novità editoriale

“Infanzia resa” di Sebastiano Aglieco (lettura di Alessandro Bellasio)

 

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Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Il Leggio, 2018, 15 €

 

Verso il grande abbandono, di Alessandro Bellasio

Giunto alla nona raccolta, con il recente Infanzia resa Sebastiano Aglieco redige l’accorato memoriale di chi, a un tempo poeta e maestro nella scuola primaria, si è trovato negli anni di fronte all’arduo compito di traghettare i bambini fuori dall’infanzia, conscio di tutto ciò che tale gesto comporta in termini etici, prima ancora che pedagogici. Un memoriale sui generis, tuttavia, al riparo da qualsivoglia deriva diaristica, da qualunque tentazione sentimentale o compiacenza autobiografica, e redatto invece con sapienza amara, con sguardo asciutto e sofferto. E l’infanzia, luogo germinale della parola, diventa per il poeta il terreno fertile su cui innestare una combattuta, lacerata riflessione sulla natura del linguaggio e sul rapporto coessenziale che ci lega a esso, in quanto esseri umani, cioè essenzialmente parlanti.
Posti dinanzi al compito educativo, si tratta proprio di portare i bambini nella storia e nel discorso, «alle soglie del mondo e della sua tragedia», di trascinarli gradualmente nella parola, strappandoli a quello statuto di infanti che, etimologicamente, allude proprio al silenzio al quale l’uomo originariamente appartiene e corrisponde, in quanto essere non-parlante, in-fans. E Aglieco, con umiltà e riserbo, è ben conscio di essere doppiamente responsabile di fronte a questo compito: come educatore, da un lato, ma soprattutto come poeta, cioè custode di un linguaggio che intende la parola proprio a partire dal suo potenziale di alterità e al limite di squalifica rispetto al linguaggio comune, ufficiale, istituzionale – quello la cui trasmissione è appunto demandata all’insegnante. Ma se la poesia punta a dire e a nominare le cose esattamente, a conferire loro il «vero nome», il poeta-maestro ha allora il compito di traghettare i bambini non solo verso la parola media, generica e mondana, ma anzitutto verso una parola esatta e veritiera. Il punto è che i due modi di intendere il linguaggio (e quindi il mondo), vale a dire quello istituzionale e quello poetico, non sono conciliabili; da qui deriva il nucleo tragico, la lacerazione al cuore di questo libro, il suo potente dilemma etico, irrisolto e irrisolvibile – che rivela inoltre il dissidio che si cela nel cuore stesso del linguaggio.
E uno dei meriti maggiori di Aglieco è proprio quello di costringerci a fare i conti, di riflesso, con il significato del nostro linguaggio quotidiano di adulti, abituati a considerare con noncuranza e alla stregua di semplici strumenti le parole. Il terribile paradosso di cui l’autore è consapevole è quello per cui la parola adulta, istituzionalizzata, è in realtà proprio quella deputata ad “aprire gli occhi”, a mostrare ai bambini il mondo a cui sono e saranno, crescendo, sempre più chiamati ad appartenere, il mondo della storia e del divenire: «quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi | io abbasso lo sguardo perché | vi ho portati sull’altare regale della Storia». «Mi chiedono di farvi entrare nella Storia | di farvi sentire uomini arroccati a | questa violenza | a questa miseria di cose dette | solo per essere tradite». La parola che immette nel divenire e sottrae gradualmente all’infanzia è la parola adulta (ma, per non casuali parentele etimologiche, anche “adultera” e “adulterata”) che contiene in nuce gli artifici, gli stratagemmi e le menzogne che portano nel mondo “dei grandi”; ed è una parola alla quale nessuno può sottrarsi.
Così – con una scelta non priva di rischi ma sapientemente distillata tra le pagine del libro – Aglieco decide di includere nella raccolta versi o interi componimenti scritti dai bambini stessi. E l’obiettivo di questo procedimento è da cercarsi, ci sembra, non nell’ingenuo tentativo di ripristinare una parola innocente da opporre pateticamente alla parola adulta/adulterata, quanto piuttosto nel tentativo di imbastire un dialogo totalmente ed esclusivamente poetico – ossia posto al riparo entro le mura amiche della parola della poesia e da essa solo alimentato – tra il poeta-maestro e i poeti-bambini; il solo modo, evidentemente, per incontrarsi e confrontarsi al puro livello dell’intelligenza analogica e creatrice,[1] quella che più che con le parole e con il discorso ha a che fare con la nominazione delle cose e degli eventi. (altro…)

Crepapelle, di Paola Rondini

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Paola Rondini, Crepapelle, Intrecci Edizioni, 2017, € 14,00

Crepapelle, o, dividendo, «crepa-pelle»: la possibilità cioè, anzi la dimostrazione della possibilità, che vedere le cose diversamente (cose, persone, situazioni) è possibile. Sempre che, certamente – ed è il caso che avvenga, è giusto che accada, nella vita – il dubbio abbia la possibilità d’insinuarsi, di fare ingresso nelle nostre esistenze attraverso lo scherzo del caso.
Qui il caso è rappresentato da un semaforo, da un’attesa, un incrocio, e la metafora è subito pronta: l’incrocio è quello dei destini, il cambio di direzione è un cambio di sguardo, di prospettiva, cui sempre, improvvisamente, siamo soggetti.
Rondini, al suo quarto romanzo (dopo Miniature, I fiori di Hong Kong, Il salto della rana) è bravissima a fare entrare in scena i personaggi, in modo eloquente e raffinato. Siamo a Firenze, in un aprile luminoso. Edo, il professor Edoardo Valeri come più tardi nel libro si capirà, è un uomo di origine umbra, ormai anziano e carico di storia, che una volta al mese esce da Villa Clara, la casa di riposo dove dimora, e distribuisce agli automobilisti fermi al semaforo un foglio di carta, riportante un messaggio che possa colpirli, distogliendoli dalla ripetitività dell’ordinario. In una di queste occasioni ne consegna uno al dottor Giacomo Selvi, chirurgo plastico alla Clinica Casa Monteverde, che ha il «polso flessibile e determinato di uno scultore», tutto «tecnica, dedizione, aggiornamenti, e bellezza». Greta, cliente in attesa di essere operata al volto, è una cinquantenne che ha «deciso di farsi tagliare», una donna che, spesso in preda «a un’apnea perlustratrice» e svuotata dalle sue magre esperienze, ripone in un cambiamento fisico la possibilità di mutare interamente il corso della sua vita.
Solo apparentemente sono frutto di pazzia – così d’acchito pensa Selvi – le parole che quell’uomo ha voluto consegnargli. Ma così non è: “Due espressioni. Vedi l’occhio diverso?”. Il dubbio, il doppio, l’asimmetria del volto. Il bersaglio, l’ossessione di sempre di Selvi, è stato colto. «L’osservazione maniacale del volto umano l’aveva condotto alla certezza che la naturale, impercettibile, millimetrica diseguaglianza dei nostri due lati, fosse in realtà molto più complessa e interessante e sfociasse in una specie di sovrapposizione con punti di rottura e punti di incollamento».
Quel foglio ha una portata enorme. Basterà notare un minuscolo tatuaggio sul corpo della signora Greta Lensi, a far precipitare il dottor Selvi in un «grumo di nulla dolorante che si era impossessato del suo stomaco e del suo cervello». Uno sconvolgimento, del tutto imprevedibile, e forte al punto che Greta è costretta a non poter soddisfare il desiderio covato a lungo di riavvolgere l’età: l’operazione salta, e lei deve tornare a casa. Ha «la testa come un cielo nuvoloso», corre «incontro a un’onda di sconforto gorgogliante e densa: gli ultimi anni del matrimonio, suo figlio indipendente, il vuoto degli uomini che aveva incontrato, il vuoto». Il talento della scrittura, la brillantezza dello stile di Paola Rondini sono evidenti. Come nei corsivi, che punteggiano il racconto riportando la voce e il vissuto di Edo: «Quel luogo iniziò il suo movimento disallineando spazio e tempo in geometrie sentimentali, costruendosi in nuovi piani sopraelevati, nuove pareti di ignoto metallo, inedite profondissime gallerie, arditi scivolamenti lucidi. La porta era sempre aperta per chi avesse guardato meglio». Viene da quel mondo, Crepapelle, sgorga da quella terra immersa nel ricordo, in piena Seconda Guerra Mondiale: è il nome affibbiato al calzolaio del paese del vecchio Edo. Orlando, detto “Crepapelle”, morto sotto tortura per mano dei tedeschi.
La vicenda poi prosegue, mentre le parole scritte sul foglio da Edo continuano a risuonare nella mente: “Legati, permeati, attraversati. Due espressioni”. Tutto in effetti dipende da dove facciamo cadere l’accento, nella lettura.
Così l’intreccio si sviluppa seguendo il disegno esistenziale di ciascuno dei protagonisti, l’incrocio dei destini si fa sempre più affascinante, e solitario, una volta smosso dal turbine del caos. Pensieri e ripensamenti, un mescolarsi di vite, di solitudini appunto, di psicologie, di fughe e di tentativi di comprendere l’accaduto: uno sviluppo che è tutto da leggere. La traiettoria di ognuno di loro sembra inesorabilmente prendere la via della grotta evocata subito nel vissuto “antico” di Edo: «eravamo funamboli sopra una corda tenuta da chi era già stato lì e da chi sarebbe entrato dopo di noi, altri coraggiosi armati solo di visioni». La visione, dunque la gioia e il dolore che affidiamo al gioco delle sembianze. C’è grazia e profondità tra queste pagine, talento e stile. Pagine attraverso le quali sentire il mondo, pagine in cui immedesimarci.

Cristiano Poletti

“Le pietre” di Claudio Morandini

Oggi esce per Exorma il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre.

Claudio Morandini, Le pietre, Roma, Exorma editore, pp. 192, € 14,50

Noi le pietre ce le troviamo dappertutto, negli orti, nei prati, dentro alle scarpe, anche in casa. Abbiamo smesso di chiederci da dove vengono perché non c’è nessun mistero, basta uscire o affacciarsi alla finestra per capire che siamo circondati dalle pietre, vengono su come fungaie, il fiume, o torrente, le porta a valle dalle pietraie sotto le montagne, e lassù continuano a generarsi dal perenne sbriciolarsi delle rocce di queste Alpi da quattro soldi che si disfano appena le tocchi, si aprono come mele, se le guardi storto quelle pisciano sabbia.
Lo hanno confermato anche i geologi che sui nostri problemi si sono laureati e hanno costruito intere carriere: questa è montagna debole, anche se all’apparenza imponente, dentro queste rocce tutte scaglie si nasconde una tremenda fragilità, che ogni anno abbassa le cime e sposta i rilievi e nel giro di un milioncino di anni appiattirà tutto, ed è già tanto se rimarrà qualche collina sabbiosa. Sono stati loro a usare da subito paroloni che poi ci sono diventati familiari: parlavano di rocce sedimentarie, di rocce de⁠tritiche o clastiche, di puddinghe, di arenarie, e arricciavano il naso e scuotevano la testa. Cioè, fosse stato per loro si sarebbero divertiti un mondo a trovarsi in una zona così particolare: ma pensavano a noi, alla fatica e ai pericoli di chi vive tra Testagno e Sostigno e si sente sbriciolare la roccia sotto i piedi a ogni starnuto, per così dire.
Erano parole che colpivano noi ragazzi, al punto che le adottammo nel nostro particolare vocabolario di insulti: –⁠ ⁠Sei proprio un clastico! – ci dicevamo, oppure: – Figlio di una puddinga, faccia da conglomerato! – Sentivamo che indicavano qualcosa di sgradito e preoccupante, e alle nostre orecchie suonavano offensive, brucianti.
A proposito, guai a sbagliare le parole, con gli scienziati! Se noi, preoccupati per quello che sarebbe accaduto con il caldo, parlavamo di nevai che si sciolgono, li vedevi sobbalzare come se avessimo bestemmiato.
– La neve non si scioglie, si fonde! – dicevano. – È un passare dallo stato solido allo stato liquido.
– Ma noialtri ci siamo sempre espressi così…
– Sbagliando!
– Va bene – dicevamo.
– Ripetete con me: la neve si fonde.
– La neve si fonde.
– Scusi, e il ghiaccio? – chiedeva uno di noi con la manina alzata.
– Si fonde anche il ghiaccio, naturalmente. Dunque, che cosa volevate sapere?
– Dunque, che succederà a tutte quelle pietre lassù quando la neve si scioglierà?
– Si fonderà! – urlavano loro.
– Orca madosca, si fonderà! – urlavamo anche noi.
Tentammo di usare propriamente quei termini, tra noi, per farci l’abitudine, ma ci sentivamo strani, ci sembrava di parlare in falsetto. E smettemmo quasi subito. Con loro, con gli scienziati, non parlammo più di quel tipo di argomenti, per evitare il problema.

Passò un giorno, ne passò un altro. Ogni tanto, per periodi sempre più lunghi, la stanza chiusa a chiave riprendeva a fermentare e a produrre rimbombi sinistri e scariche di tonfi.
Ma non solo le pietre nel soggiorno turbavano le ore che i poveri Saponara trascorrevano a casa. Cominciarono i compaesani più in confidenza a bussare per piccole cose, un po’ di zucchero, il dono di un sacchetto di cicorie di prato, due chiacchiere; ma in realtà per soddisfare le proprie curiosità, e ficcare il naso in quella che era diventata “la villa degli spiriti”, “l’antro delle anime dannate”, e sentirne i clamori, i lamenti magari, e vederli addirittura questi spiriti, chi lo sa, con un po’ di fortuna… E si piazzavano in cucina, a conversare del più e del meno, pronti a zittirsi a ogni minimo rumore dal soggiorno, avidi di quello che Fornacchio definirebbe “lo strano”. Sedevano in bilico sulla sedia, con l’orecchio teso e il capo inclinato, pronti a scattare in piedi, percorsi da brividi di inquietudine.
I Saponara, che da un pezzo avevano rinunciato alle lezioni private del pomeriggio, accoglievano i sostignesi perfino con sollievo, contenti di non essere più soli, loro e le pietre, e cercavano, per lo meno i primi tempi, di intrattenerli con ogni onore, tra caffè, gianduiotti, biscottini, amari, e chiacchiere che non furono mai così distratte e oziose sul tempo e sull’estate che si avvicinava, o chissà su cos’altro, mentre di là, prigioniere e ribelli, le pietre cozzavano, sprigionando spruzzi di scintille.
All’inizio, i visitatori, imbarazzati e timorosi, non osavano affrontare l’argomento. Ma un po’ alla volta, con il passare dei pomeriggi, qualcuno prese a farsi insistente, e a sfiorare la vera questione: e il mondo è ben strano, e non tutto, nel corso della vita di un essere umano, può essere spiegato “con la sola ragione”, e quanti misteri circondano “noi poveri mortali”, pensate alle apparizioni della Madonna o dei Santi, che capitano sempre a pastorelli o ragazzini, chi sa come mai, oppure oppure pensate a… ai fantasmi ecco appunto i fantasmi a proposito… ma che cos’è questo rumore? Avete degli operai in casa?
– No – rispondeva allora docile la maestra Agnese, che prima o poi doveva anche lei confidarsi con qualcuno, – sono le pietre.
– Le pietre? – chiedevano allora, fingendo ignoranza, gli ospiti.
– Abbiamo delle pietre in soggiorno. Vengono giù dal soffitto. Svolazzano per aria come foglie, prima di posarsi. E poi, giunte a terra, strisciano e si infilano dappertutto – aggiungeva Ettore, studiando le parole e il tono.
– Pensa te – facevano i più, ricoprendosi di altri brividi irresistibili. – Ma allora quella di don Danilo non era una parabola!
Seguiva un lungo silenzio. E finivano per sentirle davvero, le pietre, di là, trascinarsi, soffregarsi le une con le altre, appiccicarsi alle pareti e salire fin sul soffitto, e da lì cadere le une sulle altre, abitare le carcasse sfiancate dei mobili, e magari rosicchiarsi a vicenda, o ingropparsi, chissà, e dopo deporre migliaia di sassolini molli…
– Ma non c’è pericolo che escano di lì? – chiedeva sottovoce l’ospite, che già immaginava di vedersene passare una sui piedi.
– E non capita mai che queste pietre piovano anche in altre stanze? Qui in cucina, per esempio? – aggiungeva un altro visitatore, sollevando lo sguardo per verificare se gli pendeva sul capo qualche minaccia.
– No, no, solo in soggiorno – dicevano in coro i Saponara, con l’espressione straziante di chi ha un morto in casa, – e di là non escono.
– Sicuri?
– Non vogliono uscire.
– Non vogliono?
– Eh, se volessero…

La liturgia del vuoto: Gabriele Di Fronzo, “Il grande animale”

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C’è un libro nuovo in libreria dall’aspetto sottile, il titolo torvo e un pappagallo adunco color panna che si impettisce contro il gesso immacolato delle edizioni nottetempo. L’autore di questo libro è Gabriele Di Fronzo e il suo titolo è Il grande animale; la sua storia è solo quella di un tassidermista e delle sue cure verso un padre malato, ma dal momento che la sua forza è una lingua sapiente e un’incredibile acutezza di sensi il suo tema è tutto ciò che noi indaghiamo come lutto, mancanza, perdita e trasformazione.
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Recensione a Éric Chevillard, “Sul soffitto”

Éric Chevillard, Sul soffitto, Del Vecchio Editore 2015, trad. Gianmaria Finardi - € 14,00

Éric Chevillard, Sul soffitto, Del Vecchio Editore 2015, trad. Gianmaria Finardi – € 14,00

Non è stato previsto nulla per noi. Spesso, i soffitti sono troppo bassi. Tutti i vestiti che si infilano dalla testa hanno delle scollature ridicolmente strette. Per gli architetti e i sarti, è come se noi non esistessimo. A loro non verrebbe in mente di lavorare pensando alla nostra singolarità, di tenerne conto, ma destinano le loro creazioni alla maggioranza e poco importa che non passiamo da queste gattaiole, essi mirano a un successo di massa, noi siamo una quantità trascurabile. Risento duramente di questo disprezzo. E se io stesso, con uno spirito di rivalsa, ovvero di giustizia, decidessi di interessarmi unicamente alla gente della mia specie, come verrei giudicato? Smettendo di rivolgermi a tutti, di operare per la comunità, se mi dessi come obiettivo di soddisfare coloro che portano una sedia rovesciata sulla testa, solamente quelli, cosa si direbbe di me? Che faccio gruppo a parte, che favorisco gli iniziati, che attribuisco più valore all’approvazione di un’élite che alla riconoscenza popolare, e i miei lavori sarebbero definiti esoterici, sarebbero visti nella migliore delle ipotesi come piccole curiosità decadenti, nella peggiore alla stregua delle più oscure e pretenziose parabole.

Se i figli d’Irlanda sono troppi e non sapete come sfamarli, propose un giorno Jonathan Swift, metteteli all’ingrasso da piccoli e poi vendeteli ai padroni. Fu un giorno grandioso per la tecnica del paradosso, e sicuramente un giorno in cui molte bocche si chiusero dopo essersi spalancate di scatto. Sul soffitto di Éric Chevillard, oggi in libreria per Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Gianmaria Finardi), è un esempio di satira che sa tenere tra le mani la carica e il suo disinnesco, non perdendo mai, neanche nei momenti più acuminati, la sua gentilezza. (altro…)

Fernando Della Posta, Gli aloni del vapore d’inverno. Saggio di Plinio Perilli

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DERAGLIARE PER UN MONDO NUOVO

 

(a Fernando Della Posta,
sorprendente e brioso poeta
che non demorde, ed è severo in dolcezza,
effuso ragionando, temprandosi “lirico”)

Dribblando tra ignominie e banalità, fritture e rifritture scontate o lacrime da coccodrillo sulla grande Crisi dell’Occidente, anche la stagione letteraria offre per fortuna delle sorprese gradite, taluni inaspettati doni d’eccellenza… In tema di poesia, poi, l’incanto è doppio, ridotta essa com’è, e da anni, a maldestre sclerotizzazioni delle poetiche in auge (in auge, mentre la Poesia, in realtà, smotta, crolla, si annulla dismessa o svenuta al suolo).
Gli aloni del vapore d’inverno, prima densa raccolta di Fernando Della Posta, promessa oggi senza dubbio mantenuta (poco più che trentenne!, classe 1984 – l’anno dell’anticipata, romanzesca precognizione futuribile di George Orwell, che uscì in realtà nel ’49), è una raccolta splendida, balda e giovane… ma assai matura, piena di tenerezza e insieme integrità, fervore sensibile ma anche ineludibile, inusitato rigore etico:

Poni l’assedio
alle mie strade immobili
che percorro stando fermo
sul ciglio degli anni.
Una storia fatta di sogni
ti attende ai contrafforti
e mille notti in ostaggio
appostate dietro ai merli.

Il suo sguardo è agile, acre temprato. Ma l’effusione non è mai archiviata, né tanto meno rinunciata:

Di stragi nel cuore t’ho vista
messa a nudo e dimenticata:
una buccia di mela caduta,
nitore appassito di zucchero al torso.

Fernando Della Posta (che già ci aveva convinto, e qua e là anche ammaliato con la sua prima elegante, incisiva plaquette, L’anno, la notte, il viaggio, nata nel 2011) frantuma, rinnega anzitutto ogni banale rischio di retorica, o peggio piaggeria sentimentale; perfino i consueti, sbruffoni orgogli generazionali comuni a tante “voci nuove” che nuove però non sono.

Ascolta le mie parole:
già conosci questi affanni;
aspettami là nel piano:
dove il sole è più potente,
ed ogni piega si distende:
la nostra noia
sarà un sentiero in ombra
che si spingerà lontano:
si spegnerà nel sole
lì dove muore il cardo.

Libro fulgido, estroso, onesto – ultima talèa o felicissima, umile sopravvivenza di radici antiche, linfa sana e insomma una vena aurifera che credevamo rimasta ferma, rottamata, ahinoi, con certe lungimiranti, polverose ma fiorite elegie di Libero De Libero (Ascolta la Ciociaria, Di brace in brace), coi pellegrinaggi (e gli esili) antropologico-culturali di Carlo Levi, e perfino del Carrieri più “novecentista”, angustiato e assolato insieme (quello, per intenderci, del Lamento del gabelliere).
Soprattutto, una vocazione immaginativa inopinatamente infibrata, e trasfusa, forse con l’ermetismo “loico”, sapiente e scientista dell’Ingegner Leonardo Sinisgalli, un lucano di mondo, illuminista di radice agreste ma respiro europeo, volterriano (e oraziano) nel medesimo spirito di una mordace, eterna interrogazione esistenziale:

La luce ha la tua statura
E regge il gesto
Precisa, anche la pietra
Dà il petto al sole.
La tua voce questa mattina
Ci cresce nelle ossa,
In questo sangue
Che si ordina come le foglie.
E il giorno prende in terra
Misura dal tuo passo.

(Leonardo Sinisgalli, Vidi le Muse, 1943)

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Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze

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Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona 2015

Narrano un’esistenza in versi lunghi, constatazioni asciutte e proiezioni spietate − soprattutto del sé − le Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi. Nell’andirivieni, in alta e bassa stagione, così come fuori stagione, tra città e litorale − siamo sulla Firenze-Mare − schiudono le loro valve e, se non mostrano perle (altrimenti non sarebbero cozze),  alzano il sipario, quinte, fondali e  liquido d’immersione compreso («salamoia amniotica»). su una commedia umana con grassi, vezzi e vizi in eccesso, illusioni maleodoranti già prima di sfiorire, riti sociali forzati e small talk tanto ridicoli quanto pervasivi. L’io lirico stesso non esce indenne da prove generali, prime assolute e repliche; il suo distinguersi, tuttavia, sta nella mobilità del punto di vista e nel variare di toni e azioni: il bisbiglio dalla buca del suggeritore, l’affaccendarsi nei camerini e dietro le quinte del servo di scena, l’esperto lavoro di forbici e filo del costumista, la prospettiva e il trompe-l’oeil dello scenografo, il corsivo delle indicazioni di regia, lo struggimento dell’attor giovane, il cerone consumato del caratterista.
Impepata à la comédie humaine con poeta che inforca «la maschera salmastra» della sua conoscenza, soprattutto del dolore e della paura. È una conoscenza, questa, che attraversa i registri più distanti tra di loro, che lascia dominare  la corda ironica, ma sa scrivere memorabili sezioni della suite in tonalità minore. È una conoscenza, ancora, che si nutre della passione per la migliore tradizione liederistica, in un ricchissimo confluire di voci e apporti: un esempio per tutti è l’attacco Ich bin der Welt abhanden gekommen (“Sono ormai perduto al mondo”, nella traduzione di Luigi Bellingardi), uno dei Rückert-Lieder per voce e orchestra, con la musica di Gustav Mahler e il testo di Friedrich Rückert, poeta tedesco. La maschera salmastra mostra i segni delle immersioni ripetute nelle acque degli scrittori amati ed è strumento ottico formidabile,  inaccessibile ai noncuranti, ai gitanti dell’esistenza pervicacemente ignari. L’essere nel tempo, il suo situarsi nella storia è motivo conduttore e condotto con maestria, pungolo costante per la coscienza, ‘calmieratore’ di emozioni altrove alle stelle, come dimostra in maniera esemplare la “cozza” III. Chi legge si imbatte, all’interno dei versi lunghi,  in segmenti indimenticabili, dalla potenza singolare di suono e significato e dalla sicura precisione metrica: «la scia glaciale della propria assenza», «sarà lo scender dell’autunno», «si prende scorno e cura dei miei resti». «l’avida fola della permanenza»,  «distendersi una nebbiosa salvezza», «Qui l’a priori non ci può far male». (Anna Maria Curci)

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III.

La radio semina ricorrenze civiche nel deserto; io
rivedo i tuoi sguardi clorofilla che a sprazzi hanno irrorato giorni spessi.
Umidi dei vent’anni mi annunciarono di via D’Amelio, ed eravamo
casti e sapevi del fieno attorno casa; poi burrascosi in venuzze, specchi
ustori di Alice nel meraviglioso mondo bancario all’alba del nuovo
millennio, sprezzavano a Genova quei miei comunisti di merda
se Giuliani è morto, dicevi, qualcosa avrà pur combinato,
male non fare paura non avere (refugium peccatorum). (altro…)

Virginia Woolf, “Tra un atto e l’altro” – (dispersi, siam dispersi)

 

 

 

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Ho una spilletta, sulla scrivania, e la spilletta ha il volto di Virginia Woolf. Il volto di una donna di mezz’età, che al momento dello scatto aveva già ospitato più dolore di quanto sia giusto immaginare e preteso quanta più gioia sia possibile pretendere.
Chi è stato vivo non dovrebbe diventare un talismano; se questo accade, forse, è perché possedeva una qualità che chi gli fa questa violenza ritiene cara. La qualità di Virginia Woolf era la ferrea intenzione di mantenersi salda sul precipizio; chi abbia respirato i pieni e i vuoti della Signora Dalloway o si sia lasciato stordire da Le onde o abbia cavalcato Orlando con il sorriso a filo di bocca – o sia stato incantato, senza rimedio, da Al faro – ne conosce la maniera: un amore entusiasta e sottile per tutto quanto sia esistenza.
Dico questo perché fa il suo ritorno Tra un atto e l’altro, ultimo lavoro della scrittrice inglese – uscì postumo nel 1941 – ora in libreria per i tipi di nottetempo. È Chiara Valerio, dopo Flush e Freshwater (nottetempo 2012 e 2013), a firmare ancora traduzione e cura di un testo che, per la sua natura fresca, letteralmente dipende da ogni minima scelta di ritmo e di registro: come una ballerina che nasconda lo sforzo dei muscoli sotto la leggerezza dei salti, e che deve la riuscita della sua prova al sorriso quanto alla forza del piede.
(altro…)

AA.VV. 99 rimostranze a Dio

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COMUNICATO STAMPA

L’11 dicembre 2013 esce l’ebook 99 Rimostranze a Dio (Ottolibri edizioni, pp. 198, €5.00), la prima antologia che può vantare la partecipazione di ben 101 autori (tra cui scrittori, artisti, attori, blogger, ma soprattutto persone che si cimentano nella scrittura per la prima volta). Nata da un’idea della scrittrice Eva Clesis, responsabile editoriale di Ottolibri, 99 Rimostranze a Dio è un libro che farà sicuramente molto parlare di sé e non solo a Natale. I 101 autori coinvolti, che hanno partecipato gratuitamente a questo grande progetto collettivo dopo una campagna di adesione sui social network (fb e twitter) e la forza di uno strepitoso passaparola, si sono infatti cimentati nello scrivere una breve rimostranza al Padreterno (o a Madre Natura), con libertà di stile e linguaggio, e l’unica prerogativa di farne una vera “questione personale”. Insomma, a tutti gli autori è stato chiesto se non avessero qualcosa di cui volersi lamentare con Dio.
Il risultato è questo libro unico, dal forte impatto narrativo, il cui ricavato andrà a finanziare la traduzione di due titoli nel 2014 per la neonata casa editrice Ottolibri. L’idea infatti è quella del “crowdfunding”: le prime 700 copie vendute, tramite il sito di Ottolibri (www.ottolibri.it), le librerie e gli store online, finanzieranno le due traduzioni; dalla 701esima copia, grossa parte del ricavato andrà a finanziare iniziative culturali, come la creazione di biblioteche o librerie, il sostegno di associazioni ecc.
Ogni iniziativa nata dalle “99 Rimostranze” verrà diffusa sul sito delle edizioni Ottolibri e porterà un logo a ricordare il contributo.

Per avere una copia del testo, in formato pdf, scrivete a: ottolibri@ottolibri.it
Per ulteriori informazioni:
http://www.ottolibri.it/99-rimostranze-a-dio/

La campagna di adesione:
http://www.tempostretto.it/news/iniziative-editoria-misura-lettore-eva-clesis-svelaprogetto-
ottolibri.html
http://wormholediaries.wordpress.com/2013/11/13/99-rimostranze-a-dio/
http://inkistolio.wordpress.com/2013/11/10/ottolibri-per-una-rimostranza-a-dio-lascrittrice-
eva-clesis-racconta/
http://www.adexo.it/ottolibri-fa-le-rimostranze-a-dio-2/#sthash.WwCdQssb.dpbs
http://starbooks.it/tag/99-rimostranze-a-dio/

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Introduzione – Il libretto di istruzioni

Gentile  Dio, così non va. Quando ho comprato la lavatrice, c’era il libretto di istruzioni. L’ho letto, e ho capito come
funzionava la lavatrice. Quando dovevo trombare, del tutto a corto di notizie riguardo all’accoppiamento, ho comprato in allegato a una rivista porno,  l’ottimo “Didattica del congiungimento carnale”, e da lì in poi è stata una festa. Non Le voglio dire che sia andato in giro a scopare senza criterio, questo mai: se c’era l’amore, cimettevo pure il batacchio, altrimenti avanti la prossima. E insomma, Lei non mi crederà, ma persino l’Iphone, che è fatto per i cretini, ha un libretto di istruzioni. Anzi, non vorrei peccare di presunzione, ma Lei che tutto vede sarà costretto a credermi: sa che ciò che dico è la pura verità. Sa che non La voglio prendere per il culo.
Insomma, vengo al punto: Lei ha presente il mondo, questo qui? Non tutto l’universo, ma il pianeta Terra con isuoi abitanti. Lo so, l’universo è grande e noi siamo un granello e bla bla, ma per il momento preferisco non allargare il discorso alle forme di vita extraterrestre, perché dovrei parlare senza cognizione di causa. È mai possibile, dicevo, che Lei ci abbia scaraventati nel mondo senza libretto di istruzioni? Chi siamo, dove andiamo, e perché ci andiamo: un cazzo di niente. Nessun indizio. Non vorrei essere troppo generico, e non vorrei rischiare di essere frainteso. Si fa un gran parlare dell’ira di Dio e non ci tengo proprio a verificare di persona di cosa si tratti. Ma se Lei, invece di mandarci ‘sti misteriosi segni da interpretare, ché poi non si capisce mai chi li abbia decifrati nella maniera corretta, ci mandasse un libretto di istruzioni chiaro, Le assicuro che ci sarebbe di gran giovamento. Lo so, non ci ha pensato, chi sa i cazzi dell’aldilà. Ci rifletta: un manualetto, massimo cento pagine. Adesso, con gli ebook, non Le costa nulla di stampa. Naturalmente, se con la creazione ex nihilo non Lecostasse ugualmente nulla, preferirei di gran lunga il cartaceo. Ma questo lo sa. Si faccia vivo.
Se mi passa la battuta, senza farsi mettere in croce.

Ivan Arillotta

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(RIMOSTRANZA n.7)

Buonasera signor Dio, non so se posso darti del tu…
comunque quello che ti rimprovero è di non esistere.

Andrea Bianchi

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(RIMOSTRANZA n.23)

Caro Dio,
quello che vorrei chiederti è perché mi hai dato una quarta misura. Non hai nessuna idea dell’ingombro che comporta, soprattutto se hai due spalle da dodicenne. Vorrei parlarti del problema delle camicie. Quando va bene, il bottone centrale una volta allacciato tira, mostrando quello che hai sotto. Altrimenti, visto che il tuo concorrente, il dio-moda, ci vuole tutte piatte, mi condanna a vedermi rinchiusa nei camerini con almeno 15 cm di stoffa mancante, prima che i bottoni possano incontrarsi con le asole. Il capitolo reggiseni meriterebbe una trattazione assai lunga. Mi limiterò a poche e concise parole: basta reggiseni imbottiti che ti regalano una taglia in più. Basta con i reggiseni della nonna per le maggiorate! Si sente il bisogno di reggiseni che semmai sostengano, abbraccino e non taglino o infilino i ferretti dritto nella carne, carini come quelli di chi porta una seconda. Sorvoliamo poi sul fatto che alle scuole tutti mi prendevano in giro, roba vecchia, certo, ma che non si dimentica. Ebbene, come puoi giustificarti?
Spero tu possa rispondermi presto.
Cordialmente,

Cristiana Nucci

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(RIMOSTRANZA n.86)

Dio ti prego, no! Fai che non sia uno di quei soliti, luridi parassiti. Eppure il numero mi puzza, tipico da call center. Chi sarà? La compagnia elettrica o qualche promozione per depuratori dell’acqua? Non me ne frega un cazzo di avere l’acqua del rubinetto come una minerale! Oppure sono quelli del fotovoltaico? Falli smettere, Dio, perché ti ostini a farmi questo?
È sempre la stessa solfa. E se invece fosse una chiamata vera? Qualcosa per cui vale la pena rispondere? D’altronde, perché lo farebbero squillare così a lungo? Avranno un buon motivo. Dio, speriamo che il capo non mi veda; non sopporta che si usi il telefono personale sul posto di lavoro…
«Pronto?»
«Pronto, buongiorno, mi chiamo Matteo e chiamo per conto della Telecall, abbiamo un’offerta per la telefonia fiss…»
«Senti, non me ne frega un cazzo del telefono, non ho il fisso e non uso granché nemmeno il cellulare. E poi sto lavorando, non potete importunare di continuo le persone che lavorano. Non mi interessa la vostra offerta, tanti saluti!»
«Ma non vuole nemmeno…»
«Nooo! Non ho tempo!»
Ecco, ben ti sta, rompicoglioni!
Bastardi, parassiti.
“Ma non vuole nemmeno…”, no cazzo! Dio, ce l’hai con me, vero? Almeno fai restare quel telefono muto e fammi finire la mia pessima giornata di lavoro…
Vediamo, dov’ero arrivato? Ah, sì: Conti Ivo.
Speriamo risponda… ecco!
«Pronto, signor Conti? Mi chiamo Marco e la chiamo per conto della Elettroweb, la informo che siamo in promozione…».

Nicola Arcangeli

Andrea Pomella – la misura del danno

POMELLA

Andrea Pomella – La misura del danno – Fernandel, 2013

Questa è la storia di Alessandro ed è allo stesso tempo lo sguardo di sintesi riuscito sull’Italia degli ultimi vent’anni. Alessandro Mantovani è di Roma, origini operaie che gli procureranno sempre fastidio, una sorta di risentimento che mai scemerà. Risentimento orientato più sull’accettazione dello stato delle cose  da parte dei suoi cari, che verso loro stessi. Diventa famoso come attore di fiction e di spot pubblicitari, sposa da giovanissimo Francesca figlia di due ricchi borghesi di sinistra. Progressisti, diremmo oggi. Alessandro e Francesca si amano, hanno una figlia: Martina. Tutto questo, però, non soddisfa Mantovani, lui vuole qualcosa di più. Il passo successivo sarà il cinema “impegnato”, quello che, tra parecchie virgolette, è detto di sinistra. Ci arriverà grazie ai buoni auspici di un suo amico (l’unico) diventato parlamentare. In seguito dimostrerà di aver meritato questo aiuto. Recita bene, successo di pubblico e critica, arrivano i premi. Eppure Mantovani non è felice. Ha trentacinque anni ed è nel punto più alto della sua parabola. Da qui può solo precipitare, e lo farà. Subisce il fascino di una quindicenne, compagna di classe di sua figlia, che ha una cotta per lui, ci va a letto, scoppia lo scandalo e qui comincia la parte più interessante della storia. I personaggi oscillano e in questo dondolìo ben rappresentano la miscela di incertezza, menefreghismo, perbenismo, insoddisfazione, crisi di questi anni. Si vedranno intellettuali di sinistra apparire talmente superficiali da far fatica a distinguerli da un qualsiasi borghese di destra. Gente legata alla destra che non si scandalizza di nulla. Gente disposta a vendersi gli affetti e il dolore per soldi, per la salvezza materiale. Avvocati che trafficano come malavitosi, da politici. Si vedrà come lo scandalo possa montare, gonfiarsi e pian piano ridursi a una cosa minima. L’attore passerà da pedofilo a vittima da utilizzare, a dimostrazione di come nessuno venga abbandonato dal giro che conta. Partiranno raccolte di firme (come ne abbiamo viste a centinaia) il cui unico vero scopo è quello di procurare un tornaconto di immagine a chi le organizza, poi di far star bene chi firma. “Ho fatto la cosa giusta”. La parola chiave del bel libro di Andrea Pomella è: Percezione. Ogni evento cambia di importanza, ogni fatto è sottoposto a diversi metri di valutazione, a seconda di chi lo subisce, di chi lo giudica, del contesto storico dove si collochi. Tutto sembra grande e poi se ci si sposta di quartiere, o all’altro lato del Tevere, diventa minimo o giustificabile. Il paese è diventato terra di giustificazione di massa. Luogo dove a certi tutto è tollerato, tutto è dovuto. I soldi, il potere, come dimostrano le cronache e, con ben racconta Pomella, danno senso di onnipotenza ma il giustificare se stessi è tremendo. Lo stesso Alessandro che, per lunghi tratti appare come una brava (seppur insoddisfatta) persona, si perdonerà il fatto di aver fatto sesso con una quindicenne, lo ridurrà a “tutti abbiamo fatto una grossa cazzata nella vita.” I giorni di Pomella sono giorni malati e anche chi è innocente ne subirà le radiazioni. Innocente come il padre e la figlia di Alessandro e come Bea la ragazzina vittima. Questo libro è bello e necessario. Pomella attraverso una scrittura ricca e colta, mai artificiosa, rappresenta un’analisi accurata di questi anni, dove il berlusconismo è soltanto una delle piaghe, o quella che ha saputo sintetizzarle al meglio tutte. La politica è l’innesco e, in un certo senso, il risultato finale, l’indolenza di tutti è il cuore della trama. La misura del danno è il titolo del libro ma è anche il metro che Pomella consegna al lettore, che ciascuno calcoli la sua.

(c) Gianni Montieri

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima – capitolo I)

Uscirà questa primavera, per Castelvecchi, il primo romanzo di Francesca Genti. Pensando di far cosa gradita ai lettori del nostro  blog, proporremo, per tre mercoledì a partire da oggi i pirmi tre capitoli del libro. Una scrittura interessante e dinamica quella della Genti, che ben supporta la sua straordinaria fantasia, buona lettura.  (gianni montieri)

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CAPITOLO  I

I CANI

 

Ci sono dei cani che si suicidano. Si buttano giù, nel vuoto, senza un latrato. Calmi.

Ce ne sono dappertutto, in ogni edificio che affaccia sui quattro lati della piazza.

Noi siamo al centro della piazza, al centro della scena.

Seduti su una panchina osserviamo quello che succede.

Giochiamo con i cani: il primo di noi che conta cento cani morti vince.

Io sono a ottantasette, sto vincendo.

Andrej è a quota trenta.

Il vecchio Astrologo ne ha contati dodici, ma lui non fa testo, è cieco.

Conta i cani in base ai tonfi che percepisce. Il rumore è come di cachi giganti che si spiaccicano dolcemente a terra.

Il silenzio ci avvolge, è facile cogliere il rumore dei cani più vicini.

Non è più tempo di guardare il cielo notturno, cercare stelle cadenti, esprimere desideri.

Questo per due ragioni.

La prima è che da un bel pezzo non esiste più la notte. Il cielo un giorno si è ribellato. Il sole si è incastrato rimanendo appena sopra la linea dell’orizzonte.

Sono anni che viviamo in un perenne tramonto.

La seconda è che, al pari del cielo stellato, anche il futuro non esiste più. O meglio: è drasticamente diminuito, abbiamo quasi esaurito la nostra razione di futuro.

Siamo rimasti in pochi qui  ai margini della città e tutti con le ore contate. Esprimere un desiderio? L’unico sensato sarebbe quello di essere catturati, torturati e uccisi il prima possibile. Ma non possiamo farlo perché non vogliamo morire.

È contro ogni logica, ma è così.

Cosa rimane da fare allora se non giocare ai cani, ricordare il passato, cercare di stare su?

Andiamo con ordine.

Siamo in tre. Io, Andrej e l’Astrologo.

Siamo esseri umani di sesso maschile, adulti, di età avanzata.

La città negli ultimi tempi è cambiata molto.

Ho già detto che viviamo nell’eterno del tramonto. Da quanto? Non lo so, senza l’alternanza di giorno e notte si perde velocemente la cognizione del tempo.

Non abbiamo orologi. Una volta se ne trovavano disseminati per le strade, ora non più. È tutto finito, molte case sono crollate, altre stanno per crollare. Oltre a noi tre, ci sono pochissimi ribelli, la maggior parte delle persone iinfatti ha firmato e se ne sta ben protetta al centro della città. Daremmo un braccio per incontrarli. «Darei la vita per incontrarvi!» è solito urlare lugubremente Andrej.

Non è facile, se ne stanno tutti nascosti.

Per usare un eufemismo, non è una buona idea andarsene in giro per le strade.

Sono terra di nessuno, anzi, qualcuno c’è.

Ci sono molti poliziotti. Le sembianze sono quelle umane: hanno braccia, gambe, piedi, mani, occhi incastrati nei bulbi oculari, capelli di vario colore e lunghezza, sono vestiti con divise e non girano mai soli. Ognuno di loro porta al guinzaglio un cane-babbuino. Sono feroci. Ne esistono di tre razze.

I babbu-bull, incrocio tra babbuini alfa e pit-bull, gli alababbu, babbuini alfa incrociati con alani e i mastibuini, mastini più babbuini alfa.

Hanno selezionato razze molto intelligenti e molto aggressive, poi c’è stato l’addestramento, un lunghissimo film horror, ed eccoli pronti per la loro missione, la solita dall’alba dell’umanità, riassumiamola così: estirpare l’erba cattiva.

Noi tre resistiamo, non ci hanno ancora preso e questo è quasi un miracolo.

Infatti, a differenza degli altri, noi non ci nascondiamo, proprio per niente.

Per quanto mi riguarda, il totale sprezzo del pericolo deriva dal mio passato, dalla mia vita, da quello che sono stato.

Mi presento, io sono Il Poeta.

Naturalmente è un nome d’arte. Non ho mai scritto mezzo verso in vita mia, per quello c’è Andrej.

C’è stato un tempo in cui facevano la fila per intervistarmi. Caccia al Poeta. Volevano rubarmi l’anima e non solo.

Sono diventato famoso in una settimana.

Mi annoiavo molto in questa città.

Il piattume della sua vita notturna e culturale era insopportabile.

Così ho comprato un pennarello, un biglietto della metro e con pazienza ho cominciato con i miei graffiti, i miei slogan.

Di cosa potevo scrivere? Il sesso era ormai dappertutto, totalmente depotenziato, alla violenza si erano già assuefatti, ho pensato alla religione, un grande classico, un intramontabile evergreen.

Belzebù maiale terminale.

Baal straccione.

Satana feticista dei piedi con vescica.

Thot lavora in un call center.

Con pazienza ho coperto tutte le fermate con le scritte.

Sono bastati pochi giorni che giornalisti, scrittori, galleristi, video maker mi erano alle calcagna.

Tutti cercavano Il Poeta dei Graffiti, così mi aveva soprannominato un critico d’arte scrivendo un articolo sul mio lavoro.

Insomma sono diventato famoso con il mio neograffitismo concettuale. E ricco. Ho girato il mondo facendo mostre in tutte le più importanti gallerie, ma di nuovo mi annoiavo terribilmente.

Finché in uno scantinato di Giurgiu ho scoperto la più estrema e segreta forma di body art.

Consisteva nel tagliarsi parti del corpo e sostituirle con parti di animali.

Ho cominciato tagliandomi una mano e inserendole al suo posto una zampa di rapace.

Sono andato avanti così per molto tempo, inventando la body animal art, diventandone l’unico, ricercato, riveritissimo esponente.

Nel corso della mia carriera mi sono spinto oltre i limiti immaginabili, trasformandomi in un frankestein all’ennesima potenza, in un terribile zoo ambulante.

Vedendo come stanno le cose adesso, ho trasformato il mio corpo in un oracolo.

Sono diventato un mostro. È stato un successo planetario.

Ho subito talmente tante operazioni e mi sono inflitto talmente tanto dolore che il pensiero di venire sbranato da un cane babbuino non mi fa né caldo né freddo.

Sono le mie ultime ore, voglio viverle allegramente.

L’Astrologo ha un sussulto, con il suo bastone di ebano colpisce tre volte il suolo. È un segnale. Significa che stanno arrivando.

Con calma Andrej e io ci alziamo e adagiamo il vecchio sulla sua sedia a rotelle.

«Dove andiamo?»

L’Astrologo rotea il bastone in aria, poi lo poggia a terra e disegna sull’asfalto morbido come cera un cerchio irregolare.

«Vuole andare al mare» dice Andrej.

Lentamente ci avviamo, io davanti e Andrej dietro, portando la carrozzina.

Sono la loro sentinella, la loro guardia del corpo.

Il motivo è molto semplice: le mie sembianze sono talmente mostruose che i poliziotti e i loro cani-babbuino, almeno di primo acchito, rimangono terrorizzati.

Quei pochi attimi di spaesamento sono preziosi per la nostra fuga.

Come ho già detto, l’idea di essere catturato non mi spaventa particolarmente, ma l’idea di fargliela ancora una volta, quella sì che mi eccita.

È un altro gioco, come contare i cani.

Dice la saggezza popolare: più si invecchia, più si torna bambini.

E io ormai  sono proprio vecchio, decrepito addirittura.

Ai miei occhi tutta la città è un enorme, sterminato, tremendo Luna Park.

C’è un altro motivo per il quale non voglio farmi prendere: non voglio morire prima di Andrej e l’Astrologo, mi sento responsabile per entrambi.

E poi, anche se non l’ho mai confessato, in fondo al mio cuore, in un angolo della mia mente, penso che Andrej abbia ancora qualcosa da fare prima di tirare le cuoia: incontrare una donna e fare un bambino.

Sarebbe un gesto assurdo, data la situazione in cui siamo? Non certo più assurdo di mettersi in marcia, sfidando eserciti di poliziotti, per andare a fare il bagno nel mare di catrame che giorno dopo giorno avanza, mangiandosi un altro pezzo della periferia nord est della città.

 

 

 


@ FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – ED. CASTELVECCHI 2011  (continua…)