Nottetempo edizioni

proSabato: Mario Benedetti, Sulla semplicità

Sulla semplicità

La semplicità è una delle virtù più complicate di questo vecchio mondo. Quando uno è semplice (nella parlata, nei gesti, nelle azioni, persino nella poesia) corre il fastidioso rischio di essere preso per stupido, per fesso. Ci sono critici, per esempio, propensi a elogiare solamente quei poeti misteriosi le cui opere sono comprese da pochissimi. Nemmeno questi critici li capiscono, è chiaro, ma hanno una certa abilità nel girare intorno al mistero, facendo della propria ignoranza una forma di discrezione.
Se si legge Baldomero Fernanàndez Moreno o Antonio Machado e si coglie la saggezza della loro semplicità, verrebbe voglia di correre ad abbracciarli come se fossero ancora qui, con la penna in resta. Come insegnano, come aprono senza pregiudizi le porte delle loro vite e ci regalano le chiavi per aprire la nostra!
Qualsiasi comandante, il capoccia come il capetto, si affanna (soprattutto se in affanno) a non essere semplice. La difficoltà è il suo muro di contenimento, il suo bastione. La sua corazza. Nella semplicità gli uomini e le donne di proteggono, si comprendono, si consolano. Nella complessità, invece, si guardano con diffidenza e rancore. Come non ricordare che la morte è l’apice della semplicità.

 

Da: Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo Edizione; traduzione di Stefania Marinoni.
[scelta di Ilaria Grasso]

Festivaletteratura: Minuetto #FestLet

Da "La Belle Joyeuse" - monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

Da “La Belle Joyeuse” – monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

«L’autobiografia è un grandissimo atto d’invenzione», ricorda la scrittrice Chiara Valerio presentando Michele Mari e il suo Asterusher – Un’autobiografia per feticci (Corraini 2015)Un volume snello e verticale, dove alle fotografie di Francesco Pernigo si intrecciano brevi lampi di testo in cui Mari racconta ambienti e oggetti familiari, cedendo a volte il passo ad autori che hanno trattato le case come labirinti, propaggini, gioielli: da Borges a Poe (da Asterione a Usher, appunto), passando per Huysmans, Proust, Gozzano e altri, Mari mappa la necessità propria dell’uomo di affidare molto di ciò che gli appartiene alle forme da cui è circondato. La tentazione comune di essere conosciuti attraverso ciò che si sceglie, raccontati dalla maniera in cui lo si è usato. Infatti Chiara Valerio lo pungola, lo incalza, chiede affettuosamente se il suo può essere un tentativo bimbo di razionalizzare la propria esperienza di vita, ma Mari inchioda il punto: «gli oggetti cui ho dato mi hanno sempre restituito qualcosa, come fossero stati radioattivi; sarà solo dopo di me che regrediranno a cose.» Qualche incontro più tardi, la scrittrice e accademica francese Florence Delay, che con I miei portacenere (Nottetempo 2015, trad. Laura Barile) ha tracciato un catalogo amoroso della sua collezione, avrebbe detto: «sento il rimprovero dei portacenere che non ho descritto.»
L’oggetto può essere pretesto narrativo, ma l’esattezza dello sguardo ha una spinta etica: far brillare la forma come si fa con un luogo cui si associa una canzone, o una casa che resta infetta dei libri che vi sono stati letti. Un episodio raccontato da Mari mi ha particolarmente colpito: dice del suo primo giorno alla radio – è al microfono, parla di soldatini giocattolo, all’improvviso vede la redazione svuotarsi e dei colleghi fargli segni con il braccio; li raggiunge allo schermo, allora, e osserva cadere le Torri Gemelle, pensando di aver parlato di soldatini di plastica fino a un attimo prima. Ho ricordato, con questo episodio, il bel libro di A. M. Homes La sicurezza degli oggetti (Minimum Fax 2001, trad. Martina Testa, qui per la recensione apparsa su questo sito), un grande esempio di come si possa rimescolare il simbolo con l’icona, aggrappare l’occhio a un unico dato di realtà e a partire da quello spalancare un intero vissuto.  Certo il libro della Homes è feroce, e ha una tesi: a tenere insieme i racconti è l’assunto che siamo divorati dal terrore di perdere gli oggetti che possediamo (e che quindi finiscono per possedere noi); il libro di Mari vuole essere testimonianza di sé attraverso gli oggetti e degli oggetti attraverso di sé. Ma è comune l’accanimento (amoroso, feroce) a rendere osservabile quello che si tocca, e tangibile quello che si osserva.
La realtà, la testimonianza, la spinta etica che può riguardare la scrittura (chi scrive pensa che ogni scrittura e nessuna scrittura siano civili), sono stati grandi temi dell’incontro “Meglio di un romanzo (in bozze)”, in cui due ragazze giovanissime hanno sottoposto altrettanti progetti di reportage al giornalista Francesco Erbani e – ancora – a Chiara Valerio. «Non è un talent», ha immediatamente specificato il moderatore Christian Elia, e non lo era affatto: i testi sono stati sottoposti a un rapido, finissimo lavoro di valutazione ed editing, più rivolto alle potenzialità giornalistiche con Erbani e più verso armonia di registro e composizione con Chiara Valerio. Si è discusso di tono e di sguardo, del confine tra l’uso e l’abuso dello strumento-lingua per catturare l’empatia del lettore e, ancora, si è discusso di esattezza. «La metafora non consente esattezza linguistica, bisogna essere bravissimi per permettersi di usarla», suggerisce Chiara Valerio. «Scrivete pure di quello che immaginate», interviene una donna dal pubblico, «ma poi andate a conoscerlo, ascoltatelo, passateci del tempo e poi scrivete di nuovo, e vi verrà qualcosa di diverso e più bello.»
È un senso di pulizia che dà sollievo quello di rifiutare gli eccessi chiassosi e amare quelli silenti, coltivare la natura del proprio sguardo e sottrarsi a ogni aspettativa ipocrita, abbattere la retorica e incantarsi per quello che è vero, che sia amoroso o feroce.
Anna Bonaiuto, ad esempio, ieri sera si è finta per un’ora Cristina Trivulzio di Belgiojoso, per cui «la verità non vive che un minuto». Ogni minimo gesto che muoveva sul palco era vero.

© Giovanna Amato

Festivaletteratura: Romanza #FestLet

Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande. Grazie @CasaLet per la fotografia.

Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande. Grazie @CasaLettori per la fotografia.

«Uno dei primi complimenti che ho ricevuto sui miei libri è stato: non scrive come una femmina». Esordisce così Elisabetta Bucciarelli, che con Paolo Colagrande è chiamata a riflettere sulla possibile differenza tra scrittura maschile e femminile. Ci ha messo un po’, aggiunge, a rendersi conto che si trattava di un complimento – che la mancanza di un timbro sessuale voleva dire una vittoria, significava la purezza che è solo dell’androgino, sognato, per fare appena un nome, da Virginia Woolf. «Peccato che poi hanno detto» chiosa «che scrivo come un maschio».
Moderati dallo scrittore ed editore Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande parlano di cosa renda specifica, ammesso che lo faccia, la scrittura di una donna e quella di un uomo: è forse la voce, l’angolatura, la scelta dei temi? Una questione di contenuto, di sistema di pensiero, o anche soltanto di sintassi? Quanto c’è di genetico, quanto di sociale, quanto di falso in ogni possibile risposta?
Argomentate e convincenti, a volte discordanti, le riflessioni di Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande vengono dalla loro esperienza di lettori e di costruttori di storie. Per il suo ultimo romanzo, La resistenza del maschio (NN edizioni 2015), Elisabetta Bucciarelli ha dovuto vivere «a bordocampo», per assorbire la fisicità, i gesti e quella sorta di parlato mentale con cui ha dato voce al suo protagonista. Lo strumento della lingua, quindi, la vocazione che rende credibile una figura molto prima di qualsiasi forma di trama.
Colagrande, che chiacchiera con noi (e presto lo farà anche qui) del suo ultimo romanzo Senti le rane (Nottetempo 2015, finalista al Premio Campiello), parte da un assunto fondamentale preso in prestito da Lady Morgan: «Il talento è asessuato». Anche se, racconta, per Čechov ogni donna è una potenziale scrittrice. Archiviato il talento si potrebbe parlare di contenuti, e chiedersi se l’uomo tenda, ad esempio, a schivare i sentimenti, o soltanto a dare loro, appunto, una diversa vocazione. Forse il segreto è nella sintassi, nelle donne più flessuosa: ma allora, si chiede Colagrande, la morbidezza di Balzac?
Più che della scrittura – di ciò che fa testo, come il genere, i temi, il soggetto – tutto sembra gravitare attorno a quella parlata che, lei sì, possiede differenza; la parlata maschile e quella femminile, che non è detto si incarni nell’uomo e nella donna né che, una volta assorbita, sia impossibile da imitare.
Se dovessi dire che siamo venuti a capo della questione mentirei. Se dovessi dire che mi piacerebbe un mondo dove poter venire a capo di una questione (appunto) del genere, mentirei due volte. Abbiamo imparato, però, che ci possiamo aspettare i complimenti più improbabili, che “le rane sono le sorelle brutte e buone delle sirene belle e sanguinarie” e che a spingere gli scrittori a scrivere, maschi o femmine che siano, sono forse gli spingitori di cavalieri di guzzantiana memoria. Ce lo suggerisce Afro Somenzani, e io la adotto come verità provvisoria per un’altra questione di cui è un po’ difficile venire a capo.

© Giovanna Amato

Caterina Saviane: di Vero e di Mancante

cover

Caterina Saviane – appénna ammattìta – Nottetempo edizioni – 2015


di Vero e di Mancante

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«Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.»
E questo è tutto, tutto quello che l’autrice, Caterina Saviane, davvero aveva deciso per sé.

Leggere le poesie della Saviane non è più solo leggere, già i primi versi si fanno vortice e in quello occorre restare concentrati a trovarsi per perdersi lungo il percorso e così ri-trovarsi.
È corsa affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge a tradimento quando, come sazi, si scioglie la tensione e solo in quell’attimo ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario: ci si ritrova avvinghiati alla verità, quella senza scampo e che fa male da qualche parte, e ferisce ovunque.
I suoi non sono certo versi da comprendere, piuttosto da fare propri mentre il ghigno, quello che di solito nascondiamo,  si affaccia alle labbra senza chiedere permesso alcuno accompagnandoci, vinti, a mormorare il nostro – sì, davvero è così −.
La morte abita la sua poesia con metodo e coscienza, e non può stupire perché risiede in tutti noi, ma perlopiù inosservata.
La consapevolezza nutre la sua voglia di infrangere ogni alleanza vitale che ben si accordi con il pensare dei nostri tempi. Un patto da lei non voluto, non richiesto né accettato.
Leggerla e continuare a farlo, forse un poco spaventati, si fa come a volersi dichiarare fuori rotaia vitale ma dentro la vita che rot-urlando avanza per tutti pressoché uguale, per tutti se non giusta almeno migliorabile, ma non da Caterina Saviane che freneticamente eppure attentamente osserva e decide che non sarà lei a migliorarla.
L’autrice scrive fuori dal sé e dall’esterno osserva per esempio la sua faccia (vedi Mi fido di questa faccia) esattamente come tutte le altre facce, senza sconti. Prende a calci la poesia, soffrendone e facendone un ultimo gradino rimasto, per lei volgare e ripetitivo, eppure ancora mezzo d’amore, di urla, sesso e suo malgrado anche rifugio.
A dispetto di ogni forma, regola grammaticale o metrica, la libertà nella stesura non deborda mai, resta pura armonia ad ogni battuta. Indomita armonia malgrado il digrignare minaccioso della verità.

Ho cercato riparo tra i suoi versi e non ho trovato conforto, ma ho trovato lei che non potrà mai, grazie a questi, essere davvero mancante.

© clelia pierangela pieri

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Appénna-ammattìta

– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].

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