Nota di lettura

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

(altro…)

«Anterem» n. 91: “L’altrove dell’erranza”. Una nota di Paolo Steffan

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«Anterem» n. 91 – “L’altrove dell’erranza”

«Anterem», punto di riferimento editoriale per gli amanti di letteratura e filosofia, è nel suo genere una delle riviste più longeve a Nordest: fondata nel 1976, ha appena compiuto i suoi primi 40 anni. Dopo lo speciale numero 90, per continuare a festeggiare questo quarantesimo è bastato confermare anche stavolta l’alto profilo dell’uscita semestrale, giunta oggi al numero 91.

Straordinario è già il tema di questo elegante fascicolo: «L’altrove dell’erranza». Come di consueto, l’annuncio di un tema è in realtà il tratteggio di un fil rouge che, più o meno in evidenza, scopriamo legare gli eterogenei contributi ospitati su «Anterem», a partire dai contenuti dell’elegante prosa dell’editoriale a firma di Flavio Ermini (disponibile anche in pdf: qui).

La citazione di copertina di questo numero è tratta dalle rime petrose di Dante: Così nel mio parlar voglio esser aspro. Quello “petroso” è un momento di passaggio per Dante, che dalla giovane esperienza stilnovistica della Vita nuova si proietta verso il monumentale cammino della Divina commedia. Nei testi “aspri” delle Rime ci si trova in un «altrove» rispetto alla giovinezza di Dante: in questi versi duri e oscuri, se guardiamo nell’insieme la sua opera poetica, ce lo figuriamo nel buio dell’«erranza» o ‒ come diremmo oggi ‒ in uno stato confusionale.

L’erranza si prefigura da subito come una condizione familiare ‒ in negativo ‒ al nostro vivere odierno, ma ci apre per contro alla riflessione sugli stimoli che ‒ in positivo ‒ dall’erranza stessa possono risorgere. L’incertezza che ci turba può partire dalla mera mutevolezza tipica del sogno, in un continuo «variare, trascorrere, crescere», come leggiamo in una delle belle Variazioni di Michael Donhauser antologizzate nel n. 91; l’atmosfera è confermata nell’ambientazione notturna dei frammenti poetici di Alejandra Pizarnik, tra i quali leggiamo un passo rivelatore: «Al nero sole del silenzio le parole si doravano». Un percorso ambiguo e apparentemente ossimorico, dove i contrasti però coesistono, spiegandoci di continuo l’altrove in cui siamo in ogni momento, alla ricerca di un «riscatto», di un «giardino di lillà» che è sempre «dall’altro lato del fiume, non questo ma quello» e, a suo modo, in ossessiva erranza di luogo, di pensiero, di voce. E la voce ci avvicina, per vibrazioni, all’inside language delle raffinate e forti poesie di Nicole Brossard, che dall’enigma ci portano ai gesti fantasmatici «d’ombre incavate e docili». Variazioni, parole, ombre: l’errare muta di significato e si colora nuovamente di ambiguo. Su questa via, giungere a Giacomo Leopardi è quasi un obbligo (con un saggio di Alberto Folin), in un’altalena di sensi nella quale «errare / è vagare e sbagliare» (Enrica Salvaneschi).

Nel mezzo del nostro errare, l’importante è però istradarsi lungo un percorso, per quanto irto di dolore e di errore: un percorso che passa fatalmente per la perdita dell’innocenza ‒ come ci racconta dal suo “altrove” Carlo Sini ‒ e che può anche avvicinarci a una «estetica ascesi (…) ascesi nei sensi e dei sensi» che scopriamo ‒ coi versi di Ida Travi e di Paul Celan ‒ essere «dialoghi con cortecce d’albero». E gli alberi ritornano in più pagine, silenziosi, attraverso le «radici vene» di Albiach, i fogliosi «pensieri d’alberi» di Camillo Pennati, il ventoso «scarto delle foglie» di Mara Cini, il «volo rallentato delle foglie» di Ranieri Teti, gli «echi / di scosso fogliame» di Marco Furia, «gli alberi / e la loro lezione invernale» di Bernard Simeone. Gli alberi come testimoni dell’errare, fervidi rami di ciliegio che danno colore, dentro la predominante ambientazione notturna di questo numero stupefacente di «Anterem».

[Annoto che, oltre a quelli degli autori citati, su «Anterem» n. 91 sono ospitati importanti testi di Emily Dickinson, Sandro Ciurlia, Federico Vercellone, Carlo Penco, Remy de Gourmont e Rosella Prezzo: non sono riuscito a citarli solo per motivi di spazio e non di valore.]

© Paolo Steffan

Gian Giacomo Menon – Quindi per me ora blu (di Michele Obit)

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Gian Giacomo Menon – Quindi per me ora blu – Kappa Vu – euro 22,00

*

Libro magnetico e destabilizzante. Per lo stesso motivo: si raffigura in ‘Qui per me ora blu’ di Gian Giacomo Menon, a cura di Cesare Sartori, edizioni Kappa Vu, la vita di un uomo che ha percorso gran parte del secolo scorso raccontandosi in versi: circa centomila poesie, centinaia di migliaia di parole dove si depositarono, come scrisse Menon stesso, «solo esasperazione problemi e non problemi del mio tempo».

Gian Giacomo Menon nacque a Medea, oggi in provincia di Gorizia ma allora austriaca, nel 1910. Dopo le lauree in giurisprudenza e filosofia insegnò storia e filosofia nel liceo classico Stellini di Udine ad almeno due generazioni di studenti friulani. In vita sua pubblicò pochissimo, dal 1957 abbandonò ogni forma di vita mondana per una «decisione di assenza» che gli fece trascorrere in casa, escluse le uscite legate all’insegnamento, oltre metà della sua esistenza.

Si deve soprattutto a Cesare Sartori, che con Menon si diplomò allo Stellini, la (ri)scoperta di un personaggio la cui vita isolata, la cui apparente assenza, la cui continua, insistente eruzione di versi non possono non attrarre ed allo stesso tempo destabilizzare, porci di fronte alle domande che chiunque si occupi di poesia si pone, e trovare risposte come «la poesia non serve a nessuno, è tempo perso, è roba troppo privata, eventualmente serve solo a colui che la inventa, che la scrive e la salva solo per sé, per una nuova chiarezza e convalida».

Le ‘note a margine dello sconforto’, appunti dell’autore in calce alle sue poesie, sono poi un libro nel libro, uno scarto, un piano-sequenza di illusioni e disincanti.

© Michele Obit

***

Grande tenda del circo,
un cielo rubato.
Lassù è stupore negli occhi
in bilico sui trapezi
per l’illusione di un’ora,
per l’ansia inventata in un attimo.
Nessuna stella vera,
nessuna nuvola,
solo ripercossi lustrini,
chimeriche cartapeste.
Ma ora se ne è andato.
Restano foglie
spazzate da vento
e, sopra, il cielo
con la sua tenda di luna
e tu vera adesso
in bilico sul mio cuore
per l’illusione di sempre
per l’ansia di tutta una vita.

*

due punte rimasero
nere e confitte nella palpebra
come la svolta del respiro
pietra abitata nei circuiti della luna
canali di risorgenza
né meridiane né clessidre fermano il passo
ed è traguardo la pena
caparbia lacrima nascosta fra le ciglia
non chiedermi dei mostri
sino all’alba aprono il fuoco delle narici
e ogni spada di preghiera si piega
i grandi imperi dentro di noi
assalto di cavalli e di tende
i deserti gettati sulle città
perché sia una sola bandiera
il tuo cupo colore
morire prima della morte

*

Accetta queste lunghe parole,
non chiedermi altro.
La terra ha chiesto la pietra,
il cielo lo spazio dei venti,
l’autunno un’avventura di foglie,
lo scorpione l’artiglio,
il mio cuore la pena di te.

***

Le poesie di Menon sono anche sul web all’indirizzo http://www.giangiacomomenon.it

Una voce nel tempo. Poesie di Paola Musa

 

Dimentica

Questa voce sanguina
il silenzio che non hai detto:
rimargina le labbra
non farlo traboccare –
trattienilo.

Dal viso non svanisce
che il tempo rimandato
ciò che verrà non passa
dalla tua terraferma.

Altrove è sera
il giorno è già trascorso
e tu ne porti i segni
o forse solo i presagi
per questo non parlare –
ascolta.

Ma quanto dentro è neve
scivola muto e bianco
e la sfera di vetro
è torbida di fiato:
un’altra vita accade
in sagoma di nebbia.

Qualcosa è stato
ed è già andato –
dimentica.

 

Non preghiera

Dio,
esteta dell’eternità
e dell’avvento che scolora
ad ogni curva del pensiero
precipitando nelle ossa,
che stia parlando a te
o all’umido chiarore
di questa stanza angusta
non cercando alcuno
non so,
né temo il tuo tacere alle domande,
che qui non c’è audacia, né palestra
dove esercitare un verbo all’infinito.
È già fuor di misura bere senza calici
scostare l’ombra con lo sguardo
stupirsi dell’aurora che cade
sotto il peso fulvo del giorno.

 

La china del verbo

Ho la fatica degli argini
la cieca resistenza al compimento
un’ombra tra narici e labbra
mi esonda in respiro.

La china del verbo
che ho diviso come pane
ha gore tra i ciottoli,
è acqua lenta in mezzo ai sassi.

A tratti riluce nel fango
tra lo stupore di strade sterrate
dopo un temporale estivo.

 

Il tuo nuovo vestito

La profezia di un’ora senza fame e avvento,
masticando soltanto la fragranza della terra
eletta ancora a ventre e senso.
Obliata la tenebra,
smarrito il pendio da cui precipitasti,
nell’accecante stupore dell’ora meridiana
lasciare camminare una formica
sulla foglia della mano,
la brezza orchestrare le note delle fronde
le api affollarsi sul nettare annegato
dei tuoi vasi.

I nomi delle cose già dispersi nelle falde.
Dissolti i volti amati in un nuovo alfabeto.
Vaghe immagini da pietra a pietra
conversando, senza più domandare.
Non una curva,
un sentiero in cui smarrire ora,
o stupire all’improvviso.

Udire solo una voce di madre
canterellare, mentre cuce
il tuo nuovo vestito

 

I cantori  

Siamo a mezza strada
lividi di guerra e pace
siamo ombre sui muri.
I grappoli dei giorni
hanno acini scuri
l’eugenetica del senso,
il nuovo frutto.
Non più i versi eroici dell’orgoglio
ma le cronache incomplete dei falsari,
sappiamo tutto non sapendo niente.
Sediamo al banchetto degli dei
con i cappotti gonfi di metafore
loro ci frugano le tasche
giocano a scacchi con i nomi.
I miti e i Signori di ogni tempo
non hanno più bisogno del nostro canto epico,
ma ci consegnano un gettone di presenza.

© Paola Musa 

Paola Musa image

I versi di Paola Musa (Sardara, 1966) rendono conto di un lavoro duttile sulla costruzione del testo. Ha cominciato a frequentare la poesia da giovanissima, un apprendistato questo che la condurrà a prender parte alla Rassegna Internazionale di Poesia “Il Minatore” nel 1986 accanto a contemporanei di spicco come Waldo Rojas, Richard Burns Berengarten, Walter Perrie. Paola sulla sua formazione letteraria dice: «Devo tutto alla poesia, ma grazie all’esercizio della prosa ho imparato a essere meno ermetica e a lavorare su una densa semplicità.» Una sua selezione di poesie, precedute da una prefazione di Elisabetta Sgarbi, è presente nel volume antologico dalla casa editrice Arpanet. Esordisce successivamente come narratrice nel 2008 con il suo primo romanzo Condominio occidentale, pubblicato da Salerno Editrice, a cui farà seguito, nel 2009, Il terzo corpo dell’amore. Ha composto liriche per l’opera shakespeariana La dodicesima notte, per la regia di Armando Pugliese, sulla musica di Ludovico Einaudi. Inoltre traduce dall’inglese – sue versioni del poeta Berengarten sono apparse su riviste internazionali – e come paroliere ha firmato testi per diversi musicisti, fra i quali la cantante jazz Nicky Nicolai.
Questa versatilità di rapporto con la parola si rispecchia nel non limitarsi a pochi e circoscritti spazi tematici, tende invece a sviluppare occasioni di poesia, ispirazioni che dischiudono per es. una riflessione di natura etica e civile che rimanda al significato e al senso di scrivere, il contrasto fra essere e apparire nella società odierna, motivi questi alternati ad attimi di silenzioso e riflessivo intimismo. Proprio il silenzio per Paola Musa è il corridoio precedente la parola («Questa voce sanguina | il silenzio che non hai detto: | rimargina le labbra | non farlo traboccare – | trattienilo», in Dimentica), voce che non chiede per ottenere risposte, ma per comprendere, pertanto non rivolge o non si pone a supplica, anzi si fa ‘non-preghiera’ poiché «non c’è audacia, né palestra | dove esercitare un verbo all’infinito» (Non preghiera); allora «la china del verbo» si tramuta in «gore tra i ciottoli, acqua lenta in mezzo ai sassi» per rilucere di una verità celata nelle pieghe di ombre e gesti. Siamo persone in attesa (o in cerca) di segnali da chissà dove, ci dice l’autrice, e solo cedendo all’inatteso «mostriamo il nostro vero volto, | all’attesa offriamo solo residui di altre attese» (Le attese). La sua scrittura diventa osservatorio da dove guardare e rimeditare il tempo attuale in quanto «non c’è ragione che combaci con l’abisso», consapevoli noi che «Ogni epoca ha i suoi demoni | ogni guerra i suoi martiri, | noi scegliamo che s’immoli la terra, | per premio una coscienza non più vergine […]». Per Paola Musa la parola poetica non può cambiare lo stato della realtà, può almeno mutare la coscienza, accompagnata alla speranza essa può farsi «sguardo […] sulla fessura corrosa | fra gli steccati del futuro | per spiarne i giardini.»

Le poesie qui presentate sono state pubblicate nella rivista Italian Poetry Review (Plurilingual Journal of Creativity and Criticism), vol. VI, 2011, esclusa l’ultima I cantori che è tratta dalla raccolta Ore venti e trenta, Albeggi Edizioni 2012.

© Davide Zizza 

Federico Scaramuccia – Come una lacrima

Federico Scaramuccia - Come una lacrima

Federico Scaramuccia – Come una lacrima

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In Come una lacrima (collana “i miosotìs“, Edizioni D’If) si assiste a un dramma in due atti sul dolore che (ar)resta, il dolore centrato sull’11 settembre 2001, il dolore reale delle vite spezzate e il dolore virtuale che è stato trasmesso e mediaticamente manipolato in tutto il mondo: un’onda d’urto emotiva e un ritorno di fiamma ripresi e diffusi dall’ “anaeuforico” occhio televisivo, e al tempo stesso filtrati dall’impalpabile e diafana boule de neige della lacrima (la macchina da presa per eccellenza) che tiene in scacco la globalità.

Daniele Ventre

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Come una lacrima
(duemila uno)

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PROLOGO
gente di corsa al principio del giorno
non ne attende l’arrivo né il ritorno

*

si dondola al vento ormai in panne

in trionfo sul tempo uno sciame
di fiamme che irrompono dentro
un vento di rame e di piombo

*

GUARDA LASSÙ QUALCOSA MACCHIA IL CIELO
buca l’azzurro lasciando una traccia
non nuvola per ora appena un velo

come una lacrima che non si stacca
appanna gli occhi in volo all’orizzonte
appena uno sguardo sulla minaccia

CORO
un segno lontano forse una faccia
chi col dito puntato all’orizzonte
fa cenno con la mano chi si sbraccia

*

GUARDA POSA IL VOLO ECCOLO ECCO ATTERRA
posa il volo ma non abbassa le ali
si posa prima di toccare terra

ancora in volo prima che si incagli
si posa solo quando il cielo splende
quando con rabbia ne brilla la carica

CORO
abbraccia la morte piegando le ali
si avvinghia alla vita mentre si arrende
con rabbia che avvolge ma non si scarica

(UN’ECO CHE DEFORMA IN SOTTOFONDO)
(le braccia storpie piegano sui tagli)
(blindano la vita che si distende)
(che si contorce come in gabbia invalida)

*

GUARDA CHE TUFFO NEL VUOTO CHE STILE
si gettano in braccio al vento un impulso
un tuffo forse cento forse mille

è il corpo che suda stretto nel morso
della fiamma è la sua pelle che gocciola
è carne viva che chiede soccorso

CORO
ancora un sorso ho sete ancora un sorso
ancora un soffio ho fiato ancora soffoco
ancora un morso ho fame ancora un morso

*

GUARDA CHE PECCATO IL CIELO SI COPRE
è il giorno che si annebbia e si dissolve
è la sua luce svanita che soffre

che sfuma in una nuvola di polvere
sepolta sotto un cumulo di cenere
come una lacrima che non si assorbe

CORO
in cielo un’immensa nube di polvere
rimane sospesa densa di cenere
e stinta la fiamma non si dissolve

*

GUARDA CHE NOTTE CHE LUCE LE TENEBRE
è una notte bianca priva di stelle
è il giorno avvolto nel sonno che geme

scosso da un brivido sotto la pelle
è un incubo l’inferno all’improvviso
una luce soffusa un fior di scheletro

CORO
la notte fonda ha i nervi a fior di pelle
qualche volta si accende all’improvviso
sono grida però non sono stelle

*

CONGEDO
come una lacrima rimane un velo

*

un tonfo le fiamme l’incenso

immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono

*

RIPRESA
non ancora sereno ancora un velo
una buca in terra una macchia in cielo

*

non resta nulla soltanto un rottame
un’ombra netta dalle forme vane
si pianta nel petto come una croce
piega a terra il viso spezza la voce
un grido confuso un silenzio rotto
un pianto che soffoca nel singhiozzo
un pugno insulso che stringe con rabbia
che si sbriciola come fosse sabbia
uno sfogo convulso che congela
un nodo che si scioglie come cera
è il cielo in fiamme che continua a fremere
la vita che ritorna a terra in cenere
si dondola nell’aria un poco stanca
finché non si posa soffice e bianca
scende lentamente senza riposo
ancora calda si appiccica addosso
si attacca alla pelle come una macchia
come un vento freddo un soffio che graffia
come una lima che va avanti e indietro
piccole schegge impazzite di vetro
affonda nella carne sfregia il volto
che ammutolisce restando in ascolto
reso al silenzio da un groppo alla gola

[…]

un filo di voce a torto compressa
un soffio appena una voce sommessa
una voce roca che toglie il fiato
un filo ben stretto come un cappio
una voce che lotta che gorgoglia
che a volte si blocca e avvolta si imbroglia
la fiamma incerta che dal ventre guizza
che trova un varco che appena si drizza
la punta che trema e balbetta stanca
che vibra nell’aria come una lancia
è un cratere buio che ancora fuma
che nasconde la luce che imprigiona
come lo sguardo che ancora si annebbia
che nessuna lacrima ormai raffredda
una pioggia calda che non si estingue
che annaffia gli occhi e concima le lingue
che bagna la terra e secca nel fango
come un naufragio un abbraccio che strangola
un dolore sordo che non ascolta
condanna chiunque e sotterra la colpa
una bocca ingorda giudice e boia
si apre e non parla poi si chiude e ingoia
fra le macerie spunta solo un fiore
un fiore reciso senza colore
fra le macerie solo un fiore posa
una pianta rossa forse una rosa
è un sepolcro che rimbomba di colpi
bussano alla vita sperando ascolti
non è più il crollo né il cielo che piange
è il fronte che esplode della falange
che fa silenzio che in ombra si infrange
che monta a neve che in onda rifrange
la voce raccolta nella preghiera
che si alza in volo che in aria dispera

[…]

i corpi gettati come rifiuti
lasciandosi andare freddi e fonduti
corpi che sfilano reflussi d’ossa
che in fila scorrono dentro una fossa
la bocca socchiusa ancora rimastica
a piccoli morsi come un elastico
è il ventre che scalcia e quasi si strappa
un dolore che squarcia e non si spacca
la rabbia gravida prima del parto

[…]

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Federico Scaramuccia

Federico Scaramuccia

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FEDERICO SCARAMUCCIA è nato a La Spezia il 14 marzo 1973. Attualmente vive a Milano e insegna in una scuola media dell’hinterland. Presente in volumi e riviste con testi critici e poetici, ha pubblicato alcuni libri di versi, tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”. Ha inoltre curato l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa, in uscita entro la fine del 2013 per la Società Editrice Fiorentina.

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Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

‘Gallenhumor’ con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

‘Gallenhumor’  con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’umor biliare, quando trova la sua compagna in una penna tagliente sì, ma dalla precisione impeccabile, ha esiti prodigiosi.  Se questa constatazione vale senz’altro per la scrittura di Thomas Bernhard, piacevole sorpresa è ritrovarne tutti gli elementi nella prosa di Sibylle Lewitscharoff, al suo sesto romanzo con Apostoloff. L’imbragatura complessa  dello zaino che l’io narrante porta con sé in questo particolare ‘trasporto’ è sapientemente nascosta: chi legge passa per piani temporali, citazioni scoperte o camuffate, descrizioni ed excursus quanto mai diversi e distanti, senza avere, in alcun momento, l’impressione che il ritmo perda colpi. Ferocia e acutezza guidano la carovana,  mentre in auto, in Bulgaria, è il sollecito Rumen, chauffeur con un piede nel mito, a stare al volante. Ecco la sua entrata in scena: «Rumen è il nostro Mercurio, porta le lingue avanti e indietro, viaggia e nel viaggio trova la via, uno di quegli autisti bulgari disperati che non hanno occhi per quello che crepa scivolando via dalla visuale ai lati della strada. Nervosa creatura a noi assegnata…» (p. 8)

Di un ‘trasporto’ speciale si narra, un corteo funebre sui generis, con traversata per mare, l’Adriatico, e viaggio in auto di due sorelle che dalla nativa Svevia seguono nell’odierna Bulgaria – terra paterna –  le spoglie del padre,  bulgaro emigrato in Germania e suicidatosi molti anni prima. La bizzarra carovana, predisposta fin nei minimi dettagli da Tabakoff, magnate tra i più ricchi della comunità di bulgari emigrati a Stoccarda, conta tredici limousine, accolte, in una parte del viaggio ricostruita in uno dei tanti flashback, nel ventre capace di una nave.   Tabakoff  si è messo in testa di trasportare le urne con i resti di conterranei che l’hanno preceduto nel viaggio “ultraterreno” (tra questi il padre delle due sorelle) dalla Germania a Sofia, dove ha fatto costruire un monumento funebre imponente e di dubbio gusto.

La teatralità degli effetti, ricercata e raggiunta, è un altro dei tratti che accomuna la scrittura di Lewitscharoff a quella di Bernhard. Lo sguardo della minore delle due sorelle, l’io narrante, dalla sua postazione prediletta syk sedile posteriore dell’automobile, non risparmia e non si risparmia nulla: la desolazione del paesaggio bulgaro contemporaneo, in particolare lungo la costa del Mar Nero (che non è blu, né nero, ma grigio) così come l’inattesa bellezza di Plovdiv, l’antica Filippopoli, la descrizione impietosa di parenti e amici con tanto di disgusto sensoriale accanto alla rara tenerezza ridestata dall’evocazione di un oggetto caro al nonno paterno. Il ricordo si fa resa dei conti: qui la resa dei conti è con il padre, figura più ingombrante perfino di un convitato di pietra.

E l’amore, in tutto questo, che posto occupa? La sua assenza, sembra ritenere l’io narrante, è tutela:

«Nicht die Liebe vermag die Toten in Schach zu halten, denke ich, nur ein gutmütig gepflegter Hass.», nella traduzione di Paola Del Zoppo: «Non è l’amore a tenere sotto scacco i morti, penso, solo un indulgente odio coltivato con cura.» (p. 234)

Sibylle Lewitscharoff, Apostoloff. Traduzione di Paola Del Zoppo. Del Vecchio Editore, 2012

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Sibylle Lewitscharoff è nata a Stoccarda nel 1954 da padre bulgaro e madre tedesca. Ha studiato scienza delle religioni a Berlino, dove vive attualmente; risalgono all’epoca dello studio universitario soggiorni a Buenos Aires e a Parigi. Con il romanzo Pong ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 1998, per  Apostoloff  le è stato assegnato nel 2009 il premio della Fiera del Libro di Lipsia. Tra i numerosi premi ricevuti: premio Marie-Luise Kaschnitz, Berliner Literaturpreis, premio Kleist (quest’ultimo nell’anno kleistiano 2011). Nell’anno in corso, 2012,  ha ottenuto una borsa di studio per un soggiorno a Villa Massimo a Roma nel 2013.

Turbativa d’incanto – Jolanda Insana, Ed. Garzanti, 2012 (post di Natàlia Castaldi)

assurdo darsi la mano
a ogni piè sospinto
per non dire di quanti sono pronti
alle pacche sulle spalle
e ti serrano nelle spine dell’abbraccio

Jolanda Insana

***

Turbativa d’incanto, ultimo libro di Jolanda Insana, approda alla forma dialogica o, per meglio dire, formalmente dialogica, essendo in effetti un testo sull’incomunicabilità con l’altro e con “la bestia clandestina”, nel libro detta anche “idiota sottostante”, che è l’altro da noi in senso delocativo, ma anche l’altro in noi stessi, con prepotenza e vergogna. Complessivamente si può definire Turbativa d’incanto come una raccolta il cui filo conduttore si centra sulla scarnificazione a più strati del dolore della in-comunicazione con un soggetto disturbato e bipolare, mettendo in luce il fatto che questo “essere” potrebbe appartenerci più di quanto pensiamo ed additiamo al di fuori di noi stessi. (altro…)

Poesie da IO NO (Ex-io) di Valeria Raimondi e nota di lettura di Alberto Mori

IO NO (Ex-io), Valeria Raimondi, ThaumaEdizioni, 2011

Alcune poesie :

5
Maledizione
mi porto dai primi vagiti
da una bambola rotta
da quel latte versato
Io calpestata – fiorita – spogliata
doppia quadrupla
in frammenti
infiniti
divisa
per essere Una e Intera

14
Emigrare da me
da questo corpo in esilio
da questi letti stranieri
da queste mani inutili.
Emigrare da sé
da questi frastuoni
da questi sudditi
di re imbecilli.

24
Mi ammalo
per il gusto della convalescenza
mi ammalo sotto anestesia
Mi sgravo così dal dolore
Prendo il largo da te
a grandi bracciate
Ammaestro i cavalli
che salgono e scendono
nel ritmo impazzito
Infine scendo dalla tua giostra

—–

3
Le posso guardare,
leggère, salutari, pulite
foglie ben disposte
accuratamente asciugate.
Le prendo una ad una
in punta di forchetta:
sono Verde-Speranza,
di un pallido niente
coreografia perfetta.

—–

11
Razze di vuoti a perdere
Contenitori del nulla
di scorie – di cibi avariati
Non son della vostra pasta, sacchi pieni di cibo e di merda

18
Anche il corpo si allontana
cessa i desideri, è un altare una messa nera un [sacrificio ancestrale.
Voi avete un sogno.
Io no.
Mi vorreste far sognare il vostro sogno
ma il mio è differente,
non ha termini di paragone.
Il mio brutto sogno somiglia
agli incubi delle veglie e io
continuo a sognare da sola.

Nota di lettura

Talvolta l’oltranza deve essere  più forte  per  resistere oltre il lecito.Tutto ciò è stato compreso attraverso le loro esistenze da coloro che come Jim Morrison cercavano “Break on through to the other side” e si rifletta subito sulla traduzione di questo inciso dove il verbo “to break”, tolto l’infinitivo “to”, si regge sulla particella fraseologica “on” che lo pone in movimento .E’ dunque una rottura transitiva  ed in transizione del e nel movimento. In sintesi estrema  quanto il poeta e cantante dei Doors ha cercato con la sua esistenza. Andare dall’altra parte della vita attraversandola con il suo spostamento. La sua diversità.

Valeria  Raimondi  in  Io  No (Ex-io)  lega la particella “ex” ad una anteriorità cercata nel pronome, io simmetrico ,anche se minuscolo, a quello che immediatamente nega subito d’acchito. In questa fuga  antecedente vanno questi versi imprecati e resi non nati:” E fingo eludo  sorvolo” , quasi che la poetessa barricadera e rivoluzionata insceni anche il cedimento per poi rimanere con “le mani alzate perché scenda il cielo”. Arresa ed attesa alla vita perchè la raggiunga.

Quando poi si compie, come in questa plaquette, spoliazione autochirurgica dell’identità, restano  i referti da  lanciare  verso il lettore, attraverso anatemi organizzati in frammenti.In ogni caso queste poesie, al di là dell’evidente scelta d’urto comunicativo, hanno certamente avuto una lunga  gestazione. Lo si avverte soprattutto quando la negazione mette in gioco il corporeo e la sua organicità:allora si sazia una mistica ancora più resistente. Così mentre S.Teresa d’Avila nella traslazione del suo io corporeo entrava in “unio mystica” copulante con Gesù Cristo, Valeria Raimondi, pur restando all’interno di una anoressia laica,mostra con intensità le sue pulsioni nella carne della parola ed anche quando l’alterità viene fagocitata ,la poetessa sa restare “nella virtù monca
nello spazio di un vuoto”. Resiste ed assume il suo essere.

Io No  (Ex-io)  risveglia, pur nella sua convergenza con il presente ostile, antiche memorie post  punk ,tra  le quali il “Placebo effect” di Siouxie Sioux and the Banshees, nel vorticato dei neon violacei, sembra il più attinente, soprattutto nella sezione dei sogni, dove il dark dell’atmosfera nauseata viene qua e là interrotto da colori cangianti “osceni”,nell’accezione di “fuori scena”: il luogo di osservazione onirica ove si spinge la poetessa nella regolamentazione plasmatile dei suoi deliri di poesia.

Io No (Ex-io) non vuole dichiaratamente detenere neppure il diritto di piacere al lettore ed è attraversato da una forma di ascesi sotterranea.  Riscatto esistenziale che diviene alla  fine un patto delle viscere dell’anima dove leggere un augurio. Un segno per tutti
noi. Convocati e presenti a questo parto felicemente doloroso.

Gennaio  2012                                                      Alberto Mori

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l’idea, l’immagine, la parola: Agostino Bonalumi – da te ascolto tornare le cose, Book Editore 2001 (post di Natàlia Castaldi)

Agostino Bonalumi

L’autore della silloge che oggi vi propongo è Agostino Bonalumi, figura tra le più significative per la pittura contemporanea del secondo Novecento, noto soprattutto, ma non solo, per il rigore della ricerca della luce che opera attraverso l’estroflessione e l’introflessione di elementi nella tela posta in tensione (sì da esaltare e scolpire la modulazione geometrica del colore in tutte le sue possibili espressioni d’ombra e luce); rigore che – dicevo – sembra imporre all’artista l’impossibilità, o per meglio dire la volontà, di non tradurre descrittivamente l’idea in immagine, operando ed infliggendo altresì una precisione chirurgica, direi quasi “fredda”, alle coltellate con cui definisce lo spaziotempo nelle sue tele.

In questo libro, al contrario, ci troviamo dinanzi un Bonalumi poeta che si stempera nella parola e in essa trova la chiave espressiva necessaria a smussare il rigore della ricerca, che qui si scompone e ricompone nella fusione surreale di immagini oniriche – di una visionarietà oserei dire magrittiana – che via via si alternano musicalmente alla scansione narrativa degli istanti del quotidiano e del consequenziale rapporto causa-effetto, che questi operano sull’aspetto più intimo ed emotivo dell’essere uomo.

Trascrivo qui di seguito una selezione di testi per me significativi. Buona lettura.

nc

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da te ascolto tornare le cose - Agostino Bonalumi

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Agostino Bonalumi

da te ascolto tornare le cose

 

Book Editore

fuoricollana, 18

dicembre 2001

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mi sorprendo

mi sorprendo che mi stringo
al mio ristagno
come la mano al morso
che la inchioda

 

*

era un gioco innocente

era un gioco innocente
mettere alle stelle
i colletti bianchi
offerti dal sambuco
e un crescere di vero
se intanto
con la mia ombra
altro già non fosse
a trafficare di suo

 

*

non eri tu

il giallo che mi figuravo
salire le scale
muore
nei passi che non salgono
dalla finestra.

alta sulla piazza grigia
avevo visto scendere
la diagonale
sopra due gambe viola
un ombrello giallo

 

*

tramonto

ormai da tempo osservo
la memoria
avvitarsi riportando
i giorni nei giorni.

osservo
che mette radici di morbida criniera
il passato
e nell’anima si preparano stanze alla nostalgia
ché la mente si volge
e stanchezza nel corpo fa prove
di lungo sonno

 

*

incertezza

essere ha un profilo di perdita
e la coniugazione al presente
che cade
tra le mani del tempo
mi trattiene irresponsabile
di un pensiero
che nemmeno nasce.

… in bilico sulla luce
di una porta che un attimo ha tagliato
il nero dell’ora
sorgendo segni dalla voglia di pioggia
nell’aria

 

*

taciuto

la voce che non ha detto
le parole che restano
la ragione che ripiega il profilo
un incavo che si scava
il tempo che scorre fisso
la notte dei sonni tranquilli
che mette labbra
di silenzio malato

 

*

importa che i conti tornino

oltre l’ultima moneta
non c’è chi pesi un resto
già che del resto anche
si dissangua il sospetto.

importa che i conti tornino.

e poiché la disputa del sillabo
si mantiene ambigua
al circolo dei santi
nessuno osserverà un arresto di bandiere
pendere da corde d’afasia
quando premura sarebbe
di un miserere

 

*

pausa

la pioggia che bagna la strada
rasenta di essere solo un’idea
plausibile
in fondo all’odore di chiuso
parallela all’esitare del tarlo
che frammenta
sull’altro profilo dell’ascolto
e sottostante
nel poco di luce della stanza
la pausa che trasale
di assenza-presenza

 

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Agostino Bonalumi nasce a Vimercate il 10 luglio 1935, tra il 2000 e il 2010 ha pubblicato sei libri di poesia:

scherzo io (Colophon, 2000);
da te ascolto tornare le cose (con un pensiero di Concetto Pozzati, Book Editore, 2001);
Difficile cogliersi (Edizioni Il Bulino, 2002);
Giusto provarci (Colophon, 2006);
è stato un nulla (Book Editore, 2008);
Difficile esserci (con un’introduzione di Leonardo Conti, Vanillaedizioni, 2010).

Barbara Coacci – Nessuna Nuova

Nessuna Nuova
Barbara Coacci

Collana Calliope
La camera verde, Roma, 2009

Dumtaxat rerum magnarum parva potest res
exemplare dare et vestigia notitiai.

(Lucrezio, De rerum natura II, 123-124)


Qualcuno la definirebbe una poesia delle piccole cose. Viene in mente la dinamica del moto browniano, quel “moto misterioso dei corpuscoli” che si agitano – senza ragione e direzione – come il pulviscolo atmosferico illuminato da un raggio di luce, “un galleggiamento” di atomi a cui non è accordato alcun riposo. Atomi. Perché la realtà, se esiste davvero e non svanisce quando smettiamo di crederci, è fatta degli stessi, pochissimi, atomi che si rimescolano e si combinano nei modi più aleatori. Come in Democrito, l’atomo è il fondamento metafisico della realtà e insieme è scarto di lavorazione, un “frammento da decifrare”, polvere di cantiere. Proprio quella dei lavori in corso, del cantiere, è un’immagine ricorrente, è la città (quel “suburbano famigliare” eppure inaccessibile) che cresce “come un tumore le metastasi” e, a un tempo, è metafora di un viaggio interiore (“l’ultimo scavo già ci contamina”). (altro…)