Odradek

Sabino Caronia, La consolazione della sera

 

Sabino Caronia, La consolazione della sera, Schena Editore, Fasano 2017

C’è una parola, nel titolo di questo romanzo di Sabino Caronia, che induce a una serie di ragionamenti e di fili conduttori che da un lato indirizzano l’interpretazione verso determinati sentieri e dall’altro, tuttavia, allargano e rendono più complessa e accattivante la ricerca di collegamenti. Questa parola è la parola “consolazione”.
Consolazione, conforto: è sollievo in una situazione di disagio, di sofferenza, è riparo da un contesto ostile. È sollievo, dunque, è riparo. Non è più – e forse non sarà mai – felicità. Che la felicità – intesa come pienezza, come baluardo a qualsiasi rimpianto – sia una condizione avvertita sì come aspirazione, ma come aspirazione utopistica, in una stupefacente triangolazione dialettica di scetticismo, abbandono fiducioso a dispetto di ogni dato sensibile, sospensione del giudizio nell’attesa, è testimoniato, fin dalle prime righe, dalla presenza preponderante di personaggi principali che nella vita sono stati defilati, oppure emarginati, oppure, ancora, messi nell’angolo dagli ‘sgomitatori’ di turno, dai dediti al successo per il successo. Emergono, allora, i collegamenti con le testimonianze umane nella Storia e nelle vicende personali, così come i riferimenti letterari, a partire da quello su cui si basa l’intera architettura di questo “sogno di Sabino”: la vita e l’opera di Franz Kafka, gli episodi di cui abbiamo notizia attraverso amici e conoscenti, nonché i carteggi con più destinatari e le tracce sparse in tutta la produzione narrativa.
Il primo riferimento per questo romanzo così squisitamente letterario e così efficace nel rendere le peregrinazioni dell’animo e i vagabondaggi di una mente aguzza e inquieta non è esplicitato. Per essere più precisi, si tratta di un riferimento che ho voluto vedere io, e che ha come ancoraggio principale proprio il legame con la consolazione, concetto presentato in apertura di questo contributo. Si tratta della Storia meravigliosa di Peter Schlemihl, racconto ad alto contenuto autobiografico, eppure tanto sublime da elevarsi a narrazione universale della figura dell’Außenseiter (solitario, emarginato, outsider), di Adelbert von Chamisso. Non è superfluo ricordare che il nome Schlemihl viene dalla lingua yiddish e sta a designare la persona segnata da un destino sfortunato. L’esito, nel racconto del tardo Romanticismo tedesco, è la consolazione del protagonista, privo dell’ombra e con essa di qualsiasi identità sociale, nel mondo della ricerca naturalistica.
Nel romanzo di Sabino Caronia la consolazione giunge dal ripercorrere à rebours la propria vita e la Storia intrecciandola con la vita e le narrazioni di Kafka, e non soltanto con esse. In peregrinazioni che sono anche pellegrinaggi, il romanzo-sogno agevola l’incontro di chi legge non solo con l’io narrante e con lo scrittore praghese, ma con tante altre persone, a cominciare dal poeta catalano Gabriel Ferrater, traduttore di Kafka (El Procés, 1966), con l’omaggio al quale si apre il romanzo, per proseguire con Italo Alighiero Chiusano, germanista e scrittore conosciuto nel 1986, anno della cometa di Halley, alla presentazione di Il vizio del gambero, a pochi passi da Montecitorio (e dunque presumibilmente nella libreria tedesca Herder, chiusa purtroppo alcuni anni fa), Chiusano del quale troppo poco si è scritto e si scrive, come fa giustamente notare Caronia, che con questo romanzo ha ai miei occhi il merito di rilanciarne gli studi, Chiusano come studioso di Kafka; tra le personalità che appaiono in questo romanzo vanno menzionate ancora quelle di Max Brod e di Italo Calvino, di Walter Benjamin e di Jim Morrison.
Le figure femminili rivestono un ruolo di primo piano in quest’opera. I loro nomi sono altamente evocativi nell’immaginario inteso come bene comune, e la loro capacità di evocazione è raddoppiata dal legame con la biografia dell’io narrante: Diana, innanzitutto, la moglie con la quale il rapporto affettivo si rafforza, si consolida nel tempo, e l’omonima principessa triste, della quale vengono ricordate perfino le ultime parole, poi Laura, Noemi, Ottla, Felice, Milena, Dora. Non manca neppure la signora Tschissik, l’attrice yiddish, e la storia tragicomica del mazzo di fiori e di una insolita (e sbeffeggiata) devozione di Kafka ventottenne che sembra un diciottenne e che si invaghisce di una trentenne «che forse nessuno giudica carina». (altro…)

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.