note di lettura

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera

mi_sa_che_fuori_e_primavera_incontro_con_concita_de_gregorio

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera, Feltrinelli, 2015, € 13,00, ebook € 9,99

*

di Irene Fontolan

*

Cosa sei venuta a dirmi, Irina? Perché hai bussato qui? “Vorrei che mi aiutassi, se puoi, a prendere le parole metterle in fila ricomporre tutti i pezzi che sento frantumati e disperdersi in ogni angolo del corpo. Vorrei ricostruire i frammenti come si ripara un oggetto rotto, prendendolo in mano e portarlo fuori da me. Per tenerlo accanto, portarlo in tasca, metterlo in borsa ma intero, tutto intero. Pensi si possa farlo, scrivendo? (…) Sento che sarà facile, se riesco a raccontare ogni cosa.”

Le parole sono tante, diverse, da mettere a sedere o da far alzare in piedi quando il loro contenuto impone una riflessione. Sono parole, pensieri che intessono un racconto di fatti realmente accaduti nel quale una madre ha perso due figlie: Alessia e Livia, gemelle di sei anni, fatte sparire dal padre suicida. «Alessia e Livia non hanno sofferto, ma non le rivedrai mai più.», così Mathias aveva messo un punto perforante alla vita di quella che era la sua famiglia.

Irina non si arrende alla sorte impostale da quel marito psico-rigido che la faceva vivere secondo le “istruzioni per l’uso”. Irina torna indietro, si volta per conoscere il passato della sua famiglia. Un destino che sembra ripetersi senza perché. Lei che non sa come definirsi alla gente, lei che non sa rispondere quando le viene chiesto se ha figli.

Ci sono migliaia di persone ogni giorno che perdono un figlio. Incidenti malattie droghe guerre violenze follie. Ogni minuto. E allora mi domando, perché le nostre lingue hanno abolito la parola per dirlo? Sei vedova, se hai perso il marito. Sei orfana, se hai perso un genitore o entrambi. Ma io, noi cosa siamo? Dirai: che t’importa avere una parola. Importa. Perché avere un nome è avere un posto, una casa fatta di pensieri già pensati. Un luogo tiepido che porta traccia di migliaia, milioni di persone passate da lì prima di te. Ti fa sentire, nell’errore al tuo posto. Un posto doloroso e illuminante, un posto difficile ma previsto nella storia del mondo.

Irina cerca di colorare i ricordi pensando ai dettagli, alle sensazioni, alle consistenze delle sue figlie. Vorrebbe riuscire a dire a voce alta e senza lacrime cose che non tutti sono in grado di tenere in mano, perché bruciano.

Ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera perché cammini sui miei sogni.
(William B. Yeats)

Irina fonda Missing Children Switzerland cercando di arrivare laddove la giustizia svizzera non è riuscita con lei, cercando di non far spegnere i riflettori su tutti quei casi analoghi al suo ritenuti non più interessanti dopo del tempo trascorso e perso.

Da quel 30 gennaio 2011 non ha più saputo nulla di Alessia e Livia. Ma la sua vita deve andare avanti nonostante tutte le mancate risposte alle sue domande, nonostante la presenza dell’assenza delle sue figlie.

*

Concita e Irina sarebbero felici se questo libro riuscisse a sostenere e a far camminare a lungo il lavoro prezioso di Missing Children Switzerland. www.missingchildren.ch

*

© Irene Fontolan

 

Klaus Miser: la poesia (post di natàlia castaldi)

Klaus Miser

Klaus Miser

Klaus Miser nasce a Pescara e attualmente vive a Rimini.
Non ama gli ambienti letterari accademici, considera la poesia più che un modo per “partecipare di qualcosa”, urgenza e necessità per essere se stessa.
Avendole chiesto il permesso, mi permetto di estrapolare dalle nostre lettere private alcuni passaggi, che ritengo sintetizzino perfettamente la sua persona e la sincerità della sua postura poetica – oltre ad essere conformemente alla mia personale idea di ciò che è poesia, di per se stessi, appunto, vera e propria poesia:


”… detesto il mondo che gira intorno alla poesia. ma detesterei vivere senza poesia. 
io nella vita non so bene cosa faccio. so che lavoro, mangio, fumo, mi innamoro, mi sbronzo, cammino in mezzo agli alberi.
so che abito vicino al mare, e vicino l’unico grattacielo di tutta rimini. 
credo di avere una bicicletta.  so che mi piace andare in bicicletta. 
ma l’unico momento di cui ho davvero un ricordo di me è nella poesia.”

“ … Per decenni ho scritto senza alcuna condivisione, poi ho iniziato saltuariamente a leggere nei bar, quando proprio mi soffocava l’urgenza, così entravo senza dire niente e iniziavo a leggere. Andavo nei bar degli alcolisti o di malaffare, a vedere quanto valeva la mia poesia lì. 
Perché la poesia – lo sai meglio di me – è vista e vissuta come una cosa da casta e questo fotte tutti e fotte per prima la poesia stessa. 
Invece la poesia per me non è quella roba da muffa, quella gente che legge in modo altisonante, la poesia è per strada, vibra, è energia atomica fotonica, è ciò che fa girare il mondo, lenisce le persone, spiega le nuvole, è i fili magenta che tengono insieme le esistenze e solo lì io ho capito che aveva un senso dedicarmi alle mie miserie, quando vedevo le prostitute commuoversi o i vecchi offrirmi da bere. (a volte ho anche preso le botte perché c’erano le partite in tv). Paolo Vachino (poeta e collaboratore di Nuova Rivista Letteraria) è la persona che più mi ha aiutato e incoraggiato, quasi “violentato” a leggere le poesie. Quando l’ho incontrato mi ha letteralmente torturato affinché iniziassi a leggere pubblicamente, a fare uscire le mie cose, coinvolgendomi in molti slam poetry e letture, nei teatri nelle librerie, fino a convincermi “che avevo il dono e il dovere di essere virus di bellezza”. È stato un cambiamento importante per me, anche a livello di linguaggio. Mi ha dato consapevolezza e responsabilità, e le poesie sono migliorate. 
Qualcosa di vicino a questo è per me fare reading.”

Klaus 2

Klaus Miser


Dunque, tornando a Klaus, sappiamo che scrive poesie, che ha partecipato a qualche Slam Poetry e, solo da pochi anni, a molti reading a fronte di decenni di scrittura, non per “imporre” o esibire la sua immagine, la sua persona, quanto per la necessità che la fa essere poesia, ovvero: necessità di dire e comunicare: contatto e transito fisico che dalle sue parole si fa suono e, dunque, percezione-penetrazione d’esso nell’altro, nell’ascolto.

Ha collaborato con diverse realtà Queer, in seguito ha scritto “Forced–EppureNessunoParlava”, realizzandone successivamente un mediometraggio con Silvia Calderoni; mentre per Dafne Boggeri ha scritto “Anonimo” in Paesaggi Italiani, Sossella Editore.
Nel 2009 ha realizzato con la produzione di Fragile Continuo un reading-performance, “Kill Your Poet”, successivamente divenuto una plaquette che racchiude tra le sue pagine soffocati urli di composizioni che, sovrapponendosi al suono delle immagini, inscenano il senso di impotenza dinanzi al principio come alla fine, cui la labilità della condizione umana ci lega tutti, più o meno consapevolmente.
La sua volontà di ribellione dinanzi a quanto ci viene imposto o, comunque, percepiamo come ineluttabile, raggiunge nella sua poetica – da sempre ispirata da profondo amore per testi e postura poetica della grande Patrizia Vicinelli – una volontà di reazione ostinata e crudamente violenta tale da rivelarne picchi di inattesa e delicata dolcezza, che nello scuoiare ogni forma di desiderio, umana tensione, sospensione o irruenza di giudizio, ne rivelano – al di là di ogni letterario ed artistico (alto!) valore – visceralità, autenticità e originalità rare.

nc

__________________________

da “greatest hits”

a te

ti avrei sempre voluto
portare via
come un furto d’estate
come la gente si porta via
le saponette dagli alberghi

*

L’acuto incantamento dei monti
contro il molle brillio delle betulle
l’acciaio del lago e della sera
la fiamma delle sfavillanti stelle
non possono nulla
contro stanze dove si finge la vita
contro tavoli che dispensano numeri di sbieco
senza quelle stanze sarebbero fuliggine di tempo
non necessaria a nessuno
un alveare che frana contro antichi crepuscoli

il mondo guardato a peso morto
e pesato con tutte le tare del mondo

*

Abito in una casa altrui
in un viale col nome di qualcun’altro
bevo vodka filtrata da estranei lontani

abito in una casa altrui
in fondo al mare che non è mio
non un granello di polvere
non una sedia fuori posto
non ho sciolto io la sabbia
non ho tessuto io l’orditura delle sedie
abito in una casa altrui
mi agito per profitti di altri
progetto fondazioni che rimarranno sepolte
sotto le tristi sere di qualcun altro
ho amato donne che erano altrui
ho baciato braccia che non erano mie
ho fotografato vite che non avrei avuto

abito in una casa altrui
da cui contemplo la morte degli altri
sembra che neanche questa vita mi appartenga
solo questa miseria che scrivo è tutta mia
solo questa miseria che scrivo è tutta mia
lascio il mio cognome onomatopeico
a difesa di una misera proprietà privata
così costosa da vivere
che certe sere vorrei non fosse mai stata mia

*

compromesso n. 16
quando esitando
sotto nuvole irrevocabili
mi perdonai subito per il compromesso n.15
causato solo dal compromesso n. 14
(bacche che diventano sputi rosso gengiva)
figlio del compromesso n.13
(una divagazione in tre atti)
e a sua volta in ragione
del compromesso n.12
(decoro di amari sorrisi)
ed in virtù del compromesso n.11
(gasometri nel cielo)
Non voglio neanche spiegare
il compromesso n.10
(gente che muore sul lavoro)
tantomeno il compromesso n.9
(gente che muore anche se non lavora)
e lo schifo del compromesso n.8
(morti viventi per strada)
conseguenza diretta del n.7
(cielo stellato e abuso di biglietti aerei)
quasi tenerezza in nome del compromesso n.6
(un addio precocemente lungo)
e giubili rosso gengiva nel compromesso n.5
(frane di viole violacciocche viole del pensiero)
flebili distanze paranoiche nel compromesso n.4
(fughe in avvenire non radioso)
tornare come un circolo vizioso al compromesso n.3
(origine di vampe spasmi passamontagna)
esitando dentro stanze senza nuvole
rigirare il dito nel compromesso n.2
(il linguaggio come disastro-dammi una sigaretta)
e aprire con gusto la ferita del compromesso n.1
(i need a dirty girl- versione non live!- ornitologia immatura)

*

l’amore finisce
dentro il suo spazzolino quasi nuovo
una domenica fredda
un biglietto con scritto novembre

l’amore si scioglie
dentro un nevischio di parole
sporche come la neve per strada
dieci giorni dopo

correva in quei mesi una ballata struggente
ora che la morte ci ha vinto

non ti rimborsano nè il biglietto, né la neve
ma ho riavuto un bagaglio smarrito
pieno di nuvole guardate in volo
pieno di neve come quando ho suonato il tuo campanello
pieno di brace, la vostra, che scalda i miei denti neri

l’amore ricomincia tutte le volte
che infilo le mani nel tuo maglione
tutte le volte che mi dite
non usare quello spazzolino
per ricordarti il sapore di un bacio

*

un ultimo sguardo commosso
alla ruggine dei termosifoni
alle spine tedesche
alle macchie sulle pareti
alle crepe dell’intonaco
ai templi zelanti del mio stomaco

io stakanovista della bruma
intellettuale delle carie
teorica dell’irreversibile
ipocondria da tempo libero
ossessione per la morte
ricerca della rovina della caduta dell’accensione

centralina elettrica del rifiuto
lago artificiale delle mie nevrosi
insonne mentre dormo
dormiente mentre frano
quiescente mentre scrivo

ladies and gentlemen
klaus miser live!
2 centimetri di futuro. 20 di cazzo.
tutte e due finti

***

dalla raccolta “happydaysinthemountains”

happydaysinthemountains#2

sarà permesso ai cervi
l’odore della neve
inghiottito in un cocktail disperato
ma anche sprofondare nel divano
imbalsamarsi nei pomeriggi
ricordare opacamente ogni morte
ogni erba mancata ogni abbandono

nei libri illustrati dai colori corrosi dal sole
ammireranno tutti i tradimenti dell’estate
le promesse vane adorne di foglie
ogni vagare annusando tra le strade di berlino

dal sottobosco per ogni cervo claudicante
nasceranno veleni sottili come funghi pallidi
masticati con occhi spenti
perderanno l’olfatto dei simili
così assenti nei giorni felici tra le montagne

l’orizzonte di ghiaie inghiottito da croci nere rovesce

adulate con bramiti cupi
e brame innocenti
e della neve perderanno ogni traccia
ogni odore ogni stagione mancata

cervi tra estati sussurranti e alberi morenti
chiuderanno gli occhi liquidi all’ennesima telefonata
la testa come un tulipano marcio
e il vapore di un’altra sera sbronzi tra i boschi
giorni felici tra le montagne!
a ricordare i frutti mancati
spinti sempre più in basso da battute di caccia
di un folle color prugna
nonostante le stelle cadenti

nei libri illustrati dai colori corrosi dal sole
a pagina 22

la mia vita
quando tutto è arrivato tardi

*

happydaysinthemountains#4

non è di nero
che posso vestirmi per piangerti
già camminavamo oscillando
nelle strade più neri del catrame
e tu davi sempre un calcio a qualcosa
e c’era odore di resine e sudari ammuffiti
il mondo di seconda mano l’insistenza dell’erba l’invenduto delle nuvole
e scoli neri contro il cielo serale quello già ci piaceva

non è di pioggia
che posso tessere il mio pianto
già guardavamo la pioggia per ore
e ci stringevamo contro i telai arrugginiti dei bar
per prendere solo le gocce sulle scarpe
ridendo come sulla sponda di un fiume limoso
e afrore di mattoni di stanze chiuse di tendine infiammabili
e odore di fossi nel tuo letto
quello già ci piaceva

non è di tempo
che posso riempire la tua assenza
l’ombra defunta dei fili di luce arriva quando vuole
e non sazia nè i vuoti nè i pieni
e i giorni scivolano vecchi sul pendio infinito di un vuoto sempre nuovo
e ingobbisce i lavapiatti i facchini i magazzini
e tarla le lapidi ammuffisce i fiori sbiadisce i nomi colma le fosse
i posti senza anima viva il nulla la negazione del tempo
quello già ci piaceva

non è di fiori
che posso riempire la tua tomba
tu che hai riempito il tempo di colori
mi hai lasciato una restituzione all’oscurità assoluta
senza telaio e senza occhi
solo il profumo decaduto di infelicità inguaribili
e quello già ci piaceva

non è nelle parole
che posso farti rivivere
sprofondato nella fossa comune dei senza nome
non posso chiamarti senza finire le parole
le porte sono chiuse e quello che volevo dirti è rimasto dentro
nel tempo sbarrato dei morti
e di giorni felici tra le montagne
e montagne piene di fiori la giustizia senza tempo degli animali
quello già ci piaceva

non è girando per le strade
che posso far finta di averti ancora accanto
e il pomeriggio sa di fiume marcio
dove galleggiano resti di fiori e raschiature di colline
e odore di gasolio e nuvole contro i telai arrugginiti dei bar
e quello già ci piaceva

non è con un braccio
che posso portarti indietro
perché quel braccio lo usavo per scagliarti addosso la radio
e tu per cambiare musica
e nella musica finivamo per impazzire
e leggevamo le viole e i fienili dementi di trackl
e perdevamo sempre, perdevamo sempre
e anche se la musica è sempre più alta
rimane solo il silenzio di te

***

dalla raccolta “Non è un paese per poeti”
(N.d.r.: l’incipit di ogni poesia della raccolta forma l’acronimo del titolo della medesima silloge; potendo pubblicarne solo due testi, ovviamente si viene a perdere la bellezza di una lettura che necessita continuità e consequenzialità)

N come non è Bisanzio il paradiso
ma l’esplosione di nuvole sopra powerscroft road
il tacito patto dei salici lungo il Tamigi
november rain a giugno
la topografia ridisegnata dalle vene d’acqua
la salvezza affidata solo ai cervi
niente può più cambiare
talvolta
la resurrezione affidata solo agli alberi che non esistono più
ai gelsi
all’erba piegata dalla pioggia
al poeta matto di shoreditch che chiede sputando one pppp-pound
non un centesimo di meno
N come il succedersi delle stagioni
che mi ama perché io non esisto
così come i gorghi neri amano i marinai
perchè solcano solo l’apparire della marea bluastra
come il mondo dalla fine
come un binario morto
il carbone mezzo arso e mezzo no
come la debacle dentro un bacio
mangiamo le parole come le cave mangiano le montagne
N come monocromie ancestrali
fiamme ungheresi
inizi balcanici di incontenibili ardori

poesie infinite tra i gasometri
poesie mai terminate in caledonia
poesie tossiche nel silenzio del cielo stamattina
ombre allungate dalle ceneri e dalle braci
tu alla sera rovistavi la brace
il tuo braccio storto dalla vecchiaia come orologio atomico
scandiva un tempo preciso stabilito una volta per tutte
arso nelle braci del ricordo
combustione di cieli azzurri
sinfonie mute
hai visto la paura o i frati neri o la sua foto fatta a pezzi?
il giubileo non della regina ma di santo derek jarman
protettore dei muri rossi
degli addomi trafitti
della carta da parati
dei ragazzini al sole che vivono fuori dal cerchio delle lacrime
quando hai smesso di piangere come un salice
fuori si muoveva ancora un formicaio di vanità
melodrammi privati
scarpe perse per strade
novembre rain a giugno
una settimana di ferie all’anno
3 pappagalli alla sbarra
ripetono lo stornello
sei un poeta solo sei un poeta malato
estasi di tabacco e samovar di antichi riti
2 cugine di nome Heather
5 mq di soffitti pieni di preludi e di muffa
36 anni nello scoraggiamento di un facchino biondo ai mercati generali
4 lumache si infilano dentro la cornetta dello yorkshire
la francese ripeteva alla cornetta voglio solo un vestito vittoriano
voglio solo venire da te
la cornetta era staccata
staccata la retina per non vedere più

sono su un baratro di parole
e non m’azzardo ad entrare

lago morto ristagni d’acqua nei vicoli
la pozzanghera e l’altra scarpa mancante
un assolo e un cavaliere tutto rosso
di timidezza e di quattrocento
finisce la strada con la puzza dei porti
finisce la sera insieme a un strip tease da suicidio
finiscono le sigarette e pure le stanze d’albergo
solo le donne e i poeti sono gli occhi di dio
la ragazzina tossica mi accompagna a brick lane
ha le unghie rotte e lo smalto impreciso
rioni di case popolari
gli emozionati e il mangime nei tuoi quadri
nei miei solo penombre provvisorie
I’m coming home e tu non lo sai
goodbye blue sky goodbye

*

E poi quello non è il rubicone ma il pisciatello
e rovescia sulla polvere e sulle deviazioni del linguaggio
tonnellate di parietarie che non so
ma poi
diventate i cantori delle scarpate ferroviarie
i danzatori fiammeggianti dei crepuscoli metallici
nel mercoledì delle ceneri e delle sigarette
trionfò come un dispetto
la legge inalterabile delle donne troie
dimenticai l’eco dei gabbiani
sbarcai sul pisciatello sulla scia della neve
hesitating once more
frutti spaventosi e grigie mattine
sul meandro del pisciatello
giaceva il simulacro delle parietarie
che trattava le ombre come cose sacre e le tue mani
come i sacerdoti del vizio

siamo nella romagna micragnosa
dove rintoccano le campane della luce antica
e poi sabbie argille e limi
trasgressione della neve leggera
e regressione dell’estate nera
di vittoria in vittoria giunsi saltellante
alla mia sconfitta solenne
strade di musica frantumata e ossigeno in avaria
quasi un leggero senso di malessere
e intanto sul pisciatello
il giallo spento delle canne e i fumi azzurrini del contegno
triste canaletto di irrigazione

e luce luce luce

la tua testa stanca tra teste di cazzo
il tuo sorriso acceso nelle mattine spente
indizi precisi di luminosità
orgia luminosa di passati e presenti
e tutti senza denti

una desolazione con l’ingoio

***

Due inediti letteralmente “rubati” dal profilo Facebook di K.M.
(che spero mi perdoni).

e torno da te
torno sempre da te
nelle mie immobili albe
e disperazioni gialle
ho la tuta nera un cappellino da pescatore uno sputo nero sul cuore
un fornello tutto sporco di caffè
torno sempre da te e ti odio e divento muta perchè ti amo
e ho fatto l’amore con donne che non erano mie
e cazzo quanto ho parlato
e pensavo a te e morivo dentro il mio sputo nero
nel mio juke-box di angoscia
tripudio di bonus: sbagliare prima possibile!
faccio il riepilogo della situazione : niente è mio very well!
solo tu
tu tanto torno da te
tu siringa io stagnola
e ho amato una che aveva i pesci rossi vicino al letto
una che aveva gli occhi azzurri e gli occhiali
una che viveva nell’inferno parlavamo d’inverno
uno che aveva gli slip azzurri
una che aveva le lentiggini
e il conad city come la mia divina commedia
sono un cervo che fuma sigarette greche
non lo sapevo, non lo sapevo, ti giuro che non lo sapevo
quel giovedì quel venerdì questo martedì
e sono a te
sono da te
sono il tuo sacrificio
sono il tuo unico disastro
sono la tua poesia detta male di merda biascicando
venghino signori venghino
è tangeri è rimini è questa cazzo di stanza
è il mio cazzo di divano
è questo cazzo di niente
volevate la poesia reale civile quella degli avi
quella dei bravi quella dei miopi quella che vi piace
che parla d’amore che metti mi piace
che faccio finta di niente che dai sono tranqui
ma tanto io vengo sempre da te
porto l’amore che non sono riuscita a dirti
ti porto la tremenda ferita sull’orlo dell’abisso
te la dò indietro e anche vaffanculo
io ho conosciuto la vita le parole
il tempo che appartiene ai fiumi
neanche quello era mio, solo tu cazzo
tanto torno da te
che non trascolori mai
che hai spento la luce una volta per sempre
una volta per tutte

*si ricompie un miracolo
come una dannazione
un back ground che resta unico
un flash back senza ritorno
uccidimi una volta per tutte
e lasciami
andare via
via da te*

tanto torno sempre da te
a Patrizia Vicinelli.
*di Patrizia Vicinelli

©klausmiser®

*

la grande nevicata di dicembre
ricordo solo del mio amore a parigi
e un fiume cieco pieno di fango e di fiori
e le tele di bacon
e dopo di lui
non tornai mai più com’ero prima
e non tornai più a parigi

poi mi innamorai a londra
ma ricordo solo
l’erba di london fields e danze di scoli neri
e ragazze di west end con occhi rossi e tacchi a spillo
ma anche di te
che ci amavamo nello yorkshire
ricordo solo brughiere e una piscina abbandonata
e io che inseguivo bitorzoli di muschio

poi ti amai a barcellona
ma ricordo solo camere d’albergo
e le sigarette fumate
nelle camere d’albergo
e uno skyline triste da camera d’albergo
e trans con aureole di palme alte contro cieli azzurri
dai vetri delle mie camere d’albergo

del mio amore a sud
ricordo solo maree
come una febbre ricorrente
e la sexton che mi partoriva continuamente
come un fazzoletto perso per strada
c’erano 67 piccoli cervi disegnati e uno sputo di marea

dei nostri orgasmi scintillanti
in romagna
ricordo solo strade nebbiose
e scoli neri chiamati fiumi
non trovavo nè il mare nè la strada
nè i tuoi tacchi a spillo
nè bitorzoli di muschio
e non trovavo nemmeno te
tanto ti cercavo

poi mi innamorai a new york
ma ricordo solo granai e strade e foglie
e ponti e fiumi neri e poi una fotografia
ma del 1912
e skyline di alberi il giorno di natale
e il cielo ghiacciato dall’aereo
è l’alaska disse la hostess
ma io vedevo solo un vetro e il suo décolleté riflesso nel vetro
è l’alaska disse e l’amore è come quando fa freddo in alaska
disse proprio così è l’alaska

l’anno cominciò con un grande amore
a berlino
ma ricordo solo la mia matita rossa a treptower
nenie sovietiche cadevano sui tetti di notte
e alberi d’argento e malinconie d’acciaio
e un caffè dai vetri del kino international
e l’erba fumata di notte davanti fiumi ghiacciati
e l’est come un sogno ghiacciato

dell’amore che mi consumò a praga
ricordo bene il cortile di un gommista
e io come una statua mangiata dalla pioggia
che aspetto hrabal tra colline di filo spinato
e tutta praga vista dal vetro della signora capkova
e tutta budapest vista dal vetro del signor nolan
e mi ricordo colline nere e laghi di notte e skyline tremolanti
e non mi ricordo neanche se eri tu

poi mi innamorai in olanda
ma non ricordo altro
che il colore blu declinato in mille acque
e canali e cieli blu aringhe e troie
che guardavo adorante come se fossero van gogh
e ridevo anche quando m’hai rubato tutto
e c’era un cielo nero ma forse era la danimarca
e forse non eri tu ma van gogh sicuro era blu
perché com’ero prima non tornai mai più

della grecia non ricordo il tuo amore
ma ginestre e cicale e strade secche
e tutta una asciuttezza fatta mare
fatta stelle fatta mia

dell’amore
che vivrò a mosca
mi ricordo solo 5 poesie facili e una difficile
e neve sporca e una vodka senza ghiaccio
e un cielo senza neve e senza stelle

di tutti gli altri amori ricordo
solo vetri stanze d’albergo cervi e sigarette
l’amore è forse tutto qui

©klausmiser®

Viola Amarelli: Note su Winterreise – La traversata occidentale di Manuel Cohen (post di natàlia castaldi)

Note su Winterreise – La traversata occidentale di Manuel Cohen

Viola Amarelli

Winterreise - Manuel Cohen

Winterreise – Manuel Cohen

“Winterreise – La traversata occidentale” (CFR Edizioni, 2012) di Manuel Cohen nasce da una lunga gestazione e da una radicata, quanto dinamica, fedeltà alla poesia come prassi letteraria innanzitutto “politica”. Le coordinate temporali e spaziali del libro sono nette: gli ultimi tre decenni della nostra storia e l’europa (non a caso indicata con lettera minuscola, a fronte dell’Europa portiana, ad esempio), entrambi metafora del declino della civiltà occidentale. E’ del resto sul dove che s’incentra la prima sezione di questo poemetto, un dove anaforico che ricostruisce un paesaggio glaciale e afasico, proscenio ai successivi flash back che da Chernobyl alla caduta del Muro, dai Balcani al movimento studentesco della pantera, dalla guerra del Golfo ai migranti sino allo spaesamento ci restituiscono una vera e propria cronica scevra peraltro da ogni contingenza che non sia la dolente e sconfitta dignità umana.
La scelta stilistica dell’ottava rima, tipica della tradizione diegetica della nostra poesia, e la levigatezza estrema degli strumenti formali, (si pensi al leit motiv dell’o, usato paratatticamente nelle elencazioni ad accrescerne le possibili varianti e sospendere il climax, ma anche quale sotteso, incrinato, vocativo al lettore) vengono utilizzati con una perizia da studioso, qual è Cohen, e concorrono a trattenere nei calchi razionali dell’eredità letteraria l’estrema passionalità che innerva tutto il libro. Palese in questo metodo la lezione fortiniana, presente in sottofondo anche tramite il Tasso, che non a caso ha portato il poemetto alla vittoria del Premio Fortini 2011.
Nella limpidezza del dettato sono tuttavia presenti, e doverosamente citati, altri “maestri” non solo poetici: dalla Arendt a Volponi, da Bellezza ad Illuminati, passando per Luzi, Pasolini, Tondelli e Yehoshua, si dipana sottovoce e in controluce la vicenda apparentemente privata dell’esser fuori luogo e fuori gerarchie, la ricerca testarda di un terreno comune per dirsi e dire, qualcosa che unisce o separa – si tratti di tempo o di mare – ossimoro che sembra diventare endiade più volte affiorante nei testi del poemetto. E’ un connubio, simbolo della condizione umana, dove la dimensione storico-sociale sembra travolgere le istanze di qualsivoglia soggetto – politico o lacaniano -, istanze che peraltro mostrano una resilienza e reattività soprattutto nella seconda parte del libro, quando la passione diventa sferzante e sarcastica nel delineare gli anni berlusconiani e lo stesso milieu poetico, ritratto con tratti quasi espressionisti, salvo affidarsi, in un coerente finale “aperto”, alla marxiana tribù delle talpe. Poiché alla fine, in tutta questa traversata risuona – rielaborato in un dettato secco e sorvegliatissimo (la “parola precisa”, come giustamente scrive Lucini nella prefazione) – il lascito fortiniano più certo della poetica di Cohen : «La poesia/non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi».

—————————————

da Inverno, I (Winterreise)

dove tace chi ha vissuto
e la lingua, quando parla
dà notizie di piovaschi
sa di scrosci di rovesci
incontri sempre qualche muto
dove la neve, quando cade
dà notizie dal freddo
già in settembre, sa di bianco

*

da Inverno, II. (Dämmerung)

o nella sera in rivolta che viene
in questa colpa comune, d’europa
in lotta tra fiere o iene, e che non teme
altro da vincere o perdere, o cupa
come mai – stretta in sé – morsa in catene
risorsa occidentale che dirupa
– a un’ora di ferro o di bronzo batte
o modella sé, quasi un’ombra, una botte –

*

da Inverno, III. (lamiere, realtà)

(strage di via D’Amelio, 19.VII.1992)

che ora d’incerta luce ci fu data
che ora –tra giorno e sera – dibattuta
attende la nostra vita ricolma
ora che entra, che sparisce senz’orma
o vago indizio ormai, ora che deflagra
bomba a bomba la città, la vita agra
a palermo – come a roma – s’impiomba
cede il campo – paga il dazio – s’inombra

*

da Inverno, V. (voci di muto amore)

la sala d’attesa dei raggi roentgen
era insolitamente deserta (oltre
la parete e la porta l’infermiere
armeggiante a giganti coni s’ode
al soffitto a travi appese di bende
di ferro fasciate isolanti) oltre
la parete dalla soglia dal muro
un silenzio infetto un suono puro

*

da Inverno, VIII. (diritto di rovescio)

capita a volta all’attenzione
involuto un paludato trombone
che si produce in lamentazione
elegia ecolalia in elevazione
civile o incivile questua consenso
gratificazione inane al dissenso
per ‘come saremo’ o ‘come eravamo’
“tutto qui l’intento? e stiamo come stiamo”

*

da Inverno, XI.

(le scavatrici, il taglione)

4.

i poeti speculativi
non passeranno alla storia
di domande avioprivi
oranti, in giaculatoria
i poeti intellettuali
non passeranno alla storia
non hanno più natali
a una ratio gregaria

*

(la tribù delle talpe)

2.

scaviamo e scanaliamo la struttura
del paese più reale – siamo le albine
per rabbia montate contro il regime
un poco daltoniche per natura
noi scaviamo segregate in clausura
siamo le irose le indefesse fiere
le inquiete eredi di primavere
rosse siamo le primule in radura

_________________________

si consiglia anche la lettura dell’articolo pubblicato su La dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta, a cura di Gianmario Lucini: QUI

_________________________

Daniele Poletti – poesie (post di Natàlia Castaldi)

La poesia: leggerne tanta, tentare di dirne, e ritrovarsi ogni volta al punto di partenza, indifesa, come davanti al mistero della vita stessa.

Questa la sensazione che provo ad ogni nuova lettura che non assomigli ad un cliché già conosciuto, metabolizzato, ma anche la sensazione più bella: l’irrinunciabile sfida per mettermi alla prova, cercando di scardinare l’ordine stabilito di ciò che mi somiglia, rispetto a quanto, in fondo, altro non fa che comunicarmi qualcosa. Ma cosa, e come?

Ogni scrittura è un gioco di estroiezione, una proiezione verso l’esterno; nell’attimo in cui leggo, più o meno consapevolmente, divento parte di un tessuto, di una trama di ruoli, cui posso scegliere di sottrarmi, o partecipare. Quando ho ricevuto il pdf con i lavori di Daniele Poletti, la sensazione di smarrimento è stata fortissima, così come la tentazione di sottrarmi, di fuggire dal ruolo che mi spettava. Lo sforzo da fare per entrare in una scrittura apparentemente complessa come quella di Daniele, può causare questa sensazione di rifiuto, di comodo diniego, ma farlo sarebbe stato un peccato, oltre a un fallimento; dunque ho cominciato un percorso, non ancora concluso, di lettura e ascolto. Ho detto “ascolto” non per una caduta di stile che richiama frasi fatte come “disposizione all’ascolto”, “l’ascolto dell’altro”, e banalità similari da prefazione del peggior poetese, ma perché l’ascolto vero e proprio, la messa in gioco del corpo e dei suoi sensi: vista, udito, tatto, gusto, odorato, in questi testi è una componente fondamentale; difatti il corpo, artaudianamente inteso, costituisce l’elemento carnale, oscuro, di questa scrittura del rifiuto, del grido esasperato, del consapevole confino.

In un breve scambio di parole, ho scritto a Daniele, che la sua poesia è “furore”, e in effetti quella prima sensazione non può che essere da me confermata; Daniele opera attraverso una sperimentazione “archeologica” del linguaggio, un estremo atto di rifiuto e di lotta; in ogni testo si sente pulsare la coporeità della parola: densa, ricomposta, spezzata, rilegata, pulsante, viva, che lotta per la sua stessa esistenza. Quello che in parole povere tento di dire, è che questa poesia svolge una duplice funzione: un atto di lotta e denuncia contro il reale, e nello stesso tempo una riesumazione di un linguaggio altrimenti dimenticato, impoverito, appiattito, per enunciare il suo rifiuto e la sua volontaria emarginazione.

Sono pochi, oggi, i casi in cui questo tipo di azione e lotta riesce a spostarsi dal senso al significante, ne cito alcuni, che seppur con profonde e peculiari differenze, la lettura dei testi di Daniele ha rievocato: Marina Pizzi, Francesco Marotta, Augusto Blotto. Non a caso cito Blotto, avendo conosciuto Daniele – come si evince dal link inserito – proprio come studioso e paziente diffusore della poetica blottiana, autore negligentemente taciuto dalle nostrane e patrie lettere mondane.

Tra le chicche scoperte tra le righe di Daniele, vi è una nota di Edoardo Sanguineti per il suo Ipotesi per un ipofisario, che troverete dabbasso quale introduzione alla selezione di testi espunti – appunto  – da Ipofisario; inutile dire come tentare di argomentare qualcosa sulla poesia di Daniele, quantomeno mi provochi un pizzico di “ansia da prestazione”! Tuttavia, ancora due righe le voglio spendere, per spiegare la scelta dei testi da me operata.  Inizio col dire che la raccolta affidatami da Daniele era estremamente corposa, scegliere tra i testi è stato dunque come compiere un necessario sacrilegio.

Per poter offrire un’idea più completa della sua produzione ho deciso di pubblicare solo tre poesie da Ipotesi per un ipofisario, tre inediti e una sostanziosa selezione di “laminette” dalla silloge “Defexiones”, che ho particolarmente amato per il grado di concretezza espressiva e per la perfetta calibratura nella ricerca di suono, significato e significante, che impressiona e trascina fin dentro la dammatizzazione corporea della condizione di apolide confino che l’opera descrive, grida, mette in scena.

Sperando di aver contenuto il danno per la mia noiosa introduzione, vi lascio ai testi di Poletti, augurandovi una buona lettura.

nc

_______

Daniele Poletti è nato a Viareggio nel 1975. Quest’anno mi ha fatto dono del suo libro Ipotesi per un ipofisario, edito, senza indicazione né di luogo né di data, presso Marco Del Bucchia. In quarta di copertina si legge: “Scotopoeta e performer, prefigura, attraverso la radicata glossopatìa, un universo di neoplasìe danzanti”. Il volumetto ha una settantina di pagine (e di poesie). Che mi hanno entusiasmato. Ha scritto anche un libretto, Proceeding of the sphenoid, per la musica di Antonio Agostini, ancora inedito, di cui ha anche apprestato una redazione inglese, “che tenta –mi ha scritto- di attuare una strategia fonetica che sfugga dalla pura traduzione letterale”. Gli ho chiesto di inviarmi una decina di poesie inedite, per questa rivista. Di Corpulto da camera mi informa che “nonostante sia nata per il libretto” dell’opera, crede che “possa vivere anche del suo unico respiro”. Per Defloratori in Freudlosegasse – Wien mi ha confidato che “è una poesia giocosa abbastanza vecchia”. Non è forse superfluo che io dica, di mio, che tutto è da spiegarsi in relazione al famoso film di Pabst (1925), -come si legge nel testo- girato in 34 giorni e ricavato da un romanzo di Hugo Bettauer, interpretato, fra gli altri, da Greta Garbo, Asta Nielsen, Werner Kraus, Marlene Dietrich: e le sequenze di Asta Nielsen furono amputate per rilevare al massimo la parte della Garbo, che in quell’anno, per il suo successo, passò a Hollywood. Poletti mi ha infine scritto che le Due poesie allografe terminali “rappresentano, non un tentativo visivo, ma piuttosto un’indicazione autoritariamente prosodica e, nel caso soprattutto di Mussitazione, anche una sottolineatura di rimandi interni al testo”.

Credo superfluo dire che Poletti è, per eccellenza, un poeta corporeo, anzi anatomico, che si affida a un lessico specialisticamente raffreddato e congelato, e squisitamente selezionato. Gli ho detto, dopo aver esplorato la sua Ipotesi, che poteva essere descritto, paradossalmente, come una specie di postmontaliano esasperato, ma quello giovanissimo, premontaliano, che andava in estasi di fronte ai versi di Govoni. Tutto questo si sposava rigorosamente con una sintassi e una metrica abnormi, totalmente inventate. Da molto tempo non mi accadeva di trovarmi di fronte a versi così belli e così nuovi, mettendo tutto insieme, tra libri e manoscritti. Lo dissi a Poletti, e, se non sono indiscreto troppo, mi disse (mi scrisse, più veramente, il 20 febbraio) che la categoria del bello, e non dell’interessante, lo colse di sorpresa. Così, non sorrise al mio giudizio, ma, “colto di sopresa”, appunto, pensò di aver manifestato “(ma non potevo osservarmi), piuttosto un’espressione preoccupata”. Era colpito infine dal non aver sentito “parlare di cripticismo, estetismo…”. Per questa volta, non aggiungo altro. Per chi ha interessi analitici (sto pensando a Savinio, è ovvio), la sua macchina da scrivere non ha battuto la parola “cripticismo”, ma “cripticsmo”. A me, sembra fatalmente nitido (ma, avverto, io sono un groddeckiano).

Edoardo Sanguineti

In dormiveglia con agata

.

Hanno già potato la generosità

dei platani, sul suo corpo intuìto

depongo monili viola gettati alle spalle

grani di sale grosso per alleviare

il sapore morituro dei cavoli fiore.

Sul labbro fiorito a novembre

un sigillo di colchico, le mani ancòra

gelate s’affamano su una stretta

cintura di nei. Semino tralci di glicine

attorno ai polsi sepali di clematide

dimenticati sulla punta delle dita.

Nel petto gli occhi soggiacquero al sole

a lungo, con una bussola d’agata

inumidisco la sua valvola mitrale.

per C.M.

.

*

L’indicazione

.

La lingua gravida che strozza

per i veleni del dire tra l’una diruposa

parete e l’altra verde ferrigna

un ponte, una mobilità di piccioni sterpigna.

Sono fiossi da ballerina poggiati alla pietra

le tue dita puntate alla terra, la veste dismessa

dall’autunno la frangia nera polline di pensieri.

Col petto gonfio di tempo, restituitemi l’attesa

l’attesa  l’attesa  del semaforo rosso rotto

o schiaccerò il piccione che ho tra le mani

o taglierò il ramo giovane della quercia.

Nell’ombra del sole basso informicoliti

i tendini sulla melagrana caduta di fresco,

pietra preziosa spaccata per metà in luce

prodiga dentizione vermiglia di nascituri.

Noi nascondiamo la luna tra le nuvole

o facciamo ruggire il mare ondoso

noi che travediamo ansia nel ramo nodoso.

Lo sguardo tendine del braccio sinistro

il dito informicolito

l’indicazione

.

*

Defloratori in Freudlosgasse  –  Wien

.

Nel cesso fatiscente 2 metriquadri

di luce rossa sputata su 80 chili circa

di spirali fumose, mi fa pisciare sangue.

Tra le pareti ipertese dal sudore

deodorato di seconda mano, sono schiacciato

dal tanfo di RONDINAX e piscio d’asparagi

già digeriti che titilla la bocca-di-ceramica.

.

Nella camera oscura

del tuo sesso piscioso

si dischiude la baia di afrodite.

Il RONDINAX funziona!

Non è ancora scaduto.

.

Vienna 1925. Sulla via senza gioia.

Una baia di lacrime e sudore:

selciato rovente, latte di schiene a schiera

innestate, col ciuffo raccolto, su ferrei

defloratori arquati, con cappella a gemme

d’asparago, un tempo usati per i cavalli.

Giorno e notte i gemiti delle vergini

di culo e di fica riempono l’aria

come si riempe una sputacchiera.

Densità viscosa fissazione. Georg Wilhelm

Pabst rimarrà ammaliato dalle urla

delle novelle sirene di fiume, e nella notte

del riposo delle vergini, scriverà la sceneggiatura

de LA VIA SENZA GIOIA, volendo fortemente

la GARBO nel ruolo di attrice principale.

.
*** *** ***
.

POESIE INEDITE:

.

Visura

.

Spiovuto si cammina alla cieca

i riflessi   strizzare d’occhi   un arrugare

ai bozzali che duplicano il cielo

in sciepi, trovatura di nuvole

l’occultà degli incroci e delle strisce

pedonali. Con gesti armillari classifichi

le ombre per ripararci dall’ombra

hanno tagliato tutti i rami istituito

il catasto delle aree aduste non

vi sarà apocatastasi perché un giorno

fu detto che il sole è una stella

e se ne perse l’uso. Lo sgretolo

della luce nell’oggi vero di sempre

preme in basso la terra che porto

nelle tasche di nuovo    il tentativo

di invertebrare il tempo. L’acqua

nel mortaio pestare le nuvole

il celeste intenso .. esiguo .  rinsecchito.

.

*

.

Gemitìo quatriduano

Hic quem Creticus edit

Daedalus est laberinthus

de quo nullus vadere

quivit qui fuit intus

ni Theseus gratis Adriane 

stamine iutus

(Duomo di S.Martino – Lucca)

per Edoardo Sanguineti

Luogo è questo, dove non si ebbe mai la lingua stucca

tegumentale boccale nullus vadere quivit se non

attraversando gli ontaneti del chiericato.

Il sangue è cattivo per mescolarsi alle ore e le dita

quattro foglie d’abbandono preterite

ossità siamo nei giorni lo sfrido del tempo.

Non forte il vento ma così freddo sulla fronte

affaticata dall’ombra si imprime il rosario della vecchia

cieca che sgrana i fagioli

scritti benedicendo l’incerto poi.

.

Annusi in un sottoscala di parole le lontananze

non date ancora, sfiorati ogni giorno gli aneti sfiorati

e densi abissi di palpebre laberinthus nel balbettio dell’occhio.

Qui fuit intus non poté uscirne che per un tiro di lettere

si dipana in retta il labirinto, il filo a piombo non indichi

le pareti ma la direzione  ………. spiaggiatura

fetiposto irraggiamento.

.

*

.

Lampisteria

.

Nel fatuo atteggiamento del fruscio

dalle ore la pelle rischiara e scompare.

Solo il contorno delle scale il ballatoio

e all’indietro nella calandra del buio.

Basta un anulare di mosche per passare

il giorno    un girocollo di bile

per affrontare la notte.

Sul tavolo di decantazione i capelli

disparsi rimarginano i contorni

dell’essere qui  dove il mio nome

ha un vago ricordo di dadi e il tuo

di un’albicocca troppo matura.

I telai dell’abbraccio premarranno

al tessuto delle nostre dita esilianti

pur continueremo a ignorare la cicoria

e a digerire il fanè dei finocchi lessati

da due giorni. Ho rischiato di diventare

cannibale    le vostre labbra irredentiste

ma in silenzio due volte in più

rendendomi ai vostri occhi immortale

con la spegnita dei lampioni in pieno

sole depositerò     nel gorgoglìo

della vasca le cronache del fare.

.

*** *** ***
.

Defixiones

(crepuscociti)

.

defixiones  termine utilizzato dagli epigrafisti per indicare le laminette di piombo, databili dalla seconda metà del VI secolo a.C. al pieno Cristianesimo, con iscrizioni inerenti a maledizioni di carattere privato rivolte ad una persona ritenuta pericolosa o nemica.

“Quando in sé stessi si è consumato il divorzio da sé stessi,

diventa del tutto superfluo assistere alla propria fine”

(rielaborazione da Emile Cioran)

.

Queste defixiones crepuscolari non sono rivolte a qualcuno o qualcosa in particolare, rappresentano una condizione.

.

Dichiarazione

.

Seviziale di ore a scadere simile

diverso nel prodigo odio dell’altro

dell’andare d’ambio delle naumachie.

Nel prodigo amore dell’altro proditorio

serviziale dell’istante immutabile, ma così sia

ammansitore per l’avvento sventato.

A che pro non so dire, chiedi alla terra. IPSE DIXIT.

.

Protrusione

.

Malededico

.

Una foglia ingrandinata bocca

strappata che sta finché sta ridevole

uncolo in contro al canto del Titruendo

Falalella, ma cadaveroso per primo

mi lego al radicario del leccio per poi

maledire il prossimale e il prossimano

perché siamo della stessa decidua sostanza.

Il flusso acquigeno del cesso è coscienza

d’ogni giorno, una dissenteria di stato

sotterra il piombo della misencordia

con l’augurio del peggiore dei mali

azzero e nomino una possibilità di tempo.

Dalla pietra la misura anulare del ciò

l’ulna porosa vi si spacca   resistere

all’ascesa vulnerario del male.

.

1.

Appressatomi in flemma di laude

i nervi si tesero

con quell’inverosimile

forma di cacio spappolai il cranio.

Non sporcò neppure per terra.

.

2.

Zigomi gonfi di sonno sulla bocca

serrata       sbadigliosa    disserrata

grado per grado

uno spalancarsi

squarcio

di gote

gonfie

era sbocciata una rosa di glottide.

.

6.

Distesa su un fianco riverberata

la coccolai

tra le braccia protesa al cielo come di domenica.

Leccai le cispe

del non ritorno morta sul catrame d’agosto.

.

8.

Narciso. Le sue carni sudate.

Narcifluo pene carpito in semicerchio tra le gambe verso l’ano.

Sul bracciolo

a     don do lo                                                    coitò

sangue ancora vergine.

.

13.

Stai leggendo le righe della destra

di uno senza orecchie narici gambe genitali

con un occhio. E ti dico

sono fortunato

come spesso dissero a me.

.

16.

L’ulceroso giallore d’uovo schiacciato

sul cretto negro sandalo e sbigottito.

Nausea in 7/8

solitudine in 71 grammi.

.

17.

Fuori le ossa dalle tombe ingrassiamo

i cani con nuovi defunti.

Non c’è più posto per i cimiteri.

.

32.

Muri corroborati

dal nero

di città

scaracchi di vecchio

sfondi palinsesti.

.

42.

Mi gozzovigli alle spalle

assapori in uno schiocco di frusta.

Senti ora

la mia frusta

che eviscera

per la bourguignonne.

.

43.

Candido lardo

coi capelli bruciati

dall’incuria. Sei una vacca

lamentosa soprapparto uno stupro

non stuprato

che rigurgita le sue frattaglie.

.

44.

Petali di rosaio

non so chi

sono petulato rosario da dietro

petulco

ti macello a bestemmie.

.

47.

Voglio fissare il tuo muso strabico

di potere sottrarti il respiro

a piccoli fiotti del mio sangue giugulare.

.

51.

L’eccesso di galateo

è il rutto che gorgoglia e scoppia dentro.

Cristo crocefisso nel ventre.

.

63.

Pullulanti che spingono devo scorreggiare

premono in foga genitale

devo per forza

scorreggiare

nessuno ancora lo sa.

.

104.

Nell’acqua lercia del lavacro un timido pezzo di merda mi saluta

infantilmente.

.

*

.

Addendo

.

c.

Le sue gote un poco molli

come seni senza capezzoli

ricordano la luna falsa appiccicata

nel cielo abulico delle cinque del pomeriggio

come uno stronzo.

.

d.

Alla ricerca di dio

per l’esecuzione capitale

tappa intermedia

la mozzetta corrotta

agghindata di marcia

presunzione.

.

i.

Guardare la vita in faccia.

Scoperchiato un tegame di faraona cucinata

dopo l’eccessiva frollatura.

Il rigetto

è la comprensione

di quanto puzziamo.

.

l.

Trattenere il piscio

affrettato

sulle foglie di platano

umide                         schiacciate con dignitosa anonimia.

Verso il cesso di casa

riempirsi di piscio per capire

d’essere vivo

voler morire di doglie.

.

m.

Con gli incisivi spezzo piccole parti della lingua

e ve le dono.

Da principio sarò un po’ bleso

arrivato a 1/5 di lingua

le parole avranno perso

di senso. Finché l’estroflessione lo permette

donerò

preparandomi alla trascendenza.

.

___________________

Daniele Poletti - 21042012Daniele Poletti nasce a Viareggio nel 1975. Poesia e performance sono le attività che da più di quindici anni si intrecciano nella sua ricerca. L’esperienza performativa parte da letture pubbliche per arrivare a veri e propri progetti di teatro del corpo.

Sul finire del  1995 pubblica, in edizione privata, la raccolta di poesie lineari Dama di Muschi, con i testi introduttivi del poeta visivo Arrigo Lora Totino e dall’artista Antonino Bove.

Sue poesie e lavori concettuali sono apparsi su varie riviste e contenitori d’artista (Offerta Speciale, Risvolti, Geiger, l’immaginazione, BAU tra le altre).

Nel 2003 è presente nella raccolta collettanea di poesie L’ora d’aria dei cani, per i tipi di Mauro Baroni. Sempre per Baroni ha pubblicato il racconto breve Una giornata particolare.

Sul finire del 2005 pubblica la raccolta di poesie “Ipotesi per un ipofisario”, Marco Del Bucchia Editore.

Nell’aprile 2010 escono 10 sue poesie sulla rivista “l’immaginazione” (Manni editore) con una nota di Edoardo Sanguineti.

È presente ne La vetrina dei poeti del blog Il fiore del deserto con una silloge presentata da Lorenzo Mari.

Promotore del progetto culturale [dia•foria: www.diaforia.org


Non c’è scelta – [“I don’t represent today’s Israel”] – Sento cadere qualcosa – Natan Zach (post di natàlia castaldi)

Sento cadere qualcosa, Natan Zach, Einaudi 2009

Non c’è scelta, bisognerà pur dirlo:
anche in questa terra conoscemmo
altre speranze, irreali

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

la stagione era provinciale, perfetta per gettare
le fondamenta, le porte chiuse, atmosfera casalinga.
Chi ci pensava a un mondo peggiore

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero
di Arik Sharon e del rabbino Kahana.(*)
Maxìm Zakashansky presentava i suoi sketch
e di norma le gambe erano amputate

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

solo in caso di bisogno e nei pubblici ospedali.
Nei cantieri
sorgevano case in cemento armato

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

opera del nuovo ebreo:
quello vecchio non era più di moda
o non era più in vita: dialogo troncato

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

la teoria economica era molto meno
sofisticata: la gente mangiava meno, e male
senza indicizzazione. Tutto ciò era imposto dall’alto

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

dagli insegnanti di Bibbia:
la Visione delle Ossa secche era
chiosata in modo nuovo, il Deuteroisaia staccato da
Isaia

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

nelle aule scolastiche, di notte, si beveva
nèttare, ci si addestrava al sionismo pratico:
si vestivano uniformi si gettavano zucchetti

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

la richiesta era di blu, di rosso, di cachi.
Meno popolare il marrone:
erano i primi indizi di un senso estetico

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

ai comizi popolari declamavano come folli
poesia, militanza, destini
pazzi di zelo per l’ebraico(**)

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

tutto era un nuovo mondo
tutto era possibile:
era questo il punto debole

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

quando l’amaro era amaro veramente
e il miele ancora miele
e la terra era inseminata
eppure in parte seminata

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

.

***

.

dalla sezione “Brandelli di memoria”

.

E in fondo perché no? Perché non andarcene
da questo brutto posto in un paese nuovo, dove sia per
____________________________ così dire possibile
ricominciare da zero. In che cosa è preferibile questo
a un altro paese, adesso che l’ora urge.
Non potevamo infatti prevedere
il fuoco e il fumo nel loro villaggio, le bombe,
i rifugi, i cacciatorpedinieri. E che morissero.

***

dalla sezione “Forme di pensieri”

2.

Poi scorsero in me pensieri: forme di pensieri
più che pensieri. Molte
forme di pensieri. La poesia voleva rispondere
ma l’abito di tacere è ormai radicato.
Solo il dolore grida ancora
e poi, perplesso, ride.

Un tempo pensavo di scrivere
per la mia propria rovina e non per coloro che amavo.
Oggi non c’è neanche più la rovina
e tutto il conto è ormai liquidato.

*

3.

Scrivere di sogni con parole secche
come bandiere flosce senza un alito di vento,
peccato che certi sogni sognino parole secche
come carta cianciata sulla via.
La pagina non sente di essere già schiacciata,
il sogno, di essere già fuggito.

*

7.

La poesia non è parole, né un’azione
che culmini in fatti. Ed è una difficile cosa
e tu non puoi misurarla se non con la tua propria
misura
ed è la tua patria, promessa oppure no.
E lei ti misurerà sul palmo della mano,
ti sedurrà col bene e anche col male, in essa
costruirai la tua casa, altra casa non avrai
anche se il fuoco la divorerà o se d’un tratto sarà
distrutta

Tu senti ancora ciò che dicono nella stanza accanto
e di là dalla finestra
e ascolti o tiri su una tenda
e non c’è nulla là tranne l’eco
e questa è la via del mondo
e questo è il chiuso
oltre cui non passerai.

*

________________

Note:

(*) Negli anni Sessanta, Zach si allontanò da Israele per completare gli studi universitari a Londra, dove si fermò per diversi anni (inframezzati da lunghi periodi di soggiorno in Italia, cui dedicherà la “Suite italiana” e varie liriche), senza mai smettere di vivere secondo la tradizione e la cultura ebraica, coltivandone altresì lingua e scrittura (del “79 è la raccolta Zefonìt-mizrachìt: Nord-Est, all’interno della quale spicca il bellissimo idillio “Tè sotto gli alberi”); furono anni vissuti da Zach come un necessario esilio dalla trappola-rifugio, che contribuirono ad acuire il senso di inappartenza già presente nel suo animo che, una volta rientrato in Israele , dovette scontrarsi con una realtà politica (erano ormai gli anni 80, per l’appunto gli anni della politica nazionalista di Sharon e del Rabbino Kahana ) ormai completamente in balìa dei partiti di centro-destra, quindi del tutto dissimile dall’etos socialista dei primi padri fondatori, cui egli si sentiva eticamente e culturalmente legato.

(**) con questi versi Zach allude alla polemica in atto in Israele negli anni ’50 tra due “fazioni” poetiche, quella capitanata da lui stesso e dall’amico-poeta Yehuda Amichai (scomparso nel 2000), che proponeva un’emancipazione dell’ebraico dagli schemi lessicali lirici della tradizione, con un allontanamento dalla metrica tradizionale (ricorso schemico alla rima e forme strofiche chiuse), a favore di uno schema ritmico e prosodico libero basato sulla naturalezza del buon canto nello scorrere di una lingua viva, popolare, parlata, operando quindi un processo di riassestamento della lirica ebraica moderna “verso il basso”;  e quella che aveva come suo massimo esponente il poeta-teorico Nathan Alterman, che si batteva per una “conservazione” del linguaggio “puro” della tradizione israelana (l’ivrit), non solo nel lessico ma anche nelle forme “chiuse” della metrica tradizionale e della sua intonazione, volutamente lontana dalla rarefazione della lingua parlata.

nc

________________

Natan Zach

Nato a Berlino nel 1930 da padre ebreo e madre italiana, ancora bambino (era il 1935), Natan Zach emigra con i genitori in Palestina, alla ricerca del mondo promesso. Oggi Zach è un poeta israeliano meraviglioso, ma definire un poeta “meraviglioso” è dire poco, è parlare con l’entusiasmo di un bambino davanti alla scoperta del primo tonfo, del primo oggetto che cade; non a caso, la raccolta da cui ho espunto questi testi si intitola “Sento cadere qualcosa”; titolo che, a pensarci bene, è già di per sé e in tutta la sua semplicità un verso, una intera poesia. Cosa potrebbe invidiare la miriade di immagini e riflessioni che generano quel “cadere” e quel “qualcosa” al suo numinoso opposto “mi illumino di immenso”? Nulla. – E’ la natura della poesia – mi dico.

Leggo e scopro quest’uomo, il suo dolore, la sua poesia. Definirla civile non so se potrebbe bastare o calzare, è indubbiamente civile, civile nel dato della memoria, civile nel raccontare il tempo, gli squarci, i “Brandelli di memoria” (sezione bellissima del libro, che traccia il segno del crollo delle illusioni intime di Zach e di un intero popolo).

In questa raccolta che abbraccia un lungo percorso di produzione poetica,  dal 1960 al 2008, temi come la ricerca di una patria, la consapevolezza che non esista che l’illusione di essa, la diaspora che continua nell’anima che non si arrende ma aspetta il compimento della fine [Ora navigherò in sogno,/ forse è l’ultima traversata/ nella stanza-loculo dell’albergo straniero/ prima che venga il cameriere/ ad annunciare che la ghigliottina/ è pronta], la perdita di un dio, la ricerca dello stesso, la descrizione del prossimo come un Gesù alla porta, la terra come promessa mancata perché fallimento dell’uomo, costituiscono il fulcro della ricerca di Zach, una ricerca che si fa domanda disillusa quanto più amaramente ironica è la risposta che deriva dalla lucida osservazione degli eventi [Io sono un romantico amarissimo. / Quando sono con me, un romantico caldissimo. / Quando sono con gli altri, un romantico freddissimo – epigramma, Tutto il latte e il miele, 1966]. Il tutto con un linguaggio autentico, un linguaggio scarno, lucido, rarefatto e quotidiano, un linguaggio il più vicino possibile alla lingua parlata, quella della comunicazione, dello scambio tra uomo e uomo, eppure così profondo da abbattere anche i miei pregiudizi, la mia pre-sunzione di lettrice.

Il 10 maggio 2010, secondo quanto rivela il “The Jerusalem Post“, MK Miri Regev (esponente del partito nazionalista Likud) ha chiesto al Ministro dell’Istruzione Israeliano Gideon Sa’ar, che venissero eliminate le poesie di Zach dai libri di testo destinati alle scuole in Israele [“Israeli children do not need to learn the poems of a poet whose behavior teaches anti-Zionist values that are make us less secure”], in seguito ad un’intervista rilasciata dallo stesso Zach in merito alla questione palestinese e, precisamente, allo stato di assedio della Striscia di Gaza, durante la quale Zach dichiarò di essere pronto a partecipare alla prossima Freedom Flotilla, portando con sé i libri più interessanti ed i poeti più rappresentativi delle diverse culture del mondo [“I would be ready to participate in the next flotilla. … I don’t know who would come. I would bring interesting books and poets from around the world with me”]. Ancora sotto accusa e pressione da parte dell’establishment Israeliano, nei primi mesi del 2011, il poeta ha fermamente risposto di non rappresentare l’odierno Stato di Israele. [“I don’t represent today’s Israel”].

Da leggere e meditare, questo libro segna un importante controcanto di denuncia da dentro, da una regione del mondo in cui diritto e libertà sembrano aver perduto i loro naturali connotati umani e storici [in quei brutti giorni / prima dei giorni brutti davvero].

E mi preme concludere questa breve nota sulla vita e la poetica di Zach, con il motto del nostro blog, quale augurio per Zach e per tutti noi.

– Nie wieder Zensur in der Kunst –

nc

________________________

(Per associazione)

Valzer con Bashir

Film autobiografico, gen. Animazione

Soggetto e Regia Ari Folman

Musiche di Max Richter

[novità editoriali] La neve nel bicchiere – Francesco Accattoli – FaraEditore 2011 – (più un cadeau) (post di natàlia castaldi)

La neve nel bicchiere - Francesco Accattoli

Ho appena finito di leggere “la neve nel bicchiere” di Francesco Accattoli, ed. Fara 2011. Lo trovo un grande lavoro, omogeneo, senza cadute. La scrittura di Francesco (che non conoscevo ma ho scoperto per caso e di recente qui ) l’ho trovata morbida e, soprattutto, una scrittura che dice, accompagna parlando e si racconta. Si sente la vicinanza con tanta poesia spagnola (classica e contemporanea), in una in particolare, Sevillana, si sente proprio un gusto pittorico, il gusto del tratto e del disegno alla Lorca, o per meglio dire delle canzoni per chitarra di Lorca. Terra madre#1 è molto molto bella, talmente familiare che si può cucire anche addosso alla memoria della mia terra.

Sono cartoline di un tempo che sembra sospeso tra memoria, reale ed ideale, tra presente, passato prossimo e condizionale, come denota il passaggio repentino di modi e tempi verbali, che ne scandisce il ritmo in un continuo fluire. Inoltre ho notato che, coraggiosamente, mantiene l’uso della congiunzione a inizio verso con tutto il sapore della continuità con la poesia buona di Montale e Quasimodo, ad esempio, e gli riesce bene. C’è una sottile ironia qui e lì che accende piccoli fuochi nella neve, mentre la vena civile, senza cadere nel tranello del cronachismo e del raccontino sul perché ed il percome delle cose, trova la sua cifra distintiva e originale. Compratelo, fa bene alla ragione del tempo e delle cose. Buona lettura.

nc

[per ordinare il libro basta cliccare sulla copertina]

 

*

Ogni giorno qualunque

 

Per queste strade non c’è passante,

nessun vecchiaccio, nessun demente

di paese; nessun amico a cui pensare.

Somigliano a una risaia questi

intrugli di corridoi; il piede è fermo,

è un punto solo, ed ha paura.

 

Eppure ecco, tra i muri passa

un suono, il ridicolo volgare

di quel mondo che si fa

col cambio di canale; lo sgomento

fisso come un cero, la cui fiamma

non la smette di pregare, o morte,

o miglior vita, e l’eco si fa chiara

sillaba e poi balbuzie, e così assomiglia

a quell’uscita che non si trova

se non arriva infine il sonno

se non imbruna. Così si dorme

e spira tra le ossa cave un lume

asciutto, una presa di calore,

bastevole ad una piega della tenda

a farsi mano ed indicare

ciò che a tastoni

sembrava ormai altrove.

 

*

Memini

.

Ci sono parole

che affondano con altre parole.

Ci attendiamo un avverbio,

una preposizione,

è tutto una resistenza,

un ciclo informativo,

una mutilazione.

Aspettiamo inermi, profondi, introversi,

prosciughiamo i giudizi

con un’infondata casualità

di sillabe.

 

Eppure

sembra avere un senso.

 

La postura delle labbra,

i fiori, le diversità encomiabili,

la perfezione, io che studio,

io che lavoro, i balocchi

di legno,

le scatole di latta, i biscotti sminuzzati,

le magnolie, gli scialli turgidi della nonna,

le biglie, le scommesse,

le parole che difendono

altre parole, i calcoli falliti,

le parole sono più facili,

le minuscole stazioni della riviera.

 

Concentrazione.

 

S’impara bene dalle nonne, resta la polpa,

il Pater Ave e Gloria, la paura dissipata,

il segnale è dentro il corpo,

 

come a dire: ora è già ora;

 

eppure avrebbe un senso

un poco di neve in un bicchiere.

 

*

La resa

 

Ho concluso, con le spalle serene,

di schiena alla pioggia.

La resistenza ci ossequia, ad uno

ad uno perdiamo il gusto,

diventiamo sottili osservatori, fumiamo,

ci riconosciamo in un buongiorno largo.

Da ieri la poesia ci nuoce,

perché la verità

è un incontro ed io non sono

sicuro di ciò che è dietro le parole.

 

*

Sevillana

 

Tra il tac del passo ferrato

del baio sta il ventre

teso da una schiena larga

e di nuovo un tac si stacca

dalla mano incatenata

alla sigaretta; sulla cassetta

osserva il mondo e lo trasforma,

come il santo il suo martirio.

Così il cocchiere e il suo cavallo

– entrambi andalusi –

seguono una linea

che non si spezza e avranno

pane per questa sera

ed una noia accumulata

nei muscoli, nei lombi poderosi.

Per quel centesimo che schiocca

senza frusta, e per una volta soltanto,

un tac di slancio

nei campi di Maria Luisa.

 

*

Terra madre #1

 

Ho trovato solo volti di moneta

salutarci dai deserti palazzi,

perché sia vita ci vuole altro, più gerani

serviranno a dare conto di una civiltà

operosa di paese, capace di piegarsi

all’angustia dei muri nuovi, di questi scorci.

Nemmeno si scanneranno i balconi

e le ringhiere, i posti auto

riservati agli inquilini e profanati

ostinatamente. Da lato

a lato in taglio diagonale stanno

i rumori di cantiere, e battono

ancora, senza avvisare.

 

Qui non è mai venuta

la sinistra – la sinistra non viene mai –

coi tamburi e le bandiere,

sono terre di passaggio, di mezzeria,

confine di confine, ultimo rintocco

prima che si faccia sera.

 

E per avere noia

di tanta terra madre, tre Padre

Ave e Gloria, non basteranno

a ripulirsi dell’assunto

che il lavoro di mattone rende

l’uomo più sicuro.

 

*

A questa scuola hanno tolto le finestre

 

A questa scuola hanno tolto le finestre

e due volte muri hanno messo, perché resti

tutto dentro l’odore fosco dei corridoi, e non le piazze,

non ci arrivino le piazze, con le famiglie vivaci dei cortei.

 

T’hanno mai spiegato cosa sono gli operai

o gli africani cottimisti? Perché cadano

dai ponteggi come chiodi arrugginiti, come

grandine pesante sulle auto posteggiate?

 

Che nessuno parli, non s’azzardi voce alcuna

tra gli anziani a raccontare del Ventennio

con i suoi esiliati, o dei meridionali del Dopoguerra,

calciati in culo come si fa con i randagi.

 

Non era Italia da sapere, sudavano , bestie,

nei vagoni della Milano – Bari. E da quel sudore

non si può scappare, come non si scappa

dalla Costituzione. Gridalo ai passanti

 

mentre aspetti il barrato delle due

e pensa al suono del martello, pensa

al tonfo sordo della pioggia sulle lamiere,

l’algebra a fine mese dei professori,

 

fatica con le parole, non le guardare,

perché esse hanno odore e sanno la vergogna,

sanno il senso dell’onore che ora è vinto, meschino,

con i pugni stretti al petto e il viso storto.

 

Oggi è giorno di lezione, leggiamo ad alta voce

i nomi delle strade alla finestra: via De Gasperi,

via Pertini, viale Martiri della Resistenza.

*

_________

Francesco Accattoli (1977) è docente di materie letterarie e latino nei licei, con esperienze sia in Italia che in Spagna. Nel 2002 esce per Stamperia dell’Arancio il suo primo libro di poesie e prose Come acqua che riposa… Dal 2003 al 2010 è stato voce e chitarra dei Noa Noa. Attualmente si dedica al progetto poeticomusicale Fucine Sonore assieme al poeta Loris Ferri e al chitarrista Alessandro Buccioletti. Sue poesie sono incluse in varie antologie (ricordiamo Calpestare l’oblio, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, e Porta Marina. Viaggio a due nelle Marche, a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri) e riviste cartacee e sul web. È stato addetto stampa dell’associazione Coneriana Cult ed ha collaborato a testate giornalistiche cartacee e online. Nel 2009 ha vinto il Premio Rabelais e nel 2010 il concorso Arte Ex Tempore. Con Fara ha pubblicato nel 2007 la silloge Un tramonto sommario, all’interno dell’antologia del Premio Pubblica con Noi. Gestisce con serafica lentezza il blog sequestocosmo.wordpress.com

___________

Un cadeau

Novità editoriali: La stanza delle poche righe – di Alessandro Assiri – Manni Editore (post di Natàlia Castaldi)

La stanza delle poche righe – di A. Assiri – Manni Ed.

Di stanza in stanza

così divento casa

al plurale immaginando

mattone su mattone

costruire lontananza

con la calce dell’addio.

A. A.

*** *** ***

La stanza delle poche righe, di Alessandro Assiri

interventi grafici Furio  Galli

copertina Monica Ferretti

Anno 2010, 120 pagine – € 13,00 – ISBN: 978-88-6266-294-9

Scheda libro QUI

 

A volte occorre usare parole che ci congedino dalla pelle, così, per sfuggirsi con indulgenza. La Stanza delle poche righe racchiude un percorso di 3 anni, a volte a passo spedito, altre ad andatura di gambero; ne è risultata una narrazione in versi brevi come è breve l’istante tra il rasoterra e il cielo

Alessandro Assiri

 

__________

Intagli di gesti e suoni sapientemente impartiti con incisioni precise, pittoriche, schizzate. Parola/gesto che non si crogiola in sé, ma che al contrario si rende “mezzo” e percorso continuo di ricerca all’insegna di un’essenzialità che demanda, in maniera naturale e priva di forzature, al piacere della scoperta di quanto di universale ci sia nell’istante, nello “schizzo”, nell’attimo “prima” e “dopo” ogni lettura.

nc

[In bocca al lupo, Alessandro, dalla redazione tutta.]

Marina Pizzi – Il cantiere delle parvenze – inediti 2010 (post di natàlia castaldi)

Se la poesia fosse la risposta, allora avremmo bisogno di poeti al governo degli Stati. Se la poesia fosse illuminazione e strada certa, allora, data l’abbondanza della produzione poetica nostrana, avremmo il Paese più illuminato del globo.

Ma non è.

Poesia è creazione artistica che fonda e centra sulla parola lo svilupparsi del verso,  “il corrimano” di un possibile pensiero.

Pensiero. Dello scrivente o del lettore? E cos’è questo pensiero: rappresentazione artistica o cronaca di un fatto, di un sentimento, di uno stato in luogo?

Troppo poco. Troppo riduttivo.

Eppure si tende a cercare l’intimo vissuto come voyeur letterari, onanisti, escavatori e quando non si comprende, non si coglie il lato nudo, non va bene, e la sentenza è pronta: Non è poesia.

Ma quale poesia? Quella dell’oratorio di parrocchia o di partito, o quella di una “mise en-scene” che non necessita altro che transito, così com’è, nella sua pura teatralità espressiva, senza altre “archeologie”?

La parola.

In Marina Pizzi il senso risiede nella ricerca “paleografica” della parola, parola che fu segno, tratto, immagine che torna nell’insolvenza di una gamma apparente di significati da rimessare nel Cantiere delle parvenze.

Ecco, già il titolo è una premessa, un’indicazione di lettura, un passepartout per non cadere nel broglio della ricerca di una traccia, di un indizio di vita che sia visibile ed a portata di mano, come un  seno, un ventre, una lacrima, una vita, una morte che sia data, certa, spiattellata come in un talk show letterario.

No.

Marina Pizzi rispecchia l’esistenza senza ricorrere a mappature, a scandagli quotidiani, a scuole di pensiero e verso da cronachismo. La salvezza è nel senso del suono, nella capacità di ancorare phoné e dolore al risvolto di ogni possibile immagine, in una drammaticità che transita dalla vista alla trachea fin dentro gli organi a fiato del corpo che si rende attore della sua lettura.

E nel rimessaggio di questa drammaticità, tanto antica quanto attuale e tagliente nella successione cinematografica in presa diretta sfocata, seppiata, accecante, Marina dirige un moderno canto dei capri, quasi una liturgica litania, dalla quale si esce tramortiti, purificati; senza altro senso o significato da ricercare oltre la pronuncia del proprio vissuto, della propria esistenza.

Se solo si smettesse di cercare nella poesia la risposta assoluta e si ascoltasse d’essa il solo e possibile apodittico percorso creativo, oltre il limite del proprio personale gusto, allora – forse – si avrebbe una ragionevole speranza di crescita e pluralità attraverso ogni singola lettura.

– Buona visione –

nc

_____________

Marina Pizzi: Il cantiere delle parvenze – inediti 2010

1.

la mia sciarpa è un tragitto lontano

Michal Macku Photography – Carbon print n. 9 – senza titolo

uno scalmanato talamo di nebbia

dove è agreste il cielo e logica la tana

di perdere la vita.

rotta anemia della città calva

senza nidi di cuccioli cantanti

né elemosine badanti il veritiero

abbraccio. s’intani il mio straccio

che non vede né attende nulla.

la maestria dell’alba bada a non

gridar di troppo le rondini bambine.

le grotte scialbe come fandonie

dove ristagna il secolo al petrolio

espanso. la fatica senza saliva

delle mie abitudini-arsure su

per l’acredine di attese morenti

nel trotto della pupilla impazzita.

il lutto m’incolla la salsedine addosso

questo proverbio che non serve

a consolare la resina del sangue.

2.

quale sarà il chiodo che mi sonnecchia dentro

che vitalizza l’edera della malasorte

che si diverte con un attizzatoio

verso la zattera che mi malmena

tetra malizia corvo miliziano?

invano l’azione del tubero rinasce

al cielo, qui la penombra perpetua

della slitta chiama l’oasi ad appassire.

quale paese d’asma andrà vicino

al rantolo? perché qui le smanie

delle serve vogliono morire

di un attacco immune, colpo sordo

non imposto randagismo.

(altro…)