omaggio

A Luigi Bernardi, tutte insieme

Amazzonia, 2013, foto Gianni Montieri

Negli anni mi è capitato di scrivere alcune poesie per Luigi Bernardi, un paio ha fatto in tempo a leggerle; oggi, nel quarto anniversario della sua morte le metto qui tutte insieme. La fotografia l’ho scattata in Amazzonia nel settembre 2013, gliela mandai pensando a una delle ultime storie che aveva scritto, fece in tempo a vederla. (gm)

*

Le cinque del mattino, l’ombra
dai tetti dalla tua finestra si dirada
Bologna dormirà per poco ancora
tu intanto hai già scritto, bevuto
forse un caffè o non ancora,
non importa. Contano le lotte
tra le parole e la storia a venire
l’ordine consentito e il necessario.
Uno dei tuoi Mac accesi, l’ovvio
da tenere distante dai margini
ogni frase riuscita è un finale
fuori intanto si fa più chiaro
non si inventa nulla, non è vero?
Anche il giornale lo prendi prima
so che non è per essere diverso
è soltanto per essere te stesso.

(2012)

*

I

Così come sempre dovrebbe essere.
Frase che ci ripetevamo all’infinito
cos’erano quei messaggi, quegli scambi
di battute tra due che sembrano
saltati fuori da un libro di McCarthy
te lo dico io cos’erano, vecchio mio
erano cosa preziosa che adesso è mancanza.

II

Anche su questo avremmo detto poco
il Napoli che le ha prese dalla Roma,
la Juve dalla Fiorentina. Uno o due
commenti e ce la saremmo messa via
le partite, si sa, chiudono al novantesimo
come tutto dovrebbe essere.

III

A ottobre esce Eggers, ti ho scritto
non mi fa impazzire, hai risposto
a me piace, bella conversazione
ho aggiunto, e poi una faccina,
come sempre dovrebbe essere,
hai chiuso. Ma eravamo scemi?
Non lo so, non credo, ma ci capivamo
al volo. Alla fine Eggers non è un granché
e ti sei risparmiato il nuovo di Scurati
come per tutti dovrebbe essere.

IV

Il mio treno si è fermato a destinazione
come sempre dovrebbe essere
in fondo ai binari c’era ad aspettarmi
chi per me significa casa, vita
dovrebbero pulirli i vetri dei treni
per quella faccenda della luce che sai
qui sull’acqua la luce abbonda.
Ti mando pensieri liquidi, stupidi,
terribili e veloci. E un’altra carezza.

(2013)

*

La volta dei piccioni la ricordo
più di tutte, la poca confidenza
che avevamo allora, l’incrocio
degli sguardi in Piazza Duomo
due mezzi sorrisi, il tuo prima
del mio, poi la stretta di mano
e tu cospiratore a dire: “Noi
non ci siamo visti”. Sembravi
più piccolo in tutto lo spazio
di Milano. Non so più
chi mi domandò di te
dribblammo poi  i piccioni
in direzioni opposte
“Il più bravo di tutti” risposi
facendo il bullo in Galleria.

*

Nelle tue storie il cielo
era grigio, di metalllo
una lega necessaria
al racconto, ai tempi,
ma se ti penso vedo
solo cose luminose
cose che sapevi fare
come farmi ridere.

*

A Bologna se ne vanno in troppi
sotto un cielo che sta a metà
com’è e come potrebbe essere

a Bologna se ne vanno in tanti
dalle tegole dei tetti, dalle scosse,
dai portici che non reggono più

niente e niente è come dovrebbe
essere a Bologna strada Maggiore
o alla Certosa. Non sono un duro

diceva la canzone, allora piango
il fatto è che non ho mai fumato
avessi imparato due tiri li farei.

(2014/2015)

 

*

Ricordo la voce di Rachele:
“Gianni, sono Rachele…”
non so più cosa disse dopo
sapevamo entrambi che nulla
più ci sarebbe stato da dire
eppure molto abbiamo detto
maledicendoti quando è stato
il momento. Bologna, Milano,

Sarzana, non sono soltanto posti,
sono i luoghi dove siamo passati
insieme, è un ottobre freddo,
il secondo o il terzo, dipende,
ma poco conta tutto questo:
ho ancora il numero in memoria,
e qualcos’altro di tuo che non uscirà.

“LuigiUltimo” salvato con nome,
al sicuro nell’hard disk esterno,
come le care cose o le poesie.

(2015/2016)

 

*

 

 

© Gianni Montieri (2012 – 2016)

Omaggio a Maurizio Brusa (1951-2017)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

 

Mi reputo indegno di parlare di Maurizio Brusa e della sua poesia, ma due ragioni mi spingono a farlo: l’ammirazione per la sua poesia e l’affetto per suo figlio Alessandro, poeta e mio grande amico. Io e Alessandro più volte abbiamo parlato di suo padre, sia dell’uomo sia del poeta. Un poeta così defilato, appartato, che non solo non si è mai visto riconosciuto quel posto che dovrebbe occupare nei discorsi sullo “stato della poesia”, ma del quale in questi ultimi anni si era quasi fatta impossibile la reperibilità di buona parte della produzione, a eccezione delle raccolte più recenti.
L’improvvisa morte di Maurizio Brusa, sopraggiunta lo scorso 29 settembre, a non molte settimane di distanza da quella del padre Omero, ha, come sempre accade in questi casi, risvegliato il desiderio in molti di riscoprire una poesia che porta i segni di un’inedita esposizione al dolore del vivere per un ragazzo che ha conosciuto nell’età liceale la forza rivoluzionaria, utopica, del ′68, senza in verità riconoscersi in essa (lui, uno degli «emarginati coscienti» – definizione di Alfredo Taracchini, che firmò Per presentare Maurizio, ossia lo scritto che seguiva e inquadrava Idea per la prefazione di un ritmo, esordio di Maurizio Brusa nel fascicolo 29/30, gennaio 1977, della rivista «Rendiconti»); quel vento d rivoluzione che soffiò su quella parte di Romagna (lui nato e cresciuto a Imola) che in quegli anni rappresentava, insieme a Bologna (la pars emiliana), e più della capitale, la voglia di riscatto di un’Italia decisa realmente a lasciarsi alle spalle le contraddizioni del dopoguerra.

Spero che firme più qualificate di me nei prossimi mesi renderanno il giusto omaggio alla poesia di Maurizio Brusa. Io, grazie soprattutto ad Alessandro, che immediatamente ha accolto il mio invito a inviarmi dei componimenti di suo padre, compresi alcuni tra i meno noti perché lontani negli anni, voglio proporvi queste sue poesie con l’intenzione di colmare un vuoto, che è stato anche il mio vuoto.
È un percorso di lettura a ritroso, dalla penultima raccolta alle poesie pubblicate nel 1979 nel n. 43 dei «Quaderni della fenice» diretti da Giovanni Raboni, una stagione, questa sua prima, che proprio in Romagna conosceva pure le esperienze di Ferruccio Benzoni e della rivista «Sul porto». Ma se in questi due altri poeti romagnoli la poesia guardava inevitabilmente all’Adriatico, come confine e limes da oltrepassare per riscattare la parola stessa, per Maurizio Brusa proprio su un molo la parola, dove nulla pareva essere mai accaduto, riconosceva il suo di limite; nonostante questa dolorosa constatazione, il poeta non rinunciava a dire e soprattutto non dissimulava l’assoluta fiducia nella poesia, continuamente rinnovata attraverso la costruzione di immagini evocative sorrette da un verseggiare elegante, e una lingua altrettanto fluida e in continua tensione, fino a forzare il punto di rottura e frammentarla (come nella sequenza proposta dalle poesie pubblicate nell’«Almanacco dello Specchio»): Maurizio Brusa diceva ciò che vedeva con gli occhi dell’esperienza, mettendo a nudo da subito un io fragile innanzi alla vita. Lo stesso io che si affaccia, a distanza di anni, nella sua ultima raccolta, La vita scalza, uscito lo scorso giugno per Stampa e che merita un discorso a sé. (fm)

Maurizio Brusa, Parigi ’75 (disegno di ignoto)

MAURIZIO BRUSA (1951-2017)

 

Periferia del Domino
(da Grammatica del Silenzio, Manni, 2008)

ad Alessandro B.

L’uomo tace.
Si ferisce dormendo:
alla terra quel ch’è dovuto.
Al cielo l’ordine di restare sospeso.

 

*

C’era questo nella casa d’altri:
raccontare suo figlio a dispetto
e montava la rabbia, sapeva
di averlo scordato.
Solo qualche volta
incontrato per le scale.

 

*

La prima notte dopo i voti
era ossessionato
dall’idea di saperti povera.
È stato un errore dicevo
ma
ho letto tutto di te.
Ho ascoltato la tua voce
la domenica
durante l’omelìa.

 

*

Di’ pure ch’è salita
dalla scala di servizio,
che s’è rannicchiata nel mio posto vuoto.
Di’ che l’hai comprata e venduta
nel gioco facile di un pressappoco.

 

*

Non è compito mio
il tubo dell’acqua.
Quel che c’era da fare l’ho fatto.
Ho venduto il vendibile:
a moneta di scambio il disegno di Ruth.

 

*

Aveva il profilo di tua madre
mentre leggeva
attenta
“The Sculpture Garden”
e io
che cercavo di distrarla
pensando gli anni persi
e quest’esilio che non fa rumore.

 

*

Potresti essere tu
fra qualche anno:
un viso più magro, il cappello di cuoio.
Quel tuo andare sospeso
a far niente di te.
Come pulire casa il mio credito al giorno.

(altro…)

Anita Pallenberg, mille vite in una sola

Anita Pallenberg selezione foto su Pinterest

È una storia fatta di canzoni, di roulette russe, in cui Marlon Brando viene respinto e dove si accende la scintilla per la factory di Warhol e della Swinging London. È la storia di una candela che ha bruciato ardentemente per molti anni, molti di più di quanto molti suoi detrattori ne avrebbero predetti, è una storia imperfetta ma onesta, è la storia di Anita Pallenberg.

Era marzo. E in Spagna era l’inizio della primavera. In Inghilterra e in Francia faceva piuttosto freddo, era inverno. Valicati i Pirenei, nel giro di mezz’ora sbocciò la primavera, e quando arrivammo a Valencia Era estate. Ricordo ancora l’odore degli aranci, a Valencia. Quando vai a letto con Anita Pallenberg per la prima volta, certe cose le ricordi. (K.R.)

Roma a metà degli anni ’40 era una città che voleva rimettersi in piedi, il mondo attorno a lei stava facendo lo stesso. Erano anni fertili, tutto era nuovo e tutto era vecchio allo stesso tempo. Anita aveva un padre italiano e una madre tedesca, senza saperlo era al centro del mondo, prima che il centro del mondo diventasse lei.

Mario Schifano è stato il mio primo ragazzo, frequentavo artisti, intellettuali e il mondo del cinema. Ci vedevamo al Caffe Rosati: c’erano Furio Colombo, Giorgio Franchetti, Cy Twombly, Giulio Turcato. Ero* molto amica della cantante Gabriella Ferri, che mi ha insegnato il romanesco.

Vivere il proprio tempo non significa sempre subirlo, ma nel caso di Anita è stato come modellarlo. Cosmopolita ante litteram, oltre la diatriba tra politicamente corretto e non, oltre le dogane che insieme a lei sono scomparse e poi gradualmente riapparse. Anche oggi in cui pensiamo di essere in un mondo integrato e molto più piccolo una donna come Anita Pallenberg rappresenta un’idea di futuro remoto.

Donne che vanno dove vogliono, donne che sbagliano, senza dar peso a ciò che secondo tutti tranne che per gli interessati una donna dovrebbe fare. Anita Pallenberg ha vissuto la sua vita senza stare troppo a pensare a queste sovrastrutture, perché la vita è una e forse lei ne ha vissute molte di più di quelle che tutti noi ne vivremo mai. Ce ne rendiamo conto da come la descrive uno che di vite ne ha vissute parecchie e che di certo non è conosciuto per essere un perbenista, Keith Richards, suo compagno di vita per oltre 15 anni:

Anita proveniva da un mondo di artisti, e lei stessa aveva un discreto talento – era una appassionata d’arte, molto amica dei suoi interpreti contemporanei e invischiata nel giro della pop art. Il nonno e il bisnonno erano pittori, e la sua famiglia, a quanto pareva, era colata a picco in una vampata di sifilide e follia. Anita sapeva disegnare. Era cresciuta nella grande villa romana del nonno, ma gli anni dell’adolescenza li aveva passati a Monaco, in un decadente liceo frequentato dai rampolli dell’aristocrazia tedesca, dal quale era stata cacciata per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop. A sedici anni, aveva ottenuto la borsa di studio messa in palio da una scuola di disegno di Roma, vicino a piazza del Popolo, dove, a quella tenera età, aveva cominciato a bazzicare nei caffè della intellighenzia romana – “Fellini e i suoi amici,” come diceva lei. Aveva stile da vendere, Anita. E la sorprendente capacità di unire le cose, di legare con le persone. Quella era la stagione della Dolce vita, a Roma. I registi li conosceva tutti – Fellini, Visconti, Pasolini; a New York era entrata nell’entourage di Warhol, nel mondo della pop art e dei poeti beat. Grazie, per lo più, alle proprie doti, aveva stretto intensi rapporti con molti mondi e persone diverse. Era la forza catalizzatrice all’origine di tantissimi avvenimenti di quegli anni…

Roma ma non solo, perché già a vent’anni il mondo era un posto tutto alla sua portata, i poli di attrazione erano Roma, New York, dove oltre a Warhol era stata con Mario Schifano, e Londra, vero centro pulsante negli anni sessanta:

Se ci fosse un albero genealogico, un grafico relativo alla genesi della scena londinese di quel periodo – il movimento d’avanguardia per cui Londra era nota –, Anita e Robert Fraser, il mercante d’arte e proprietario di gallerie, sarebbero lassù in cima, accanto a Christopher Gibbs, antiquario e bibliofilo, e pochi altri cortigiani di prima grandezza. Anita aveva incontrato Robert Fraser parecchio tempo addietro, nel 1961, quando ancora era in contatto con gli ambienti della prima pop art tramite il suo compagno, Mario Schifano. Grazie a Fraser, aveva conosciuto Sir Mark Palmer, il magnate stravagante e girovago, Julian e JaneOrmbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles), perciò una base era già stata gettata per l’incontro tra la musica e l’aristocrazia, benché quelli non fossero i soliti aristocratici. Ormbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles).

 

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Vengo da dove veniva Fausto

 

fausto mesolella foto di fiorella passante

Vengo da dove veniva Fausto

di Raffaele Calvanese

*

Una volta ho comprato una rivista con Lemmy dei Motorhead in copertina. Il titolo recitava testuale “mi sono salvato perché sono brutto”. Ironia della sorte: ho trovato un concetto simile nella biografia di Keith Richards. Se mi fermo a pensarci è così, è questa l’essenza del rock, della musica in generale, alcuni riescono ad affrontarla di petto, senza orpelli, ci sbattono la faccia e non nascondono le cicatrici, quelli sono i veri immortali. Sono musicisti, troppo impegnati ad inseguire un accordo, un giro di basso, una melodia, troppo lontani dalla realtà che siamo abituati a popolare noi che raramente riusciamo a sollevarci da terra come fa un chitarrista, come fa un musicista nell’atto di fare l’amore con il proprio strumento, nell’atto di creare qualcosa di nuovo, nell’atto di fare musica, che poi è come viaggiare. L’ironia della sorte ha poi voluto che la band di Fausto Mesolella prendesse il nome da un’agenzia di viaggi della sua città.

Mia madre mi diceva sempre che mio nonno quello lì in casa non ce lo voleva. Era un tipo strano, coi capelli troppo lunghi e la barba incolta, e poi era brutto, faceva spavento. Mia madre e le sue amiche gli passavano i compiti, Fausto passava a prenderli la sera tardi o la mattina presto lungo la strada per il magistrale. A Caserta lo conoscevano in molti, perché un tipo così non passa inosservato, e poi il tempo per studiare era poco, sempre in giro a suonare ai concertini della zona, sempre a provare, sempre con la chitarra in spalla. I racconti di mia madre li avrò ascoltati un miliardo di volte ed ogni volta che li riascoltavo era come vedere delle fotografie di un tempo che fugge dalle mani, e che forse ogni tanto grazie ad una canzone riusciamo a trattenere qualche secondo in più, qualche momento ancora.

E a quei racconti spesso mi ci aggrappavo, come ci si aggrappava lei, come tutti ci aggrappiamo alle persone che reputiamo migliori di noi o semplicemente in grado di farci stare meglio. Succede a tutti, succede specialmente a chi giorno dopo giorno è abituato a sentir parlare della propria terra come di un posto da cui scappare e da cui effettivamente in tantissimi scappano. E alla fine un po’ cominci a credere anche tu che forse è meglio scappare, abbandonare la nave, ricominciare da zero, darsi una ripulita, mettere il vestito migliore e sfoggiare un sorriso da fotografia. Perché fuori c’è chi grida, chi alza il volume, chi scrive di più, chi suona di più, chi costruisce di più, insomma lì fuori c’è sempre qualcuno in qualche altro posto che è qualcosa di più.

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David Foster Wallace a Marechiaro

DFW : Photo copyright Gary Hannabarger/Corbis

DFW : Photo copyright Gary Hannabarger/Corbis

(oggi David Foster Wallace compirebbe 55 anni)

*

David Foster Wallace a Marechiaro

 

È sera finalmente, qui è un posto
da poeti, il resto è da non crederci
Dio non esiste, ma se esistesse, remota
possibilità, mi avrebbe spedito quaggiù

in una terra che è dopo la realtà
gente ipervissuta quindi mai nata
sono troppi e troppo rapidi, eterno
rodeo dove sei tu il cavallo e il toro

dove quando piove il mare si fa nero
scuro come la ruggine di fuori Boston
un personaggio di Pynchon, baciarti qui
mi farebbe piccolo come a Capri vite fa.

*

@Gianni Montieri

*

(poesia in “La Disarmata”, CFR,2014)

Jolanda Insana (18 maggio 1937 – 27 ottobre 2016)

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani (grazie a Ignani per l’autorizzazione)

 

da Turbativa d’incanto (Garzanti, 2012)

*

da Le foglie del decoro

*

a 300 metri in linea d’aria
il più grande parlatorio del mondo
tra le alture del Golan occupato

nella Valle delle grida
ogni venerdì dopo la preghiera
da trent’anni per un’ora di colloquio
come in carcere
si attivano i megafoni dell’ONU
e i siriani dei due villaggi spezzati
si gridano a distanza con l’aiuto del vento
i fatti della settimana
l’acqua razionata
il raccolto andato a male
le melagrane rosseggianti
le novità di famiglia
e fanno conversati di nascite e decessi

l’eco della Valle non arriva qui
dove si nasce a 10 cm di distanza
dove c’è filo spinato
e ognuno è libero di oltrepassare la soglia.

*

chissà perché s’era messa in testa
di fare la scorta
come fanno coi tonnni i delfini
sulle rotte del Pacifico
ma scortati e scortatori
finiscono nelle reti dei pescatori
allertati dai delfini
che nuotano in superficie
e saltano e giocano
suonando le fanfare della lunga marcia
ai tonni sottostanti

*

.

da La bestia clandestina

*

so dov’è Avola
ma Ebola
Ebola dov’è?

assurdo darsi la mano
a ogni piè sospinto
per non dire di quanti sono pronti
alle pacche sulle spalle
e ti serrano nelle spire dell’abbraccio

e di quelli che al supermercato trapassano
con il bisturi cuore e polmone
che dici?

che farò senza brunello?

*

nelle estreme periferie del lutto
non mostri il fianco
non fai una piega
ma chiedi attenzione
e approfittando dell’altrui debolezza
ricatti senza un rutto di commozione
senza un grugnito di pietà

non sono una selvaggia
ho ricevuto un’educazione io
e non alzo la voce in pubblico
non do mai troppa confidenza
interloquisco con distacco
perseguitata non tengo banco con gli spioni
non faccio lega con  persecutori
e soprattutto non mi espongo alla dipendenza
non disinnesco ma la mia corrucciata possessività

*

.

da L’idiota sottostante

*

hai il passo del granatiere
e mi corri sulla testa
con gli scarponi chiodati

ma sono un granatiere
e tu insulti i granatieri
che a Porta San Paolo non s’infrattarono
ma l’8 settembre per te non è giorno di resistenza
e vai oltraggiando
poi che non sai della resistenza all’oltraggio
e blateri e blateri
tra ordini e contrordini
non hai visto la patria nascondersi? era l’Italia
che ieri come oggi mette in salvo la pellaccia
lasciando tutti allo sbando

*

.

da L’erba in bocca (Tutte le poesie, Garzanti)

*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

© Jolanda Insana

Bernarditudine

luigi-bernardi-foto-di-roberto-nistri

Luigi Bernardi, foto di Roberto Nistri

Bernarditudine
Alcune memorie senza costrutto di tre matti su Luigi Bernardi

di Antonio Paolacci, Rosario Palazzolo e Gianni Montieri

*

G: Boh, cominciamo che uno comincia e gli altri gli vanno dietro?

R: Ottimamente.

A:  Facciamo che abbiamo già cominciato? Montieri tocca a te.

G: Mi pare un buon inizio. Comunque, la prima cosa che farei per farlo incazzare e per cominciare sarebbe quella di girargli gli avvisi del meteo: “Sta arrivando Morgana”, “Occhio a Caronte”, “Poppea pioggia di Dea” e aggiungerei “Scurati”, non come scrittore, ma sempre come avviso meteo. Vi ricordate come sfotteva gli annunci di disastri meteo?

(da qui cominciano i ricordi, che fa un po’ Biagio Antonacci, ma meglio così si incazza subito)

*

A: Mi ricordo quando mi chiese di aiutarlo a montare una mensola in casa sua. Eravamo due inetti, in ’ste cose, ma pure gareggiammo a chi fosse più in grado di usare un trapano e una bolla. Ci mettemmo qualcosa come un paio d’ore, a montare uno scaffale solo, per quanto bello lungo. Il fatto è che Luigi era di una precisione maniacale e quella maledetta mensola doveva essere perfetta. Nelle pause tra una misurazione e un buco, bevevamo chinotto, parlavamo (male) dei – ehm – colleghi editori, ci raccontavamo quello che stavamo scrivendo, ridevamo. Solo alla fine gli chiesi perché avesse voluto il mio aiuto, con tutta la gente a cui poteva chiedere, visto che io non sono mai stato bravo in queste cose. Mi rispose, ovviamente: “Fatti i cazzi tuoi, Paolacci”.

R: Mi ricordo quando ci incontrammo per la prima volta, qui a Palermo, in un locale in centro coi tavoli fuori e i gazebo e molti piccioni e mi ricordo che mi sentivo parecchio imbarazzato anche perché era forse la terza volta che lo incontravo e sicuramente la prima a tu per tu, senza altri su cui far rimbalzare la responsabilità dei silenzi, e insomma stavamo lì a guardare i piccioni e i passanti e nessuno dei due parlava e parlammo solo per l’ordinazione e lui ovviamente prese un chinotto e si lamentò che non avessero la marca che preferiva e finalmente ebbi qualcosa da dire e perciò maledissi i bar all’aperto, sì, che si ostinano a tralasciare alcuni chinotti, E cosa li mettono a fare, dissi, I tavoli e i gazebo e i piccioni se poi non hanno le marche di chinotto, tutte le marche di chinotto, e E qui a Palermo non funziona niente, dissi, Figurarsi i chinotti, e mi dilungai assai, devo ammetterlo, sulla faccenda dei chinotti perduti e dei chinotti dimenticati e dei chinotti rimpianti, e purtroppo era un argomento a esaurimento, lo sapevo bene, e difatti si esaurì dopo poco, e restammo a consumare e a guardare in silenzio, e io mi sforzavo di innescare un meccanismo dialogico, e mi pare che un a certo punto dissi Io odio i piccioni, maledetti i piccioni, ma non funzionò ché in realtà non ho mai odiato i piccioni e niente sapevo sui piccioni, e mi lasciò col piccione in bocca quando a un certo punto disse Andiamo?, Sì, risposi, e così andammo, e mi pare fosse Lurisia, la marca, del chinotto.

G: Parlate bene voi di mensole, piccioni, e chinotti, soprattutto di chinotti; e se vi dicessi che ne ho uno sulla Lemonsoda? Eh sì, se manca il chinotto ci si arrangia. Eravamo a Sarzana, dopo una presentazione dei nostri libri, dopo una cena con molti amici, tra cui l’avvocato e Zannoni, e insomma siamo lì che torniamo alla stanza che avremmo dovuto dividere per la notte. E sono più o meno le undici, e lui vorrebbe andare a dormire, alle undici per lui era tardi, e io gli faccio: “Mi aspetti dieci minuti, che devo chiamare Anna?”, “Se proprio devo, Montieri, ti aspetto”. Non aveva scelta, avevamo una chiave e non sapevamo se ci fosse un citofono. Cercammo un bar. Ma a Sarzana, a maggio, alle undici, i bar in centro sono chiusi, di aperto c’era un ristorante. Cambio di tempo verbale, qui, come accade nei ricordi. Ci sediamo a un tavolino all’aperto (ancora un tavolino) e chiediamo al cameriere più scazzato del mondo se possiamo bere qualcosa. “Cosa prendete?; io ordino un caffè e una minerale, Luigi un chinotto, ma non hanno un chinotto. A Sarzana non hanno un cazzo di chinotto. E Luigi mi guarda con la stessa faccia che faceva all’uscita di un libro di Scurati, poi guarda il cameriere e gli fa: “Avete almeno una Lemonsoda?”. La Lemonsoda c’era. Il cameriere ci prese per pazzi, temo. Due tizi strani, forse ubriaconi che non si ubriacano. Amici che non parlano. In effetti non parlammo molto, eravamo stanchi, però azzardai “Che posto del cazzo”. Sorrise e mi rispose: “Che testa di cazzo”, facendo cenno verso il locale. “Andiamo a dormire?”, “Sarà meglio”. Così andò, vi risparmio la descrizione del suo terribile pigiama.

A: Beh allora, se parliamo di notti a Sarzana, una volta – per assenza di camere libere – io e Luigi dividemmo una stanza in quell’albergo, dove invece del citofono c’era una corda con la campanella, un albergo ricavato da un castello che tra l’altro si diceva infestato dai fantasmi. Voglio dire, immaginateci che dormiamo assieme in una specie di castello medievale infestato, bellissimo per carità, ma con il bagno comune al piano e senza chiavi alle porte delle camere, dove s’aggiravano pipistrelli enormi nei corridoi e al mattino dovevi perdertici per trovare la cucina e, se eri fortunato, farti fare un caffè con la moka. Ecco, immaginate Luigi che borbotta per tutto il tempo, tra una pausa di silenzio e l’altra, a cominciare da quando, appena arrivati, ci chiedono se vogliamo una matrimoniale o due letti singoli. E la sera dopo, a Bologna, tornati ognuno a casa sua, a un certo punto mi chiama: “Pronto?”, faccio io. “Pronto, Paolacci”, fa lui. Silenzio. “Dimmi”, faccio io. Lungo silenzio. “Sei tornato finalmente alla civiltà?”, fa lui, “cos’è ‘sto casino?”, mi chiede. “Sto entrando all’Esselunga”, faccio io, “il casino è l’elicottero dell’ospedale qua vicino che sta atterrando”. Lungo silenzio, seguito da sbadiglio. “Bernardi”, faccio io, “ma perché mi hai chiamato?”. “Sì, ti spiego”, fa lui, “è che stavo togliendo un pelucco dall’iPhone”, dice, “e mi è inavvertitamente partita la chiamata a te”, dice, “e ho pensato: meglio se aspetto che mi risponda e ci parlo, sennò Paolacci trova lo squillino e chissà che si mette in testa”, dice.

R: Scrivemmo un testo insieme, io e Luigi, nel 2007, un testo che si chiamava I tempi stanno per cambiare, e poi facemmo pure la regia e fu un divertimento assoluto, e mi ricordo che nella scrittura le scene si alternavano e pertanto lui scriveva la sua e io ribattevo con la mia e nel mentre commentavamo quanto avevamo scritto e discutevamo sul da farsi e come il progetto potesse definirsi nel migliore dei modi e io c’ho delle mail che se ve le facessi leggere, se io ve le facessi leggere, se un giorno decidessi di farvele leggere, non accadrà mai, però qui, adesso, voglio ricordare la sera del debutto e lo spettacolo debuttò a Palermo, mi pare fosse l’aprile 2008, e c’era grande emozione e Luigi non stava nella pelle e passeggiava nei camerini e sulla scena e controllava ogni cosa con uno sguardo così torvo da spaventare gli attori e poi cominciò lo spettacolo e ce lo godemmo dalla regia e lui ogni poco e sottovoce mi chiedeva Sta andando bene, no? e io facevo di sì e pareva un ragazzino alle prese con un nuovo giocattolo, mi ricordo, e ricordo la bellissima cena che ci fu dopo, e andammo a mangiare messicano e perché andammo a mangiare messicano non lo ricordo e c’era sto finto messicano con la sua sfilza di piatti tipici messicani e Luigi non sapeva che scegliere e scegliemmo il medesimo piatto ovvero una bistecca vattelapesca e insomma una roba proprio messicana e piccantissima e azteca e bevemmo come canguri e poi lo accompagnai in albergo e ci salutammo e me ne andai a casa e mi coricai e stavo ancora pensando allo spettacolo quando squillò il telefono ed era Luigi che blaterava al telefono e così mi vestii di fretta e lo raggiunsi in albergo e prima passai dalla farmacia notturna e bussai alla sua porta e quando aprì era piegato in due e Scopri le chiappe, su, amico, gli dissi, impugnando una siringa e Fanculo il Messico, gridava, lui, nel mentre, e arrivò persino la cameriera, che cominciò a guardarlo storto, mi disse, da quella notte lì.

G: Vi invidio molto, poi, questa cosa di averci lavorato insieme, ma le cose così dovevano andare, mi viene in mente ora una piccola cosa, ma che sancisce il momento in cui capimmo che saremmo diventati amici, o forse lo capii io, lui lo sapeva. Un giorno stavo attraversando Piazza Duomo qui a Milano, era dopo pranzo, rientravo in ufficio, ero con una collega. Lo incrociai, ci guardammo per una trentina di secondi senza dire niente. Aveva i capelli ancora più assurdi, mossi dal vento. Scoppiammo a ridere, ci stringemmo la mano, parlammo appena un paio di minuti, io ero in ritardo. Mi disse: “Montieri, un giorno mi spiegherai cosa cazzo ve ne fate di tutti questi piccioni”. “Un giorno, appena lo scoprirò”, risposi. Prima di andarsene, e quello fu il momento in cui diventammo amici, disse: “Montieri, noi non ci siamo visti”. E se ne andò, verso i portici, verso via Dogana, verso boh. Chissà dove cazzo è andato quella volta.

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Tu se sai dire dillo (V edizione)

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Tu se sai dire dillo
V edizione
21, 22 e 23 ottobre 2016
Spazio Ostrakon e Bioforme

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Rassegna ideata e curata da Biagio Cepollaro in memoria
dell’amico e poeta Giuliano Mesa

La V edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà nei locali del centro Bioforme, via Aosta 2, Milano (MM 5 Cenisio) e si articolerà essenzialmente intorno ai temi: la poesia di Giuliano Mesa, l’emergenza poetica di questi ultimi anni a Napoli, la riscoperta critica del Gruppo 93 a ventitré anni dallo scioglimento del sodalizio, la nascita della collana Autoriale e il primo volume dedicato a Francesco Tomada, la festa del blog Perigeion e la poetica del lutto di Amelia Rosselli.

L’immagine è di Biagio Cepollaro, Icona 33,2014

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VENERDÌ 21 ottobre

ore 18.00

Biagio Cepollaro e Giorgio Mascitelli leggono Giuliano Mesa
Proiezioni dantesche di Paola Nasti

ore 18,30

Fabio Orecchini : Installazione e performance dedicate a Giuliano Mesa

ore 19,00

Conversazione sulla poetica emergenza a Napoli.
a cura di Bernardo De Luca
Viola Amarelli, Biagio Cepollaro, Antonio Devicienti, Tommaso Di Dio, Giusi Drago, Francesco
Filia, Vincenzo Frungillo, Carmen Gallo, Nino Iacovella, Eugenio Lucrezi, Giorgio Mascitelli,
Luigi Metropoli, Gianni Montieri, Paola Nasti, Angelo Petrella, Christian Tito, Ferdinando
Tricarico e Daniele Ventre

ore 20.00

Intervallo

ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli
Viola Amarelli
Francesco Filia
Carmen Gallo
Eugenio Lucrezi
Giovanna Marmo
Angelo Petrella,
Ferdinando Tricarico
Daniele Ventre

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Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (per P. Borsellino)

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paolo borsellino – foto da (partecipiamo.it)

 

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (da Doso la Polvere, La Vita Felice, 2012)

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«Un amico mi ha tradito»
ha detto Borsellino
con le lacrime agli occhi
steso sul divano.

Tritolo e lamiere
avevano già sepolto Falcone
coperto di viltà ancora senza nome.

Come sia finita la storia
come non sia finita
lo sappiamo bene.

La vita è una tragedia
fatta di verità menzognera;
cerchi di viverla come una farsa
e ti tuteli, ma poi ci si fida
e ci si ricasca.

*

© Anna Toscano

Nuovi Argomenti 74, Amelia Rosselli: Laura Pugno, La ragazza attraversata dalla luce

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

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la ragazza attraversata dalla luce –
ombra
in forma di fulmine –
e tu faggio,
betulla nera,

la luce ti cola dalle mani

in forma di parole con metallo,
brunito ai bordi,
portato a incandescenza,

a oscurità: dirai e diranno,
ripetendo,
(mercurio vivo)

non avrai casa, è ora di andare,

sarà sempre,
la stessa ora fino all’ultima,

la casa –
comune ora – completamente aperta. Noi saremo
coperti dalle voci che ora parlano
di te, contro una porta

da dove s’intravede la distanza, un sì
di cielo o fiume, azzurro, verde-oscuro,
portando la corrente: lascia andare,
anche questa parola, brucerà con le altre

*

© Laura Pugno

Mai Più Senza #11: “Almanacco del giorno prima”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
Se avevo promesso di fermarmi al decimo episodio era perché non avevo previsto il libro che sto per recensire. Oggi è il suo secondo compleanno, e lo festeggio piegandomi a un grande assioma di Melville: «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine.»

Almanacco-

Chiara Valerio, “Almanacco del giorno prima”, Einaudi 2014, euro 17,00, e-book euro 8,99

 

Io sono stato innamorato degli oleandri dai due ai sei anni. Li vedevo arrossire ogni volta che ci camminavo a fianco, moltiplicarsi giorno dopo giorno, allungarsi dalla siepe fino al centro della strada dove passavo per andare a scuola due volte al giorno e una settimana dopo l’altra, allungarsi per toccarmi. E poi, dopo che mamma si era comportata da suocera acida dicendo Sono velenosi, li ho visti ritrarsi delusi, offesi, pallidi, raccogliersi dietro foglie scure e appuntite come le lance di ferro dei cancelli. Sono certo che era amore, che altro poteva essere? Così la notte in cui ho smesso di volare e ho rinunciato all’eternit, sono sceso in giardino, ho raccolto una busta intera di fiori di oleandro, rosa pallido e rosso carminio, e li ho portati in camera. […] La mattina dopo sono stato svegliato da un urlo. Sentivo benissimo, dunque non ero morto, evidentemente i fiori di oleandro mi amavano troppo per ammazzarmi. Ed è per questo che te li ho portati, Elena, perché vorrei amarti come mi hanno amato questi fiori, e vorrei che tu mi amassi come mi hanno amato questi fiori. E poi perché, anche senza amore, gli oleandri sono fiori bellissimi.

È questa l’intossicazione con cui ho amato Almanacco del giorno prima. E con cui ho amato Elena, la donna che vende la propria assicurazione sulla vita sulla soglia dei settant’anni, e Alessio, il ragazzo rampante e geniale che la compra salvo innamorarsi di lei e rimanere invischiato nella più arzigogolata forma di lutto si possa immaginare: il terrore di veder morire, dopo aver prezzato la certezza che morirà, chi continua a ripeterci che non risponderà al nostro amore.

Che cosa intendeva in effetti Elena per pistacchi? E per tutte le altre cose visibili e invisibili?

C’è una tecnica che appartiene solo ai musicisti e agli architetti nel costruire un libro alla maniera dell’Almanacco del giorno prima, ed è quella che fa dei tempi e dei modi del narrare una varietà necessaria a un insieme compatto. (altro…)

Primo Marzo o Lucio Dalla

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Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte, torno a casa e metto sul piatto Banana Republic. Lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori.

 

La fiera del disco è uno di quei mille mercatini sparsi in questo paese dove puoi comprare un sacco di dischi, nuovi ed usati. La fanno a Napoli, un paio di volte all’anno, ed ogni volta è come se fosse la prima per me. I dischi non li compravo da un po’, mi ero perso dietro al formato digitale e forse avevo perso anche un po’ della magia di avere un disco tra le mani. I vinili mi hanno restituito quell’emozione, il brivido e l’attesa, la gelosia per un oggetto, per un feticcio. Ogni volta che posso prendo un po’ di soldi e vado a caccia di musica, specialmente di quei dischi usati che compri a pochi spiccioli. Nessuno ci pensa mai ma quello è l’unico modo di far rivivere la musica. Album con tanti anni sulle loro spalle, dimenticati e coperti da successi e star recenti. I mercatini sono la loro ribalta ed io mi ci immergo come in un enorme Juke-Box in cui ogni volta che sfreghi una copertina è come se potessi sentire una canzone e dare spazio a dei ricordi. Banana Republic l’ho comprato proprio lì, alla fiera del disco. Mi erano rimasti soltanto dieci euro e non avrei potuto spenderli meglio.

Un disco poi ha di bello che non è soltanto la somma ed il contenitore delle canzoni che vi sono incise. Un disco è un biglietto d’entrata in una dimensione altra, quella dell’immaginario che siamo capaci di legare ad esso.

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