROCCHE DI TERRACOTTA CIRCOLANO LEGGENDE,
narrano che fossero le figlie di alberi,
alberi vetusti, che oggi da lungo tempo
sono campi o pozzi o villaggi.
A quel tempo le brocche crescevano ancora
come zucche sospese tra il fogliame,
un po’ più vicine alla pioggia, un po’ più lontane dalla forza di gravità.
Più simili alle nuvole, eppure più resistenti.
Così c’era qualcosa di fresco nel loro fondo
che non si seccava mai; il polline
era di natura astrale, e quando maturavano
si colmavano di ronzio di miele.
D’inverno, quando le fronde erano volate via,
le brocche erano ancora ardenti come soli.
Quelli che le coglievano, erano pastori e pescatori e contadini.
Davano loro nomi come nostalgia o patria
o bellezza o vita o morte,
assegnavano loro il posto nella casa
e da allora in avanti le consideravano
come proprie figlie.

Oskar Pastior
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

VON TONKRÜGEN GEHEN SAGEN UM,
sie seien die Kinder von Bäumen,
uralten Bäumen, die heute längst
Felder sind oder Brunnen oder Dörfer.
Damals wuchsen die Krüge noch
wie Kürbisse hängend im Blattwerk,
etwas näher dem Regen, etwas ferner der Schwerkraft.
ähnlich den Wolken, doch beständiger.
So war etwas Kühles an ihrem Grund,
der nie austrocknete; der Blütenstaub
war sternischer Natur, und zur Zeit der Reife
füllten sie sich mit Honiggesumm.
Im Winter, wenn das Laub fortgeflogen war,
glühten die Krüge noch immer wie Sonnen.
Die sie pflückten, waren Hirten und Fischer und Bauern.
Sie gaben ihnen Namen wie Sehnsucht oder Heimat
oder Schönheit oder Leben oder Tod,
wiesen ihnen den Platz zu im Hause
und betrachteten sie fortan
als ihre Kinder.

Oskar Pastior
(da Gedichte, ora in »… sage du habest es rauschen gehört«, Werkausgabe Band 1, Carl Hanser Verlag 2006, 125)

 

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, perché appartenente alla comunità di lingua tedesca, fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949. Al ritorno nella città natale, nel 1955 intraprese il corso di studi in lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania. Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino. Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito: nel 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius, nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985), Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi.

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie

curci

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio, 2015

.

Leggere le poesie di Anna Maria Curci significa, tra le altre cose, accettare numerosi inviti. Significa giocare su più tavoli, con più giocatori. Quando si leggono i versi di Anna Maria Curci, si sta dentro il nostro tempo, molto caro alla scrittrice e traduttrice romana, ma, contemporaneamente, si è invitati a confrontarci con la storia. Quello che è accaduto prima di noi, delle nostre vite e in quelle degli altri, segna il nostro presente e, che ci piaccia o meno, il nostro futuro. La storia entra nelle parole, ci entrano le guerre, i bombardamenti, ci entrano i ricordi, i racconti dei vecchi. Conta la memoria. Il bianco e nero vale quanto una fotografia a colori. L’altro invito che riceviamo è quello del confronto con la letteratura. Anna Maria Curci convoca in queste pagine tutte le sue letture, i suoi studi. I libri e gli autori che ha amato o che l’hanno influenzata. Gli scrittori, quasi sempre europei, sono o citati indirettamente, o menzionati, o, comunque, fonte d’ispirazione. A farla da padrona è la letteratura tedesca, di cui la Curci è ottima e inesauribile traduttrice. Si sente la Bachmann, si sente Trakl, e poi Pastior, e molti altri, ma anche il nostro Scotellaro. Sono lì presenti e irrinunciabili.
Per questi motivi leggere le poesie qui raccolte vuol dire leggere anche molte altre cose, vuol dire mettersi in un’ellisse dentro la quale spostarsi di rimando in rimando, di pronuncia in pronuncia. Significa, in sostanza, prendere appunti e andare poi a cercare qualche libro, qualche passaggio. Traendo ispirazione dalla letteratura che ama, Curci fa un regalo a noi, non ci resta che accettarlo.
(altro…)

Di civette e cucuwàsh. Oskar Pastior e Yzu-Francesco Albano

Pastior_Imago Yzu_bianco_nero

 

La civetta della neve

Vengono anch’essi a scaldarsi
accanto al camino i vecchi Dei.
Viene intirizzita a chiederci asilo
la civetta della neve.

Leonardo Sinisgalli

.

Traducendo Zärtlich di Oskar Pastior

Con Pastior porto le civette ad Atene;
gelosamente, al ritmo di Tirso.
E mi sorride la saggia noncuranza
del cuore che saltella, carezza
immemore di ingorda indifferenza.

Anna Maria Curci

.

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La civetta, simbolo, presenza e forza,  sorvola da tempi molto antichi la poesia. Sembra, anzi, che essa, nei casi più durevoli per bellezza e verità, non l’abbia mai abbandonata. Nei testi qui affiancati – rispettivamente di Oskar Pastior e di Francesco Albano, in arte Yzu, di cui ricorre oggi il terzo anniversario della morte – la civetta volge il suo sguardo ai poeti e li sostiene, carezzevolmente sapiente oppure  immobile con sovrana dignità.

 

ZÄRTLICH

Dichter tragen mitunter Eulen nach Athen?
Mir gefällt es wenn die Eulen
weise sind und wir sie
sorgsam tragen.

Unter den Achselhöhlen der kleinen Athenerinnen
ist so viel Platz für die
klugen Liebkosungen
der bernsteingefiederten Vögel.

Auch Wiederholungen
heben den Thyrsustakt.
Leichter tanzt der Marmor,
wenn die Reprise ihn auffordert.
Oh wie jung macht das Erkennen
und wieder und wieder das
schöne Erkennen!

Weiser werden selbst die Eulen
im Nest, so nahe dem
hüpfenden Herzen.

(altro…)

Reloaded (riproposte estive) #3: Gli anni meravigliosi – 18 – Oskar Pastior

Pastior_copertina

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

 

La diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«,  Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985),Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci

L’articolo è apparso la prima volta il 18 luglio 2013, qui.

Oskar Pastior, Resa dei conti

86 anni fa, il 20 ottobre 1927, nasceva, a Sibiu, Oskar Pastior. I lettori di “Poetarum Silva” hanno incontrato la sua poesia in occasione della diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi”. Oggi possono leggere qui un altro suo componimento poetico nella versione originale in lingua tedesca e in traduzione italiana.

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ABRECHNUNG

Das Standbild der Undeutlichkeit nährt sich von gepökelten Paradoxen.
Die Vorhangszieher des Wortes verhüllen das Schandenmahl,
bei welchem Trunkenbolde Zuhälter sind.

Nicht weniger gefährlich sind die
Eintänzer der scheinenden Logik, die
Jongleure der unwirklichen Widersprüche, die
Aufhalter der Zeit im Kostüm der Vollkommenheit.

Die Nützlichkeit von Versen erweist sich außerhalb der Verse,
in den Dingen,
wenn sie nützlicher werden.
Ebenso ihre Schönheit, wenn die Menschen die Verse gebrauchen,
um besser zu werden.

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RESA DEI CONTI

La statua della vaghezza si nutre di paradossi salmistrati.
Gli addetti al sipario della parola lo calano sul banchetto della vergogna
nel quale sono beoni a fare da magnaccia.

Non meno pericolosi sono i
gigolò della logica apparente, i
giocolieri delle antinomie irreali, gli
intercettatori del tempo nell’abito di scena della perfezione.

L’utilità di versi si dimostra al di fuori dei versi,
nelle cose,
quando diventano più utili.
Così la loro bellezza, quando le persone adoperano i versi
per diventare migliori.

Oskar Pastior (da: »… sage, du hast es rauschen gehört«. Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 89)

(traduzione di Anna Maria Curci)

Gli anni meravigliosi #18: Oskar Pastior

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Pastior_copertinaLa diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

 

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«. Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci