Novalis

La solitudine orfica di Lucio Piccolo (di N. Grato)

Lucio_Piccolo_nel_suo_studioLa poesia italiana del Novecento annovera autori difficilmente collocabili, irregolari, appartati: il siciliano Angelo Maria Ripellino, il leccese Vittorio Bodini, per non parlare di Dino Campana, Edoardo Cacciatore, Stefano D’Arrigo del misconosciuto Codice siciliano, Lorenzo Calogero, Pino Battaglia, Nadia Campana.[1] Fra questi “irregolari” il palermitano Lucio Piccolo, Barone di Calanovella “scoperto” per puro caso da Montale. Piccolo è poeta del tempo, della solitudine, del paesaggio esteriore figura multiforme, metamorfica e barocca di quello interiore; Lucio Piccolo poeta della luna, come il Recanatese o Vittorio Bodini; del giorno e della notte,[2] dell’acqua e del suo fluire ininterrotto, della luce e del suo correlativo oggettivo nel mondo che è il buio, il cupo, la faccia nascosta d’ogni luna. Lucio Piccolo poeta orfico già nelle raccolte pubblicate in vita,[3] ancor di più in una delle due raccolte postume,[4] Il raggio verde.
Le carte postume di Piccolo assolvono a un compito: esse ci mostrano il metodo di totalità di scrittura che contraddistingue l’intera opera del Barone di Calanovella: non ci si stupirà, infatti, di trovare alcuni versi che riecheggiano certi periodi delle prose, come ne L’esequie della luna, L’orologiaio prodigioso, Il libro, La bussola, L’eclisse nella stanza.[5]
La lirica Il raggio verde, eponima della silloge, mostra il viaggio orfico di un raggio di sole (la poesia) che scompare la notte per riapparire, vivificato dal contatto letificante cogli inferi, nel mattino:

Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.[6]

L’uso del complemento di specificazione, in questi versi, serve al poeta per legare intimamente il soggetto col suo correlativo; il soggetto e il suo qualificante necessitano di una specificazione che infine costituisca un’unità autonoma. Così i sintagmi ultimo sguardo del sole, cristallo marino d’abissi o immense ali di farfalla appaiono come microcosmi dai quali scaturisce l’immagine di una poesia che si muove per scorci ed allusioni. Il sole tramonta nel mare, s’annuncia la notte. Piccolo sente lo scoramento per la morte del luminare mattutino: si riavrà ancora una volta esso dal letargo notturno? Questa domanda, fuor di metafora, nasce dal timore, ingenuo e incalzante, da parte del poeta di poter perdere la parola, il timore che l’afasia letificante imprigioni il dire poetico che s’inoltra nella notte per risorgere, nella parola, al mattino della poesia. Come il sole-Osiride viene ogni notte fatto a brani e costretto a vagare negli inferi, così la poesia ha continua necessità di scorporarsi e ricomporsi continuamente, per dare vita al tessuto lirico del verso. Il “senso dell’ombra” del verso 7 indica la morte ed il suo statuto ontologico inane; la notte è luogo d’agnizioni formidabili, più del giorno che illustra gli oggetti evidenziandone la loro spenta materialità. La notte confonde e infonde nuova linfa poetica agli oggetti: è questo un segnale preciso della poetica del Barone: il raggio perduto nella notte si decompone attraverso il prisma infero della coscienza di Piccolo e risorge, facendosi messo dell’oscurità. La notte di Lucio Piccolo non è oscura, è semmai il momento concreto della composizione, il tempo propizio della ricerca da parte del Barone che aveva letto tous les livres, come disse Montale, nella villa in contrada Vina a Capo d’Orlando, luogo nel quale passava, secondo Vincenzo Consolo, “il meridiano della solitudine”. L’orfismo piccoliano, nutritosi di teorie sulla metempsicosi, di letture esoteriche e di solitudine esistenziale, fa riferimento culturale soprattutto allo Yeats di Una visione: “Lo spirito non è quelle immagini mutevoli, ma la luce, e alla fine riaccende in sé, nella propria purezza immutabile, tutto ciò che ha sentito e conosciuto.”[7] Non a caso abbiamo citato Yeats, autore molto caro a Piccolo e col quale il Barone intratteneva corrispondenza. Il lettore che attraversa col poeta la notte della poesia coglie nella luce del giorno il tramite tra gli inferi dello spirito ed il mondo fenomenico mutabile. Questa prospettiva tutta orfica, di un orfismo più vicino a Rilke e al grandissimo Campana, è simboleggiata dal raggio di colore verde di cui s’accende la profondità-interiorità di Piccolo. Il fine della poesia è la favola perenne, il mito mai morto, lo spazio del sacro nel quotidiano. (altro…)

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola, Ugo Mursia Editore 2018

Che cosa mi ha portato alla formulazione della parola “entusiasmo”, immediata, non mediata reazione alla prima lettura di Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo? Rivolgo a me stessa – e qui anche pubblicamente – il quesito, ora che ho letto, ascoltato, percorso più e più volte un poemetto che si snoda lucido e ispirato, dalla “notte dell’impresa” (ricorro intenzionalmente alle parole di un poeta e ‘cercatore’ a me molto caro, il compianto Roberto Rossi Testa) all’anelito alla luce. Tutta la ricchezza di origine e significato del termine “entusiasmo” mi viene in aiuto per spiegare e dispiegare innanzi a chi legge, esplora e ascolta i moti dell’animo suscitati da questa opera: non solo gioia e partecipazione, non solo infervorata adesione, bensì anche, oltre a ciò, slancio a fare, a condividere ciò che viene percepita, distintamente, come dedizione operosa. Non un “astratto furore”, dunque, ma un prodigioso contagio.
Quel contagio prodigioso si tramuta in questa sede in un impegno ermeneutico, nell’additare un possibile percorso di lettura di un lavoro notevole e articolato in maniera tutt’altro che banale. Q. e l’allodola unisce infatti la limpidezza del dettato alla complessità dei temi e dei richiami. I testi studiati, amati, chiamati in causa abbracciano epoche e ambiti disparati, senza tuttavia mai sfilacciare l’unità e l’unicità dello stile. Procediamo dunque in questo viaggio.
Questa ‘sinfonia dell’interrogazione’ – e della ricerca sulla perenne ‘cerca’ poetica – si apre, con accenti esplicitamente epici, con un’invocazione alla divinità ispiratrice; ma l’esortazione «Cantami, o diva» ha per oggetto una tenzone e una tensione che si perpetuano nel tempo e che sono singolarmente cruente, sebbene si manifestino nelle fogge e nelle forme apparentemente più distanti tra loro. È di «fatica che trasuda poesia che si parla», è di «eterna lotta tra il significante e il significato». Ecco che il poema, come già additato dall’invocazione in apertura, può e deve essere letto in più modi: poesia, e vera poesia, sulle ragioni e sui moti della poesia e sul quesito permanente dell’esistenza circa il durevole e l’effimero, il canto “oltre la polvere” e il transitorio.
L’invocazione, I parte, anticipa d’altro canto il riferimento al destinatario delle parti II, III, IV e V del poemetto, Queneau degli Esercizi di stile. Notti insonni, conflitti e tormenti dell’anima (animula vagula blandula) duellano e duettano a suon di rigorose rime insieme a distese di sconforto non prive di autoironia. Ed è allora che quel Q. puntato non può che richiamare, oltre Queneau a metà strada tra nume tutelare e antagonista, anche il libro del Qoelet, dell’Ecclesiaste (come avveniva qualche anno fa con il noto romanzo Q). Si fa dunque strada un’ulteriore pista interpretativa di Q. e l’allodola: il poema come indagine sulla vanitas.
E poi, dopo il guado fruttifero, che scorre senza interruzioni, della poesia in prosa della parte V, si avverte il canto della messaggera dell’alba, l’allodola, e il varco verso la luce si delinea in terzine dantesche che un ossimoro mi aiuterà a definire: nette, impeccabili, eppure grondanti «versi come sangue che fluisce». Dopo la “notte oscura dell’anima” di Juan de la Cruz si passano le sette stanze di Teresa d’Avila e sembra che con Edith Stein  l’anima aneli alla “settima stanza”. Il buio-barriera cede il passo al valico-vita, il raschiare sul fondo del barile agli accordi sulle corde di viella e gli Inni alla notte di Novalis mettono la sordina per far percepire il confortante scorrere delle “sacre sobrie acque” di Hölderlin. Le note, riportate proprio sotto forma di spartiti, dei musicisti Max Richter (On the nature of daylight) e Silvia Colasanti (Lamento), suggeriscono non solo la colonna sonora, ma anche l’alternanza, mai conclusa, degli opposti princìpi.
Mai conclusa, mai pacificata, dinamica e feconda questa alternanza, in un ricorrere che ad ogni ritorno si arricchisce di nuovi toni. L’ultima parola, «richiamo» anela a ricongiungersi, forse, all’invocazione iniziale, l’io e il noi si affacciano entrambi e ripropongono l’antico e sempre nuovo dilemma: «nella penombra dove consumiamo/ l’attesa che l’allodola ritorni/ risponda finalmente al mio richiamo.». E un richiamo forte giunge anche dai versi di David Maria Turoldo: alla animula vagula blandula risponde, pare di leggere tra le righe, l’esortazione di Turoldo: «Anima mia, canta e cammina».

© Anna Maria Curci

 

Cantami, o diva, l’eterna lotta
tra i significanti e i significati
narrami l’attesa tra gli eserciti schierati
del segnale che arrosserà quel campo
i riti per propiziare la vittoria
cantami la furia di quella battaglia
che non ha avuto vincitori e vinti
raccontami la torsione dei corpi
il sudore che impregna anche il terreno
la tensione dei muscoli allungarsi
quando sferrano colpi, nel ritrarsi
fammi sentire gli zoccoli che battono
i nitriti, il clangore delle armi
il cozzo delle spade sugli scudi
le grida per gli squarci delle lance
narrami le ferite, la paura
la polvere che copre chi è caduto.

Cantami, o diva, l’ira del poeta
la sua fatica che trasuda versi:
portami il sangue della sua poesia.

 

Oh, Queneau Queneau
non basta adesso, credi, non mi basta
stringere, costringere, forgiare la parola
per disegnare le ombre sopra i muri
figure che volteggiano nell’aria
vagule, blandule, leggere
forme senza mai sostanza
nemmeno la volatile dei sogni
corpuscoli di polveri sottili
che arrochiscono la voce dei poeti. (altro…)

Renato Fiorito, Andromeda

Renato Fiorito, Andromeda, Giuliano Ladolfi Editore, 2017

Che cosa ha spinto Renato Fiorito ad addentrarsi nel territorio poetico della cosmogonia, dell’origine dell’universo, della comparsa di forme di vita sulla Terra, dell’evoluzione degli umani, che cosa lo ha mosso ad affrontare un’impresa che, come ben sottolinea Giuliano Ladolfi nell’introduzione al volume, intitolata L’epopea dell’universo,  fu già di Esiodo e di Lucrezio nel mondo classico e di parecchi altri in epoche successive? La risposta a questa domanda permea tutto il poema Andromeda, teso fra il ‘preludio’ Sul limitare del cielo e un Epilogo che mostra in modo chiaro e compiuto un carattere rilevante di tutta l’opera, vale a dire l’alternanza di due ritmi, quello narrativo e quello contemplativo. La risposta al quesito, infatti, sta nel pungolo-fine-funzione dell’umano, e dell’umano pensante e poetante, vale a dire nell’interrogazione permanente, nello stupore che genera domande.
I tre versi iniziali di Andromeda sono una dichiarazione – esemplare per sintesi, sapidità, cadenza – di rispetto a tre punti che mai dovremmo ignorare nel leggere un’opera: la prospettiva nella quale si pone l’io lirico e dalla quale questi fa muovere il suo sguardo; la visione che l’io lirico ha di sé, in particolar modo, in questo caso, come umano tra gli umani; l’enunciazione, infine, della sua ‘materia’ poetica. Ecco, dunque, i tre versi:

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.

Chi scrive ha avuto la ventura di leggere la prima stesura dell’opera e di dialogare con l’autore su significatività e senso dell’impresa. Rileggere la versione data alle stampe, ora, alla luce sia di quei dialoghi, sia della conversazione infinita con “il coro del mondo” e con le sue singole voci attraverso le epoche e le latitudini – conversazione di cui ogni opera letteraria non può che recare traccia – rafforza la convinzione circa la nascita di Andromeda di Renato Fiorito da un disegno ben ponderato, che della scrittura dell’autore porta i tratti peculiari: chiarezza, efficacia, partecipazione e, allo stesso tempo, capacità di ritrarsi dal tumulto degli eventi per dare tempo alle considerazioni ‘universali’ di formarsi, ovvero per accostarsi con sim-patia al simile, all’umano che si dibatte nel dubbio, si tormenta o è tormentato. Risuonano allora alla mente i versi di Novalis, che riporto qui nella mia traduzione: «Quando ormai più né numeri e figure/ Chiave saranno di tutte le creature,/ Quando color che cantano o baciano/ Più dei dottissimi al sapere volgono,/ Quando alla vita libera poi il mondo/ Ritornerà, e allo stesso mondo,/ Quando di nuovo uniti ombra e fulgore/ Daranno vita ad autentico nitore,/ E quando le vere storie si vedranno/ In fiabe e in poesie si sveleranno/ Davanti a Un motto segreto sparirà/ L’intera essenza, allora, dell’assurdità».
Il viaggio dall’origine dell’universo alla storia dell’umanità, tra interrogativi costanti, speculazioni filosofiche, religioni, rivoluzioni, guerre e catastrofi, si conclude con immagini, parole, intrecci e trasformazioni che dicono di una energia che non si lascia misurare, che non può essere contenuta dal pensiero. Sono trasformazioni che lasciano intravedere, come intuiva già il terzo dei versi iniziali, che «nulla mai muore davvero».

© Anna Maria Curci

 

***

Sul limitare del cielo

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
Guardo l’eterno
e prima di essere cenere
misuro da questo
la mia grandezza
e la mia miseria.
Infinite galassie,
origine e fine della creazione,
dimorano nella mente.
Intuisco mondi paralleli
di cui non so nulla.
Vedo la fatica dei padri,
le lotte e le sconfitte,
e so che tutto è avvenuto
perché io esistessi.
Assumo come mio
ciò che altri hanno conquistato,
le strade tracciate percorro
per comprendere l’incomprensibile
e capisco che nessun credo contraddice gli altri
ma tutti procedono a fatica
sull’irta strada della verità.
Guardo un albero e immagino la foresta
vedo una stella e ne penso milioni.
So che ogni cosa si muove nel cielo
e la legge che tutto regge
è equilibrio tra energia e gravità.
Eterna è l’energia,
siamo parte della sua forza
e per essa siamo divini.
Non inganni la morte.
Appartiene anch’essa alla vita
come vi appartiene la nascita e l’amore
ed è quindi ugualmente sacra.
E vi appartiene l’amicizia tra gli uomini
e quella degli uomini col creato.
e ogni uccello e pianta,
e seme e creatura che vive sulla terra.
Eccezionale, irragionevole presenza
nell’universo silenzioso e deserto.
Noi che guardiamo il cielo,
noi siamo cielo
brillanti di un solo attimo. (altro…)

Giovanna Amato, La signora dei pavoni. Intervista di Anna Maria Curci

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Giovanna Amato, La signora dei pavoni, Edizioni Empiria 2016

Nota e intervista all’autrice di Anna Maria Curci

Grazia. Intuito. Intreccio. Sono le tre parole che hanno accompagnato la mia lettura de La signora dei pavoni di Giovanna Amato.
La grazia è talento che Giovanna Amato non spreca, non seppellisce, non butta via. Lo so, è difficile seminare e raccogliere grazia, scorgerla e schiuderla a chi sa accoglierla, nel tempo e in questo tempo, nella provincia e nella Grande Città (con la maiuscola, come nel racconto La cometa) che calpestano, stracciano, omettono e immiseriscono. Tener fede alla grazia, vestirla e curarla, affrontare i suoi colpi – la bellezza è tremenda – è impegno irto di fatiche e rischi. C’è questa consapevolezza nei sette racconti e nelle tre fiabe che compongono la raccolta, senza che, tuttavia, siano fatiche e rischi ad appesantire il passo della narrazione. Al contrario, è la misura, non una parola soverchia, non una lacuna nelle scelte lessicali e stilistiche, a guidare la grazia, spesso, esplicitamente, come avviene in Pavane, il racconto di apertura che non manca di farmi pensare all’omonima composizione di Gabriel Fauré, e in Odette, che si richiama al balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, intessuta e colma di musica e danza.
Intuito: Giovanna Amato in profondità, con lo sguardo che scrive, e anticipa, pre-vede. Era chiaro agli altri? Era palese? Essi pensano ad altro, scriveva Silvio d’Arzo. Giovanna Amato è consapevole che altri possono fare spallucce e voltare le spalle. Lei, invece, non teme la sosta, entra nell’iride, pura o screziata. Chi si ferma ad ascoltare il racconto del viaggio lì dentro è premiato. Tra le immagini che l’intuizione riesce a cogliere c’è, sommo fascino e sommo pericolo, quella speculare, tema dominante in Cantico dell’odio bianco e pur presente anche in altri testi.
Intreccio: qui intendo non solo la capacità solida di costruzione, ma anche quella di collegare mondi e prospettive lontani tra loro, Oriente e Occidente, fiaba e mito, cronaca e illuminazione.  Mettere in comunicazione generi, (arche)tipi, micro- e macro-galassie è congeniale a Giovanna Amato. Su questo punto, come ben individuato da Biancamaria Frabotta nella prefazione, l’affinità dell’intento con l’aspirazione all’assoluto dei romantici, si arricchisce della sempre romantica (mi riferisco al primo romanticismo di Jena, al romanticismo dei fratelli Schlegel, di Tieck e, soprattutto, di Novalis), fruttuosa e mai pasticciata fusione di ambiti: arti figurative, letteratura, musica, filosofia. La perizia sa condurre l’eterna “cerca”, la quête, fino sull’orlo di un abisso, senza mai precipitare. La corda, visibile, reiterata con argute variazioni, come avviene in La Porta dello Shen,  o impalpabile, resta ben tesa, e le conclusioni,  di ogni racconto, ogni fiaba, non sono chiusure, bensì varchi per possibili altre dimensioni.
Vorrei partire da quella ragazzina che osservava curiosa con il ginocchio incastrato nella ringhiera del balcone e andare a ritroso con alcune domande.

Quale passaggio c’è tra l’osservare, l’ascoltare e auscultare e la stesura narrativa?

Tu hai citato la bambina con il ginocchio incastrato nella ringhiera che osserva il protagonista del racconto, e io lo trovo incredibilmente interessante perché hai trovato un punto che per me è una vera e propria monade. Contestualizzo un attimo. Questo piccolo brano viene da La cometa; il protagonista è un astronomo che viene invitato a parlare a una festa per l’arrivo della cometa Hale-Bopp ma a questa stessa festa subisce un brutto torto. La cometa è un racconto sulla provincia, non sulla sua bellezza ma sulla sua cattiveria, sul lato asfissiante della sua natura. Soprattutto, La cometa è un racconto autobiografico. Io, che nel racconto sono la bambina che osserva il protagonista, in realtà sono stata l’oggetto del torto osservato. Ma quel giorno, tornando a casa con la voglia di scrivere un racconto sull’assurdità di quello che mi era successo, ho saputo con precisione che non mi andava di scrivere nulla in prima persona: per me la letteratura non è sfogo, semplicemente mi è successo qualcosa e quel qualcosa è diventato uno stimolo interessante. Ed è significativo che io abbia deciso di inserirmi come testimone, dall’alto del mio ginocchio incastrato nella ringhiera. Sembra uno schermo, invece è un forte segnale di partecipazione. Quindi ti rispondo così: ascolto, osservo quello che mi succede ma mi rifiuto di stenderlo così come accade, ho bisogno di elaborare, ho bisogno che quello che mi è successo sia di tutti. La letteratura per me non è una confessione né un modo per consolarsi, è offerta continua di tutto quello che mi accende. Mi piace pensare di essere tramite per tutto quello che i miei occhi riescono a vedere e le mie orecchie a sentire, perché sono cose che purtroppo accadono a me, soltanto a me, ma potrebbero diventare di chiunque. Basta che la mente riesca a rielaborarle abbastanza da togliere tutto quello che è personale. Quindi il passaggio direi che è questo, è la mente che si sforza di escludere tutto quello che è intimo e proprio per andare a raggiungere gli altri. Spesso è vano, perché anche la mente è tutta impregnata di se stessi. Ma se anche uno solo mi dice “è successo anche a me”, oppure “ho capito quello che hai detto, lo sento mio”, so di avere fatto il mio mestiere.

Quale incanto ha esercitato e continua (o no) ad esercitare il primo sguardo incatenato, a bocca aperta, sensibile alla minima variazione nel tono di voce, alla rivelazione in un moto incontrollato, sulla creazione di intrecci?

Più che un incanto è una guerra. A volte mi chiedono se mi piace scrivere. Anzi, lo affermano. Mi vedono scrivere per ore e ne deducono che mi piace. Io vado nel pallone: mi piace passare ore e ore e slogarmi i polsi perché uno stimolo che mi è arrivato ha portato a questa catena di eventi e situazioni che devo assolutamente stendere altrimenti la perderò? Una volta mia madre mi disse che ero ispirata, io ho risposto che ero in piena fase ossessivo-compulsiva. Il punto è questo: non ci si mette a tavolino nel tempo libero a godersi una sessione di scrittura, ma quando va benissimo ci si trova sfasciati da tutta una serie di intrecci che si costruiscono da soli, perché la mente è allenata; nel caso peggiore si impazzisce dietro un’idea che comunque non ti lascerà in pace finché non sarà stesa. Credo che scrivere sia un modo di funzionare del cervello. È una forma d’arte come è una forma d’arte fare il proprio lavoro al meglio, qualsiasi lavoro sia. Tutto questo è stremante quanto magnifico. E il più delle volte i momenti in cui il cervello è più disposto a scrivere sono quelli in cui si hanno più impegni esterni, meno tempo. Quindi dovrei rispondere che scrivere non mi piace; invece stare lì a guerreggiare con gli intrecci e le parole è una sensazione simile a pochissime altre, solo alcune forme di innamoramento possono starle accanto per potenza e bellezza.

Quanta parte occupa la concezione dell’agire umano come in un teatro permanente (penso a un racconto dell’autrice austriaca Ilse Aichinger, intitolato appunto Das Fenstertheater, il teatro alla finestra)?

Torno alla bambina con il ginocchio incastrato perché c’è una cosa che non ho detto. Lei sta osservando il protagonista del racconto dall’alto di un balcone, e ho già detto che è un racconto autobiografico. Quello che non ho detto è che anche la questione del ginocchio è autobiografica. È uno dei miei primi ricordi. Ho incastrato volontariamente il ginocchio in una ringhiera perché come la bambina nel racconto voglio fingere di essere intrappolata in una miniera per salvare i miei compagni di scuola che fino a quel momento mi avevano trattata male. Da bambina mi difendevo dai torti che mi facevano fingendomi un’eroina; ero una snob di prima categoria. Erano i miei primi intrecci, forse. Sfruttavo quello che mi succedeva per fare epiche narrazioni. A costo di lasciare un ginocchio nella ringhiera. Adesso sono più cresciuta e spero meno snob, e se guardo a tutti i racconti di questa raccolta sono poche le persone realmente esterne che descrivo. Tutti sono modulazioni di quello che potrebbe accadermi, a volte dialoghi con me stessa. È che ho imparato a osservare quello che fanno gli esseri umani, non li giudico mai, mi piace guardare le manifestazioni più estreme della loro umanità. Le registro. Mi impegno a fare quello che disse un grandissimo: niente di quello che è umano giudico alieno.

Da lettrice onnivora e insieme rigorosamente selettiva, quali tributi senti di dover ‘denunciare’ alle voci della narrativa di tutti i tempi?

Ho degli amori, delle persone che mi hanno cambiato la vita. I più grandi sono tutti citati nelle opere che scrivo, perché mi hanno impregnato talmente tanto che sarebbe facilissimo scovarne i debiti; preferisco denunciarli esplicitamente e li denuncio con gioia. Ma gli amori più folli non sono di narrativa. In questa raccolta nomino due francesi con le loro splendide opere di saggistica, Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e Lo spazio letterario di Blanchot. Ma forse l’uomo che ha inciso di più nella mia crescita è stato Girard con tutta la sua opera, da La violenza e il sacro in poi. Sul suo pensiero ho costruito due libri che aspettano quieti quieti nel cassetto. Poi ci sono due poeti che mi sembra quasi strano siano umani, Emily Dickinson e Rilke. Se dovessi dire un solo nome per la narrativa, anche se non amo tutti i suoi libri, direi la Woolf per il suo rapporto sapientissimo e lieve con la scrittura. Se invece dovessimo fare il gioco di “salviamo un solo libro”, non avrei dubbi: Moby Dick. La grandezza di quel libro è di essere di una bellezza costante e totale, con dei giri di frase capaci di dare le vertigini. Ha un tema, quello della hybris, che è forse il mio preferito al mondo; credo si veda anche dai racconti che popolano questa raccolta, tutti variazioni dell’impossibilità di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. Eppure è percorso da sacche intere di inutilità narrativa, e questo paradossalmente fa risplendere la sua bellezza. Non amo la bellezza fine a se stessa, ma Melville è capace di mandarmi nella delizia anche quando si prendi lunghe ferie dal tema incredibile che sta trattando. È inarrivabile. Qual è invece secondo me il più grande artista che abbiamo ora e qui, in Italia, grande per quello che fa e per come lo fa? Cecilia Bartoli.

Quale ruolo rivestono i tuoi talenti e le tue passioni musicali nella narrativa ‘in proprio’?

Non riesco a misurare quello che devo alla musica perché probabilmente le devo gran parte delle mie attitudini e delle mie capacità, se ne ho qualcuna. Ho cominciato prestissimo, verso i cinque anni, e quindi non ho mai dovuto letteralmente imparare: conoscevo assieme all’alfabeto le regole matematiche della musica, e questo vuol dire cervello ben strutturato per tutte le abilità analitiche; ho ascoltato ogni tipo di musica da subito, sono stata in grado di riprodurla, sono stata messa in condizione di distinguere un barocco da un romantico e questo vuol dire sviluppare l’orecchio per i tipi di espressione, per le voci più che umane, per i contenuti strettamente legati alle forme. Ho conosciuto un linguaggio che unisce la matematica all’espressione. Tutti dovrebbero avere questa possibilità. Come ho consapevolmente usato questo bagaglio nella mia narrativa? In tanti modi. Mi vengono in mente due esempi in questa raccolta: ne La porta dello Shen, il protagonista assiste cinque volte alla medesima giornata, come nel Giorno della marmotta; ho ascoltato variazioni, passacaglie, sarabande, tutta quella musica che doveva cambiare la propria struttura per proporre lo stesso tema in maniera diversa. In Odette, invece, che è comparso per la prima volta su Poetarum Silva, ho fatto un esperimento: ho preso un passo a due per violino dal Lago dei cigni, il mio adorato Tchaikovskij, e ho studiato tutte le battute e la linea melodica, e ho cercato di convertire tutti gli elementi – le pause, le altezze delle note, il ritmo – in un monologo per voce umana. Dove ovviamente a parlare era Odette, il cigno bianco, nel momento in cui sapeva di star perdendo il suo principe. Un romanzo che sto finendo invece è basato su un brano musicale leggendario. E mi piacerebbe molto lavorare su un altro autore amato, Vivaldi. Ma questi sono tutti tributi d’amore. Cosa devo davvero alla musica, non lo posso sapere.

“Incipio” di Rosemily Paticchio

Incipio_copertina

Rosemily Paticchio. Incipio

Scelta di testi con una breve nota introduttiva di Anna Maria Curci

All’inizio del romanzo di Novalis Heinrich von Ofterdingen il protagonista, in uno stato tra dormiveglia e sonno, si addentra in un mondo ‘altro’, non meno percepibile con i sensi di quello reale, senz’altro più completo: si tratta della dimensione alla quale anela la ‘Sehnsucht’ romantica per l’infinito, per l’universo prima della separazione. Musica e filosofia, narrazione e immagini nitide si alternano, duettano, si mescolano, si fondono. Tutto prepara e tende al manifestarsi del simbolo per eccellenza: die blaue Blume, il fiore azzurro.  Nel mondo sognato, dipinto, realmente percepito da Heinrich von Ofterdingen si entra nell’accedere ai testi di Incipio, raccolta d’esordio di Rosemily Paticchio, dalla quale sono tratti i testi che seguono:

Poi venne.. la Separazione dal Sogno

Qui vi è il margine di separazione

dal Sogno

che il silenzio oltrepassa sulle punte

e un librarsi d’ali spinge nel vento

come tempio sospeso tra nubi

con l’arcata che pende dal cielo

e arcobaleni finemente illustrati

quali nicchie di un abside esterno

che l’andar via sottile dei corpi

lo svestirsi degli abiti

in un soffio di voliera azzurra

rende la gabbia possibilmente semichiusa

sulla zona d’ombra di un micro-universo

e gli uccelli in suoni convulsi

eseguono melodie incendiate

a ritmo crescente.

Potremmo salpare qui dove le sponde

di muschio bianco videro le gondole

migrarsi oltre l’Oceano della Scienza

perduto sulle scie d’incenso!

Nymphaea

Guarda l’occhio del fossile alla sua creazione

di verde alleanza con i palmi gemelli

di confluenza nei luoghi fraterni

un volto facilmente collassa sugli scogli

ma non le mani legate alla calce

che tastarono la primitiva ghiaia

non le conchiglie bianche

testimoni dell’affilata gigantesca

spiaggia su cui poggiai il primo braccio

(E naufragai in cerca di una qualche sostanza..)

Come vidi che effimero e temporaneo

sta il petalo sull’orbitale di corolla

capì che i fiori, i peduncoli, non hanno niente

oltre al nettare preso d’assalto

in cui è il dramma della loro assenza.

Allora m’improntai rimpicciolendomi

nella selva vivente

a cacciare le nascoste orme di narcisistiche bacche

come figlia di Ninfe

in cerca di felicità con esse perdute.

 

 

Dendros_01  (Anima mundi)

Nella sosta lieve, nella veglia profonda

nel riposo inviolabile di una foresta in_vergine

dimora d’illusorio nonessere

si carica il solfeggio di uccelli

con armonie di tempere a fresco

s’ode il canto della dura corteccia

narrante la sinossi di un albero e dei suoi anelli.

Udire i rami è di alto intelletto

le spirali traboccanti di segni

la sfilatura dei tralci e tessitura

di sfere concentriche!

Si dilata nei polmoni aperti una chioma

dai fitti misteri a tratti s’inchina

con la direzione del vento, a tratti si ferma

con lo sguardo rivolto a rotondità di cielo

come un magnete che si beve la luce

per fotosintesi del piccolo progetto.

Ogni ramo è un abile arciere che la

lancia affonda nel petto di un confitto orizzonte

e sul sipario fecondo e redditizio

si riflette tutto il bagliore suo

Anima Mundi!

Rosemily Paticchio scrive di sé:

Nata nel 1975 nel Salento, dove ho sempre vissuto conseguendo nel 2002 la Laurea in Beni Culturali, esordisco in campo letterario nel 2012 con la pubblicazione della raccolta poetica “Prima che i germi”, nell’ambito del volume antologico “Retrobottega 2” (CFR Edizioni), con saggio critico di Gianmario Lucini. Successivamente pubblico la plaquette di poesie “Incipio” per la collana Coincidenze di Arca Felice Edizioni, a cura di Mario Fresa. Negli ultimi anni miei componimenti sono apparsi in varie antologie di Perrone Editore, altri sono stati pubblicati in volumi antologici di concorsi letterari e nell’ambito dei Premi “Verba Agrestia 2011” (Lietocolle) e “Dal manoscritto al libro 2010” (Perrone).  Alcuni contributi poetici sono apparsi su riviste letterarie e litblog. Ho pubblicato racconti sulla rivista per ragazzi “Un due tre stella” (Lupo Editore) e collaborato con artisti operanti sul territorio locale, curando i testi creativi di mostre fotografiche e installazioni. Attualmente svolgo collaborazione giornalistica con testate locali occupandomi di cultura, ambiente e territorio.

IL CERVO APPLAUDITO di Leopoldo Maria Panero

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Autore: Leopoldo Maria Panero

Titolo: Il cervo applaudito

Introduzione e traduzione: Ianus Pravo

Editore: Edb Edizioni, 2013

È uscito da poco per l’editore milanese Edb, nella collana “Poesia di ricerca”, diretta da Alberto Pellegatta, il nuovo libro di Leopoldo Maria Panero Il cervo applaudito. Introdotto e tradotto da Ianus Pravo, il libro è inoltre arricchito da due disegni di estrema raffinatezza firmati da Massimo Dagnino.

Il cervo applaudito è un’opera molto particolare: un’opera “dettata” dall’autore stesso a Ianus Pravo durante i loro incontri a Las Palmas di Gran Canaria, l’esilio solare dove da più di dieci anni Panero vive, ospite dell’ospedale psichiatrico. È solo da qualche anno che il pubblico italiano di poesia conosce meglio l’opera di Panero; sono stati pubblicati per l’editore romano Azimut Narciso nell’accordo estremo dei flauti nel 2005 e Dal manicomio di Mondragon nel 2007, sempre a cura di Ianus Pravo, che ne ha tradotto i testi. Un paio di anni fa è invece uscito Peter Pan non è che un nome per l’editore “Il Ponte del Sale” con traduzioni e curatela di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo.  Nel 2011 è inoltre stato pubblicato il libro Senz’arma che dia carne all’imperium da Società Editrice Fiorentina, che contiene alcune poesie inedite in Italia di Leopoldo Maria Panero e di Ianus Pravo. In ultimo, è apparso nel mensile di Crocetti “Poesia”, Luglio/Agosto 2012 N. 273, un bellissimo saggio e traduzione di Alessandro De Francesco alla poetica della “crudeltà” di Panero.
Il cervo applaudito si conferma una piccola novità editoriale: il libro infatti è inedito sia in Italia che in Spagna.

Coglie nel segno l’incipit dell’introduzione al volume di Ianus Pravo, che cita il verso di T.S. Eliot, tratto da i Quattro Quartetti, «In my end is my beginning»: nessun altro poeta contemporaneo come Panero conosce e soffre l’impossibile identità artistica, incarna la figura del poeta prosciugato del suo stesso senso, la non figura. Proprio lo stesso Panero parla di sé, di come «Noi, gli scrittori ultimi o postumi, non siamo altro che correttori di bozze»: quindi si tratta di scrivere il già detto, la grande parola, il grande “Poema”, l’ultimo.
Panero è un maestro della citazione altrui, lo fa continuamente con frasi o autori come Pound, Yeats, Eliot, Novalis, Whitman, Dante Alighieri, Gimferrer, che sicuramente vivono nella sua tensione poetica, nel suo dizionario del plagio.
«Figura di Dio / un porco tra i rami / un porco che cade una volta ancora / al suolo sospirando / ferito dalla freccia del silenzio / Chi si aggirò tra viola e viola, lo disse Eliot, / facendo enorme la primavera / e distruggendo il sogno.»

La riscrittura è anche questo: è ordinarsi nel caos, è riproporre costantemente la propria fine attraverso tortura, crudeltà e follia. «Che pesci boccheggiano sulla spiaggia / invocando un fiume che non esiste / e disfacendo il dolore in piccole lamine /che solo sanno piangere / come il freddo nella tomba / la tomba perfetta del poema / fatta solo per urlare /per giocare con le dita della notte / e ricordo mia madre che morì senza le sue tette / e che il signore del mare accarezza / cercando una rovina più compiuta della rovina / più crudele del verso / che invoca se stesso / e ormai non piange.»

Nella sua poesia Leopoldo Maria Panero non solo cita, ma intesse una scrittura accesa, moderna; la riscrittura riparte anche da qui, dall’inglobare ogni cosa, ogni riferimento, ogni influenza. Nei testi, la forza e il magma surrealista rimangono la fonte principale dell’autore: il suo sguardo sul mondo, il suo andare oltre, verso il “poema”, verso questa Babilonia di significati e precisione: «Oh diamante ancora intatto / di cui sono il ricordo / perché sono solo il ricordo di me stesso / sulla sottile riva mi attraversano gli elefanti / e come un elefante cresce il poema / e come un serpente si contorce nella mia mano / cercando un palazzo che non esisteva / ed ero solo nella mano che scrive / dicendo / Dio vive nel palazzo della mia mano / nell’ombra crudele della mia mano / che aizza i suoi cani / come Diana i suoi cani / Diana sa la mattina per quanto valgono i suoi cani.»

La libertà del verso di Panero spazia da testi lunghi, complessi, che sono pura materia lavica e fantastica, alla precisione millimetrica di testi molto più brevi, che rendono ancora di più l’idea della mostruosità della mente umana, di quell’applicazione che il reale ha sul surreale, sul non visto, sull’immaginato. «Il mio grande amore si chiamava Maiz Blanco / fu torturata e stuprata sulle colline / vicino al lago dove bevevano gli elefanti / e una voce sputa nel mio cervello / la parola ieri.»
Questo è un percorso nel buio più profondo della mente, nella propria rovina e in quella del mondo, che può procedere nel sottosuolo dello spirito, sfinito, schiavo delle manie e delle sensazioni. «Il bambino è lo schiavo dell’uomo / e l’infanzia è soltanto / una rovina tra le mie labbra / tra le mie labbra chiuse alla vita.»
E ancora: «Una mano scrive sull’agenda / domani ucciderò una donna / e leccherò la capigliatura / morta della sua testa / e farò canzoni per spavento dell’uomo / e parlerò all’udito delle ceneri / che non mi ascoltano.»

C’è un continuo ribaltamento del soggetto, uno straniamento che non ha conclusione, nemmeno alla fine della poesia, nel punto di termine. I significati dell’opera di Panero vanno oltre la pagina, oltre la calligrafia stessa e oltre tutte quelle regole che reggono la letteratura, e la fanno schiava della retorica e della stagnazione formale.
«Walt Whitman è una donna che cade sopra il poema / e striscia lungo il verso / come ogni mattina / per parlare all’udito del sole / all’udito atroce del mattino / che non mi aspetterà.»
Leopoldo Maria Panero combatte contro se stesso, contro la sua stessa opera, che non vale il silenzio delle biblioteche e nemmeno il silenzio dei manicomi; perché la sua poesia è resistenza pura, continuo oltraggio ai doveri della vita, alle regole imposte, che sono strumenti e offese alla libertà della parola.

Per questo il non luogo della mente, dove si muove la poetica di Leopoldo Maria Panero, è una regione sconosciuta, sola, che non può essere affrontata con la ragione. Viene dalle profondità, si sposa con gli effetti delle parole, resta sulla pagina come l’ultima frase, come il “poema” da riscrivere, che conosce solo i territori più stretti e ostici. Il cervo è la figura chiave, la metafora, il simbolo dell’altezza estetica, della bellezza che non può guarire l’uomo e i suoi mali. La vera e unica bellezza dell’essere. «Il poema è un lago / dove finisce il cervo / applaudito soltanto dalla pagina / dalla pagina in silenzio dove muore il cervo / il cervo atroce della pagina / dove non ci sono io né c’è l’uomo.»

In questa perdita totale di se stessi, Panero chiude, lascia che il mondo si spieghi da sé, senza congetture e proclami, senza misure e limiti. Non c’è nessuna ragione per andare avanti, non c’è nessuna volontà di voler essere salvati, rimane solo la forza del pensiero, la parola viva, libera e il cadavere di se stessi da guardare con estrema osservanza.
«Non c’è misura, non c’è limite / dove non c’è nessun luogo / e dove il tempo non ha tempo / e il cadavere è / verde / Oh Alighieri, mon semblable, / mon frère che vuoi volere il crocifisso / e non sai sapere la volontà che muore / come un pane tra le labbra.»

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