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Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul

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Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul, Nottetempo 2016; € 17,00, ebook € 9,99; trad. di A. Valerio

di Martina Mantovan

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Il buio avvolge i corpi rinchiusi nella cella: quattro uomini condividono lo spazio angusto e umido di una cella, nei sotterranei di Istanbul. Una Istanbul divisa, speculare, occulta: la città del sogno che cela nelle sue viscere l’umanità negata; una città che poggia le sue fondamenta sul terrore più oscuro. Burhan Sönmez edifica un romanzo profondo e dilatato, come il dolore, come il tempo: porta la narrazione tra i meandri dell’abiezione umana; alle radici del sogno che volge in incubo, un incubo che ha il sapore concreto del sangue che impasta la bocca e appanna la vista.

Vecchio Küheylan, pensavi che questa cella fosse Istanbul? Adesso siamo sottoterra; sopra di noi ci sono strade e palazzi ovunque. La città si estende da una parte all’altra dell’orizzonte, anche il cielo fa fatica a ricoprirla tutta. Sottoterra non c’è differenza fra est e ovest, ma se osservi il vento sopra, ti accorgerai che si incontra con le acque del Bosforo e dalla collina si può distinguere il color zaffiro delle onde. Se avessi visto per la prima volta quella Istanbul che tuo padre ti ha raccontato dal ponte di una nave e non da questa cella, avresti capito, vecchio Küheylan, che questa città non è fatta di tre muri e una porta di ferro. […]

Il Dottore, Kamo il barbiere, Demirtay lo studente e il vecchio rivoluzionario Küheylan sono i punti cardinali dello stesso universo: prigionieri e condannati a un destino comune, abbattono i limiti dello spazio reale della cella aprendosi una breccia per inseguire l’utopia della finzione.
Vita e finzione divengono tutt’uno nel momento in cui l’esistenza può dirsi tale solo nella pratica immaginativa: è la narrazione a mantenere in vita gli uomini di fronte all’inesorabilità del dolore. Attraverso la narrazione, nello sforzo continuo e necessario di evadere per non perdere se stessi tra le urla dei corpi straziati, i prigionieri tessono la trama del tempo futuro e passato, intrecciando simboli e metafore che infondono luce e colore al vissuto che ristagna.
Per dieci giorni essi inseguono la chimera della narrazione, dieci giorni in cui la gelida realtà viene mitigata ed elusa nell’effimero gioco del racconto che si fa collante. È nell’arte del racconto che avviene la totale adesione alla verità di sé come uomini nella propria interezza; nella dinamica narrativa essi perseverano l’unità salvifica dinnanzi all’estensione del dominio del dolore.
La finzione si fa quindi urgenza vitale: è la fune con cui possono calarsi al di là del muro, il filo che li tiene ancora legati alla vita, alla Istanbul dell’umanità emersa.

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Chiara Valerio, “Storia umana della matematica”

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Chiara Valerio, Storia umana della matematica
Einaudi, 2016, € 18,00, eBook € 9,99.

La dimostrazione arriva alla fine, ed è empirica. «Mia sorella dice Non piangere, altrimenti piange anche lui». Il nipote, appena nato, risponde alla commozione dell’autrice increspando le labbra. Perché questo succeda, ma anche perché «l’intelligenza è una forma d’amore» o, ancora di più, perché intelligenza e amore siano «due possibilità di una stessa attitudine, che credo sia capire», è perfettamente spiegato lungo le pagine del libro intero.
I primi sei capitoli di Storia umana della matematica, libro di Chiara Valerio da poco in libreria per Einaudi, sono intitolati ad altrettanti illustri matematici della storia; eppure sarebbe stato monco se l’autrice si fosse limitata a inserire la propria esperienza di vita e i propri anni di studente – e docente – di matematica solo nell’ultimo, In exitu, anziché fare capolino tra i paragrafi del libro con i suoi aneddoti e ricordi di infanzia, costruendo la lenta, rigorosa relazione tra ciò che è conoscenza e ciò che è esperienza sensibile e affettiva. (altro…)

Festlet! #2: ereditare

Foto G. A.

Foto G. A.

Per festeggiare il ventennale, Festlet incontra quest’anno, per venti minuti ciascuno, degli scrittori che sono liberi di parlare del libro che hanno letto a vent’anni (la ricognizione è aperta, però: potete twittare il vostro libro a #librodei20). Per tornare al tema di ieri sul corpo, Chiara Valerio, ad esempio, ha parlato di un libro che avrebbe voluto leggere a quell’età ma aveva letto a sedici, Tra un atto e l’altro di Virginia Woolf, da lei recentemente anche tradotto per nottetempo. Forse è della rappresentazione di noi, come ha detto stamattina Antonio Prete parlando dell’autoritratto in pittura, che lasciamo l’eredità più ballerina; lo stesso Borges, ha raccontato Alan Pauls, a un certo punto della sua vita si è tolto un anno per far coincidere la sua nascita con il 1900. Parlando ancora del Libro dei vent’anni, Giorgio Ghiotti ha ereditato l’amore per Natalia Ginzburg (e poi tutti i suoi libri) dalla nonna, che una sera dei suoi dieci anni ha iniziato a leggerla per lui dopo che aveva dimenticato il libro per ragazzi che aveva con sé.
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Festlet! #1: CORPO

Foto G.A.

Foto G.A.

Quando Giovanni Bietti ha introdotto l’Orchestra da Camera di Mantova, che al Duomo ha regalato un anticipo di Festlet eseguendo per noi fortunati la Settima di Beethoven, ha speso due parole esatte e felici per raccontare la celebre Sinfonia. Ha ricordato di come Wagner la definì “apoteosi della danza”, quindi di quel movimento che richiede sfrenatezza e controllo, e di come la metrica che ne è alla base sia strettamente intrecciata con i ritmi e le cadenze della letteratura: dattilo e spondeo, dattilo e spondeo sono il basso ostinato del famoso Allegretto, eseguito dagli adulti e giovanissimi dell’orchestra con una pulizia melodica che ha commosso gli spettatori assiepati sulle panche, seduti con la schiena contro le colonne, in piedi a naso teso per scattare una fotografia e cercare di captare il movimento dei violoncelli. Così è cominciato, quest’anno, il Festivaletteratura di Mantova, prima ancora del consueto brindisi inaugurale. E Bietti ha ricordato, a tutti noi singoli arrivati a fare comunità con le nostre orecchie per dare il benvenuto al ventesimo Festlet, che lo spirito della Settima nel suo rincorrersi di linee è proprio il confronto costruttivo tra la voce sola e il tutto.
Un concerto dal vivo, quindi, come corpi veri sono tutti gli ospiti del Festlet, evento dove accade questo gioiosissimo momento dell’essere in carne e ossa di nomi che figurano sulle costole dei nostri libri, sulle pagine dei nostri giornali, nei nostri televisori. Non mi stancherò mai di dire che la vera bellezza del Festival è questo essere tutti racchiusi in uno spazio di piazze e vie e redazioni, tanto da non riuscire spesso a distinguere dove finisca un evento e dove inizi la chiacchiera all’angolo di una chiesa, dietro un bar. Ed è una grazia tanto naturale da passare a volte inosservata, se dall’altro lato Corrado Augias ci chiedeva perché continuassimo a guardare nello schermo che lo riprendeva se lui era lì che parlava davanti a noi. (altro…)

Laura Pigozzi, Mio figlio mi adora.

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Laura Pigozzi, Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello, nottetempo, € 14,00, ebook € 7,99

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di Irene Fontolan

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L’emancipazione dall’autorità dei genitori dell’individuo che cresce è uno degli esiti più necessari, ma anche più dolorosi, dello sviluppo. È assolutamente necessario che tale emancipazione si compia (…). Anzi, il progresso della società si basa su questa opposizione tra generazioni successive. (Sigmund Freud)

Mio figlio mi adora è una preghiera quotidiana che rassicura molti genitori seminando tuttavia, e forse inconsapevolmente, il germe della dipendenza affettiva e fisica. Figli in ostaggio e genitori modello scatta una fotografia della famiglia odierna ancora fondata su dogmi intoccabili e leggi inviolabili. Il troppo amore dei genitori fagocita i figli mescolando le vite di tutti e facendone così perdere l’orientamento.

Un manuale di sopravvivenza che attraverso l’analisi della realtà familiare la svela per quello che è davvero e spiega ai figli il perché non si sentono adeguati davanti agli occhi dei genitori. La famiglia è una struttura simbolica che, anche se fondata su legami biologici,  si distacca da essi con proprie leggi. «È il luogo in cui la parola costruisce gli esseri umani, nel bene e nel male; i genitori vi esercitano la capacità di trasferire, tramandare, offrire: quel che ci fa madri e padri non è il sangue, ma la parola».

Laura Pigozzi sgrana il concetto di famiglia naturale passando per quelle ricostituite, allargate, monogenitoriali e omogenitoriali con l’obiettivo di lanciare un grido d’allarme come difesa dall’inclusività e dall’esclusività della famiglia odierna. Il plusmaterno soffoca e schiaccia le personalità dei figli, crede legittimo usarli per ovviare all’insufficienza a se stessi come fossero merce sempre disponibile. I padri invisibili, esclusi da madri iperprotettive che non delegano la cura dei figli a nessuno. L’indiscutibile prerogativa genitoriale di dominare e plasmare la prole a propria immagine e somiglianza distrugge le generazioni future convincendole che saranno capaci di agire nel mondo solo con mamma e papà accanto e rendendole così deboli.

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Una frase lunga un libro #67: Mircea Cărtărescu, Il poema dell’acquaio

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Una frase lunga un libro #67: Mircea Cărtărescu, Il poema dell’acquaio, Nottetempo, 2015, € 12,00, ebook € 5,99 (traduzione di Bruno Mazzoni)

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Addio! A Bucarest

un tempo siamo stati entrambi così vicini
che io mi ricordavo episodi della tua infanzia
e sognavo i tuoi sogni
e quanto tu mangiavi l’arcobaleno alla yogurteria
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::vicino nestor
io diventavo di tutti i colori…
un tempo siamo stati entrambi così felici
che in facoltà ce ne stavamo nello stesso banco
ed il fondotinta della tua fronte mi pareva più
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::importante per l’umanità
delle grandi scoperte geografiche.
e poi passeggiavamo dissolvendo nel colore del
:::::::::::::::::::::::::::::::::cinescopio a colori dell’ombrello
negozi con frappè, sottovesti e medicinali nel
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::sottopassaggio
i tuoi centocinquantaquattro centimetri
ripulivano l’asfalto che ci stava davanti
e squarciavano con i lampioni il buio del boulevard
davanti al teatro foarte mic
e trascinavano nella tua memoria altre voci, altre stanze…

è finita però, è finita! e ora con quale ganzo
ti avvinghierai ancora sotto le stelle, sotto grumi di
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::diamante?
da ora la patina del tempo ha quasi virato
sul pattinatoio dei tuoi capelli platinati.
addio!
addio!
ADDIO!
a rivederci, amore, per questo autunno!
da ora il nostro amore rompe l’asfalto per lavori di
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::canalizzazione
che ci garantiscano un’esistenza decente.

amore,
amata,
amante,
voglio ancora dirti
che ieri sera è crollato di solitudine
romarta, il negozio per l’infanzia.

Il poema dell’acquaio di Mircea Cărtărescu è per me una grande scoperta, ed è una scoperta fatta con colpevole ritardo, ne ho sempre rimandato la lettura, e poi – forse – per assecondare quella vena ironica e paradossale che contraddistingue il grande scrittore rumeno, domenica ho deciso di portarmelo in spiaggia. Di solito in spiaggia porto narrativa, ma stavolta doveva andare così, cioè andare nella maniera giusta. La raccolta, pubblicata da Nottempo e curata da Bruno Mazzoni, contiene una selezione ricca, molto ampia della poesia di Cărtărescu; alla scelta dei testi ha partecipato l’autore stesso, questo rende il libro particolarmente significativo. Va detto che Il poema dell’acquaio è un perfetto ponte per arrivare anche alla strepitosa narrativa di Cărtărescu, o per fare il percorso al contrario, chi ha letto qualche suo romanzo non credo che possa permettersi il lusso di rinunciare alla lettura delle sue poesie. Nessuno, secondo me, deve rinunciare a questo piacere.

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proSabato: Raffaele La Capria, da “America 1957”

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In autobus da New York a Boston

L’autobus era partito da più di due ore da New York, ma ancora non riuscivo a capire quando avremmo abbandonato le ultime case delle città. Si aveva sempre l’impressione di una periferia che non finiva mai, si aspettava sempre all’ultima curva la campagna.
A destra e a sinistra della strada le case erano tutte uguali, a uno o due piani. Di tanto in tanto, ogni venti o trenta chilometri, tutto pinnacoli, tetto spiovente, tegole rosa fragola, interrompeva la monotonia delle case uno di quei restaurant che dal nome del proprietario sono chiamati Howard Johnson.
Non mi sono meravigliato quando ho saputo che in America l’incidente automobilistico più frequente è quello causato dal sonno del guidatore. Le grandi distanze e la monotonia determinata dallo spazio si ritrova dappertutto. Anche quando finirono le case entrammo nello Stato del Massachusetts così diverso dal Connecticut, verde e ordinato come una Svizzera, o come il parco di una villa, l’elemento predominante era sempre la monotonia. Le case adesso apparivano molto più rade. A volte passava un quarto d’ora, mezz’ora, senza che se ne vedesse una. Poi d’improvviso, una fabbrica o uno shopping center; così, isolati in mezzo alla campagna. E pareva che il puro caso avesse voluto far sorgere quella fabbrica in quel posto, che lo shopping center avrebbe potuto essere benissimo cinquanta chilometri più in là. E sempre, implacabili, come stazioni di servizio, gli Howard Johnson.
Ora però da questi segni piuttosto confusi si cominciava a “sentire” la vastità dell’America. È una sensazione strana che prende d’improvviso e in un primo tempo mette addosso un certo sgomento. Ma gli americani non se ne erano preoccupati granché: in fondo il mito degli spazi liberi, il mito della frontiera, è stato sempre una delle caratteristiche fondamentali di questo popolo. E anche se oggi la frontiera non c’è più, anche se non si può più dire a un giovane di belle speranze: “Giovanotto vattene nel West”, perché il West non è più la terra vergine da conquistare, la grande valvola aperta allo spirito d’iniziativa dei giovanotti di belle speranze, nonostante tutto questo gli americani continuano a trattare lo spazio con molta disinvoltura. Me ne accorgevo anche io, appena arrivato dall’Europa, mentre viaggiavo nell’autobus che da New York portava a Boston.

© Raffaele La Capria, in America 1957, a sentimental journey, Roma, nottetempo, 2009

Laura Pugno, Bianco

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Laura Pugno, Bianco, Nottetempo, 2016; € 7,00

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di Mario De Santis

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Laura Pugno poeta ha, nel corso degli anni, costruito un suo mondo preciso, scolpito, seppure nell’astrazione di una dimensione allegorica. Un mondo, un paesaggio di atmosfere arcaiche, mitiche e mentali, come facile dire per un suo recente titolo, La mente paesaggio (Perrone, 2010), come anche per un suo testo quale Gilgames (Transeuropa, 2009), con una poesia che si colloca sempre sul passo di un tempo originario, respirando atmosfere di boschi e artici, di cacce, e in questo ultimo, Bianco, di spazi nevosi infiniti che finiscono per dare connotazione estensiva di un tono (per fare un paragone, quel bianco ossessivo e infinito che c’è anche nel film  Revenant di Iñárritu).
In Bianco – che è un colore di lutto, tanto quanto il nero anzi forse evoca una dimensione non ctonia, ma nemmeno terrena – ci sono presenze su presenze che si sommano: il viaggio poetico inizia rivolgendosi alla “neve”- siamo all’inizio di un inverno  ma di un tempo in cui “non ci sono stagioni”, c’è solo un immenso bianco. Il bianco è la dominanza della luce, è l’ovattato, il silenzioso.
E sarà sempre questo richiamo a labilità percettive e oniriche il basso continuo del libro. Fatto di morti che tornano, presenze di un lutto in cui il colore della neve definisce lo spazio intermedio dell’Hereafter (parola doppia, di luogo e tempo). La poesia di Laura Pugno non è una poesia che appartiene alla tradizione di ricerca: non ne ha la retorica e l’ideologia del significante, semmai ha un culto materico e enigmatico della parola, che la fa apparire, ma solo apparire, ermetica, laddove tarda a sciogliere certi nodi di immagini per il lettore,  a cui chiede un po’ di attenzione; di sicuro però si può dire che è una poesia che si interroga su forme inedite del conoscere, è un poesia “in cerca”.
Una voce che tiene, pagina dopo pagina, pure se frammentata, in poesie fatte di 5, 6, 8 versi, una voce che non mette l’io al centro, ma fa di tutti unica presenza/assenza in un paesaggio che da subito sembra voler creare e insieme sottrarre al simbolismo metafisico: “neve tu sei venuta qui/ sei venuta come neve”. Quel che si sta cercando è qui. È nelle cose. Un animismo del senso, quasi. Come neve: la comparazione elimina la neve “come neve”, vorrebbe azzerare la duplicità, ma ovviamente la ricrea con un’ambivalenza produttiva di echi, di significato. Ed è la tessitura fonetica a riverberare, come il bianco, a risuonare: pochi elementi, continuamente reiterati, misura di sillabe e inseguimenti fonetici, intrecci, che amplificano il bagaglio ridotto del viaggio.

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Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta. Recensione

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Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta, Roma, nottetempo, 2016, € 12.00

Forza, tenacia, coraggio, e ancora intelletto, caparbietà, costruzione, idea, risolutezza, giusto sguardo: sono solo alcune delle parole che vengono in mente leggendo Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit. Spesso in questo blog si parte dai titoli per sviscerare i caratteri totali dell’opera che si ha davanti e, in questo caso, non è solo legittimo − com’è stato detto in altre occasioni, parlando di questo libro − ma è anche fondante, perché l’autrice mette insieme in quella che è la vera presentazione che salta agli occhi prima di leggere tre parole che riguardano sì la sua vita ma anche assumono una connotazione plurima e vitale, adatta ad affrontare queste pagine. “Autobiografia” propone da subito quello che poi si viene a scoprire essere un legame fortissimo con Gertrude Stein, autrice amata sopra tutte da Lepetit. A un livello ulteriore: “autobiografia” come narrazione del sé in una forma di ricostruzione secondo quel disegno che il sé si dà nella vita ma, di più, di ciò che (gli) accade; con questo termine si ammettono quegli accidenti che fanno il procedere dell’esistenza. “Femminista” è la cornice: tutto ciò che avviene in questa storia è una scelta, a partire dall’adesione al Movimento, in termini storico-critici e soprattutto culturali; quello è l’ambiente in cui Lepetit si trova a vivere quando decide di fondare la casa editrice La Tartaruga nel 1975. Il suo sarà un investimento emotivo oltre che economico, ma attuato con un sincero distacco dagli ordini del “femminile” − e la dichiarazione della possibilità di stancarsi di pubblicare libri di donne, e perciò l’aver scelto un nome neutro, è esemplare. Una sfida letteraria e fatta nel mondo in cui si trovava a essere in quel momento: una presa d’atto necessaria e in grado di rompere gli argini del presente e di porre i limiti a un passato, quello che l’ha vista vicina a Carla Lonzi e a «Rivolta femminile». Si tratta di una frattura significante anche in termini di approccio, del tutto “intuitivo” nel suo caso anche nello svolgimento della professione di editrice. “Femminista” non è femminile: talvolta si tratta di un recinto chiuso attorno a una visione che si è declinata su molti strati nella storia mondiale, ma è anche quel perimetro che permette l’inclusione di voci di scrittrici cui Lepetit darà la possibilità di ‘essere insieme’, di stare in quella “casa” – vero luogo del vissuto e del vivere. La Tartaruga non è stata un’azienda: è stata un campo di esplorazione del presente letterario italiano e straniero; è stata il campo d’azione in cui si sono sviluppati legami con collaboratrici, con un esterno non ancora indagato e presentato con traduzioni inedite; è stata un progetto culturale impervio, difficile, affrontato con responsabilità e curiosità, parola imprescindibile in tutta l’Autobiografia. La “casa” non è solo il dove fare economia ma è quel terreno su cui si costruiscono fondamenta solide, rapporti sociali e di parola. L’aggettivo “distratta” è stato definito dalla critica che si è occupata di questo libro come il “ponte” tra il dentro e il fuori la vicenda dell’autrice, e non può che essere vero. La possibilità di aprire delle «finestre» e di «scorciare da più angolazioni le varie esperienze vissute» è un darsi, una disponibilità all’essere per sé e con gli altri, una spinta esistenziale. “Distrazione” indica etimologicamente una «disgiunzione e un separare, un qua e là», e quindi propone un passaggio attraverso cui una vita realizza anche il proprio contrario; e non c’è forse aggettivo più adatto che “distratta” ad accogliere l’accadere delle cose, ciò su cui non si può avere controllo. Si sbaglierebbe a dire destino. E questa narrazione continua degli eventi e degli incontri con Cesare Garboli, Paola Masino, Anna Banti tra gli altri − che hanno dato alla nostra letteratura un valore non quantificabile − è assunta da Lepetit come un regalo. Il non essere soggiogati dall’alterità e saggiarne il rischio costante è un’attitudine, anche. Appassionata Lepetit, com’è stata definita “appassionata” Goliarda Sapienza dalla critica − e si auspica in questa sede che non appaia impropria questa citazione, perché non esistono aggettivi cauti per restituire l’esperienza di Lepetit. E questo non vuole essere un elogio ma una convinzione.

© Alessandra Trevisan

Un ringraziamento speciale ad Anna Toscano per l’invito alla lettura di questo libro.

Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi

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Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi, Nottetempo, 2016 (traduzione di Stefania Marinoni); € 12,00, ebook € 6,49

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Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me.

Chi scrive è Miguel,  uno dei tre protagonisti di Chi di noi; malgrado la bellezza e la forza della frase che scrive, nel diario/confessione che ha deciso di tenere, si sta prendendo in giro. Miguel si è mentito per tutta la vita, lui sa molto poco di sé, anche quando crede di far chiarezza, scrivendo punto per punto, quello che ha capito della propria vita, della lunga storia d’amore con Alicia, e del rapporto che entrambi hanno con Lucas. Il problema è che Miguel non ha capito niente, pur essendo molto intelligente e sensibile, ha preferito costruire una storia sopra la storia vera, una storia che corrispondesse all’idea che si era fatto di sé, di Alicia, di Lucas e del loro rapporto. Miguel ha deciso come dovevano stare le cose e stupido e cosciente ha cercato di indirizzarle. Miguel quando scrive è talmente lucido che pare non possa sbagliarsi, in realtà sta facendo arte – si sta illudendo -, lui stesso è il proprio vicolo cieco. Miguel è un raro esempio di rinuncia alla felicità. L’uomo passa tutta la vita a costruire mondi immaginari e abbattere quelli reali, il punto è che quelli che abbatte sarebbero migliori di quelli che inventa. Questo è un punto fondamentale del romanzo, ma anche di tutta la scrittura di Mario Benedetti. Sorprende che fosse così maturo a soli 33 anni, talmente lucido da sembrare un settantenne che le avesse viste tutte, ma era uno scrittore e le aveva soltanto – perfettamente – immaginate.

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Gabriele Di Fronzo, Il grande animale

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Gabriele Di Fronzo, Il Grande animale, Nottetempo, 2016, € 12,00, ebook € 6,49

di Mario De Santis

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Superata qualche perplessità per la troppo ingombrante memoria de L’imbalsamatore, nel film omonimo di Matteo  Garrone, e la quasi ovvia comparazione tra la storia personale del protagonista (rimasto solo, giovane, con un padre ora ammalato gravemente) e il suo lavoro di manipolatore di cadaveri animali; superata la perplessità sul titolo, coerente, ma che troppo mi porta a pensare a Philip Roth, anch’esso ingombrante, de L’animale morente si entra in un ottimo esordio nella narrativa italiana.
È quello di Gabriele Di Fronzo con Il grande animale, che ha il suo pregio generale nel fatto che rende coerente, col procedere della storia, la forma della scrittura adottata, specie nella parte finale, con il suo contenuto narrato, con l’impianto allegorico del testo. Di Fronzo si attiene a quel postulato ispiratore dell’incipit che il suo protagonista pronuncia: svuotare.
«Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.» È una regola del tassidermista. dichiarata subito dal protagonista, che si può ben applicare anche allo scrittore Di Fronzo, esemplare piuttosto originale nella fauna dei trentenni di questi anni ’10 del XXI secolo. Schiere italiane, postume più che le altre, col loro perenne accudire un altro grande animale morente da sempre, il romanzo.
La storia de Il grande animale è presto detta ed è una storia di lutto per un genitore –  esperienza determinante, quindi universale, ma che abbiamo visto spesso negli ultimi tempi trasformata in romanzo.
Francesco Colloneve, imbalsamatore, finito a fare un mestiere così particolare forse nella  giostra della precarietà,  ha un padre che si ammala e lui, figlio unico, se ne occuperà, non essendoci più una madre. E questo confronto ravvicinato prima con la malattia e poi con la debolezza paterna rimette sul piatto la loro storia e la memoria di un rapporto a due, l’intreccio,  le colpe, le mancanze. Ne inverte i rapporti di forza, scivolando verso il punto finale.

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I poeti della domenica #44. Vittorio Lingiardi, Con te rimango

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Con te rimango
prima della soglia.
Come nel tango
accordo legge e voglia.

Vittorio Lingiardi, in La confusione è precisa in amore, Roma, nottetempo, 2012