omaggio

David Foster Wallace a Marechiaro

DFW : Photo copyright Gary Hannabarger/Corbis

DFW : Photo copyright Gary Hannabarger/Corbis

(oggi David Foster Wallace compirebbe 55 anni)

*

David Foster Wallace a Marechiaro

 

È sera finalmente, qui è un posto
da poeti, il resto è da non crederci
Dio non esiste, ma se esistesse, remota
possibilità, mi avrebbe spedito quaggiù

in una terra che è dopo la realtà
gente ipervissuta quindi mai nata
sono troppi e troppo rapidi, eterno
rodeo dove sei tu il cavallo e il toro

dove quando piove il mare si fa nero
scuro come la ruggine di fuori Boston
un personaggio di Pynchon, baciarti qui
mi farebbe piccolo come a Capri vite fa.

*

@Gianni Montieri

*

(poesia in “La Disarmata”, CFR,2014)

Jolanda Insana (18 maggio 1937 – 27 ottobre 2016)

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani (grazie a Ignani per l’autorizzazione)

 

da Turbativa d’incanto (Garzanti, 2012)

*

da Le foglie del decoro

*

a 300 metri in linea d’aria
il più grande parlatorio del mondo
tra le alture del Golan occupato

nella Valle delle grida
ogni venerdì dopo la preghiera
da trent’anni per un’ora di colloquio
come in carcere
si attivano i megafoni dell’ONU
e i siriani dei due villaggi spezzati
si gridano a distanza con l’aiuto del vento
i fatti della settimana
l’acqua razionata
il raccolto andato a male
le melagrane rosseggianti
le novità di famiglia
e fanno conversati di nascite e decessi

l’eco della Valle non arriva qui
dove si nasce a 10 cm di distanza
dove c’è filo spinato
e ognuno è libero di oltrepassare la soglia.

*

chissà perché s’era messa in testa
di fare la scorta
come fanno coi tonnni i delfini
sulle rotte del Pacifico
ma scortati e scortatori
finiscono nelle reti dei pescatori
allertati dai delfini
che nuotano in superficie
e saltano e giocano
suonando le fanfare della lunga marcia
ai tonni sottostanti

*

.

da La bestia clandestina

*

so dov’è Avola
ma Ebola
Ebola dov’è?

assurdo darsi la mano
a ogni piè sospinto
per non dire di quanti sono pronti
alle pacche sulle spalle
e ti serrano nelle spire dell’abbraccio

e di quelli che al supermercato trapassano
con il bisturi cuore e polmone
che dici?

che farò senza brunello?

*

nelle estreme periferie del lutto
non mostri il fianco
non fai una piega
ma chiedi attenzione
e approfittando dell’altrui debolezza
ricatti senza un rutto di commozione
senza un grugnito di pietà

non sono una selvaggia
ho ricevuto un’educazione io
e non alzo la voce in pubblico
non do mai troppa confidenza
interloquisco con distacco
perseguitata non tengo banco con gli spioni
non faccio lega con  persecutori
e soprattutto non mi espongo alla dipendenza
non disinnesco ma la mia corrucciata possessività

*

.

da L’idiota sottostante

*

hai il passo del granatiere
e mi corri sulla testa
con gli scarponi chiodati

ma sono un granatiere
e tu insulti i granatieri
che a Porta San Paolo non s’infrattarono
ma l’8 settembre per te non è giorno di resistenza
e vai oltraggiando
poi che non sai della resistenza all’oltraggio
e blateri e blateri
tra ordini e contrordini
non hai visto la patria nascondersi? era l’Italia
che ieri come oggi mette in salvo la pellaccia
lasciando tutti allo sbando

*

.

da L’erba in bocca (Tutte le poesie, Garzanti)

*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

© Jolanda Insana

Bernarditudine

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Luigi Bernardi, foto di Roberto Nistri

Bernarditudine
Alcune memorie senza costrutto di tre matti su Luigi Bernardi

di Antonio Paolacci, Rosario Palazzolo e Gianni Montieri

*

G: Boh, cominciamo che uno comincia e gli altri gli vanno dietro?

R: Ottimamente.

A:  Facciamo che abbiamo già cominciato? Montieri tocca a te.

G: Mi pare un buon inizio. Comunque, la prima cosa che farei per farlo incazzare e per cominciare sarebbe quella di girargli gli avvisi del meteo: “Sta arrivando Morgana”, “Occhio a Caronte”, “Poppea pioggia di Dea” e aggiungerei “Scurati”, non come scrittore, ma sempre come avviso meteo. Vi ricordate come sfotteva gli annunci di disastri meteo?

(da qui cominciano i ricordi, che fa un po’ Biagio Antonacci, ma meglio così si incazza subito)

*

A: Mi ricordo quando mi chiese di aiutarlo a montare una mensola in casa sua. Eravamo due inetti, in ’ste cose, ma pure gareggiammo a chi fosse più in grado di usare un trapano e una bolla. Ci mettemmo qualcosa come un paio d’ore, a montare uno scaffale solo, per quanto bello lungo. Il fatto è che Luigi era di una precisione maniacale e quella maledetta mensola doveva essere perfetta. Nelle pause tra una misurazione e un buco, bevevamo chinotto, parlavamo (male) dei – ehm – colleghi editori, ci raccontavamo quello che stavamo scrivendo, ridevamo. Solo alla fine gli chiesi perché avesse voluto il mio aiuto, con tutta la gente a cui poteva chiedere, visto che io non sono mai stato bravo in queste cose. Mi rispose, ovviamente: “Fatti i cazzi tuoi, Paolacci”.

R: Mi ricordo quando ci incontrammo per la prima volta, qui a Palermo, in un locale in centro coi tavoli fuori e i gazebo e molti piccioni e mi ricordo che mi sentivo parecchio imbarazzato anche perché era forse la terza volta che lo incontravo e sicuramente la prima a tu per tu, senza altri su cui far rimbalzare la responsabilità dei silenzi, e insomma stavamo lì a guardare i piccioni e i passanti e nessuno dei due parlava e parlammo solo per l’ordinazione e lui ovviamente prese un chinotto e si lamentò che non avessero la marca che preferiva e finalmente ebbi qualcosa da dire e perciò maledissi i bar all’aperto, sì, che si ostinano a tralasciare alcuni chinotti, E cosa li mettono a fare, dissi, I tavoli e i gazebo e i piccioni se poi non hanno le marche di chinotto, tutte le marche di chinotto, e E qui a Palermo non funziona niente, dissi, Figurarsi i chinotti, e mi dilungai assai, devo ammetterlo, sulla faccenda dei chinotti perduti e dei chinotti dimenticati e dei chinotti rimpianti, e purtroppo era un argomento a esaurimento, lo sapevo bene, e difatti si esaurì dopo poco, e restammo a consumare e a guardare in silenzio, e io mi sforzavo di innescare un meccanismo dialogico, e mi pare che un a certo punto dissi Io odio i piccioni, maledetti i piccioni, ma non funzionò ché in realtà non ho mai odiato i piccioni e niente sapevo sui piccioni, e mi lasciò col piccione in bocca quando a un certo punto disse Andiamo?, Sì, risposi, e così andammo, e mi pare fosse Lurisia, la marca, del chinotto.

G: Parlate bene voi di mensole, piccioni, e chinotti, soprattutto di chinotti; e se vi dicessi che ne ho uno sulla Lemonsoda? Eh sì, se manca il chinotto ci si arrangia. Eravamo a Sarzana, dopo una presentazione dei nostri libri, dopo una cena con molti amici, tra cui l’avvocato e Zannoni, e insomma siamo lì che torniamo alla stanza che avremmo dovuto dividere per la notte. E sono più o meno le undici, e lui vorrebbe andare a dormire, alle undici per lui era tardi, e io gli faccio: “Mi aspetti dieci minuti, che devo chiamare Anna?”, “Se proprio devo, Montieri, ti aspetto”. Non aveva scelta, avevamo una chiave e non sapevamo se ci fosse un citofono. Cercammo un bar. Ma a Sarzana, a maggio, alle undici, i bar in centro sono chiusi, di aperto c’era un ristorante. Cambio di tempo verbale, qui, come accade nei ricordi. Ci sediamo a un tavolino all’aperto (ancora un tavolino) e chiediamo al cameriere più scazzato del mondo se possiamo bere qualcosa. “Cosa prendete?; io ordino un caffè e una minerale, Luigi un chinotto, ma non hanno un chinotto. A Sarzana non hanno un cazzo di chinotto. E Luigi mi guarda con la stessa faccia che faceva all’uscita di un libro di Scurati, poi guarda il cameriere e gli fa: “Avete almeno una Lemonsoda?”. La Lemonsoda c’era. Il cameriere ci prese per pazzi, temo. Due tizi strani, forse ubriaconi che non si ubriacano. Amici che non parlano. In effetti non parlammo molto, eravamo stanchi, però azzardai “Che posto del cazzo”. Sorrise e mi rispose: “Che testa di cazzo”, facendo cenno verso il locale. “Andiamo a dormire?”, “Sarà meglio”. Così andò, vi risparmio la descrizione del suo terribile pigiama.

A: Beh allora, se parliamo di notti a Sarzana, una volta – per assenza di camere libere – io e Luigi dividemmo una stanza in quell’albergo, dove invece del citofono c’era una corda con la campanella, un albergo ricavato da un castello che tra l’altro si diceva infestato dai fantasmi. Voglio dire, immaginateci che dormiamo assieme in una specie di castello medievale infestato, bellissimo per carità, ma con il bagno comune al piano e senza chiavi alle porte delle camere, dove s’aggiravano pipistrelli enormi nei corridoi e al mattino dovevi perdertici per trovare la cucina e, se eri fortunato, farti fare un caffè con la moka. Ecco, immaginate Luigi che borbotta per tutto il tempo, tra una pausa di silenzio e l’altra, a cominciare da quando, appena arrivati, ci chiedono se vogliamo una matrimoniale o due letti singoli. E la sera dopo, a Bologna, tornati ognuno a casa sua, a un certo punto mi chiama: “Pronto?”, faccio io. “Pronto, Paolacci”, fa lui. Silenzio. “Dimmi”, faccio io. Lungo silenzio. “Sei tornato finalmente alla civiltà?”, fa lui, “cos’è ‘sto casino?”, mi chiede. “Sto entrando all’Esselunga”, faccio io, “il casino è l’elicottero dell’ospedale qua vicino che sta atterrando”. Lungo silenzio, seguito da sbadiglio. “Bernardi”, faccio io, “ma perché mi hai chiamato?”. “Sì, ti spiego”, fa lui, “è che stavo togliendo un pelucco dall’iPhone”, dice, “e mi è inavvertitamente partita la chiamata a te”, dice, “e ho pensato: meglio se aspetto che mi risponda e ci parlo, sennò Paolacci trova lo squillino e chissà che si mette in testa”, dice.

R: Scrivemmo un testo insieme, io e Luigi, nel 2007, un testo che si chiamava I tempi stanno per cambiare, e poi facemmo pure la regia e fu un divertimento assoluto, e mi ricordo che nella scrittura le scene si alternavano e pertanto lui scriveva la sua e io ribattevo con la mia e nel mentre commentavamo quanto avevamo scritto e discutevamo sul da farsi e come il progetto potesse definirsi nel migliore dei modi e io c’ho delle mail che se ve le facessi leggere, se io ve le facessi leggere, se un giorno decidessi di farvele leggere, non accadrà mai, però qui, adesso, voglio ricordare la sera del debutto e lo spettacolo debuttò a Palermo, mi pare fosse l’aprile 2008, e c’era grande emozione e Luigi non stava nella pelle e passeggiava nei camerini e sulla scena e controllava ogni cosa con uno sguardo così torvo da spaventare gli attori e poi cominciò lo spettacolo e ce lo godemmo dalla regia e lui ogni poco e sottovoce mi chiedeva Sta andando bene, no? e io facevo di sì e pareva un ragazzino alle prese con un nuovo giocattolo, mi ricordo, e ricordo la bellissima cena che ci fu dopo, e andammo a mangiare messicano e perché andammo a mangiare messicano non lo ricordo e c’era sto finto messicano con la sua sfilza di piatti tipici messicani e Luigi non sapeva che scegliere e scegliemmo il medesimo piatto ovvero una bistecca vattelapesca e insomma una roba proprio messicana e piccantissima e azteca e bevemmo come canguri e poi lo accompagnai in albergo e ci salutammo e me ne andai a casa e mi coricai e stavo ancora pensando allo spettacolo quando squillò il telefono ed era Luigi che blaterava al telefono e così mi vestii di fretta e lo raggiunsi in albergo e prima passai dalla farmacia notturna e bussai alla sua porta e quando aprì era piegato in due e Scopri le chiappe, su, amico, gli dissi, impugnando una siringa e Fanculo il Messico, gridava, lui, nel mentre, e arrivò persino la cameriera, che cominciò a guardarlo storto, mi disse, da quella notte lì.

G: Vi invidio molto, poi, questa cosa di averci lavorato insieme, ma le cose così dovevano andare, mi viene in mente ora una piccola cosa, ma che sancisce il momento in cui capimmo che saremmo diventati amici, o forse lo capii io, lui lo sapeva. Un giorno stavo attraversando Piazza Duomo qui a Milano, era dopo pranzo, rientravo in ufficio, ero con una collega. Lo incrociai, ci guardammo per una trentina di secondi senza dire niente. Aveva i capelli ancora più assurdi, mossi dal vento. Scoppiammo a ridere, ci stringemmo la mano, parlammo appena un paio di minuti, io ero in ritardo. Mi disse: “Montieri, un giorno mi spiegherai cosa cazzo ve ne fate di tutti questi piccioni”. “Un giorno, appena lo scoprirò”, risposi. Prima di andarsene, e quello fu il momento in cui diventammo amici, disse: “Montieri, noi non ci siamo visti”. E se ne andò, verso i portici, verso via Dogana, verso boh. Chissà dove cazzo è andato quella volta.

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Tu se sai dire dillo (V edizione)

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Tu se sai dire dillo
V edizione
21, 22 e 23 ottobre 2016
Spazio Ostrakon e Bioforme

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Rassegna ideata e curata da Biagio Cepollaro in memoria
dell’amico e poeta Giuliano Mesa

La V edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà nei locali del centro Bioforme, via Aosta 2, Milano (MM 5 Cenisio) e si articolerà essenzialmente intorno ai temi: la poesia di Giuliano Mesa, l’emergenza poetica di questi ultimi anni a Napoli, la riscoperta critica del Gruppo 93 a ventitré anni dallo scioglimento del sodalizio, la nascita della collana Autoriale e il primo volume dedicato a Francesco Tomada, la festa del blog Perigeion e la poetica del lutto di Amelia Rosselli.

L’immagine è di Biagio Cepollaro, Icona 33,2014

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VENERDÌ 21 ottobre

ore 18.00

Biagio Cepollaro e Giorgio Mascitelli leggono Giuliano Mesa
Proiezioni dantesche di Paola Nasti

ore 18,30

Fabio Orecchini : Installazione e performance dedicate a Giuliano Mesa

ore 19,00

Conversazione sulla poetica emergenza a Napoli.
a cura di Bernardo De Luca
Viola Amarelli, Biagio Cepollaro, Antonio Devicienti, Tommaso Di Dio, Giusi Drago, Francesco
Filia, Vincenzo Frungillo, Carmen Gallo, Nino Iacovella, Eugenio Lucrezi, Giorgio Mascitelli,
Luigi Metropoli, Gianni Montieri, Paola Nasti, Angelo Petrella, Christian Tito, Ferdinando
Tricarico e Daniele Ventre

ore 20.00

Intervallo

ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli
Viola Amarelli
Francesco Filia
Carmen Gallo
Eugenio Lucrezi
Giovanna Marmo
Angelo Petrella,
Ferdinando Tricarico
Daniele Ventre

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Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (per P. Borsellino)

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paolo borsellino – foto da (partecipiamo.it)

 

Anna Toscano, Un amico mi ha tradito (da Doso la Polvere, La Vita Felice, 2012)

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«Un amico mi ha tradito»
ha detto Borsellino
con le lacrime agli occhi
steso sul divano.

Tritolo e lamiere
avevano già sepolto Falcone
coperto di viltà ancora senza nome.

Come sia finita la storia
come non sia finita
lo sappiamo bene.

La vita è una tragedia
fatta di verità menzognera;
cerchi di viverla come una farsa
e ti tuteli, ma poi ci si fida
e ci si ricasca.

*

© Anna Toscano

Nuovi Argomenti 74, Amelia Rosselli: Laura Pugno, La ragazza attraversata dalla luce

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

*

la ragazza attraversata dalla luce –
ombra
in forma di fulmine –
e tu faggio,
betulla nera,

la luce ti cola dalle mani

in forma di parole con metallo,
brunito ai bordi,
portato a incandescenza,

a oscurità: dirai e diranno,
ripetendo,
(mercurio vivo)

non avrai casa, è ora di andare,

sarà sempre,
la stessa ora fino all’ultima,

la casa –
comune ora – completamente aperta. Noi saremo
coperti dalle voci che ora parlano
di te, contro una porta

da dove s’intravede la distanza, un sì
di cielo o fiume, azzurro, verde-oscuro,
portando la corrente: lascia andare,
anche questa parola, brucerà con le altre

*

© Laura Pugno

Mai Più Senza #11: “Almanacco del giorno prima”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
Se avevo promesso di fermarmi al decimo episodio era perché non avevo previsto il libro che sto per recensire. Oggi è il suo secondo compleanno, e lo festeggio piegandomi a un grande assioma di Melville: «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine.»

Almanacco-

Chiara Valerio, “Almanacco del giorno prima”, Einaudi 2014, euro 17,00, e-book euro 8,99

 

Io sono stato innamorato degli oleandri dai due ai sei anni. Li vedevo arrossire ogni volta che ci camminavo a fianco, moltiplicarsi giorno dopo giorno, allungarsi dalla siepe fino al centro della strada dove passavo per andare a scuola due volte al giorno e una settimana dopo l’altra, allungarsi per toccarmi. E poi, dopo che mamma si era comportata da suocera acida dicendo Sono velenosi, li ho visti ritrarsi delusi, offesi, pallidi, raccogliersi dietro foglie scure e appuntite come le lance di ferro dei cancelli. Sono certo che era amore, che altro poteva essere? Così la notte in cui ho smesso di volare e ho rinunciato all’eternit, sono sceso in giardino, ho raccolto una busta intera di fiori di oleandro, rosa pallido e rosso carminio, e li ho portati in camera. […] La mattina dopo sono stato svegliato da un urlo. Sentivo benissimo, dunque non ero morto, evidentemente i fiori di oleandro mi amavano troppo per ammazzarmi. Ed è per questo che te li ho portati, Elena, perché vorrei amarti come mi hanno amato questi fiori, e vorrei che tu mi amassi come mi hanno amato questi fiori. E poi perché, anche senza amore, gli oleandri sono fiori bellissimi.

È questa l’intossicazione con cui ho amato Almanacco del giorno prima. E con cui ho amato Elena, la donna che vende la propria assicurazione sulla vita sulla soglia dei settant’anni, e Alessio, il ragazzo rampante e geniale che la compra salvo innamorarsi di lei e rimanere invischiato nella più arzigogolata forma di lutto si possa immaginare: il terrore di veder morire, dopo aver prezzato la certezza che morirà, chi continua a ripeterci che non risponderà al nostro amore.

Che cosa intendeva in effetti Elena per pistacchi? E per tutte le altre cose visibili e invisibili?

C’è una tecnica che appartiene solo ai musicisti e agli architetti nel costruire un libro alla maniera dell’Almanacco del giorno prima, ed è quella che fa dei tempi e dei modi del narrare una varietà necessaria a un insieme compatto. (altro…)

Primo Marzo o Lucio Dalla

banana

 

Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte, torno a casa e metto sul piatto Banana Republic. Lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori.

 

La fiera del disco è uno di quei mille mercatini sparsi in questo paese dove puoi comprare un sacco di dischi, nuovi ed usati. La fanno a Napoli, un paio di volte all’anno, ed ogni volta è come se fosse la prima per me. I dischi non li compravo da un po’, mi ero perso dietro al formato digitale e forse avevo perso anche un po’ della magia di avere un disco tra le mani. I vinili mi hanno restituito quell’emozione, il brivido e l’attesa, la gelosia per un oggetto, per un feticcio. Ogni volta che posso prendo un po’ di soldi e vado a caccia di musica, specialmente di quei dischi usati che compri a pochi spiccioli. Nessuno ci pensa mai ma quello è l’unico modo di far rivivere la musica. Album con tanti anni sulle loro spalle, dimenticati e coperti da successi e star recenti. I mercatini sono la loro ribalta ed io mi ci immergo come in un enorme Juke-Box in cui ogni volta che sfreghi una copertina è come se potessi sentire una canzone e dare spazio a dei ricordi. Banana Republic l’ho comprato proprio lì, alla fiera del disco. Mi erano rimasti soltanto dieci euro e non avrei potuto spenderli meglio.

Un disco poi ha di bello che non è soltanto la somma ed il contenitore delle canzoni che vi sono incise. Un disco è un biglietto d’entrata in una dimensione altra, quella dell’immaginario che siamo capaci di legare ad esso.

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Franco Dionesalvi, Mario Luzi. Un Ricordo

Mario Luzi

(la foto potrebbe essere soggetta a copyright)

 

 

Quando seppi della sua scomparsa, la prima cosa che pensai fu che così non avrebbe letto la mia ultima lettera, quella in cui gli proponevo di aderire al Forum dei Saperi che si sarebbe tenuto di lì a qualche mese all’università della Calabria. Lettere rigorosamente scritte a mano: era il suo modo prediletto di comunicare, anche in un tempo in cui già quasi nessuno lo usava più.
Mario Luzi lo conobbi da studente, a Firenze. Abitava in via Bellariva, dalle sue finestre si scorgeva l’Arno. Viveva in un appartamento strapieno di libri, che una governante gli teneva in ordine; per spostarsi, prendeva l’autobus. La prima volta andai da lui insieme a Raffaele De Luca (poeta cosentino, che sarebbe morto a quarant’anni), che mi raggiungeva da Pisa per le nostre scorribande a caccia di poeti. Luzi però era diverso da tutti gli altri. Non diceva niente di particolare, non faceva nulla di eclatante. Ma… come dire… era sereno! Non c’era verso di coinvolgerlo nei discorsi su questo poeta e quest’altro, che pure rappresenta il passatempo preferito fra i letterati. In tutto quello che diceva, appariva animato da un nobile antico pudore. Ma con semplicità. E soprattutto con una grande mitezza. Era possibile intrattenersi con lui anche sulle vicende della vita cittadina, della politica. Interveniva, partecipava, era informato. Ma avevi la sensazione che fosse costantemente immerso in un dialogo con altri interlocutori, in una dimensione altra. Da cui la realtà che scorre si può guardare con pacatezza; non con distacco, ma senza le vampate della passione, senza l’egoità, senza il narcisismo dell’autoaffermazione.
Mi consigliò, una volta, di leggere Corbière. «Ci si ritroverà – mi diceva – come lei ama alternare registri diversi.» In tanti possono dire di aver conosciuto Luzi, non si sottraeva agli incontri. Ma comunella non fece mai con nessuno.
La sua poesia, inizialmente ermetica, ben presto si era aperta in un canto limpido e terso. Poesia di una costante interrogazione; che però non era mossa da alcuna ansia di rispondere. Il suo era piuttosto un procedere socratico, in cui tante voci discettavano del senso, dell’incedere, del cammino. Nel magma è stato forse il suo capolavoro, laddove i fumi della contemporaneità si scomponevano e ricomponevano in uno sguardo infine silente, intriso di religiosità.
Ricordo la prima del Purgatorio dei Magazzini Criminali. Quando si misurò con una trascrizione teatrale della cantica di Dante, scritta per la messinscena di uno dei migliori e più radicali gruppi del panorama della sperimentazione teatrale italiana dell’epoca. Cantica di Dante che così naturalmente andava componendosi insieme ai suoi versi, in una interpretazione in chiave di attesa, “il tempo lava la mente”, che è poi dire tutta la nostra vita. E comparve lui, il poeta in scena, a declamare alcuni versi, a offrire il suo stesso corpo all’ineffabile sofferenza della poesia.
Anche negli ultimi mesi della sua esistenza, chiamato a ricoprire il ruolo di senatore a vita, è stato poeta. Ossia, in spregio alle regole del linguaggio delle mediazioni e dei compromessi, sempre a servire la verità, a cercare incessantemente, a pronunciare parole di verità. Ben sapendo che la verità vera è oltre le parole; ma che il poeta ha il dovere di cercarla, di approssimarsi sino al silenzio e alla fine.
Quando appresi della sua morte mi dispiacque, per la perdita. Ma ebbi anche la nitida sensazione che niente era stato strappato: che l’opera era completa, tutto si era compiuto. Frattanto – cosa inusuale per le tradizioni climatiche della mia città – fuori dalla finestra mille fiocchi di neve scendevano dal cielo. Così scrissi, rigorosamente a penna su un foglio di carta: «Vai, Luzi, grandissimo poeta, che la bianca neve ti accompagni.»

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© Franco Dionesalvi

I poeti della domenica #49: Mario Luzi, Tre poesie

Ottone Rosai, ritratto di Mario Luzi (Archivio Vieusseux)

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Incontro

Non è amore, ma mi tenta ancora
questa strada rimasta sconosciuta
da me a te, da me agli altri. Incontro
anni al piede degli alberi, anni e bacche
cadute e dai crocicchi
una setta di foglie
striscianti o alzate a volo. Desideri
e pene fanno ressa nella mischia
e io vi passo in mezzo e gelo.

.                                                    Il tempo,
dici, compie la mia opera,
lacera il vello dei viali, accende
il rogo. Vana sono divenuta,
ombra che muta luogo nella fiamma
della morte perpetua. E tu chi sei,
una persona vera o uno spirito
che torna in sogno a questa volta?

.                                                              Vedimi:
resto di tanti o pochi anni passati,
sono mutata di fanciulla in madre
e una madre anche vinta tiene fede,
sta salda o finge sulla terra
ché il figlio deve apprendere la vita
e suggere dal campo, anche sfiorito.
Questa fatica non avrà mai fine.

Il vento che disvia di rovo in rovo
la palla e imbroglia i giuochi del bambino,
le braci sparse; e tu che ora parlavi
taci… è un istante della nostra vita.

Il sole ormai raccoglie le sue luci
sulla soglia del cielo, a poco a poco
n’esce ed ancora il vento non ha requie.
Dove resiste ancora un po’ di luce
rossa soffiata tra le cime, turbina
qualche foglia, s’aggiunge alla sua schiera.
Non altro; e l’ora dice che si deve
riprendere ciascuno il suo cammino
in questa tratta d’anime e di spoglie.
Mi precedi, non sai se veramente
c’è una lanterna anche su questa notte.

[da Onore del vero]

.

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Grace Paley a Montecalvario

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Grace Paley – fonte teachersandwritersmagazine.org

Grace Paley a Montecalvario

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare:
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra porta
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

*

©Gianni Montieri

***

Questa poesia fa parte di una serie dal titolo “Turisti americani“, serie inclusa nel volume collettivo “La Disarmata – 5 napolitudini” AA.VV. edizioni CFR, 2014, la proponiamo oggi che sarebbe stato il compleanno di Grace Paley (11 dicembre 1922).

Il libro “La Disarmata” sarà presentato a Milano il 17 dicembre, alle 21,00 alla Libreria Popolare di Via Tadino (con La zona rossa di Francesco Filia), qui l’evento Facebook

Tu se sai dire dillo: Lettura dei poeti di Perigeion e di Gianni Montieri

biagio

Dal 17 al 19 settembre si è svolta a Milano (per il quarto anno) la manifestazione “Tu se sai dire dillo” ideata e organizzata da Biagio Cepollaro per ricordare Giuliano Mesa. Nella serata conclusiva ha avuto luogo una lettura di alcuni dei poeti del blog letterario Perigeion (F. Tomada, C. Tito, N. Iacovella e A. Devicienti, letti anche testi di M. Damaggio) e del sottoscritto. Su invito di Christian Tito e di Francesco Tomada pubblichiamo un video di quel reading, che testimonia non solo la lettura poetica, ma anche una certa fratellanza e di come l’idea di Biagio Cepollaro di ricordare Mesa attraverso l’apertura e l’accoglienza sia una delle strade da seguire. (gianni montieri)