Oedipus

Andrea Breda Minello, da “Yellow”

 

Anche quando ti neghi
persisti a incidere
il sentiero alchemico
primordiale
…………..del nostro corpo astrale

Anche quando il sole
mi denuda,
fugge, s’invola
verso vette e nebulose
malcelate dalla sua ombra

Risplendi nel respiro delle cose
presenti.

 

Sia lieve

(non tutti hanno
il dono
della parola)

accetti
lo sguardo e il desiderio
dell’anima animale

in autunno faremo l’amore
per istinto

e destino inscritto nell’atomo

 

Come luce piena irrompi nella notte

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Andrea Breda Minello, Yellow, Oedipus edizioni, 2018.

Essere felici o peggio in pace: su “Sedute in piedi” di Giulia Scuro

..

C’è qualcosa di potentemente solitario nel primo libro di Giulia Scuro (Sedute in piedi, Oèdipus, 2017), sia rispetto allo scenario poetico odierno, sia per la situazione proposta, cioè il luogo della confessione laica per eccellenza, il chiuso delle sedute di analisi. Una doppia solitudine dovuta alla stessa operazione, spingere il confessionalismo alle estreme conseguenze postulando un’identità letterale tra autore e soggetto lirico (cosa ardita per un libro di esordio), e facendo al contempo andare in comico cortocircuito il dialogo terapeutico e ogni posizione di autenticità (e dunque, di fatto, sottraendosi allo sguardo nel momento di maggiore esibizionismo). La voce del paziente, colta nei momenti di massima sfiducia o caustica intemperanza, si diletta così a canzonare, provocare, sfidare l’analista (“Ora la lascio al suo bieco cantiere/ e mi accomiato con una banconota:/ della sua paga questa è la rata/ dovuta al mio errato bene”, p. 11; “Convive bene con la sua coscienza?/ Ne ha una di troppo o invece fa senza?”, p. 17), che sa soltanto opporre una condiscendenza materna senza frutto (“Giulia, il tuo codice bisbetico/ va a braccetto col cinismo ermetico/ che mi riservi, ma in questa sera estiva/ vorrei non fossi schiva”, p. 17). La lingua burlesca, l’uso comico e dissacrante delle rime, la prosodia che tende edipicamente a zoppicare (equivalenza profonda segnalata da Giancarlo Alfano nella quarta di copertina) risultano quindi funzionali non solo alla messa in berlina di una certa vulgata psicanalitica (al limite ripresa nei suoi simbolismi automatici, come qui: “Allora, andiamo con ordine:/ tu mi vuoi dire che il tuo naso/ è una proiezione del fallo reciso/ che tua madre conserva in un vaso?”, p. 24), ma soprattutto all’autoparodia di un soggetto in continuo conflitto con il nom-du-père. Lo Scuro diventa così l’istanza persecutoria, il contraltare ossessivo ad ogni proponimento dell’Io, separati per gioco letterario e metafora poetica (“Giulia la smetta, le do anche del lei,/ lo Scuro a cui dà la disdetta/ è in agguato ad ogni vorrei”, p. 18; “Non c’è dubbio né scommessa,/ io sono Scuro Giulia l’indefessa,/ se il mio nome rammenta la memoria/ di latini imperatori, eccessi e gloria,/ lo Scuro è barbaro e non dà tregua,/ mi rassegna al piacere che dilegua/ e perpetua la consegna ad ogni stregua./ È il mio lato a cui non piace/ essere felice o peggio in pace”, p. 33), ricomposti dall’analista nell’unità del quadro psichico (“essere giuria, giudice e imputato/ è il delirio del tuo io superdotato”, p. 21; “Lo Scuro e la Giulia sono sciocchi ad illudersi:/ la loro scissione è illusoria”, p. 32). (altro…)

Daniele Campanari, poesie da “Corpo disumano”

 

se mai con le mani ci suonerai qualcosa
non eravamo buoni in quella lista da depennare
non eravamo il momento;
ma nella parola momento c’è il tempo impegnato
dalla lingua per scavalcare i denti e cos’altro.
quanto eravamo lenti, vero, la mattina è il preascolto della giornata
e per gli altri, questi in fila, come fai a tenere l’angolo in disuso.
cosa non va nell’apparire come carne propria
le cose che fai e non dici, queste cose sono fasi
semmai infilzaci, infilaci il berretto semmai
se mai con le mani ci suonerai qualcosa

*

le cose sono come miopia
lo scoglio appena bianco, vedi, è un pescatore di pinne
e l’attrazione è il pescato di tutte le albe vicino a casa tua.
è qui che vieni ogni martedì di scuola e io che non pensavo di venire qui:
non avevo contato le meraviglie del mondo ma sapevo della tua faccia.
le cose, qui, le cose sono l’immenso, le cose come questo mare
le cose elementari che mangiano questi pesci si chiamano organismi
è che non sapevo di vederli qui.
quaggiù, proprio sotto ai mignoli, c’è lo scoglio appena bianco:
ti chiedo se sei felice e io non sono felice, non te lo dico
è che le cose, qui, le cose sono come miopia

*

le parole pesano solo qualche grammo
è chiaro cosa pensiamo immaginandolo dal parabrezza:
avrebbe un naso simile a un flauto
– gli avevamo promesso di restare –
e lo immaginiamo incompreso dal punto in cui il collo è piegato
ma dobbiamo rassicurarlo sull’operazione:
“questa incisione ti sfiorerà”
– dovevamo dirgli di smettere di scalciare –
riconosciuto come un chiodino arrugginito
lo avremmo chiamato Diego
e ora ci guardiamo cercando l’occhio che somigli,
ma per le nostre bocche le parole pesano solo qualche grammo

*

affacciandomi al terzo piano
non ho visto nient’altro che un cardellino
strofinarsi all’antenna elettrica del palazzo.
ho avuto due certezze:
il cardellino verrà stroncato
e io non so volare

*

Il corpo nuovamente! Declinato ancora una volta in poesia, come già altre volte negli ultimi anni, per non dire negli ultimi decenni. Nulla di originale perciò, qualcuno potrebbe replicare. Eppure già nel titolo, in quell’attributo “disumano”, si comprende dove miri la ricerca di Daniele Campanari; non è più nemmeno una questione di disappartenenza, o di abitare finalmente il corpo che si è sempre voluto vivere (come nel caso della poesia di Vivinetto [qui]): è proprio l’elemento umano che viene meno, malgrado ci siano nei versi continui e costanti riferimenti a una realtà totalmente antropomorfizzata, antropocentrica. La visione stessa della realtà si rende miope perché è miope la percezione umana della realtà in cui vive. E da una dimensione del tutto privata, ossia l’esperienza diretta del poeta, il passo a una dimensione universale è breve: come il prendere atto dei limiti umani nel non saper volare, mancata esperienza che chiude la quarta poesia qui sopra proposta.
E più ci si allontana dalla propria sostanza e dalla propria essenza, più aumenta quell’essere disumani a noi stessi e a tutti. E forse il divario si apre proprio nello spostarsi dalla notte al giorno, ossia, secondo la bipartizione del libro, dalla dimensione prettamente privata a quella pubblica (un procedere che a me fa pensare al Tondelli di Biglietti agli amici). Ma non sono così certo che gli ambiti possano e debbano essere visti in modo netto e antitetico dal momento che lo sguardo appartiene sempre allo stesso individuo; e ad autorizzarmi a fare questa piccola considerazione è l’autrice dell’introduzione alla raccolta di Campanari, Simona Baldelli, quando a un certo punto parla di «amalgama di intimo e pubblico, irruenza implosa e frenetica inattività», con questo bellissimo ossimoro che tutto dice dei nostri tempi.

© Fabio Michieli

*

Daniele Campanari (Latina, 1988) è giornalista, speaker radiofonico, autore e doppiatore pubblicitario. Collabora con diverse testate cartacee e online. Si occupa di arte e cultura, oltre che di cronaca bianca. A marzo 2017 ha pubblicato la raccolta di poesie Corpo disumano (Oèdipus). È membro dell’Associazione “Libero de Libero” che promuove la cultura in versi, organizza il Festival di poesia “Verso Libero” e il Premio Solstizio per opera prima.

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I poeti della domenica #186: Marco Giovenale, Fa lo stesso, tutto sommato il tempo

fa lo stesso, tutto sommato il tempo
è andato identico, non è rimasto
niente di quello che eravamo
(aravamo – taglia corretto,
se mima questo, il vetro;
che ha ragione come hanno
ragione le cose trasparenti)

© Marco Giovenale, in criterio dei vetri, Salerno/Milano, Oedipus, 2007

Grazie a Davide Valecchi per questa scelta.

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Una frase lunga un libro #95: Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Oèdipus, 2017, € 11,50

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Non ci riconosciamo, ti diranno
non crescono specchi nel nostro prato.

Ho letto qualche mese fa, per la prima volta, le poesie di questa raccolta; ne pubblicammo allora tre in anteprima e da allora, ad ogni rilettura, fino all’ultima, avvenuta con il libro tra le mani, ho sempre pensato a una parola: anima. Probabilmente si tratta di una delle parole più usate, addirittura abusate, in poesia; ma a me non è venuto in mente l’uso, a me è venuto in mente, mi è caduto addosso il significato dell’anima, il senso di ciò che sta dentro e che ha ragione su tutto, che comunica e tiene insieme i pezzi; l’anima che è il collante ed è la memoria, l’anima come ago e filo, come qualcosa che non si può toccare e poi di estremamente solido. L’anima come l’unità di misura di tempo e spazio. L’anima cerniera e dispersione. L’anima a contatto con la terra e col fango, l’anima che guarda da fuori, che guarda meglio, che registra e che sa lasciar andare. L’anima e il corpo sono una cosa sola, sono interscambiabili e sono per Liberale il più grande strumento di comunicazione, anzi di trasmissione; e ogni emozione è un dato, e ogni ricordo è una cifra, e ogni dolore è un passaggio, e ogni cicatrice è poi cura, e ogni cura tiene conto del rimpianto e del pianto. Questa raccolta è fatta di terra e acqua, c’entrano quindi gli elementi naturali e ore di profonde riflessioni e meditazioni; è fatta di scelte calibrate su ogni singola parola, su ogni verso e sulla sua tenuta; se il verso tiene, allora tiene tutto, tiene anche la storia che Laura Liberale va a raccontare.

Viene con la statura di un cipresso
presidia il buio, lo stento della lingua.

Non ti voltare finché le parole
non siano assolute come ossa.

La disponibilità della carne è una sorta di confine tra l’accoglienza dell’altro e la volontà di disporne, di decidere per lui; l’equilibrio è quanto mai precario ed è un filo lungo il quale ci muoviamo tutti, mai allo stesso tempo, ma di certo prima o poi, perché il nostro essere umani e fallibili ci sposta continuamente tra la generosità e il controllo, e entrambe le cose le chiamiamo affetto, le chiamiamo amore. Laura Liberale si offre al lettore attraverso i suoi testi ma è pronta ad accogliere, così come ha accolto la perdita, che sono i lutti, che sono le rinunce; così come ha accolto la nascita. Mi viene da pensare che la perdita di un affetto non lo sia mai del tutto, così come la nascita di un figlio (ma potrebbe essere anche un nuovo amore) non certifica un aumento di volume affettivo, non giustifica la nostra volontà a disporne. È un libro, questo, che invita alla riflessione mentre consiglia l’abbandono, non si possono leggere le poesie di Laura Liberale senza aver lasciato indietro un po’ di zavorra, bisogna entrare in questo libro con gli occhi aperti e un po’ di coraggio, e poi bisogna ritornarci, fare avanti e indietro, perché di un libro di poesie è bene seguire l’ordine ma è anche auspicabile poi scomporre quell’ordine; vorrà dire che avremo trovato il nostro, a quel punto il senso del poeta starà in ciò che ha scritto ma anche nel senso proprio e intimo che ogni lettore avrà trovato.

Radunati sotto il trono di gloria
compitano le parole dell’angelo.
È appresa la risacca dell’umano
indolore il suo battere di maglio.

Si fanno chiari i volti delle madri.

La scorsa settimana ho scritto di un bel romanzo: Se mi tornassi questa sera accanto di Carmen Pellegrino, in quel libro i protagonisti affidano le loro parole all’acqua del fiume, parlano a sé stessi per raggiungere l’altro; le parole di Laura Liberale nell’acqua di un fiume nascono e quel fiume è fatto di molte cose, e di altre cose che (come sappiamo dalle elementari) accumula per strada, a valle arrivano le poesie e ci restano e ci trovano, non so se ci portino da qualche parte o se ci aiutino a rimanere, so che qualcosa fanno e quel qualcosa non è affatto poco, non è mai poco. Ogni tanto sembra che basti.

*

Gianni Montieri

 

Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

Laura Liberale
da La disponibilità della nostra carne
(libro di prossima pubblicazione per Oedipus, collana Croma K, diretta da Ivan Schiavone)

 

E dunque lei muore
e un altro mistero s’ingrotta
di donna consanguinea
di stele che non aprì alfabeti.

Queste le femmine del tuo lignaggio.

Finisce in piaga
la carne che non rilasciò i segreti
e la consunzione non è che la punta
del vostro pauroso iceberg familiare.

 

*
La prima volta fu
per l’addio che febbraio
condensava sui vetri.
Le tue mani, implorava
e attecchiva in te.
La seconda, il fantoccio
dissestato a tuo uso
traboccava nel poco
che di te concedevi.

In entrambe ordinasti
tempesta su quel seme:
Vieni disastro, mieti.

 

*
Ancora stai chiedendo di nutrirla
di celebrare il rito della cura?
È un’ara questo tavolo, tu scava
due solchi, riempili di latte e acqua
zolle di terra innalza a far barriera
erigi il tumulo, l’orto racchiuso
liba nel sole che strina i contorni
nella misura della primavera.

 

© Laura Liberale

da “Canto del rivolgimento” di Federico Scaramuccia

di Federico Scaramuccia

Federico Scaramuccia

torbido infuria il tempo e cieco sfrigola
nella metropoli una rocca succube ancora di alte mura in torno e magica
diroccata dall’eco ampia che il popolo a raffiche alza e mena contro chine
al traffico anime in pena spalancano a quel parapiglia la bocca ciniche
a graffi e a brani si abbrancano e mordono in testa senza cura si contagiano
sorde al sonno che piglia dentro al turbine empio che non si arresta a turno in riga

verso una torre

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Una frase lunga un libro #56: Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva

frungillo

Una frase lunga un libro #56: Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva, Oèdipus, 2016, € 11,50

Ma tentare, bisogna tentare,
perché il vuoto valga per ciò che vale,
resti una variante, sia lo sguardo pulsante,
ci distragga per un solo istante, ci porti a fondo,
ci porti a trasformare il tempo in spazio,
in camere e strofe, ci ricordi le parole,
la nostra scommessa finale. […]

Come fosse un viaggio.
Questo libro è un viaggio, fate proprio come se fosse un viaggio, perciò sedetevi e leggete, ma, come si fa nei viaggi, poi alzatevi, guardatevi intorno, alzate gli occhi e guardate in alto, osservate, lasciatevi portare per mano. Guardate la gente, non pensate a un monumento, pensate a un mondo, fate una pausa quando credete e poi ricominciate a camminare, perché così si legge la poesia, ci si porta una borsa leggera, ci si mette in ascolto e si fa in modo che il poeta la riempia, così si legge la poesia. Così faremo con Le pause della serie evolutiva, nuovo libro di Vincenzo Frungillo.
Frungillo ha sempre fatto i conti con la storia, con la scienza, con la filosofia. Ha sempre fatto in modo che la conoscenza entrasse nei suoi versi, e facesse da tramite alla comprensione del testo; fosse cioè un codice di lettura in più: insieme alla metrica, al ritmo, alla scelta delle parole e dell’argomento. È accaduto con Ogni cinque bracciate (Le Lettere, 2009), l’indimenticabile poema in ottave sulle nuotatrici della Germania Est, dove epica e allegoria portavano a galla – è proprio il caso di dirlo -, mostravano il senso del tempo e dell’uomo, e quindi della storia, attraverso un “racconto” sportivo estremamente simbolico, per periodo e luogo di collocazione. È accaduto ne Il cane di Pavlov (d’If, 2013), dove una storia sadomaso, di sottomissione e reclusione, e di morte, ci veniva – in fondo – a dire della solitudine, dello smarrimento e di come, a volte, ci si possa riconoscere e così sperare di salvarsi negli occhi di un altro.
Il viaggio che Frungillo ci invita a fare ha come stazione di partenza un lutto, una perdita. Una cosa naturale ma estremamente complicata, come la perdita del padre quando si è ancora giovani. Quella perdita, in un dato periodo, che è quello della crescita, della formazione, quello in cui un genitore trasmette, è una lacerazione, uno strappo che genera un vuoto profondo e inesorabile.

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Davide Nota, Gli orfani

Orfani Prima

In prossimità dellʼuscita della raccolta di racconti Gli orfani di Davide Nota (Oèdipus) pubblichiamo una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli e tre estratti dal libro. (gm)

*

Per Gli orfani di Davide Nota. Una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli

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Mi dovrai scusare.

E comprendere se parlerò a braccio, a caldo, infiammato, come dici tu, ma non potrò e forse non so fare altrimenti. Se dirò di coincidenze, di illuminazioni e stati estatici, mi scuserai.
Gli orfani. Il titolo non mente e non c’entra la semantica ma il suono. Devo dare retta a quello che ho visto, perché tardi in vita mia ho capito che bisogna lasciarsi prendere, abbandonarsi alla visione del suono. Affidato al diapason più che agli occhi aperti, gli ultimi anni mi hanno riservato le cose più vere, perché trapassate dal contesto, affidato senza speranze alla visione che non ha appiglio reale e solo così prendo corpo vero e accado. Succedo.
Gli orfani. Già ne avevi scritto da “Nazione Indiana” ma il sottotitolo, Appunti per un fantasy no-gender, e la connivenza con le illustrazioni, non rendevano forse piena giustizia. Stravolto adesso, pur nelle medesime parole, hai trovato le geometrie della giusta posa.
Ho letto da te che Gli orfani vuole essere un libro. E quale libro alfine.
Ho rivisto le prime letture mie e non so dirti perché, eppure sì che lo so. Ho rivisto i titoli: The Cantos, El Aleph, Canti Orfici, Arcanes. Al principio fu il suono, sembra lʼinizio di un antico testamento, di un Veda primario, ma questo mi ha guidato.
Gli orfani suona come quei titoli per me. Soltanto dopo ho trovato le corrispondenze, tutte reali ai miei occhi, potrei dirne mille e qui di seguito ne vomito alla rinfusa alcune: risento il procedere sciamanico di Campana e la sua follia, lo sguardo politico sul mondo tra le cabale esoteriche di Hirschmann, la lirica di Borges e la tematica divina, i simboli, i doppi, il sogno e la metafisica. Il mito e l’Omero di Pound («Ho camminato lungo la via Pisana alla ricerca di una chiesa l’ho trovata ma non sono entrato…»).

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“Da un estremo margine” di Flavio Ferraro

Sulla soglia oscura

*

io rendo polvere alla pietra.
Così fa il mare; così dona
vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre
trascolora: e tu, cui un’onda chiara
levigò il respiro, tra i flutti
ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,
che più non può tardare

*

tu custodisci una parola straziata.
Uno spazio aperto ai venti.

E attorno, come varchi
improvvisi, dimore: soglie
leggere, quasi fossero d’aria.

E uno spazio, una parola anche lì.
Aperta ai venti

*

fosse anche lui, il senza ombra,
il nome infinito a cui tendevi
strenuamente, quando tracciasti
un solco nella sabbia.

Fosse anche questo, un respirare
attonito.Tu sai qual era il voto:
oltre il confine nessun suono.

E la tua voce, se trascende,
fende l’aria stupefatta

Da un estremo margine

*

sempre un sentiero affiora.

Una misura, che porta al punto
di vertigine: estremo lembo,
dove il fiore sprofonda.

Attraversare non è nulla.
Solo nel vuoto
il vuoto si colma

*

lei, la non placata.
Ancora intatta nei fiordi
alla deriva, ancora pura,
nebbia di sirena.

Goccia dopo goccia,
fiorita da parole.

In parola raggelata

*

non ancora sorgente:
ma un fiume, che scorre
nell’alto. Un fiume azzurro.

Anche questo, vedi,
è mutamento; anche là,
nel fondo occulto,
cerchio di luce.

Che emerge
limpido dal buio.
E lo racchiude

Di chiarore in chiarore

*

discendi, sgorga,
che le tue stelle
affondino quaggiù.

Spezza i cardini, inclina
l’asse, erompi
come fossi un nimbo.

Tu non sai
quale spazio, quanto
inconoscibile sia.

Solo una scheggia,
una scintilla:
spegnerla ci basterà

*
le cuspidi, le guglie,
come una freccia
scagliata in alto.

Come una notte,
uno spazio che ci invade
e noi vibranti, noi
nell’aria senza vento.

Che una soglia,
quella soglia varcammo,
che è qui, è ora.

Non dire più: questo.
Adesso è uno.
Non chiamarlo:
è lui che chiama te

*

non era che ascolto, ma cresceva.
Non più che un sigillo
di ghiaccio, ma sonoro,
reso lieve dall’abisso.

Perché fu parola,
eco che nascondemmo,
finché non tacque.

E ora che non ha più margine,
non ha misura, quella ora
si leva, fino a qui,
si fa respiro e direzione

*

flavioFlavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Tra le sue opere: Sulla soglia oscura, 2010 (La Camera Verde); Da un estremo margine, 2012 ( La Camera Verde). La sua ultima raccolta di poesie uscirà in autunno per le edizioni Oèdipus.