Ortica Edizioni

Henry David Thoreau, da “Disobbedienza civile”

Ho a che fare con il governo americano, o meglio con il suo rappresentante, direttamente, faccia a faccia, una volta l’anno, non di più, nella persona del suo esattore delle tasse; questa è l’unica occasione in cui un uomo della mia posizione deve averci necessariamente a che fare; e qui lo Stato dice chiaramente: “riconoscimi”; nell’attuale stato di cose il modo più semplice, il più efficace, di trattare con esso – con una sua testa – di esprimere la vostra poca soddisfazione ed il vostro poco amore per lui, è di dire no in quel momento.
Il mio civile concittadino, l’esattore delle tasse, è l’uomo in carne ed ossa con cui devo trattare – perché, dopotutto, è con gli uomini e non con la pergamena che litigo – e lui che ha scelto volontariamente di essere un rappresentante del governo.
Come potrà egli mai sapere con esattezza lui chi è e cosa fa come ufficiale del governo, o come uomo, finché è costretto a chiedersi se deve trattare me, suo prossimo, per il quale egli nutre rispetto, come un vicino di casa e un uomo ben disposto, o come un maniaco ed un disturbatore della pubblica quiete; e come potrà capire se può superare questi ostacoli verso il suo prossimo senza il bisogno di pensieri o di discorsi più insolenti o impetuosi che corrispondano alla sua azione.
Una cosa la so bene, che se mille, se cento, se dieci di cui potrei fare i nomi – se solo dieci uomini onesti – sì, solo un uomo onesto, in questo stato del Massachusetts, cessando di tenere degli schiavi, si ritirasse effettivamente da questa associazione, e per questo fosse rinchiuso nella prigione della Contea, ciò porterebbe all’abolizione della schiavitù in America. Perché non importa quanto piccolo ed insignificante possa sembrare l’inizio: ciò che è fatto bene una volta è fatto per sempre. Ma preferiamo limitarci a parlarne: quella, diciamo continuamente, è la nostra missione.

 

da: Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, Ortica Editrice