nuova poesia latinoamericana

Carlos Noyola, Tre testi

Carlos_Noyola

Tre testi di Carlos Noyola

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Cantar libélulas

Subo los jarrones
para escapar de mi memoria.
Desde allá veo a mis hermanas
brincan encimándose
para alcanzar libélulas que se congelaron
cuando pensaban en ser aquenios.

La tía llamó
e intenté correr
pero mis hermanas decidieron
construir pirámides sobre mi cuerpo.
No siento los dedos, dijo una de ellas
y volteé a mirar por la ventana
el vals de dieciséis
que pronto se convirtió en canto
de risas y libélulas.

Mis hermanas repetían
que no las encontraban
y entonces entendí lo que vi
cuando dijeron:
las libélulas no están
se han ido
o se las llevaron.

Cantare libellule

Salgo sui vasi
per fuggire dalla mia memoria.
Da lì vedo le mie sorelle
saltano sollevandosi
per raggiungere libellule che si sono congelate
quando pensavano di essere acheni.

La zia ha chiamato
e ha cercato di correre
ma le mie sorelle hanno deciso
di costruire piramidi sul mio corpo.
Non sento le dita, ha detto una di esse
e ha volteggiato per guardare dalla finestra
il valzer della festa dei quindici anni
che subito si è tramutato in canto
di risate e libellule.

Le mie sorelle ripetevano
che non le trovavano
e allora ho compreso quello ho visto
quando hanno detto:
le libellule non ci sono
se ne sono andate
oppure se le sono portate via.

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Novità. Mario Meléndez, Aspettando Perec (Raffaelli Editore)

copertina aspettando perec

Aspettando Perec
(Esperando a Perec)

Mario Meléndez

Traduzione di Rachele Vaselli

 

 

Giovane, come intensamente giovani sono sempre i poeti, Mario Meléndez ci dona i suoi versi possenti, capaci di far penetrare nella sensibilità del lettore quell’universo angosciato e al contempo folgorante, dove il conflitto è un sole attorno al quale ruotano gli esseri e le cose. Il mondo che abita e patisce Meléndez è simile al nostro, più contemplato, compreso e descritto con una rara qualità, quella dell’intelligenza poetica. La sfuggente condizione umana non ha grandi segreti per una penna sagace come quella di questo autore, che non ha bisogno di metafore lussuose – sì di quelle funzionali al senso‑ per sgranare la potenza delle sue visioni. Un linguaggio diretto e semplice è il mezzo che adopera il suo talento e ci stupisce poesia dopo poesia: quando pensavamo che quello a cui si riferiva Meléndez era innominabile – almeno per la portata del linguaggio − scopriamo che era possibile farlo, certo, dopo che Meléndez lo ha fatto. Oggi una delle voci più interessanti di tutta l’America Latina. (Luis Benítez. Poeta, saggista e critico argentino)

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El inconsciente es un manicomio
con vista al mar

Cada pez que sale del agua
trae camisa de fuerza

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L’inconscio è un manicomio
con vista sul mare

Ogni pesce che esce dall’acqua
porta una camicia di forza

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Nuova poesia latinoamericana. #14: Julio Espinosa Guerra

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 foto julio espinosa.jpg

Julio Espinosa Guerra

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Julio Espinosa Guerra (Cile, 1974). Ha ottenuto i premi di poesia Villa de Leganés (Spagna, 2004), Sor Juana Inés de la Cruz (Costa Rica/Messico, 2007), Isabel de Portugal (Spagna, 2010), Fundación Pablo Neruda alla sua traiettoria (Cile, 2011) e Villa de Cox (Spagna, 2013). Tra le sue raccolte poetiche vale la pena ricordare Las metamorfosis de un animal sin paraíso (LF, Spagna, 2004), NN (Gens, Spagna, 2007), sintaxis asfalto (Olifante, Spagna, 2010) e La casa amarilla (Pre-Textos, Spagna, 2013). Ha pubblicato anche le antologie poetiche La poesía del siglo XX en Chile (Visor, Spagna, 2005) e Palabras sobre palabras. 13 poetas jóvenes de España (Santiago Inédito, Cile, 2010). È anche autore dei due romanzi El día que fue ayer (Cile, 2006) e La fría piel de agosto (Alfaguara, Cile, 2013). Dirige la rivista de poesia Heterogénea e la Scuola di Scrittori di Zaragoza, in Spagna. Risiede in Spagna dal 2001.

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V

Ser como el grillo
y su canto

Permanecer oculto
en las esquinas
de la casa

y decir tanto
con tan poco.

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VII

Poder tejer
no la araña
sino la red invisible
de los movimientos de su tela

Atrapar
no las moscas y hormigas
en esta imagen
sino su gesto
que se pega al aire
antes de desaparecer.

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XI

Como el caracol
dejo esta huella sobre la página
y presumo de su fosforescencia
aunque no soy capaz de decir
ni la mitad de los minerales
que mis ojos
estrujan de la luz:

en la ruta del signo que arrastro a mis espaldas
me ciego a mí mismo.

(de NN, 2007)

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Nuova poesia latinoamericana. #13: Frank Báez

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 Frank Báez

foto frank bàez

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 Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Frank Báez (Repubblica Dominicana, 1978). Poeta e scrittore. Ha pubblicato i libri: Jarrón y otros poemas (2004); Págales tú a los psicoanalistas (2007), con cui ha ottenuto il Premio Internazionale del Racconto Giovane del Mercato Internazionale del libro; Postales (2008), che ha ottenuto il Premio Nazionale di Poesia Salomé Ureña della Repubblica Dominicana; En Rosario no se baila cumbia (2011) e En Granada no duerme nadie (2013). È editore della rivista Global e coeditore della rivista di poesia Ping Pong: www.revistapingpong.org. Insieme a Homero Pumarol ha fondato il gruppo di spoken word El Hombrecito, che ha pubblicato due dischi e un DVD (www.elhombrecito.com). A settembre Jalai Books pubblicherà un’antologia personale della sua poesia tradotta in inglese dal titolo Last night I dreamt I was a DJ. La sua pagina web personale è: www.frankbaez.com

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VARIACIONES ACERCA DE UN POEMA DE AMOR

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1

he tratado de escribir un poema de amor
pero los poemas nunca dicen lo que uno quiere decir
o puede que digan exactamente lo que uno quiere decir
y lo que no sabemos es qué es lo que tratamos de decir

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2

si digo tú me refiero a ti
pero cuando escribo tú
ya no me sigo refiriendo a ti
sino más bien a un tú platónico
que tiene que ver más conmigo
que contigo

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3

cuando Quevedo no lograba escribir
un poema de amor se exasperaba
y se subía en los campanarios de las iglesias
y le arrojaba piedras a los que iban a misa

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Nuova poesia latinoamericana. #12: Paula Einöder

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 foto Paula Einöder

Paula Einöder

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Paula Einöder (Uruguay, 1974) è laureata in Lettere (Facoltà di Umanistica e Scienze dell’Educazione, Universidad de la República) e professoressa di inglese. Ha pubblicato i libri di versi La escritura de arcilla (Montevideo, Ediciones Imaginarias, 2002) che ha ottenuto la Menzione Speciale del MEC per la Poesia Inedita nel 2000 e come Opera Edita nel 2003), Árbol experimental (Montevideo, Artefato, 2004) e opacidad (Montevideo, La Propia, 2010). Nel 2004 ha pubblicato: Miranda o el lugar desde donde no se habla (Menzione Speciale del MEC come Saggio Letterario Inedito nel 2000). Selezioni di sue poesie compaiono in varie antologie, come: Breve muestra de poesía contemporánea del Río de la Plata, Selección II (Buenos Aires, Bianchi Editores, 1995); Antología de poetas jóvenes uruguayos (Montevideo, AG Editores, 2002) e El manto de mi virtud. Poesía cubana y uruguaya del siglo XXI (Montevideo, Instituto cubano del libro-Ministerio de Relaciones Exteriores de Uruguay, 2011). È possibile visitare il suo blog al sito: http://poesiapaulatina.blogspot.it/.

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POEMA ROTO

Le quito páginas al río
y cuando digo río
escucho a los pájaros agolparse en los ramajes viscerales
para por fin desmenuzarse en el cielo disuelto
No. Le arranco páginas al río
Quiero decir –intento lo que no se puede
Detener al río no se puede
No se le pueden quitar todas las hojas al río
Detener lo escrito en el agua
Pero le quito las páginas al río
Me defino por eso. Y lo hago
Atravieso una penumbra. Pero el río es una máquina feliz
Existe aparte de mí. No me espera ni se inmuta
y yo escribo sola
No digo –ahogada- pero pienso que el río
escribe versiones que luego desleo
sintiendo mi  problema de enfoque
Igual, las páginas se escriben solas
y yo estoy sola cuando escribo
e intento quitarle páginas al río

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POEMA ROTTO

Tolgo le pagine al fiume
e quando dico fiume
ascolto gli uccelli accalcarsi nei rami viscerali
per sminuzzarsi alla fine nel cielo dissolto
No. Strappo pagine al fiume
Voglio dire ‑provo quello che non si può
Fermare il fiume non si può
Però strappo le pagine al fiume
Mi definisco per questo. E lo faccio
Attraverso una penombra. Ma il fiume è una macchina felice
Esiste indipendentemente da me. Non mi aspetta e non si altera
e io scrivo da sola
Non dico –affogata‑ però penso che il fiume
scrive versioni che poi sleggo
sentendo il mio problema di messa a fuoco
Magari le pagine si scrivono da sole
E io sono sola quando scrivo
E cerco di togliere pagine al fiume

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Nuova poesia latinoamericana. #11: Francisco Véjar

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

foto francisco véjar 

Francisco Véjar 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Francisco Véjar (Cile, 1967). Poeta, antologista, critico letterario. Ha pubblicato Fluvial (1988), Música para un álbum personal (1992), Continuidad del viaje (1994), A vuelo de poeta (1996), Canciones imposibles (1998), País insomnio (2000), El emboscado (2003) e La fiesta y la ceniza (2008). È stato anche selezionato in diverse antologie, sia in Cile che all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, italiano, catalano, portoghese e croato. Attualmente è editorialista per la rivista El Mercurio e collabora con la rivista spagnola Clarín. È stato pubblicato nella rivista italiana Poesia, diretta da Nicola Crocetti, nella traduzione di Cristina Sparagana. Nel 2009 ha pubblicato il libro di cronache Los inesperados che tratta di alcuni degli scrittori e artisti cileni più importanti della seconda metà del Novecento.

 

 

CITA EN EL PACÍFICO SUR / 1999

Es bello flotar, así flotan los extraños objetos
que amanecen en las playas y que nadie reconoce.
¿Vienen de algún naufragio? Y qué importa, todos
venimos de algún naufragio aunque no lo sepamos.
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-Rosamel del Valle-

El mar es nuestro refugio
En días de navegación por el Pacífico Sur
Ese curioso resplandor
Ha sido la única piedra filosofal
Que hemos llegado a poseer
Anoche la vaguada costera viajó con nosotros
Y todo parecía detenerse en ese instante
Tan claro como la luz de la luna
Plateando arena, mar y muelles
Una extraña ave vino a morir a nuestros pies
Mas sobrevivimos burlándonos de nosotros mismos
Y viendo pájaros acuáticos donde sólo había silencio
O poniendo libros sobre mesas de restaurantes marítimos
En comunión con los demás
O con las discriminaciones silvestres a que incita el cielo
La brisa del mar insiste en desordenar el texto
Y repentinamente estas palabras
Relatan – es su derecho –
Lo que ellas son entre nosotros

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APPUNTAMENTO NEL SUD DEL PACIFICO / 1999

È bello galleggiare, così galleggiano gli strani oggetti
che giungono all’alba sulle spiagge e che nessuno riconosce.
Provengono da qualche naufragio? E che importa, tutti
proveniamo da qualche naufragio benché lo ignoriamo
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-Rosamel del Valle-

Il mare è il nostro rifugio
In giorni di navigazione attraverso il Sud del Pacifico
Quel curioso bagliore
È stato l’unica pietra filosofale
Che siamo arrivati a possedere
Ieri notte la depressione costiera viaggiò con noi
E tutto sembrava fermarsi in quell’istante
Chiaro come la luce della luna
Tingendo d’argento la sabbia, il mare e i moli
Una strano uccello venne a morire ai nostri piedi
Ma sopravvivemmo burlandoci di noi stessi
E vedendo uccelli acquatici dove c’era solo silenzio
O mettendo libri sui tavoli dei ristoranti marittimi
In comunione con gli altri
O con le discriminazioni silvestri a cui incita il cielo
La brezza del mare insiste a disordinare il testo
E repentinamente queste parole
Raccontano – è un loro diritto –
Quello che loro sono tra di noi

.

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HABITAR UN PAÍS COMO TUS OJOS

Quiero vivir en un país como tus ojos
más nítido que las horas que el tiempo deshecha,
más lúcido y real.

Quiero habitar un país como tus ojos;
tu piel navegando en mi piel,
las coincidencias, la respiración,
las horas que sin saberlo se unen,
un bolero y el abrir y cerrar de puertas,
sabiendo que nuestro tema sigue siendo el viento.
Mas el lenguaje no basta, ni el fragmento del sol
que guardabas en tu cuerpo para entregármelo
tras un ir y venir poblado de voces.

Desde las enrarecidas calles me haces señas
para que no ande a tientas,
ciego, borracho o como yo.

El aire de la mañana se suspende allá afuera.

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ABITARE UN PAESE COME I TUOI OCCHI

Voglio vivere in un paese come i tuoi occhi
più nitido delle ore che il tempo disfa,
più lucido e reale.

Voglio abitare un paese come i tuoi occhi;
la tua pelle che naviga nella mia pelle,
le coincidenze, la respirazione,
le ore che senza saperlo si uniscono,
un bolero e l’aprirsi e chiudersi di porte,
sapendo che il nostro tema continua a essere il vento.
Ma il linguaggio non basta, né il frammento di sole
che conservavi nel tuo corpo per consegnarmelo
dopo un andare e venire popolato di voci.

Dalle rarefatte vie mi fai segnali
perché non vada a tentoni,
cieco, ubriaco o come me.

L’aria del mattino rimane sospesa là fuori.

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ALLÍ DUERME MI PADRE

 

Visito el cementerio:
allí duerme mi padre
sobre polvo y más polvo
donde no hay más que el silencio sordo de otras voces,
lápidas casi borradas por las tempestades:
débiles huellas sobre el mármol.

El viento desordena el entorno.
Camino sobre pétalos resecos
que se unen a la tierra,
sobre pedazos de labios
que se juntaban para amarse.
Pero no hay respuesta.

Un día espíritu y carne
fueron fuertes,
vagaban sin prisa,
releyendo en el aire las señales de la vida.

Estoy de pie en este mundo,
mirando como muere la tarde,
sintiendo la enarbolada sensación de contener
en un segundo otros ecos.

Hay pasos que oyen,
hay ojos disueltos que observan,
también el destello de la nada.

Allí duerme mi padre
frío y delicado como la nieve.

(de País insomnio, 2000)

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LÌ DORME MIO PADRE

 

Visito il cimitero:
lì dorme mio padre
sopra polvere e più polvere
dove non c’è altro che il silenzio sordo di altre voci,
lapidi quasi cancellate dalle tempeste:
deboli orme sopra il marmo.

Il vento disordina tutt’intorno.
Cammino su petali rinsecchiti
che si uniscono alla terra,
su pezzi di labbra
che si univano per amarsi.
Ma non c’è risposta.

Un giorno spirito e carne
furono forti,
vagavano senza fretta,
rileggendo nell’aria i segnali della vita.

Me ne sto in piedi in questo mondo,
osservando come muore il pomeriggio,
sentendo l’inalberata sensazione di contenere
in un secondo altri echi.

Ci sono passi che ascoltano,
ci sono occhi dissolti che osservano,
anche il luccichio del nulla.

Lì dorme mio padre
freddo e delicato come la neve.

(da País insomnio, 2000)

Nuova poesia latinoamericana. #10: Augusto Rodríguez

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

foto augusto rodriguez

Augusto Rodríguez

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

  

Augusto Rodríguez (Equador, 1979). Giornalista, editore e professore universitario. Ha pubblicato numerosi libri, tra i quali vale la pena segnalare: Cantos contra un dinosaurio ebrio (Barcelona, Spagna, 2007), Matar a la bestia (Guadalajara, Messico, 2007), Voy hacia mi cuerpo (Lima, Perù, 2010), La enfermedad invisible (DF, Messico, 2012), Las águilas del adiós (DF, Messico, 2012) e Del otro lado de la ventana (Lima, Perù, 2011). Ha ottenuto il Premio Nazionale di Poesia David Ledesma Vázquez (2005), il Premio Nazionale Universitario di Poesia Efraín Jara Idrovo (2005) e il Premio Nazionale per il Racconto Joaquín Gallegos Lara (2011). È fondatore del gruppo culturale Buseta de papel. La sua opera poetica è stata tradotta in inglese, arabo, portoghese, catalano e francese. È editore della casa editrice El Quirófano e direttore del Festival Internazionale di poesia giovane IEC.

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MI PADRE

Mi padre murió en invierno
sólo sé que al fin descansó
de la estrecha cama de todos los días.
Ya no hay ruido, ceremonias
pañuelos, ni rosas blancas.
Al fin, dije yo, descansó de las deudas
de los vicios, de la burocracia.
Mi padre murió en una pequeña alcoba
donde quedan remedios, jeringuillas
alcohol, drogas,
sus manos frías, abiertas
y vacías que me tocan con ternura.
Unos ojos blancos y amarillos
inyectados de muerte.
Un cáncer que no silencia
su victoria de sangre, de carne
de vejez inconclusa.
Todos los relojes dan la misma hora
y retroceden
cuando mi padre no era mi padre
sino un hombre
que se abría paso ante la vida.
Mi padre murió en una alcoba de hielo
y su cuerpo cada vez se adelgaza
se empequeñece, se evapora
en el aire vacío
la lámpara de la alcoba
juega con la materia de su piel.
Sus dientes amarillos
me sonríen
le sonrío
temblando de miedo
aunque de a poco
se convierta en polvo
fugaz.

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MIO PADRE

Mio padre è morto in inverno
so solo che alla fine si è riposato
dallo stretto letto quotidiano.
Non ci sono più rumori, cerimonie
fazzoletti, né rose bianche.
Alla fine, ho detto io, si è riposato dai debiti
dai vizi, dalla burocrazia.
Mio padre è morto in una piccola alcova
in cui rimangono medicine, siringhe
alcool, droghe,
le sue mani fredde, aperte
e vuote che mi toccano con tenerezza.
Occhi bianchi e gialli
iniettati di morte.
Un cancro che non tace
la sua vittoria di sangue, di carne
di vecchiaia inconclusa.
Tutti gli orologi danno la stessa ora
e retrocedono
a quando mio padre non era mio padre
bensì un uomo
che si faceva strada nella vita.
Mio padre è morto in un’alcova di gelo
e il suo corpo ogni volta dimagrisce
rimpicciolisce, evapora
nell’aria vuota
la lampada dell’alcova
gioca con la materia della sua pelle.
I suoi denti gialli
mi sorridono
gli sorrido
tremante di paura
benché fra poco
si tramuterà in polvere
fugace.

 
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Nuova poesia latinoamericana. #8: Claudia Masin

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA 

Claudia Masin

Claudia Masin

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Claudia Masin (Argentina, 1972). Scrittrice e psicanalista. Vive dal 1990 a Buenos Aires. Coordina laboratori di scrittura. Ha pubblicato le raccolte di poesia Bizarría (1997), Geología (2001), La vista (2002, ristampato nel 2012) El secreto. Antología (2007), Abrigo (2007), La plenitud (2010), e il libro di fotografie e poesie El verano (2010). Il suo libro La vista ha ottenuto all’unanimità il Premio ‘Casa de América’ in Spagna nel 2002 ed è stato pubblicato dalla casa editrice Visor di Madrid. Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese e portoghese. È stata co-direttrice delle marche editoriali “Abeja Reina” e “Curandera”. Ha creato e coordinato, insieme ad artisti di diverse discipline, cicli di poesia, musica e immagine, come “El pez que habla”, “La musik” e “El gallo y la luna”. Le sue poesie appaiono in diverse antologie latinoamericane.

 

POLIGRAFÍA

Escribías con una piedrita en la tierra tu nombre, palabras
al azar: arena, río, spider man. Como si creyeras que una historia
se escribe por la suma, la discreta acumulación de partículas.
O como si dibujar una casa bastara para poder habitarla. Pero
¿quién vive una vida real en una casa dibujada?

Hay un ligero, sutil desasosiego en las largas horas
de la siesta, que hace que todos prefieran dormir. Aún así,
resistías despierta. Es extraño pensar en una vigilia en pleno día,
cuando nada escapa a la visión y cada sonido resuena
amplificado en el silencio.

Los climas violentos crean una sensación de inminencia,
la ilusión de que nada va a quedar igual después del vendaval
o del calor intenso: una fiesta que se celebra
por un acontecimiento imaginario. Y es la imaginación,
y no los hechos, quien te deja asombrada una y otra vez
frente a cosas idénticas.

En esa hora en que son intensas niñez y desdicha,
como agujas en preciosa sincronía, ¿cuál
sería el objeto de tu espera? ¿Un naufragio, un estallido,
acaso el descubrimiento de la tristeza,
esa grieta que modifica tu mundo para siempre?
No es otra cosa que ese momento
lo que dirían las palabras, si alguna palabra
dijera alguna vez algo cierto.

(de Geología, 2001)

.

POLIGRAFIA

Scrivevi con un pietruzza il tuo nome nella terra, parole
a caso: sabbia, fiume, spiderman. Come se credessi che una storia
si scrive attraverso la somma, il discreto accumularsi di particelle.
O come se disegnare una casa bastasse a poterla abitare. Però
chi vive una vita reale in una casa disegnata?

C’è una leggera, sottile inquietudine nelle lunghe ore
della siesta, che fa in modo che tutti preferiscano dormire. Anche così
resistevi sveglia. È strano pensare ad una veglia in pieno giorno,
quando nulla sfugge alla vista e ogni rumore risuona
amplificato nel silenzio.

I climi violenti creano una sensazione di imminenza,
l’illusione che nulla resterà uguale dopo la tempesta
o il calore intenso: una festa che si celebra
per un evento immaginario. Ed è l’immaginazione,
e non i fatti, che ti lascia meravigliata ancora ed ancora
davanti a cose identiche.

In quell’ora in cui sono intense l’infanzia e la disgrazia,
come lancette in preziosa sincronia, quale
sarebbe l’oggetto della tua attesa? Un naufragio, un’esplosione,
forse la scoperta della tristezza,
quella crepa che modifica il tuo mondo per sempre?
Non è altro che quel momento
quel che direbbero le parole, se qualche parola
dicesse una volta qualcosa di certo.

(da Geología, 2001)

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Nuova poesia latinoamericana. # 7: Gabriel Chàvez

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

Gabriel Chàvez 

Gabriel Chávez Casazola

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

  

Gabriel Chávez Casazola (Bolivia, 1972). Poeta e giornalista. Ha pubblicato le raccolte di poesie Lugar Común (1999), Escalera de Mano (2003), El agua iluminada (2010) e La mañana se llenará de jardineros (2013 in Ecuador e 2014 in Bolivia). Parte della sua opera è stata tradotta in portoghese, italiano, inglese e rumeno. Le sue poesie sono state incluse in antologie nazionali e internazionali. Ha partecipato a incontri, letture e festival di poesia in vari paesi e città del continente americano e in Spagna. Coordina laboratori di poesia presso università e centri culturali. È editorialista per riviste colombiane e collaboratore di riviste internazionali di poesia. Ha pubblicato una vasta Historia de la cultura boliviana del siglo XX premiata come Miglior Libro Pubblicato nel suo paese nel 2009. Tra i vari premi, ha ricevuto la Medaglia al Merito Culturale dello Stato Boliviano. Nel 2013 è stato finalista del Premio Mondiale di Poesia Mistica Fernando Rielo.

 

 

VUELO NOCTURNO / ARTE POÉTICA 1

Esa luz que se apaga
no es un imperio
ni una luciérnaga.

Antoine lo sabía, lo supo volando sobre la Patagonia.

Esa luz que se apaga es una casa que cesa de hacer su ademán
al resto del mundo,
una mansión

— una humilde mansión si cosa cabe: todas las casas del hombre
son una mansión, todas las mansiones del hombre una cabaña —

una mansión, decía Antoine, que se cierra sobre su amor. O sobre su tedio.

Una luz vacilante a la que

— frío al calor —
unos labriegos reunidos
se aferran

náufragos que balancean un fósforo
ante la inmensidad
desde una isla desierta.

(de El agua iluminada, 2010)

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VOLO DI NOTTE / ARTE POETICA 1

Quella luce che si spegne
non è un impero
né una lucciola.

Antoine lo sapeva, lo seppe volando sopra la Patagonia.

Quella luce che si spegne è una casa che cessa di fare il suo gesto
al resto del mondo,
una magione

− un’umile magione se la cosa è possibile: tutte le case dell’uomo
sono una magione, tutte le magioni dell’uomo una capanna −

una magione, diceva Antoine, che si chiude sopra il suo amore. O sopra il suo tedio.

Una luce vacillante a cui
− freddo al calore −
alcuni lavoratori riuniti
si ostinano

naufraghi che fanno oscillare un fiammifero
di fronte all’immensità
da un’isola deserta.

(da El agua iluminada, 2010)

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Nuova poesia latinoamericana. #6: Jaime Huenún

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 jaime huenùn

Jaime Huenún

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Jaime Huenún (Cile, 1967). Ha studiato Pedagogia presso l’Istituto Professionale di Osorno e presso la Universidad de la Frontera a Temuco. Tra i suoi libri si segnalano: Ceremonias (1999), Puerto Trakl (2001) e Reducciones (2013). Frammenti delle sue poesie sono stati pubblicati in riviste e antologie nazionali e straniere. Nel 2003 ha ottenuto il premio Pablo Neruda per la poesia concesso dalla Fondazione omonima. La fine del medesimo anno compila l’antologia Epu Mari Ulkantufe ta FAchantü/ 20 poetas mapuche contemporáneos (Lom Editore). Nel 2005 ottiene la prestigiosa Borsa di Studio Guggenheim concessa dalla fondazione Simon Guggenheim di New York. Parte dei suoi testi poetici è stata tradotta in inglese, italiano, catalano, portoghese e croato, ed è stata pubblicata in antologie di poesia cilena e latinoamericana.

 

 

PUERTO TRAKL

(fragmentos)

Bajé a Puerto Trakl entre neblinas.
Buscaba el bar de la buena suerte
para charlar sobre la travesía.
Pero todos vigilaban la estrella polar en sus copas,
mudos como el mar frente a una isla desierta.
Salí a vagar por las calles con faroles rojos.
Las mujeres se ofrecían sin afecto, fragantes y cansadas.
“A Puerto Trakl los poetas vienen a morir”, me dijeron
sonriendo en todos los idiomas del mundo.
Yo les dejé poemas que pensaba llevar a mi tumba
como prueba de mi paso por la tierra.

“Y si vienes a morir a Puerto Trakl,
no bebas de mi vino”, dijo el tabernero.
Este bar no es la morgue de los ángeles
ni el cementerio de los fantasiosos.
Muchos hombres han cruzado el océano
por un jarro de cerveza, por una copa
de ginebra caliente.
Nadie aquí tiene patria ahora, y navegar
cansa más que la nostalgia y el amor.
Escucha, sólo escucha el estruendo del oleaje,
mientras el mirlo clama
entre las ramas y el viento.

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Nuova poesia latinoamericana. #5: María Montero

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

María Montero

María Montero

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

María Montero. Poetessa e giornalista originaria del Costarica ma nata in Francia (1970). Ha pubblicato El juego conquistado (1985), La mano suicida (2000) e In Dubia Tempora (2004/foto-documentario-poesia), quest’ultimo insieme a José Díaz y Jhafis Quintero. Ha svolto laboratori di scrittura teatrale e cinematografica con gli argentini Guillermo Gentile, Roberto Cossa e Jorge Goldenberg, così come con il maestro spagnolo José Sanchis Sinisterra. Ha studiato per un po’ filosofia e ha lavorato per 12 anni per il giornale La Nación. Ha anche collaborato regolarmente con la rivista Soho-Costa Rica. Ha partecipato ai festival della poesia a Medellín, Quito, Buenos Aires, Madrid, Perú e El Salvador. Nel 2012 ha inaugurato, con José Díaz, il progetto Vanguardia Popular, nel Museo di Arte e Disegno Contemporaneo. Ogni settimana alimenta la sezione Registro Público, al sito di notizie online ameliarueda.com.

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LA ÚLTIMA ISLANDESA

Soy la última de las mujeres islandesas
que jamás vivió en Islandia
ni supo pronunciar Reykjavik
ni mandó siquiera una carta a ningún amigo islandés
y de hecho no llegó a poner un pie más allá del paralelo 60.

Pero soy la última de esas mujeres que barren el viento con la cabeza y van llenas de escarcha a cualquier parte, insoportablemente lívidas, y dicen lo que tienen que decir y hacen lo que tienen que hacer en el fondo del único abismo rocoso de su barrio. Y ven la fuga de las cosas con devoción. Y casi se mueren de frío alrededor de sus hijos. Y añoran la planicie despavorida más que ninguna promesa.

Soy la última de las mujeres islandesas que jamás aceptó (pero entendió) la ley de un clima incompatible con el aburrimiento entre el Atlántico Norte y el océano Glacial Ártico, la combinación más generosa de las corrientes abruptas, la geografía abrupta y la irrupción permanente.

Soy la última de las mujeres islandesas sin código genético que tampoco experimentó la soledad en medio de la nada y aún así arriesgó todo en ese punto ciego y blanco de los confines. Soy la última de las mujeres heladas que desde lo profundo de los trópicos siempre supo que daba pasos en falso. Porque hay paisajes que no son lo que uno es.

Yo fui una mujer islandesa sin saberlo.
Ahora soy una mujer islandesa sin hogar.
Es decir, una piedra, la última ficción del hielo.

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L’ULTIMA ISLANDESE

Sono l’ultima delle donne islandesi
che vissero mai in Islanda

e non sapevo pronunciare Reykjavik
e non ho mai mandato una lettera a nessun amico islandese
e di fatto non ha mai messo piede più in là del 60esimo parallelo.

Però sono l’ultima di quelle donne che spazzano il vento con la testa e vanno piene di brina in qualunque posto, insopportabilmente pallide, e dicono quello che devono dire e fanno quello che devono fare in fondo all’unico abisso roccioso del proprio quartiere. E vedono la fuga delle cose con devozione. E muoiono quasi di freddo attorno ai propri figli. E sentono nostalgia della pianura impaurita più di qualunque promessa.

Sono l’ultima delle donne islandesi che non ha mai accettato (però ha capito) la legge di un clima incompatibile con la noia tra il Nord dell’Atlantico e l’oceano Glaciale Artico, la combinazione più generosa delle correnti aspre, l’aspra geografia e l’irruzione permanente.

Sono l’ultima delle donne islandesi senza codice genetico che non ha sperimentato neppure la solitudine in mezzo al nulla e nonostante ciò ha rischiato tutto in quel punto cieco e bianco dei confini. Sono l’ultima delle donne gelate che dal profondo dei tropici ha sempre saputo che faceva passi falsi. Perché vi sono paesaggi che non sono quello che uno è.

Io sono stata una donna islandese senza saperlo.
Adesso sono una donna islandese senza dimora.

Vale a dire, una pietra, l’ultima finzione del gelo.

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Nuova poesia latinoamericana. #4: Carlos J. Aldazábal

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA 

Carlos J. Aldazábal

Carlos J. Aldazábal

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

 

Carlos J. Aldazábal (Argentina, 1974). Ha pubblicato le raccolte poetiche La soberbia del monje (1996), Por qué queremos ser Quevedo (1999), Nadie enduela su voz como plegaria (2003), El caserío (2007), Heredarás la tierra (2007), El banco está cerrado (2010), Hain, el mundo selknam en poesía e historieta (con le illustrazioni di Eleonora Kortsarz, 2012) e Piedra al pecho (2013). Alla sua poesia sono stati conferiti numerosi premi. Aldazábal è stato incluso in diverse antologie e tradotto parzialmente in inglese e in italiano.

 

 

TIGRE

 

Felino sí.
Probablemente puma o simple gato:
la madera tallada no transmite verdades
y a un tigre de madera no se le ven dibujos.

Faltaría un pintor, alguien que con minucia
le decore el hocico, las patas, los costados,
para que la madera forme al tigre,
espejismo de rayas, pura voluntad de artesanía.

Luego sí, vendrá algún domador hecho de plomo:
acercará la silla, y al oído del tigre
escupirá verdades hasta formar la jaula.
Con un poco de alambre cubierto de algodones
construirá un gran aro para que el tigre salte
y el fuego lo consuma, como consume el fuego la madera.

¿Y si el tigre le ruge? ¿y si el tigre no salta?
¿si la silla se rompe y el domador tropieza?
¿y si el fuego perdona los colores del tigre
y se encarga del plomo y lo convierte en río,
y el tigre va y se baña, como hacen los tigres
que no son de madera, y se queda sin jaula?

¿Entonces se sabrán los dibujos del tigre?

¿O será por el agua, su devenir, sus ríos,
que Heráclito hablará de las certezas?

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TIGRE

Felino sì.
Probabilmente puma o semplice gatto:
il legno intagliato non trasmette verità
e in una tigre di legno non si vedono disegni.

Servirebbe un pittore, qualcuno che con minuzia
gli decori il muso, le zampe, i fianchi,
perché il legno formi una tigre,
miraggio di strisce, pura volontà di artigianato.

Dopo sì, arriverà qualche domatore fatto di piombo:
avvicinerà la sedia, e all’orecchio della tigre
sputerà verità fino a formare una gabbia.
Con un po’ di fil di ferro coperto di cotone
costruirà un grande cerchio perché la tigre salti
e il fuoco la consumi, come il fuoco consuma il legno.

E se la tigre ruggisce? E se la tigre non salta?
se la sedia si rompe e il domatore inciampa?
e se il fuoco perdona i colori della tigre
e si incarica del piombo e lo tramuta in fiume,
e la tigre va e si bagna, come fanno le tigri
che non sono di legno, e rimane senza gabbia?

Allora si sapranno i disegni della tigre?

O sarà attraverso l’acqua, il suo divenire, i suoi fiumi,
che Eraclito parlerà delle certezze?

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