Ogni cinque bracciate

L’inizio di un’epica: su “Il luogo delle forze” di Vincenzo Frungillo

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Per secoli gli uomini hanno saputo opporre alle forze della dispersione un sistema simbolico coeso e forte, tale da porsi a salvaguardia dei valori condivisi: anche questo di fatto è stata l’epica antica per i suoi contemporanei, serbatoio di gesta esemplari compiute dagli eroi e trasmesse alle generazioni successive. Qual è invece il senso di un’epica nel nostro presente antieroico, in cui “la dispersione è rappresentata dalla proliferazione indistinta e indifferenziata di segni” (p. 9) e il rischio dell’oblio nasce piuttosto dall’eccesso di comunicazione e da un vorticare di valori contrapposti che finiscono per annullarsi? A questo cerca di rispondere Vincenzo Frungillo con il suo saggio Il luogo delle forze (Carteggi letterari, 2017), e lo fa di fronte a un effettivo e massiccio ritorno della poesia a una vocazione poematica, a libri di versi fortemente strutturati, opere-mondo “da opporre alla disseminazione” (p. 9). Se infatti non vi è dubbio che una scrittura neo-epica e programmatica risponda a una esigenza di ordine, bisognerà pur vedere in che modo questi autori hanno fatto la loro proposta di ricomposizione del mondo legittimandosi sostanzialmente da sé, in assenza delle basi tradizionali di una volta.
L’argomentazione di Frungillo si incardina intorno alla metafora del corpo, che in età classica si configurava come corpo esemplare, corpo esposto dell’eroe. È il caso del cadavere di Ettore, reclamato dal padre Priamo che diventa garante della memoria eroica: “sul corpo di Ettore si gioca lo spazio del racconto che è uno spazio etico, estetico e metafisico allo stesso tempo, qui si apre lo spazio della memoria […] Dimenticare il rischio della fine significa perdere il senso stesso della parola e quindi il nostro spazio di specie, la nostra nicchia ecologica […] il corpo dell’eroe trattiene lo spazio che permette la Storia e una narrazione condivisa” (pp. 14-15). Il “rischio della fine” è la possibilità che si interrompa il discorso che dai padri passa ai figli e dal singolo alla comunità, e che insomma prevalgano le forze della dispersione. A parti inverse, un altro eroe, Enea, porta sulle spalle il corpo sofferente del padre Anchise, come un’eredità fisica e simbolica a partire da cui poter ricostruire una Patria. L’immagine del corpo va insomma in risalto laddove avvengono scambio e condivisione tra generazioni, e cioè laddove si fonda una tradizione. Che ne è invece del corpo nell’epica contemporanea, che opera in un tempo nel quale “la tradizione, intesa come portato di valori comunemente accettati, non è più garantita” (p. 17)? Già con Pagliarani (autore di riferimento costante per Frungillo, e nel libro termine di paragone per tutti i poeti successivamente presi in considerazione) il ritorno in poesia di macrofigure (linea narrativa, presenza di personaggi) si combina con il senso profondo della loro drammatica inattualità; avviene cioè “la messa in crisi del corpo dell’eroe protagonista come centro ideale della memorizzazione” (p. 20). (altro…)

Uomo e storia nei poemi di Vincenzo Frungillo

Staffetta femminile della DDR alle Olimpiadi di Mosca del 1980

Staffetta femminile della DDR alle Olimpiadi di Mosca del 1980

I poemi di Vincenzo Frungillo (Ogni cinque bracciate, Le Lettere, 2009; Iter stultorum, in Undicesimo Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2012; La fine di Lucrezio, in La fisica delle cose, Giulio Perrone editore, 2011) rappresentano una vera e propria trilogia sulla storia ed hanno al centro lo stupore verso la condizione dell’uomo, al tempo stesso uguale ed eccentrica rispetto agli altri esseri, che è la stessa meraviglia che risale alla sapienza tragica greca; basti ricordare i famosi versi del coro dell’Antigone di Sofocle «Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo»,[1] ossia lo sgomento e la vertigine al cospetto  della libertà umana, che prende forma nel linguaggio. La libertà di ritrovarsi o di perdersi di raccontarsi o dimenticarsi, la libertà e l’angoscia di dover darsi un limite che non è dato una volta per tutte e quindi la necessità di dover esperire l’esistenza come continuo rischio di cadere nella sproporzione, nella hybris (ὕβρις) («Sapersi mutazione costante,/ oltre la divisione delle caste,/ anche se il mondo, orfano del sublime,/ vede ogni cosa senza la sua fine.»; La fine di Lucrezio). Da qui nasce, però, anche la tenerezza verso lo stare al mondo dell’uomo, la consapevolezza nei confronti della comune sorte dei mortali, cioè di coloro che sanno fin nell’intimo delle loro fibre che moriranno (Per la legge naturale della specie,/ solo chi conosce fino in fondo/ la tenerezza dello stare al mondo/ può vedere le barbarie. La fine di Lucrezio). L‘esistenza dell’uomo è proprio questa faglia tra bios (βίος) e logos (λόγος), che si allarga e si restringe, ma che tiene uniti sotterraneamente le due sponde dell’esistere dell’uomo, come lo stesso Frungillo, in un suo saggio, fa notare consapevolmente: «L’equilibrio sta proprio nella relazione tra bios e mondo, tra temporalità del singolo e Storia.»[2] In altri termini l’uomo è l’unico essere − per quel che ne sappiamo − che ha consapevolezza, coscienza simbolica di esistere, ha il linguaggio che nomina le cose, e in questo nominare le trae dall’indistinto primigenio e le consegna alla storia. La Storia è l’oggetto del dire poetico dell’uomo, il suo essere oltre il solo bios e già da sempre essere nello zoon (ζῷον),[3] ossia nella condizione di chi per essere ciò che è deve aprirsi, o meglio è già da sempre aperto, all’alterità del suo stare al mondo, e sperare di esserne riconosciuto, e nel logos, in quel che lega pensiero e parola, ciò che altrimenti sarebbe destinato al caos, a tornare nell’indistinto da cui proviene. Il discorso, in questo caso quello poetico, è il tentativo dell’uomo di sottrarre il suo destino all’insignificante, per l’irripetibilità dell’esistenza individuale e storica, della mera ripetizione della natura, anche se però, la natura, rimane nel corpo, anch’esso simbolo, legato indissolubilmente ad essa. Nell’intrecciarsi di bios, zoon e logos si dà la specificità del canto epico che coglie l’uomo nel suo divenire storico e fa assurgere quell’attimo (che può essere l’epopea delle nuotatrici di Ogni cinque bracciate, il viaggio verso il Santo Sepolcro della crociata dei fanciulli in Iter stultorum, o il viaggio di Memmio sulla scia di Epicuro in La fine di Lucrezio) colto e sottratto al divenire incessante, ad archetipo di uno specifico stare al mondo, quello che fonda un popolo, una nazione o un’intera civiltà (Gridavano in faccia allo spray rosso/ sui mattoni primordiali del più alto muro;/ lei, bambina, si caricò quell’urlo addosso/ e decise per sé  l’impegno più duro/ “salverò queste voci dal puzzo di piscio,/ le porterò con me in un posto libero, sicuro,/ farò di me stessa il oro corpo,/ farò dei miei gesti il loro volo!”. Ogni cinque bracciate). Se natura c’è nell’uomo essa è sangue, ossia già un simbolo, etimologicamente ciò che mette insieme due cose unendole, è un sentimento che ha trovato parola (ma la loro condizione io canto/ in parole, che sono filari di luce,/ lo stupore di fanciulle di fronte alla secca/ che la Storia produce. Ogni cinque bracciate). L’uomo unisce nel suo domandare il qui e ora della vita e l’oltre del fatto che non vive semplicemente come tutti gli altri esseri viventi ma esiste, ossia progetta ed è già da sempre oltre se stesso, è estasi temporale, memoria del passato, attenzione del presente e attesa del futuro, è storia appunto (Dal piede gocciola il tempo della memoria/ in cerchi regolari d’acqua e di cloro/ Ute riapre lo spazio della storia. Ogni cinque bracciate). Ma la storia è l’intreccio di tensioni che si contrappongono, lottano e che trovano negli eventi e nei singoli il luogo privilegiato del loro manifestarsi (Chi è pronto al sacrificio/o è un martire o un assassino,/ in ogni luogo luminescenza della Storia/ in ogni luogo ci deve esser un addio. Iter stultorum). E spesso le tensioni dell’essere storico dell’uomo, oltre che manifestarsi nei grandi eventi e nei personaggi che la storia la “fanno”, trovano il senso più profondo in eventi apparentemente marginali o in microstorie, che non sono mai accidentali, ma ramificate esse stesse con la totalità dell’epoca, dove, le tensioni e le contraddizioni, il conservarsi e il disperdersi, si coagulano e si sciolgono nella loro essenzialità. In altre parole, in alcuni eventi l’esistenza ritorna su se stessa per mostrarsi nel suo senso profondo, e questo senso profondo trova il suo luogo, lo spazio che gli compete, nella parola poetica, che nella sua essenzialità è canto del destino, o per lo meno di un destino, ma in quanto destino aperto e intellegibile da ognuno che lo voglia ascoltare (Lei conosceva la sua potenza,/ e il fondo che schiaccia come un’orma,/ lei sapeva, con il suo corpo di tedesca,/ che la morte aspetta sempre che la vita le getti un’esca. Ogni cinque bracciate).

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Come una lettera #3 (inedito), di Luciano Mazziotta

di Luciano Mazziotta

a V. Frungillo

majakovskij

A Palermo,
a volte capita di bere
dalla sera alla partenza dei traghetti.
Eravamo allora in mezzo a più sconfitte
dove restiamo con cautela
disarmante: la parte mancante, Enzo,
è, forse, il senso dell’accumulo
di bile ed esperienze
in questo nostro qui
che nonostante tutto è solo perdita.

E pesa però pesa però poi
il tempo per parlarne manca
e manca come manca quello spazio
che per dirlo quanto manca
non abbiamo voce, peso, né natale.
Il nostro male, Enzo, è un male privato.
È un dolore che esiste d’estate
d’inverno, da sempre, e continua
nel sistema di leve, la pesante
meccanica ché morte ce n’è tanta
e panico e dolore e ancora male
che se anche oggi muore la poesia

lo dimentico o sbaglio funerale.

Reloaded (riproposte estive) #7: O la colpa o la morte: una nota su “Il cane di Pavlov” di Vincenzo Frungillo

 

frungillo

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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Vincenzo Frungillo, Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, Edizioni d’If  2013 

di Luciano Mazziotta

– 

La rappresentazione della storia e delle nevrosi è sempre stata una delle tematiche fondamentali della poetica di Vincenzo Frungillo. Già in Fanciulli sulla via maestra (Palomar 2002) si avvertivano i primi sentori, ma il tutto diveniva più dirompente in Ogni cinque bracciate (Le lettere 2009) e in Meccanica pesante (Marcos y Marcos 2012). Nel primo poema la storia delle nuotatrici della Germania dell’Est era interrotta dall’exploit di Ute che, quasi nella forma di una seduta psicanalitica, parlava ed al contempo si confessava di fronte al padre. In Meccanica pesante, d’altra parte, si ritrovava la Confessione di Novella, all’interno della sezione, intitolataIter stultorum, dedicata alla crociata dei fanciulli. In entrambi i casi, dunque, avevamo un monologo di una donna che rivelava le proprie colpe nell’ambito di una trattazione più specifica sui macroeventi storici.
Fin qui, però, si trattava esclusivamente di sequenze, sequenze di un “io” strappato agli eventi e messo di fronte alla propria coscienza.
Con Il cane di Pavlov Frungillo decide di non concedere più cornici ma fa di un monologo-confessione il centro del suo nuovo poemetto.
Il cane di Pavlov è, per l’appunto, il monologo di una impiegata media chiamata a confessare per la morte di un collega, complice e vittima allo stesso tempo di pratiche sadomaso, cui l’intraprendente donna e il più timido e inetto uomo si dedicano nel fine settimana, nei giorni, dunque, di pausa lavorativa.
Questa sintesi mette alla luce alcuni elementi di novità nella poetica di Frungillo rispetto ai poemetti precedenti, anche se, più che di vero e proprio nuovo, si potrebbe parlare di entropia e fuga dal controllo di tematiche che ancora erano rimaste inespresse o represse nelle opere precedenti.

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O la colpa o la morte: una nota su “Il cane di Pavlov” di Vincenzo Frungillo

frungillo

Vincenzo Frungillo, Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, Edizioni d’If  2013 

di Luciano Mazziotta

 

La rappresentazione della storia e delle nevrosi è sempre stata una delle tematiche fondamentali della poetica di Vincenzo Frungillo. Già in Fanciulli sulla via maestra (Palomar 2002) si avvertivano i primi sentori, ma il tutto diveniva più dirompente in Ogni cinque bracciate (Le lettere 2009) e in Meccanica pesante (Marcos y Marcos 2012). Nel primo poema la storia delle nuotatrici della Germania dell’Est era interrotta dall’exploit di Ute che, quasi nella forma di una seduta psicanalitica, parlava ed al contempo si confessava di fronte al padre. In Meccanica pesante, d’altra parte, si ritrovava la Confessione di Novella, all’interno della sezione, intitolata Iter stultorum, dedicata alla crociata dei fanciulli. In entrambi i casi, dunque, avevamo un monologo di una donna che rivelava le proprie colpe nell’ambito di una trattazione più specifica sui macroeventi storici.
Fin qui, però, si trattava esclusivamente di sequenze, sequenze di un “io” strappato agli eventi e messo di fronte alla propria coscienza.
Con Il cane di Pavlov Frungillo decide di non concedere più cornici ma fa di un monologo-confessione il centro del suo nuovo poemetto.
Il cane di Pavlov è, per l’appunto, il monologo di una impiegata media chiamata a confessare per la morte di un collega, complice e vittima allo stesso tempo di pratiche sadomaso, cui l’intraprendente donna e il più timido e inetto uomo si dedicano nel fine settimana, nei giorni, dunque, di pausa lavorativa.
Questa sintesi mette alla luce alcuni elementi di novità nella poetica di Frungillo rispetto ai poemetti precedenti, anche se, più che di vero e proprio nuovo, si potrebbe parlare di entropia e fuga dal controllo di tematiche che ancora erano rimaste inespresse o represse nelle opere precedenti.
Innanzitutto se c’è storia, non si tratta più di “macrostoria”, ma di “biologia del quotidiano”: né Olimpiadi, né crociate ma una piccola narrazione di alienazione quotidiana. E di alienazione ha senso parlare però solo nei termini in cui questa venga rappresentata come vigilia della morte: l’alienazione dei giorni lavorativi è nient’altro che la preparazione all’annichilimento della pausa lavorativa del fine settimana: la vacanza viene strettamente a coincidere con il vuoto ed il sabato e la domenica diventano l’ambientazione cronologica perfetta per le pratiche BSDM cui si danno i due impiegati. I due cercano la vitalità della dominazione e della servitù selvatica in questi giorni che fungono anche da spazio-tempo in cui essi mettono in stand-by la “civiltà” e ritornano allo stato ferino. Uscire dalla gabbia del lavoro e dalle sovrastrutture, d’altra parte, non può che significare l’estremizzazione delle nevrosi represse nei cinque giorni feriali e di conseguenza l’annullamento fisico – la punizione e la castrazione – fino alla morte.
A questo punto due sono i modelli che sembrano vicini a Frungillo: di certo la dedicataria della Ragazza Carla, la ragazza che nel fine settimana prendeva una dose di sonnifero tale da permetterle di dormire tutta la domenica per svegliarsi solamente quando era il momento di tornare a lavoro. Ma che Frungillo sia un estimatore e studioso di Pagliarani non è affatto una novità.
Quello che più sorprende è come la tragedia di Vincenzo riprenda ed al contempo arricchisca il dramma euripideo ed in particolare le Baccanti. In questo testo, di fatti, era presente la contrapposizione tra spazio della polis e spazio del monte, l’oltre-mura dove si incontravano le Menadi: l’uno appunto era il luogo del logos, l’altro il posto della sessualità sfrenata, della alogia; nell’uno dominava l’integrità della ragione, mentre nell’altro il disgregamento, simboleggiato, quest’ultimo, dalle stesse pratiche delle Baccanti, la cui attività è, propriamente, quella di “fare a pezzi”.
Nel Cane di Pavlov queste contraddizioni tragiche e greche per eccellenza si presentano però cariche di tutta la complessità del moderno: l’ufficio non è più il mondo del logos, caratterizzato da ordine e armonia consolanti. In esso domina un ordine nel senso di repressione e controllo, come tale era, del resto, nella Germania dell’Est in cui era ambientato il poema delle nuotatrici. La nevrosi, il selvaggio, l’ossessione, per cui, non sono del tutto assenti dal presunto “habitat” del “logos”: essi sono latenti nel quotidiano ed emergono nel momento della vacanza-vuoto. Non c’è spazio positivo e non c’è ratio che tenga.
L’unica possibile razionalizzazione è quella fornita dalla dicotomia stimolo-reazione espressa dalla legge di Pavlov che la segretaria applica al bondage. La legge, dunque, non è che l’estremo tentativo di dominare, scientificamente, il vuoto. Ma qualcosa sfugge e che la segretaria venga chiamata a testimoniare per la morte del suo dominato ci induce a pensare che ad uno stimolo di estrema vitalità le uniche risposte sono la colpa o la morte. Come se non ci fosse scampo dall’una e dall’altra. Perché non c’è scampo dall’una e dall’altra. “Tornare a salivare” nel Cane di Pavlov significa nient’altro che avvicinarsi alla morte, oppure essere colpevoli.

[Alcuni estratti del poemetto sono consultabili su Poetarum silva e su Nazione indiana]

Due frammenti da “Il cane di Pavlov”

di Vincenzo Frungillo

Pavlov

*

Il vantaggio di studiare la scienza
è vedere tutto nella sua funzione,
prepararti all’amministrazione,
lasciare la linea d’ombra dell’adolescenza.
Una cosa è importante nelle leggi:
sabotare le costanti,
metterle alla prova,
rinvenire la variante,
ciò che resta pur se cambia.
Nelle cavie da laboratorio
si ripete il sacrificio,
l’innominato destino
di chi sorseggia il vuoto
come se fosse fonte prima.
Da lì attinge l’occhio della ragione,
come faceva Freud con i suoi malati,
come faceva Pavlov con i suoi cani.
Per millenni l’hanno fatto i maschi,
io sono stata la prima donna,
questo ha suscitato tanto scalpore,
sono Tatiana che distrugge il suo eroe.

*

L’ho portato nella mia camera da letto.
“Ecco questo è il cane di Pavlov”.
Gi ho detto, mostrandogli la gigantografia
che ho sistemato sulla testa del letto.
“Il cane di Pavlov, uno dei suoi cani,
è stato imbalsamato dopo l’esperimento del 1908,
alla bocca gli hanno applicato una fiala
in cui è contenuta la sua bava”.
“Dio, che schifo!! Non ti fa impressione,
tenerlo sul letto, come fai a dormire
con quel coso sulla testa!”
“Non dirmi che a casa tua,
tu, o tuoi genitori, non avevate un crocifisso?”
Gli ho risposto con pazienza.
“Certo, ma che c’entra!?”
“C’entra un uomo, o meglio il suo cadavere,
che prima di essere stato ucciso
è stato torturato. Diciamo che il cane
è il corrispettivo di quel corpo.
Ogni epoca ha il suo dio,
e la legge per cui si muore.
Chi era il poeta che diceva
bisogna o che la scienza
annienti il cristianesimo
o che faccia tutt’uno con esso?”
-lui mi ha guardata perplesso-
Ma il motivo per cui amo questa foto,
e che più m’inquieta, è che nessuno sa
se la bava contenuta nell’ampolla
sia di prima o di quarta fase,
se esista davvero l’oggetto del desiderio.
Ecco perché amo questa foto,
la tengo sul mio letto”.
“Mi sento poco bene,
mi si secca la gola”.
Lui ha detto con uno strano pallore.
“Non ti preoccupare”.
L’ho rassicurato.
“Tra poco tornerai a salivare”.

[Frammenti estratti dal poemetto inedito Il cane di Pavlov, vincitore della VII edizione del premio dei “Miosotìs” e di prossima pubblicazione per le edizioni D’if]

Vincenzo Frungillo, Fanciulli sulla via maestra

V. Frungillo, Fanciulli sulla via maestra (Palomar, Bari 2002)

[Forse è insolito postare i versi del primo libro di chi ha pubblicato di recente due grandi capolavori della letteratura italiana contemporanea, eppure mi sembra doveroso per ricostruire l’arché di una poetica che in questi ultimi quattro anni si è andata sempre più affinando e imponendo. Vincenzo Frungillo ha pubblicato la sua prima raccolta nel 2002, Fanciulli sulla via maestra – silloge da cui sono tratti i versi che seguono – e altre due opere nel 2008 e nel 2012, rispettivamente Ogni cinque bracciate e Meccanica pesante.
Ogni cinque bracciate è un poema epico in ottave che cerca di restituire nella trama la psicologia delle nuotatrici vincitrici di tutti gli ori nelle olimpiadi di Mosca del 1980, e nella struttura, direi d’impostazione iper-classica, la claustrofobia del mondo dei socialismi reali chiusi dietro il muro, come chiusi in metri classici sono le ottave del poema pubblicato per Le Lettere – che ricordano l’esasperazione dell’ottava di Tasso -. Con Meccanica pesante del 2012, contenuta nell’XI Quaderno di poesia contemporanea, Vincenzo scrive un poema filosofico di ispirazione lucreziana. In entrambi i casi il male è nella storia, nel mondo reale senza alcuna tendenza al metafisico: il male è nella storia dell’asfalto dei fanciulli sulla via maestra, è nella storia delle nuotatrici che, seppure protagoniste di un poema epico, non fanno appello ad alcuna divinità, se non a quella della pillola blu, lo steroide inventato dal dottor Starkino che permetterà loro sì di vincere gli agoni ma che, al contempo, le trasformerà in degli esseri mostruosi. Così come il male è nella storia nell’ultima raccolta-poema, specie nella seconda sezione quando ancora una volta i fanciulli, i più deboli sono i protagonisti: si parla della crociata dei pezzenti, in cui avviene il massacro delle classi più basse della società medievale. L’ispirazione di questo male storico è tutta lucreziana: non è un male di vivere che si incontra, è un male ontologicamente connaturato nell’hic, che ricorda quel verso di Lucrezio “Hic Acherusia fit stultorum denique vita”, qui la vita degli stolti diventa l’inferno, verso che qualche assonanza ha con il titolo della seconda sezione dell’ultimo lavoro del nostro autore: Iter stultorum. Si può notare dunque la continuità tra le tre opere, ma soprattutto come queste prime poesie contengano al loro interno, in potenza ed in nuce tutte le strade che la poesia di Vincenzo ha voluto percorrere negli anni successivi, restituendo il poema in ottave alla nostra letteratura, e, in tendenza con altri autori contemporanei, ritornando a Lucrezio, e al clinamen.

Luciano Mazziotta]

*

E’ sottile l’indizio del dissapore
che ci mettiamo addosso
l’uno a scapito dell’altro
come atto estremo di partecipazione
-di protezione.

Con gesti che si intuiscono appena
per il tono che cala
a nostra insaputa,
sulla faccia perfetta di chi
è costretto dalla misura.

Impariamo dalla postura.
Rifluisce dalla bocca serrata
alla pupilla ottusa
la distonia riottosa
che fa la seta viva.


Ogni perla ha un suo peso
_
_
Nella solita vergognosa estate,
così esposti a questo niente,
ormai tutti sanno che nessuno
può essere innocente.

Chi con una carica,
chi con un calibro,
tenta la formula,
ha una sua risposta;
un filo di nailon che alterna
il cielo di piombo
da tempo disteso ed irrisolto
a fare da schermo al nostro movimento.

“.. siamo già di ritorno
il tempo di uno slancio,
il tempo di un sospiro,
abbiamo circuito il flusso,
abbiamo rallentato il traffico
di spie rosse e clacson.”

Nella città appena rinata,
c’è stato giusto lo spazio per questa promessa,
fatta a denti stretti sapendo degli addii notturni,
del morire come del rinascere
in queste albe bianche,
così lunghe e faticose,
dovendo tirare ognuno per sé,
un silenzio oltre il dovuto,
pur sapendo che lo si dovrà interrompere
per tornare a queste maschere di sangue,
per tornare su questo lungomare
dove si sciolgono le famiglie
ma non le fratellanze.
Ora sì che conosciamo
il peso di queste parole.


Sergio fa degli occhi azzurri una fede,
dei capelli unti sulla fronte liscia
la giusta cornice d’uno sguardo impertinente,
delle scarpe bianche il luogo più adatto alle sue macchie.

Chi gli siede accanto come un’ombra pensante
-“sarò abbastanza agile,
saprò sottrarmi al risucchio dei miei anni!”-
sa che tra di loro c’è chi ha spalle larghe

(“ma di fronte a questo calore è sufficiente
la forma d’una camicia più sottile!”)

-“Ho una collana di perle di fiume
d’un colore innaturale,
elettrica ed asimmetrica”-
Daniela li trattiene, trasparente ed inavvertita,
come una giusta distanza ci avvicina.


*


E’ che conosce il dolore della pace
Chi ha smesso di cantare le battaglie,
sa che in pace i morti si confondono con i vivi
nelle lunghe domeniche irretiti.

INVIO- scarna e senza fasto la verità d’una frase,
ciò che scrivo è il clinamen :
batte sul quarzo il nome batte la variante
che segna le distanze.


Due nomi in una stanza


In petto al diapason del lenzuolo
la camicia bianca di lino
con rughe e punte di sangue,
sento il battito cardiaco e domando
a qualcuno che mi regge il fiato,
se questo mondo di fino,
la nota ininterrotta del destino,
porterà un giorno un indizio
a cui affidare questo tratto di vita
che collassa nel quadrato della stanza.
A colui che domanda,
con la spalla retta dal nudo sguardo,
si fa forza, si battesima
la linea che sostiene un’esistenza.


*


Senti come s’allenta il laccio di questa terra,
il vergine tentativo d’ogni passo,
portato con punta e tacco
(Un tallone da sogno!),
senti come emigra
la festa d’ogni scoperta.

La spoliazione della giovinezza
è una condanna alla vita
quando resta senza aria
il vuoto lasciato dalla parola,
lo spazio d’ogni risposta-
puntuale era la nostra!-

Di cosa gioiranno ora,
cosa racconteranno
a chi gli siede accanto
in un posto mediamente pagato
dalla telefonia mobile di Stato.


*


Misterioso non è il tutto che crolla
ma quel poco che di volta in volta resta
come la virgola appuntata
che nonostante tutto va letta.


*


Per il vetro delle auto in sosta
Serve la cera dura di candela,
scagliata con forza,
i frammenti di cristallo
possono graffiare le dita-

…per ogni anno di miseria,
c’è un linea di carne viva.
Le tue mani a raggiera
portano sbarre e catena…

Potessi avere una risposta
ripulirei la mia lingua e la vostra,
senza più la pura vergogna,
la sola compagnia d’una decisione mai presa.

È che questa via tuttora
diventa strettoia
e poi fuga, fuga e rincorsa.

“Diamogli la caccia,
bruciamogli la schiena!
Diamogli la caccia,
bruciamogli la schiena!”

E’ che questa via tuttora
mi porta i topi nelle lenzuola.