novità editoriali

Giovanna Amato, Poesie da “L’inizio della scrittura”

È appena uscito L’inizio della scrittura, silloge di poesie d’amore di Giovanna Amato edita da FusibiliaLibri, ed ecco per voi tre poesie in anteprima. Per tutte le altre informazioni, visitare qui. Buona lettura intanto da Poetarum Silva!

 

È come possedere una città. Poi una legione
divampa. Fa il suo ingresso. Ad uno ad uno
soldati disarcionano le torri
annientano difese sbigottite
si estendono alle porte delle case,
pulsanti; fino all’ultimo, il tedoforo,
che silenzioso avanza dalla breccia.
Non reputo rovina
il cremisi che si agita tra i sassi
mentre i granai stipati vanno al rogo
e l’invasore svetta a colpi d’ascia
la testa dei feticci sull’altare.

L’amore è una battaglia non campale,
come un assedio visto alla finestra.
Ed è la quiete, come il sacerdote
che spazza il tempio; quiete come il vinto
che lustra lo schiniere al vincitore.

 

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo
alla volta affrescata di un trigramma.
Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,
tortile e sporgente dal soffitto.
Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura
(l’opera umana che assidera la gravità)
alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,
c’era chi provava per quel cristogramma
e per quel marmo da curvare con le mani
la bruciatura dei primi martiri che io
provo per te.
Ho una voce d’organo nel petto.
Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare
ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,
stordisce ogni pensiero che non ti riguarda
mio agnello mia colomba.
Usciamo all’aria.
La guida alza la voce per coprire
la sirena di un’ambulanza di passaggio,
vita che prosegue
anche se io sono innamorata di te.

 

Rispondo con una domanda al merlo
che mi interpella dal suo davanzale.
Rinunceresti forse alla fiammata
del sole quando plani in un mattino
freddissimo e invernale, per restare
sicuro che la bora non ti spiumi
non ti disperi e abbatta e squassi e mieta?
Lui mi risponde con un cenno muto.
Lascia che accada, lasciami l’ustione
come lo sfregio resta sulle mani
di chi ha cavato da qualche miniera
Dio con le dita.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri, 2018

 

 

 

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Gianluca Wayne Palazzo, Il paradosso della Luna

Gianluca Wayne Palazzo
Il paradosso della Luna
Il Seme Bianco, € 14,90

 

Un professore di liceo dalla birra facile e il pallino del surf che narra in prima persona. Una giovane studiosa di Leopardi che tratta il suo poeta come farebbe un tassidermista e gli altri umani con abbastanza spiccia confidenza da non trattenere superbie e scatti d’ira. Lui ha quasi quarant’anni e una malinconia ben strutturata che a volte lo rende scomposto, lei ha delle fragilità su cui non ha la minima intenzione di stare a discutere serenamente e un naso importante e magnetico. Lui ha deciso di appropriarsi del colore dei suoi occhi attribuendole un azzurro che non esiste, lei di se stessa ha ben chiara la proprietà e ha deciso di non innamorarsi mai. Potrebbe sembrare l’inizio di una ballata cavalleresca, se il tutto non fosse così perfettamente calato nella realtà quotidiana (il rancore per la differenza di tranquillità economica, per fare un esempio triviale) e se i due personaggi non resistessero così bene allo scavo.
È a un seminario su Leopardi che Valentina e il protagonista si incontrano. Lui è un professore di liceo e sta portando lì i suoi alunni, lei è tra i relatori. Qualsiasi cosa Valentina pensi in proposito, l’attrazione è quasi immediata. Lei accende con messaggi pieni di emoticon, e di quella sproporzione emotiva che l’uso di un’emoticon tra le mani di un quasi trentenne spesso porta con sé; lui si fa strada in un sentimento montante come in mezzo a una foresta tropicale. E fa presto a scattare il paradosso che dà titolo al romanzo: proprio la gravità che avvicina due corpi fa sì, come sta accadendo tra la Terra e la Luna in questo stesso istante, che i corpi aumentino la velocità con cui si sfuggono e inizino a respingersi.
La Luna è il collante di tutto il romanzo, Leitmotiv che compare come titolo a ogni capitolo e quasi perseguita il protagonista fin dal primo seminario leopardiano. Leggende, paradossi, sonate, modi di dire, perfino aneddoti sul cinema tempestano il malcapitato narratore che ora si arrende e ora protesta contro questo continuo segnale. Assieme, la Luna sostiene l’architettura del romanzo e ne aiuta la sua composizione in variazioni su tema, la sua costruzione in scene drammatiche e mai in gratuiti racconti. (altro…)

Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

(altro…)

Claudio Pozzani, Spalancati spazi

Claudio Pozzani, Spalancati spazi. Poesie 1995-2016, Passigli 2017; € 12,50

(in uscita il 9 novembre)

 

AI MIEI GENITORI

E quando, vecchio, i miei occhi
saranno cisposi come asterischi
e la mia schiena
s’inarcherà in punto di domanda
mi sembrerà di diventare
una frase stupida
una di quelle
che si dicono in fretta alla stazione
poco prima di restare nuovamente soli

Quando le mie gambe
dure e rigide come punti esclamativi
si faranno più pesanti
sulla cresta di stegosauro
dei caruggi sconnessi
sarà allora
che mi mancheranno ancor di più
le vostre mani grandi e sapute
che apparecchiavano lo spazio
davanti ai miei passi incerti
e le vostre parole
che appoggiavano paracarri e segnaletiche
lungo la mia via

Quando i miei discorsi
s’aggroviglieranno in punti di sospensione
buoni solo per farmi ridere dietro
da ragazzi foruncolosi
e le mie mani
ospiteranno rughe intersecate
in simboli di diesis
sarà allora
che mi mancheranno ancor di più
quelle locomotive di roccia
intorno al lago delle vacanze estive
e quel segno di matita sul muro
che anno dopo anno
scivolava giù lungo il mio corpo che cresceva

Quando il mio movimento
diventerà statico e definitivo come un punto
e i miei baci
rari come un punto e virgola
sarà allora
che mi mancheranno ancor di più
le vostre monumentali presenze
che riempivano ogni armadio, ogni pentola, ogni barattolo
e le vostre teste reclinate nel sonno giusto
sopra pagine sportive e parole crociate

E sarà forse per tentare di riavervi
che mi fermerò per strada
appoggerò per terra i sacchetti della spesa
e allargherò le braccia
come una parentesi che si chiude
ma che non riesce più
a contenere il mondo. (altro…)

Viola Amarelli, Il Cadavere felice

Viola Amarelli, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017; € 20,00

 

I.
aveva pensato di avere
una vita diversa, una vita migliore
fuori di gabbia, lui e i canarini

II.
cerca un buco, una tana
per barricarsi, darsi al formaggio
ma senza veleno per topi

III.
dalle stelle alle stalle
e nessuno che porti la biada

*

una città fantasma verde e gialla
al centro di ogni solitudine
sbiadisce, si prosciuga
giorno a giorno svuotata
di persone, suoni ed erbe

la valle e gli elefanti, qui a occidente

*

aveva cuore, il sufficiente
ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi
perfino in bocca
perfino tra le cosce
pallida l’evanescenza,
ammalorata.

*

uno sciame di mediocrità
ronzanti sulla polpa – quel che resta –
sull’osso, ma
il cadavere – dicono – felice

*

potresti scrivere una poesia semplice?

certo, una parola sola
affetto

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

salto, lieve, di festa come la tua vita
nel balenio di coda, corsa che

danza

(altro…)

Antonio Paolacci, Piano Americano (un estratto)

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini Editore 2017, €  14,90

 

[Esce oggi Piano Americano di Antonio Paolacci, un libro molto bello e al quale sono affezionato, libro di cui scriverò nelle prossime settimane. In accordo con l’autore pubblichiamo un estratto del libro.

Antonio Paolacci ed io, con Nicoletta Bernardi, presenteremo il libro da Open Milano il 19/10 alle ore 19,00. (gianni montieri)]

*

[…] Ed è strano. Per certi aspetti, bellissimo. Decidere di abbandonare la scrittura è come riaffiorare da una lunga apnea ostinata. Mando tutto all’aria e, boom, rifiato subito.

La scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo esterno, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Se fossi un personaggio americano, a questo punto della scena – cioè mentre me ne sto nel bagno a fumare da solo – direi allo specchio una frase precisa, una frase da personaggio americano. La frase: Ma andiamo, chi voglio prendere in giro? Frase che, per altro, in questa circostanza avrebbe anche un significato letterale, giacché prendere in giro è in qualche modo il rovescio inevitabile del fare narrativa: un’espressione calzante.

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato. E adesso lo vedo: posso vedere il raggiro di cui sono stato vittima io stesso. Per anni ho creduto che la narrativa potesse arrivare a essere un veicolo di verità autentiche proprio nel suo essere menzogna palese, bugia dichiarata. Allo stesso modo, per anni ho creduto che valesse la pena pagare per leggere, e quindi che si meritassero quattrini per scrivere. Ora so che tutte le regole sono saltate, che regna il caos, che scrivere non serve a niente.

La parola giusta è sollievo, una provvidenziale e rinvigorente sferzata. Poter vivere in riservatezza. Allontanare il fracasso e la fatica di esercitare questo mestiere mi assicura un futuro di ristoro e mi regala la condizione privilegiata di chi può abitare la realtà preoccupandosi solo di guadagnare denaro, vivaddio, e benessere, e conforto, senza dover più occupare il tempo cosiddetto libero a ingegnarsi ancora e ancora per questo niente fatto di incontri e strette di mano senza peso. Potrò dedicarmi ai piaceri, a nuove esperienze che non diventino per forza materiale letterario giacente. Potrò dedicarmi a mio figlio.

Dileguarmi – sottrarmi cioè alla necessità di mostrarmi per svolgere un lavoro mai retribuito a sufficienza – allarga poi anche le mie possibilità di benessere economico, dà spazio al molteplice, mi decentra e apre intorno al mio percorso diverse linee di fuga. La mia nuova identità sarà privata, in tutte le accezioni del termine, e finalmente ignorata senza dolore, e libera. Il mio sarà un atto politico, anche. Una rivoluzione contro il nostro tempo, il nostro tempo crivellato di ragionamenti, opinioni, storie raccontate da chiunque. Questo presente insopportabile, in cui tutti vogliono scrivere e nessuno ascoltare, ha annullato ogni necessità di contribuire al frastuono.

In un mondo di comunicazione ipertrofica, mi dico, è così che fanno i saggi: rintracciano spazi rarefatti e quieti in cui sparire. E fanno silenzio, perché il silenzio permette di assorbire, nutrirsi, farsi concavi e vuoti per includere, invece di aggiungere e aggiungere e aggiungere materiale al materiale esistente.

Quella che voglio abbracciare è la filosofia dell’uomo d’affari Norman Bombardini, il personaggio grottescamente bulimico de La scopa del sistema di David Foster Wallace, impegnato a prendere e non certo a dare, fino a compiere il passo estremo dell’accumulatore compulsivo occidentale: incorporare il mondo nella propria obesità senza limite: non aggiungere materiale, ma assorbirlo tutto, boccone dopo boccone, e infine inghiottire l’intero spazio esistente.

Scrivere, invece, non porta a niente. Si tratta di questo, piuttosto: offrire la propria fatica senza nessun tornaconto. Scrivere significa torcersi le budella, pensare molto intensamente, sempre, e osservare nel profondo, e riflettere troppo, e cambiare se stessi in un mondo che mai cambia. Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile. Vuol dire imparare a dar voce a persone diverse, perché ogni persona è un mondo, ecco cosa si è obbligati a capire scrivendo: che la realtà tutta non è che un insieme di punti di vista e che ogni punto di vista, in quanto tale, è erroneo. Vuol dire toccare con mano, sentire in forma concreta, reale, quasi fisica, che da ultimo non esiste nessuna verità da difendere, che le risposte non sono che altre domande, poste sbagliate. La verità sfugge alla comprensione e le parole chiarificatrici sono l’illusione suprema. La retorica lo insegna. Tutte le frasi, anche le più nette e logiche, possono essere ribaltate e mantenere immutata una (sempre apparente) attendibilità. L’arte della parola è arte del sofisma, un inganno che sopravanza un inganno. E dunque, per rivendicare la mia identità, io posso solo opporre il silenzio al rumore, l’immobilità al potere coercitivo, togliermi l’ovatta dalle orecchie e ficcarmela in bocca.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

*

© Antonio Paolacci

 

Fabio Donalisio, Ambienti saturi

Fabio Donalisio, Ambienti saturi, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

 

da Vestibolo

 

puoi non vederla la loro paura,
ne hai facoltà; l’alternativa al ribasso
è sempre concessa (la dicono
libertà, anzi, addirittura) ma
paura rimane, sempre la stessa
sempre più pura, e viva

 

*
chi sei? non lo so, dice, nessuno
forse e se qualcuno quello sbagliato
non quello che cerchi tu, quello
che non c’era o comunque non
c’è più

 

*
potrai sempre dire, senza fallo, che
non c’eri; che non eri vivo – che non
eri nato – ieri. che il delitto è senza
testimoni tanto i ciechi di vedere
ci hanno fatto il callo: intanto
il silenzio sarà fatto salvo per un giorno
ancora – e la tua unica parola detta
finirà in mora, dimenticata in fretta
fino al prossimo quando meno
se lo aspetta

 

da Cucinino

 

in eco

guerra è la parola, l’unica e sola
(una volta rimava – fatale – con
terra ma terra è una cosa dei tempi
remoti, dove il bilancio dei pieni
e dei vuoti viveva – voleva – i pregi
violenti del (sostanziale) pareggio
ora, è soltanto peggio

 

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Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole, Giunti 2017, euro 16,00

Parto da una considerazione lontana.
Io sono sempre assai arrabbiata quando, e capita spesso, uno dei miei alunni si lascia scappare il finale di un libro o di una saga che in qualche modo riguarda o può riguardare i suoi compagni di classe. Il mostro dello spoiler, che abbiamo imparato a temere nella febbrile ricerca di un episodio ancora non doppiato della nostra serie televisiva oppure, i più raffinati di noi, nella tentazione di andare a spulciare la parola conclusiva di un libro temendo che sia la parola fatale. Ma come, protesta a quel punto il mio alunno: non conosciamo il finale de I promessi sposi e lo leggiamo comunque? Non sappiamo che alla fine della sua prima tappa Dante uscirà a riveder le stelle?
C’è una realtà, a quel punto, che non possiedo gli strumenti per spiegare: qualcosa che fa sì che il danno non sia paragonabile al finale rivelato di Assassinio sull’Orient Express ma che comunque sposta gli equilibri, modifica le percezioni, chiede che l’attenzione si tenga desta in una maniera che prescinde dalla volontà di farsi trascinare dal racconto, di sapere cosa accade.
Non tutti i libri, ecco cosa vorrei dire, sono calibrati per questo.
Tutto ciò per dire: Il contrario delle lucertole (Erika Bianchi, Giunti 2017) è perfettamente calibrato per questo, e ci riesce con maestria. (altro…)