Ombretta Ciurnelli

Walter Cremonte, Cosa resta (nota di Ombretta Ciurnelli)

Walter Cremonte, Cosa resta, Aguaplano Editore, Passignano 2018

Cosa resta di Walter Cremonte, pubblicato nella collana Lapsus calami dell’editore Aguaplano (Passignano 2018), raccoglie liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016 cui si aggiungono due inediti. Se si considera la propensione dell’autore a costruire brevi percorsi di scrittura, a volte consegnati a libriccini di poche pagine stampati in proprio e in pochissime copie, non c’è che da rallegrarsi per la pubblicazione di un’antologia che raccoglie e salva dalla “dispersione” una scrittura poetica sempre intensa e profonda, offrendo un saggio significativo dei temi e della cifra stilistica che la caratterizzano, come era già accaduto nel 1999 con il volume antologico Contro la dispersione (Perugia, Guerra Editore) che raccoglieva testi composti nell’arco di circa vent’anni.
In Cosa resta si narrano sia ingiustizie e contraddizioni del nostro tempo sia gli affetti più intimi e gli accadimenti che di necessità segnano e sostanziano la poesia attraverso intense immagini e figure che della vita declinano in modo sommesso e in un alternarsi di chiaroscuri le pieghe più intime. Il volume si apre con liriche che traggono spunto da fatti di cronaca; tra questi risalta in particolare la storia di una giovane rumena, dileggiata dalla madre per la sua pelle troppo bianca e costretta a fuggire, o i poveri operai irrisi nel loro diritto alla sicurezza. Accanto a figure che attestano impegno civile e profonda partecipazione alla complessità umana e sociale della storia più recente, ci sono gli amici poeti, come Franco Scataglini e Paolo Ottaviani, con cui si condividono tensioni e approdi o i compagni di sempre, nel ricordo di lotte vissute insieme e della gioia della rivoluzione, come Roberto Volpi. E tra gli affetti familiari c’è il figlio Nicola, un Orfeo del nostro tempo, più che mai presente in tutto il volume, anche se il suo sorriso non si lascia prendere. E c’è Giovanna con cui, in un intimo e sommesso colloquio, si condividono ricordi, attese, disinganni, sogni, speranze. E tutto ciò sullo sfondo di luoghi concreti, solo a tratti cupi, come la cella della lirica Stalinista, ma più spesso permeati di lirismo a comporre una sommessa geografia in cui si proiettano emozioni e ricordi, nonché l’eco di storie e narrazioni, come le vie delle città (la via del Bulagaio a Perugia o Corso Sempione a Milano), o il «colle giardino, il bosco/ amiatino», le siepi e gli orti familiari, il Lago Trasimeno, il fiume Tevere, il mare, i monti azzurrini, sempre con toni pacati e sommessi, lontano da astrazioni e idealizzazioni. (altro…)

Salvatore Bommarito, Cantunera sciroccu (rec. di Ombretta Ciurnelli)

 

Quando lo scirocco soffia a frevi dâ quarana
Cantunera sciroccu di Salvatore Bommarito

 

Non fa nemmeno sudare,
ma stringe dentro un pugno il cuore,
scaglia le rondini a rompersi contro la sciara […]
seminando sabbia africana in ogni piega della pelle e del suolo.
(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore)

 

La poesia di Salvatore Bommarito evoca una Sicilia arcaica, sospesa tra realismo e trasfigurazione. Nella sua prima raccolta, Vinnigna d’ummiri (2012), il racconto poetico si condensa attorno alla notte di Ognissanti, quando, secondo una tradizione che risale ad antichi culti pagani, i defunti della famiglia tornano a visitare i vivi, lasciando doni ai bambini; mentre nella seconda opera, Cantunera sciroccu (2016), a dominare è lo scirocco che lega tra loro leggende, memorie e racconti.
Lo spirare di venti dominanti segna profondamente la cultura di una terra e può accadere che nell’immaginario popolare lo stato di prostrazione provocato dallo scirocco si colleghi a credenze e superstizioni. Nella poesia U sciroccu ca portàu me figghia un padre, affranto per la fuga della figlia, ne attribuisce la colpa allo scirocco, «nsurtusu a ciusciari a frevi dâ quarana» [insistente a soffiare la febbre della caldana] e il leggendario Colapesce, dal profondo degli abissi, lo sente n-capu [sul capo], mentre ai suoi piedi crepita l’altro fuoco. Altrove è «u re e ciùscia» [il re e soffia], sollevando il mare e scrivendo «littri a tutti/ e ’un c’è versu ’i fàrici calari a frevi» [lettere a tutti/ e non c’è verso di fargli diminuire la febbre]. In Cantunera sciroccu il caldo vento del deserto è richiamato da intense immagini che ne sottolineano la forza impetuosa, significando anche l’impotenza dell’uomo rispetto a destini ineludibili.
Al fuoco dello scirocco si collega anche la riflessione metapoetica. Nella lirica Palori ca ’un mi làssanu il poeta, per non perdere le parole e per avere da loro risposte, oltre a cunurtari [confortarle] o «dàrici a manciari/ farli trippiari» [dare loro da mangiare/ farle ballare], deve «jìrici appressu ntu focu du sciloccu» [andarci dietro nel fuoco dello scirocco]. È una concezione severa del fare poesia in cui si esprime anche il rapporto dell’Autore con il dialetto, lontano da tentazioni vernacolari e dalla ricerca di facili effetti. Le parole della poesia sono parole-memoria e accompagnano la nostra vita bisognose di cure. Possono essere dolci, come le memorie di un tempo passato, ma anche pesanti, «comu u chiummu/ pi tagghiarini a facci» [come piombo/ per tagliarci la faccia]. Bommarito vive la scrittura poetica in una condizione di umile e paziente attesa, come emerge nell’ultima lirica della raccolta, L’aju vistu fari, in cui attraverso la metafora della ricotta che non caglia, nonostante il fuoco, le cure e il riposo della notte, vuole significare che la poesia è come una creatura che «’un senti ammuttuna» [non sente solleciti], che «certi voti mancu l’arma ci abbasta» [certe volte nemmeno l’anima ci basta] e «sulu quannu ci cummeni assumma» [solo quando le conviene viene a galla] e «quasi ’un ci criremu quannu/ c’u mmiràculu…/ ni jinchemu i fasceddi» [e quasi non ci crediamo quando,/ col miracolo…/ ci riempiamo le fiscelle]. È un atto di fede «da non intendere in senso propriamente religioso, […] ma “laicamente umano”», come scrive Salvatore Di Marco nella prefazione alla raccolta.
Compito del poeta è non solo ricercare, curare e nutrire le parole, ma anche Arriciuppari ’u cuntu [Racimolare il racconto], come recita il titolo di una sezione di Vinnigna d’ummiri, e in tutto ciò il dialetto diviene forma e sostanza della memoria, nel continuo intrecciarsi di storie che compongono un ricco mosaico di umanità attraverso ricordi che testimoniano un rapporto intenso e profondo con le tradizioni e le leggende di cui si nutre la cultura popolare. (altro…)

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre, Luigi Pellegrino Editore 2016

Nota di Ombretta Ciurnelli

La raccolta nell’incendio e oltre, edita da Luigi Pellegrino Editore (Cosenza, 2016), è una nuova e convincente prova della vocazione poetica di Daniel Cundari, scrittore dalla personalità forte e vitale.
Nato a Rogliano (CS), Cundari ha vissuto a lungo per le strade del mondo (a Granada, a Shangai, in Germania), maturando ovunque ricche esperienze culturali in una dimensione translingue che lo ha portato a comporre versi, oltre che nel dialetto della sua terra d’origine, anche in lingua italiana e in spagnolo, affiancando alla scrittura anche la traduzione: dall’italiano allo spagnolo di tutte le poesie di Gesualdo Bufalino e in dialetto calabrese di molti poeti, tra cui Kavafis, Alberti e Mandel’štam.
Dalle vie del mondo è poi tornato ai suoi luoghi natii e nello ‘spaesamento’ si è innestato il profondo legame con la terra d’origine di cui nella sua poesia sa cogliere bellezze e incantamenti, andando ben oltre le contraddizioni proprie di tanti paesi che faticano a recuperare i passi sul tempo. In un’intervista egli nota come la letteratura in Calabria sia «politica, teatro, sangue, impegno civile, passione» che «si scontra ogni giorno con il mito e la religione, poiché è animata dall’irrazionale e dalla magia popolare». In particolare Cuti, il quartiere di Rogliano in cui è nato, è la sintesi di ciò che rappresenta per lui la poesia ed è la città ideale del suo dialetto, il luogo in cui «vestire i panni del Don Chisciotte, […] l’eroe dell’inutile e del gratuito» (Marco Paone intervista Daniel Cundari in umbriapoesia.it): ’u paese meu signo eu. / ’Na jestìma de amure (il mio paese sono io. / Una bestemmia d’amore). Attraverso vivi fotogrammi – a volte solo lampi di vita o di paesaggio in cui si mescolano presente e memorie -, Cundari così canta la propria terra, con profondo trasporto e sincera passione: ’ntra ’sta terra de ałìve e musche, / ’e ’mprùnte ’ncecáte, i puni vacânti / ’ scarpe sbunnâte ’ppe zumpare di’ murétti, / ’a préscia de chine arròbba ciràse […] tu’, tuni me rimâni, / ’ a fréve du criscimunno, a cammìsa, / ’ a mâ ’ mbutracäte de farïna, ’ a nive, / ’ a maścatura du catòju (in questa terra di ulivi e mosche, / i passi ciechi, i pugni vuoti, / le scarpe consumate per scavalcare i muri, / la fretta di chi ruba le ciliegie […] tu, tu mi resti, / la febbre della crescita, la camicia, / le mani piene di farina, la neve, / la serratura del magazzino).
Ma il cuore pulsante della raccolta è nel canto d’amore che sgorga con un’intensità tale da far smarrire il senso della ricerca delle ragioni stesse del suo essere: ’a vita ccu tie è vita, pecchi me trovu sulu si me perdu / ’ntra l’occhi toi. / Pecchi sini (la vita con te è vivere, / perché mi ritrovo solo se mi smarrisco / nei tuoi occhi. / Perché sì). Cundari si concede ai paradossi dell’amore nell’esultanza carnale delle carezze, nell’ebbrezza dei baci e, insieme, nei contrasti: tuni sì puru / doglia, cìnnara, śuma, / cultélli arruzzàti /sustu, macélli, riina, neglia. / Si / all’antrasàta carcaríj / ’u cièu łinchiia ‘’lu mâre (tu sei anche / dolore, cenere, schiuma, / coltelli arrugginiti / paura, confusione, sabbia, nebbia. / Se / all’improvviso accenni un sorriso / il cielo riempie il mare). (altro…)

Walter Cremonte, Con amore e squallore. Nota di Ombretta Ciurnelli

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Walter Cremonte, Con amore e squallore. Nota di Ombretta Ciurnelli
Nel primo fascicolo della nuova serie di “Passaggio”, il trimestrale di Poesia e arte curato dall’Associazione Culturale “La Luna”, che vanta la direzione letteraria di Eugenio De Signoribus, compaiono la raccolta Con amore e squallore di Walter Cremonte e la grafica Laceramenti 3 dell’artista urbinate Vitaliano Angelini. La breve silloge Con amore e squallore che contiene poesie inedite, insieme ad altre apparse nel 2014 in Come qualcosa che dura, dimostra ancora una volta la propensione di Cremonte a costruire percorsi brevi in cui si condensa un’intensa riflessione lirica. Il lavoro si apre con una prosa (Una nota sul titolo) in cui si dà conto del titolo scelto, tratto da Per Esmé: con amore e squallore, un racconto di J. D. Salinger. Al di là del contesto storico in cui si colloca la vicenda narrata (ne è protagonista un soldato americano, che è anche scrittore, dapprima nell’attesa dello sbarco in Normandia e poi al termine del secondo conflitto), l’amore è sentito dall’Autore come “motore” della poesia (perché, se no, si scrive?) mentre lo squallore è riferito all’uso di un linguaggio […] sempre più degradato, sempre più povero di grazia e di energia in una dimensione in cui le parole (e le cose) sono interscambiabili, non avendo più il loro luogo di appartenenza, il loro riferimento certo nella realtà. Ciò è da collegare anche all’ansia del dire poetico, in una visione della poesia in bilico tra limite e necessità: Come posso dire / come devo dire / tutte le cose / e del disastro […] cosa devo dire / (e come) recita altrove la lirica Come posso dire (in Come qualcosa che dura, 2014). Su questo sfondo va posto il tono colloquiale della poesia di Walter Cremonte, a volte densa di interrogativi, altrove risolta in brandelli di chiacchiere, ora nella condivisione ora nello smarrimento, sempre lontano da tentazioni retoriche, da facili suggestioni foniche, spesso in un borbottio che chiude le liriche a fissare l’essenza del vivere, in una semplicità basica del lessico, con toni pacati, solo in apparenza dimessi, sciolti in una tessitura di sottili rimandi letterari.

Ma lo ‘squallore’ va oltre la dimensione linguistica ed espressiva cui l’Autore si riferisce nella prosa Una nota sul titolo
Già nelle prime liriche della raccolta colpisce l’uso del condizionale: Potrei dire: fumo una sigaretta oppure Avremmo detto che era proprio quella la strada (da Una sigaretta e La strada), così l’insistere del verbo vorrei in L’erba voglio a sottolineare attese che sfumano o la condizione di impotenza che segna il nostro vivere, perché non c’è altro da dire quando sono assenze incolmabili a segnare lo scorrere della quotidianità, quando, secondo l’adagio di Gino Bartali citato nella lirica La strada, si scopre che è tutto sbagliato, tutto da rifare o quando si considera che la storia si risolve in un susseguirsi di generazioni prese in una spirale di colpe e rancori.
I versi conclusivi della poesia L’erba voglio (Vorrei questo, vorrei quello / non se ne esce) rimandano a un gioco, senza soluzione, di desideri e attese disattese, in un afflato che include tutti (e pure degli altri vorrei lo stesso / come se il tempo si fermasse / per tutti quanti) e che, tuttavia, si smorza nella sospensione pensosa di un interrogativo: allora / anche per chi sta molto male // e non vorrebbe che tutto si bloccasse / anzi, vorrebbe che il tempo passasse più in fretta?
Nella raccolta torna insistito il tema del tempo e alcune liriche riportano alla mente Virgilio: sed fugit interea, fugit inreparabile tempus, / singula dum capti circumuectamur amore; così, nell’ultimo verso della lirica Prove del teatro,  tutto scivola via come sull’onda, mentre nella poesia in forma di lettera indirizzata al tempo, nella compostezza e nell’equilibrio della scrittura, trapela profonda amarezza nel constatare che i giorni scappano / come ladri colti sul fatto e che, se il tempo non raccoglie il nostro invito a rallentare, non c’è nulla da fare, perché a decidere è solo lui. Il tempo. Saranno solo i sogni a confortarci, non quelli della notte, che son solo imbrogli / vadano al diavolo, ma quelli che facciamo da svegli che son come i pollini / che profumano l’aria, / l’acqua fresca che cogli / nel cavo della mano.
Può la bellezza dare senso e conforto al nostro vivere? In quella di un tramonto, di un paesaggio, di un libro Cremonte intravede già la malinconia velata dal rimpianto / così triste come chi ha già perduto / ormai tutto questo / come se tutto fosse andato via, fino a credere che solo le cose brutte / ci mettono allegria (da Le cose belle, le cose brutte) e nella lirica d’amore Un papavero, che chiude la raccolta, nel contemplare l’effimera bellezza di umili fiori, destinati ad appassire in un vaso, può esprimersi solo il desiderio, pur sempre insopprimibile, di credere a qualcosa che dura.
© Ombretta Ciurnelli
Vitaliano Angelini, Laceramenti 3

Vitaliano Angelini, Laceramenti 3

 

 

 

 

 

 

 

 

Pier Franco Uliana, Ornitografie. Recensione di Ombretta Ciurnelli

ornitografie

Pier Franco Uliana, Ornitografie, Arcipelago itaca Edizioni, 2016; € 13,00

Nella raccolta Ornitografie, premiata nel 2015 nel concorso letterario “Arcipelago itaca”, Pier Franco Uliana, in un percorso monotematico ricco di valenze metaforiche, di echi letterari e artistici, considera il variegato mondo degli uccelli, già cantato nella breve silloge Poesie uccelline del 2003 (in Cansiglio.it), scritta nel dialetto veneto del Bosco del Cansiglio, e nella raccolta Uccelli di passo (Aucupis Editiones, 2007).
È proprio della sua scrittura declinare nelle loro molteplici variabili i temi che sceglie per la sua poesia, come ne Il Bosco e i Varchi. Poemetto nella parlata veneta del Cansiglio (Dario De Bastiani Editore, 2015) in cui tesse un’attenta e profonda riflessione attorno al bosco e alla dialettica bosco-radura colta nelle sue più varie implicazioni culturali e filosofiche, evidenziando una particolare propensione a penetrare nelle fibre più intime e nascoste di temi e realtà, in una poesia intensa sul piano della ricerca interiore, della meditazione sull’essere, dell’impegno civile, oltre che del canto lirico.
In Ornitografie il racconto poetico muove dalla convinzione che «alzare gli occhi al cielo» a scrutare il volo degli uccelli, «entrare nel fondo della vizza e tendere l’orecchio a riconoscerne il canto, riapre i varchi del pensiero emotivo e fortifica i legami logici del ragionamento» (Prefazione a Poesie uccelline). È il volo dei gabbiani, ad esempio, «tra i marmi augurali», a significare «un altro senso del cielo e del tempo» (Augurio III, p. 67) e qualche storno sperduto sa ancora trovare nei diospiri «non l’oro ma il sole non mai perduto» (Augurio I, p. 65). Il pensiero stesso è sentito dall’Autore come «un’immensa uccelliera» in cui «le idee volano sulle ali del simbolo» (L. I. P. U., p. 33)
Gli aligeri, presenti nei miti antichi, simboli pregnanti in molte religioni, compaiono frequentemente nella poesia; alcuni di essi sembrano avere «un destino/ poetico» (Segnali di fumo, p. 20) – come l’albatro di Baudelaire o il passero solitario della torre antica di Recanati − e sono figura di moti dell’animo o di condizioni esistenziali. Il mondo degli alati pennuti esprime di per sé l’ansia d’infinito ma può essere, al tempo stesso, metafora della perdita di libertà di cui sono espressione le gabbie o l’insidioso incombere delle trappole. Il canto degli uccelli, inoltre, con l’ampia gamma di suoni, di timbri e di tonalità, così diversi tra loro, si carica di sovrasensi e rinvia al canto poetico. Così recita la lirica introduttiva di Poesie uccelline: «se ’l sfojo al fusse na vizha,/ pien al sarìe đe ośèi
/ e đe la so cantađa,
/ tuti ciapađi al śòl,/ zhènzha spontarghe la ala/ o robarghe al so cel» [se il foglio fosse una selva,/ pieno sarebbe di uccelli/ e del loro canto,/ tutti presi al volo,/ senza tarpargli l’ala/o rubargli il cielo] e nella quartina di Il volo poetico, che apre Ornitografie, l’Autore esprime con questi versi l’ansia del dire attraverso la poesia, che è ansia di libertà, sottolineata dall’uso dell’infinito che dilata la dimensione della scrittura ben oltre la contingenza descrittiva: «andare per uccelli con le reti/ retoriche tese di foglio in foglio,/ tessere la sintassi dell’imbroglio/ non badando ai venatorî divieti» (p. 11).
Ma non è soltanto il canto. Gli uccelli posseggono, infatti, una delle facoltà più ambite dall’uomo, quella del volo. In un «presente terragno, che non sa più spiccare il volo, non sa più solcare i cieli dell’immaginazione» (Lello Voce, Uliana, un poeta carsico, in vocelello.it, 2007), caduti ormai i grandi miti, quando la «animula […], ingannata dal coro dei richiami/ e dal luccichio delle esche indorate» (Animula, p. 16), precipita e s’imbriglia nelle reti di una comunicazione distorta, Uliana coglie segni e metafore del vivere e il folle volo può essere quello di adolescenti, «ancora nidiacei che s’involano/ dalle mani della madre e via con lo scooter/ svolando a faro spento, […] predatori/ d’estasi», spesso senza ritorno (Il volo folle, p. 29). (altro…)

Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

Ombretta Ciurnelli, Scaline

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Ombretta Ciurnelli, Scaline

Appunti di lettura e ascolto di Anna Maria Curci

 

Quando ho letto la prima volta, qualche mese fa, La città del vento. Poesie in lingua perugina (Edizioni Cofine, Roma, 2013) di Ombretta Ciurnelli, ho scelto immediatamente questa poesia, Scaline, per la ‘mia’ lettura, che prende sovente le forme e i suoni di una trasposizione in lingua tedesca. Davvero questi versi rendono in maniera esemplare la musica e l’architettura della raccolta. La città del vento ha una voce che canta più melodie, spazia su tonalità diverse, come diverse sono le misure degli intervalli che comprende, dei passaggi o, per essere più precisi, degli intrecci tra maggiore e minore. Delle scalette che si inerpicano lente su per il colle ascoltiamo il respiro, la tensione e l’estensione della cassa armonica; la similitudine prima, e la seconda, introdotta da una disgiuntiva che è un invito alla facoltà immaginativa di chi legge e ascolta,  fanno volgere gli occhi alle pieghe di un organetto o a quelle di un ventaglio. Mantici e vezzi, bellezza e fatica quotidiana salgono fianco a fianco. Poi, nella quartina finale, sosta, ironia, contrasto e riflessione hanno i timbri ora gravi ora tintinnanti di tetti, di una ringhiera, dei sogni sbeffeggiati, del tiro mancino e preciso dell’onnipresente tramontana.

Scaline

Sajono lente
ji scaline ntol colle
che da millanne
’l chiameno del Sole
birate come fusson
’n organetto stirato
da le man de ’n sonatore
(o figurte sinnò
ventaje granne
merlette ormò scordate
e nute pietra)

Poggiata su pi tette
na lindiera
ncla tramontana
che canzona i súmmie

Scalette

Salgono lente
le scalette sul colle
che da secoli
chiamano del Sole
piegate come fossero
un organetto disteso
dalle mani di un suonatore
(o immagina se no
ventagli grandi
trine ormai dimenticate
e diventate pietra)

Appoggiata sui tetti
una ringhiera
con la tramontana
che si burla dei sogni

Treppchen

Langsam steigen
die Treppchen den Hügel hinauf,
den man seit Jahrhunderten
von der Sonne nennt,
gefaltet, als ob sie
ein kleines Akkordeon wären,
das von den Händen eines Spielers ausgedehnt wird
(sonst stell dir
große Fächer vor
nunmehr vergessene
und jetzt Stein gewordene Spitzen)

An die Dächer gelehnt
ein Geländer
beim Nordwind,
der sich über die Träume lustig macht

Ombretta Ciurnelli

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui è possibile ascoltare la versione in tedesco di Scaline