Orfeo

Festlet #3: Empatia

Marco Malvaldi, Simonetta Bitasi, Diego De Silva

Te l’avevo detto, dice al suo compagno il bambino in prima fila. Te l’avevo detto che se la mangiava il serpente.
A voler essere precisi, il serpente le avrebbe solo morso la caviglia. Provo un improvviso afflato verso la verve iperbolica del bambino.
Siamo davanti all’Orfeo di Monteverdi, appositamente ripensato per bambini dai sei anni in su (ma gli adulti sono i benvenuti) da Teatro all’improvviso e Accademia degli Invaghiti. Così i bambini ascoltano selezionati brani, che hanno per collante la voce narrante di Giuseppe Semeraro, mentre Dario Moretti, che ha curato testo, regia e pittura dal vivo, mette in scena con crete e piccoli pupi la storia del cantore innamorato e del suo amore tragico. Te l’avevo detto che moriva di nuovo, chiosa il bambino a spettacolo concluso. Il suo amichetto si chiede perché Orfeo si è girato, dimostrando una certa precocità.
Di empatia ha parlato Marco Malvaldi, intervistato da Radio 3 Fahrenheit, riguardo al patto tra lettore e scrittore: «Se scrivo che gli spaghetti sono scotti, è un errore aggiungere che i commensali sono delusi». (altro…)

Antonio Spagnuolo, L’ultimo tocco

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Antonio Spagnuolo, Ultimo tocco, puntoacapo 2015

Una scelta di poesie con una nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Sbaglia chi ritiene che sul tema del compianto e del rimpianto sia stato già scritto tutto, in special modo in poesia. Il ‘lungo addio’ che Antonio Spagnuolo va articolando all’amata moglie morta raggiunge ne L’ultimo tocco completezza, sicurezza espressiva e singolare coerenza. Fa bene Mauro Ferrari, nella postfazione, a sottolinearne la coesione.
Alla solidità dell’architettura della raccolta – due sezioni, Ultimo tocco e Memoria, composte rispettivamente di undici e quarantasette poesie, numerate con lettere dell’alfabeto le une e con numeri romani le altre – si affianca la compiutezza di ciascun testo.
A trattenere l’attenzione del lettore sono sia l’andamento, sia l’effetto di ogni singolo componimento, il quale, a sua volta, si inserisce coerentemente e come tassello indispensabile nella raccolta. Andamento ed effetto sono il risultato di un equilibrio dinamico tra familiarità con metri (in grande varietà, giacché quinari, novenari, endecasillabi si alternano a versi lunghi) così come con topoi della tradizione letteraria, dal mito in avanti (sempre in quella che Ferrari indica come “assoluta concentrazione tematica”) e originalità nelle soluzioni che interpretano’il’ tema e che lanciano e lasciano, insieme alla testimonianza del proprio dolore, insieme alle visioni angosciate, spunti per riflessioni, lucide immagini alle quali non è estranea la professione di medico del poeta Spagnuolo, approdi per sostare e ripartire poi in successivi viaggi di ricognizione del sé e del reale.
Chi legge, dunque, porta con sé non solo il dono di una potente e veritiera esplorazione del dolore, ma anche le indicazioni per comprenderlo come parte ineliminabile della condizione umana, muro, limite nella morte, ingrediente di base della vita.  Ci troviamo dinanzi a un ‘libro d’ore’ dell’amore terreno, perduto, pianto e sempre, sempre, cercato, così come dinanzi alle’istruzioni per la vita e per la poesia’ scritte, per così dire, da un Orfeo che sa irridere se stesso e da un Ulisse consapevole degli scogli contro i quali può infrangersi il suo perenne spronare.

© Anna Maria Curci

***

Dalla sezione Ultimo tocco

 

C

 

Palpando l’antiquato pentagramma
indifesa memoria spigoli ombre
al di là della porta.
Una mitrale incespica ai contorni
stacca granulociti
cerca vertigini
per coprire l’orlato
e la clessidra come scenari incontro al giorno.
Parlami ancora di te, dei tuoi singhiozzi,
delle incertezze incredule che non hanno senso,
perché un certo infinito gioca a beffare
il turbinio dell’incoscienza.
Il segno, forse restaurato, grida vendetta
nella profonda gola di un flauto,
strano connubio di percorsi nel canto.
Increspano le note in cerca dell’attesa
nell’aroma del pube,
strapiombo degli anni senza rupe.
Vesti finzioni in lontananza
sempre più nette,
quasi armonie senza licenze,
e catturi il torace sussurrando appena:
stranito in pause che non fanno storia
sprofondo in sopraccigli
alla scommessa del sesso
dissociando l’ennesima ischemia.

(altro…)

“Fenomenologia del NunTeMove”, di Gianluca Wayne Palazzo

from Stanley Kubrick - 2001 A Space Odyssey

from Stanley Kubrick – 2001 A Space Odyssey

La domanda è se ci manca il coraggio come specie, o se siamo così bravi e scrupolosi da aver battuto tutte le piste e averle trovate senza uscita.
È la questione della hybris, che evidentemente è impiantata in noi a profondità tanto insondabili da non poter essere estirpata.
Io non credo di aver mai letto o visto fantascienza, distopie, ipotesi di futuro, fantasie quali si voglia, insomma, nelle quali si ponga rimedio a una delle grandi doglianze dell’umanità, senza che questo provochi guai assai peggiori, tanto da preferire quelli cui s’era messa una toppa. Alludo in particolare alla morte, alla perdita, ma vanno bene anche le guerre, gli omicidi e qualsiasi male affligga la razza umana. Il prezzo per ogni soluzione è sempre troppo alto da pagare, e alla fine stavamo meglio quando stavamo peggio.
(altro…)

Davide Nota: Endimione

DAVIDE NOTA, ENDIMIONE (2015)

Copertina

I.

Tutto è raccolta. Quando lʼastro eclissa
come un veliero lʼuovo luminoso
da cui risorge Fenes, esistiamo.
E tutto è luce. O dove il caos, si schiude
una saetta improvvisa. E il fiume scorre.
Qui siamo, nelle forme destinate,
accolti. Non io o tu ma questa palpebra
di luce prenatale, questa sfera
che ora chiami “il motivo”. È come un sogno
dove non scisso ma infinito il flusso
di energia e materia pervade il fine.
E dunque nasce. Un grattacielo ha occhi
di fuoco e mille pensieri. Il pianeta
è in fiamme. Io contemplo lo sbocciare
degli eventi come rivelazione.
E un vento tiepido di marzo nella
notte fatale, dove tutto accade.
I lampioni esalano sangue. Il seme.

II.

Il seme cade. (Senza patrocini.)
E il sole non è ironico. (Riscalda.)
Perché lʼuomo, capace di splendori,
fu anche in grado di funesti inganni?
Gli dei hanno ben altro a cui pensare.
E cosa può una canzone? Là là là!
Perciò mentre gli eserciti si accalcano
ai confini della vecchia casa un fiore
ho colto, per il mio amore. È tutto giallo!

III.

Casa, casa. Dove non ho memoria?
Una ragazza il fato volle mia
compagna. Ed io lʼamai. (Profusamente.)
Vi scrivo dal futuro questa lettera
che presto arrivi ai piedi di una quercia
che ancora non sapete. Casa, casa.
Tra le zolle immersa. Come un altare
di suoni e colorata. “È tutto in fiore!”
(come scrisse il Sanchio)
ciò che lʼansia non deturpa di codici.

IV.

“Nascere! Cantare! Grondare immagini!
Nel corso degli eventi che si sciolgono
per diventare un albero noi siamo.
Occhi di lago, la tua onda avviene
a me come elemento di me stesso.”.
Così cantò Endimione alla deriva
nel bosco senza nome a cui si diede.
E il bosco che aderiva gli rispose
con la voce delle felci nel vento.

Endimione1

V.

“Solo ciò che non si vede esiste.”.
(Lavorando per sottrazione.)
O solo ciò che non esiste si vede?
O è questo accorgermi camminando di essere
al tuo fianco
molto prima dei mondi?
UNʼINCLINAZIONE SFAVOREVOLE (dice)
pro contro pro contro tic tic
non farò in tempo se piove non
(è una sindrome) (un complesso di sintomi che concorrono
a un quadro clinico) CLICCA QUI
“Perché non si scrivono più poesie dʼamore?”.
(Questa vergogna dʼessere
al cospetto…)
Addio, lago ghiacciato.
Campanelli, campanellini belli.
Lʼeclissi non mi colse […].

(termosifone) (stanza) (procedura) (insert coin)
(tergicristallo) (software) (pelle rossa) (visione)

(quantità accumulate) (di notifiche e dati)
(frigorifero) (torsione) (neon) (déja vu)

“Lʼho visto quel falò. Ce ne sarà
qualcuno di più importante?”. “Sì, tra poco.”.
Mi dicesti:
“Ciao!”. Ti dissi.
Il venti marzo del duemilaquindici.
[…]

Lʼeclissi non mi colse impreparato.

VI.

CIP CIOP! CIRICIOP!
Una sinistra aria
che per lʼuomo è lʼombra.
Una metropoli nel caos dei disservizi.
Cavalcando, cavalcando…
LOL!
Il flauto di Pan.

(depone uova) (sottocutanee) (la cavia)
(si annidano colonie) (nella saturazione)

(il tornio esiste) (è una funzione esponenziale)
(raggio di convergenza) (un argomento complesso)

(il logaritmo) (bava) (il logos) (annidato)
(tutta la storia è storia) (di una dissociazione)

(e non c’era niente, niente che io potessi fare
oltre una larga diffusione di indifferenza…)

Oh qui ti vidi per
la prima volta, principessa indiana sotto i portici
di Piazza della Libertà a Macerata.
Avevi in mano un vassoio di paste.
[…]

Due laghi […].

VII.

Due laghi nella notte marchigiana.
“Ti aspetto nel giardino. Ho una gonna
bianca. Mi vedi subito.”.
La ragazza ha sognato
una stanza (uno spazio) da attraversare (su cui affacciarsi)
(dopo un breve corridoio) (ad angolo).
Dunque sʼaffaccia e vede.
[…]

Lʼuovo […].

VIII.

Peona mia sorella dice sei sparito nel momento del bisogno come tutti gli altri. (Dove sei finita, luce? Queste nuvole…)
Un ripugnante gancio ci solleva e produce…
Può darsi che un amore puro sbocci nei parametri del caos?
Senza risentimenti. O isterie normative.
“Légami.”. Dice:
“I legami monogami non appartengono al tempo.”.
E una web-cam è un lago
dove affonda la pietra
lanciata da un ragazzo
ai bordi della sera.
E una ruspa solleva del materiale incongruo.
Ti aspetto in uno schermo
dove i segni si posano
come un paesaggio triste.
Ma il sacerdote nero che disegni
ostacola il passaggio e non esiste.

Endimione2

IX.

Vista, vista. Come potrei davvero perderti?
Quando si nasce è freddo. E poi si piange. E tutto è duro.
Tu mi chiamavi “Meraviglia santa”. Ed io “Luce”.
Quando eravamo un uovo luminoso. Un uovo elettrico.
Io non vedevo. Nero. Nero. Nero.
Allora cominciò a sollevarsi
una canzone come il mare alla luna.
E mʼelevasti vista dallʼeterno
sonno per nascere corpo nel sole.
Nel caos della sembianza, tra gli abbagli,
giocando a riconoscerci per sempre.
E quando chiudo gli occhi e tu dispàri
è solo unʼaltra forma del mio amore.
Quando la luna sanguina sul mare in fiamme
tra le necropoli delle autostrade sale
un grido strozzato a dirci: ci rivedremo.
Perché non io o tu ma forse un dio
inabissato risorge.

X.

Forse, dico. Privi di possesso. Scardinando
aspettative. Come un evento naturale.
Forse, dico. Incontrandoci per sempre
una prima volta. Tutte le mattine.
Forse, dico. Perché la vita è oscura.
Custodiremo questa grazia pura
nella carne, nella materia storica,
che disfa sé nel corso dei molteplici
avventi? Forse, ti dico. Forse! Il fiume
si inabissa per risorgere e la luna
sua sorella lo attende? O nellʼunione
che non ha pretese Diana si stese
e disse: “Coglimi. Sono nata
per essere brucata dai tuoi vermi.
A te mi affido. Scioglimi.”? Ma poi
scomparsa ovunque risiedeva il vero
cosa significava? Se Endimione
non altro aveva che al risveglio lʼaria
a cui affidare il suo amore? Meditava
come fanno le pietre che non sono
quando aspettano il fuoco. E il giorno giunse.
Era pieno di nuvole.

XI.

In autostrada. Una bufera. Il mare
soffia tristi presagi. I tir bagnati
trasportano materiali grondando. Un autogrill
è un luogo in cui le anime non sanno
quale giorno li attende. E si attraversano
guardando i gesti cari che separano
gli eventi come specchi senza vita,
sfogliando i giornali oppure sciogliendo
biscotti industriali dentro ai caffè.
E tutto è falso. Il tutto
che appartiene adesso a un nastro trasportatore, a un nastro
recintato da lampioni e guardrail.
In auto Endimione scarta un uovo
di Pasqua, espone un ciondolo nel quadro
del parabrezza incrinato, le nuvole
(lo sfondo) gli trascorrono nemiche
come Erinni dai millenni soffiate.
E lʼautoradio emana fredde news.

XII.

Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…
Un messaggero dentro la bufera
ripete lʼarte dellʼattesa è sacra
mentre lʼauto attiva il tergicristallo
e lʼansia dei codici non scompare.
E lui non doveva più sperare
ma solo accogliere i segni dal fondo
come cadaveri emersi dal mare.
Perché crudele è lʼagonia del mondo.
Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…

Endimione3

Questi dodici momenti di un poemetto in corso avvengono tra il 20 marzo e il 4 aprile del 2015, tra unʼeclissi di sole e unʼeclissi di luna anche detta “luna di sangue”. Entrambi gli eventi astronomici coincidono con la vigilia di due date simboliche profondamente evocative per la cultura pagana e cristiana di cui il canto è intriso: lʼingresso nella primavera del 21 marzo e la domenica di Pasqua del 5 aprile. Eppure la realtà automatica è sempre in agguato quando invece di affidarsi allo sviluppo musicale del “motivo” ci si volta indietro titubanti come Orfeo che aveva quasi portato in salvo la sua Euridice. Endimione dovrà dunque, nelle prossime puntate, attraversare quattro mondi (il fuoco, la terra, lʼacqua e lʼaria) prima di poter riabbracciare la ragazza indiana, nel bosco di un amore molteplice e unitario dove la dea Diana si incarnerà in entrambi.

© Davide Nota

 

Davide Nota è nato nel 1981 in provincia di Milano e risiede da sempre ad Ascoli Piceno. Ha studiato Lettere moderne a Perugia e ha vissuto a Roma per alcuni anni. Ha fatto parte della rivista “La Gru” e del collettivo “Calpestare lʼoblio”. Ha pubblicato i libri di poesia Battesimo (2005), Il non potere (2007) e La rimozione (2011). Ha fondato la casa editrice Sigismundus con cui ha dato alle stampe lʼultimo libro di Roversi e gli scritti inediti di João César Monteiro.

Illustrazione di copertina e disegni di Alice Linus