NOBEL

I poeti della domenica #53: Wisława Szymborska, L’acrobata (Akrobata)

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L’acrobata

Da trapezio a
a trapezio, nel silenzio dopo
dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso
attraverso l’aria stupefatta, più veloce del
del peso del suo corpo che di nuovo
di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.

Solo. O anche meno che solo,
meno, perché imperfetto, perché manca di
manca di ali, gli mancano molto,
una mancanza che lo costringe
a voli imbarazzati su una attenzione
senza piume ormai soltanto nuda.

Con faticosa leggerezza,
con paziente agilità,
con calcolata ispirazione. Vedi
come si acquatta per il volo? Sai
come congiura dalla testa ai piedi
contro quello che è? Lo sai, lo vedi

con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e
per agguantare il mondo dondolante
protende le braccia di nuovo generate?

Belle più di ogni cosa proprio in questo
proprio in questo momento, del resto già passato.

[trad. di Pietro Marchesani]

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Akrobata

Z trapezu na
trapez, w ciszy po
po nagle zmilkłym werblu, przez
przez zaskoczone powietrze, szybszy niż
niż ciężar ciała, które znów
znów nie zdążyło spaść.

Sam. Albo jeszcze mniej niż sam,
mniej, bo ułomny, bo mu brak
brak skrzydeł, brak mu bardzo,
brak, który go zmusza
do wstydliwych przefrunięć na nieupierzonej
już tylko nagiej uwadze.

Mozolnie lekko,
z cierpliwą zwinnością,
w wyrachowanym natchnieniu. Czy widzisz
jak on się czai do lotu, czy wiesz
jak on spiskuje od głowy do stóp
przeciw takiemu jakim jest, czy wiesz, czy widzisz

jak chytrze się przez dawny kształt przewleka i
żeby pochwycić w garść rozkołysany świat
nowo zrodzone z siebie wyciąga ramiona –

piękniejsze ponad wszystko w jednej tej
w tej jednej, która zresztą już minęła, chwili.

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Wislawa Szymborskada Uno spasso (Sto pociech), 1967,
ora in Wisława Szymborska, Opere,
a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi, 2008

 

Gabriel García Márquez (1927 – 2014) – una nuova solitudine

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Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. (Cent’anni di solitudine – incipit)

Monica Pareschi – Mi ricordo Doris

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    Mi ricordo Doris

“No need to be afraid” mi ha detto senza sorridere quando le ho confessato, al nostro primo incontro tanti anni fa a Torino, che l’idea di non sapere cosa dire a un pezzo di storia letteraria del Novecento mi faceva paura. Dodici anni fa: sono una traduttrice sconosciuta a cui è capitata la grande fortuna di tradurre l’ultimo bellissimo, lunghissimo libro di quella che molti considerano la più grande scrittrice inglese vivente. Ma naturalmente Doris è più di una scrittrice: è un monumento. È una figura pesante, un’effigie incisa nella mente di un paio di generazioni di vecchie ragazze: per quelle che ragazze lo sono davvero, una figura che appartiene irrimediabilmente al passato. La faccia larga dagli occhi piccoli e ravvicinati, senza benevolenza. La grande testa scolpita piantata sul collo breve, qualcosa di spietato nel profilo da imperatore romano. La crocchia da nonnina buona, incongrua. Tratti netti che tutti conoscono, già grafici: la pettinatura da contadina di Doris come il mento di Virginia Woolf, il naso di Anna Achmatova, le sopracciglia di Frida Kahlo, il sorriso ubriaco di Janis Joplin. Doris però è ancora viva.

L’editor mi telefona la mattina, mentre sono in treno, dicendomi di raggiungerla all’Hotel Meridien, al Lingotto, dove Doris ha dormito la sera prima e dove ci sarà un breve incontro con la stampa e i fotografi prima dell’evento al Salone: Così la conosci. Dovrei essere in primo luogo grata, invece che terrorizzata, perché è raro che in questi casi gli editor delle case editrici si ricordino dei traduttori. Ma questa è una signora gentile, ed è un omaggio quello che mi fa, un gesto elegante e per niente scontato che dà un valore a quei giorni di fatica lenta e molto fisica passati a filtrare il flusso potente delle parole di Doris, un fiume che scorre impetuoso nel mezzo di  un secolo, trasportando i detriti  di un’epoca e delle sue ideologie.

Sulla spianata del Lingotto c’è il solito viavai di studenti e scolaresche vocianti che l’attraversano in questi giorni, un caldo quasi afoso e sicuramente eccessivo per maggio, e le file dei visitatori non professionali che attendono alle casse. La vedo appena entrata, sulla sinistra nell’atrio, un po’ insaccata nel divano beige, le ginocchia divaricate come tengono a volte le donne passata una certa età, quando si possono permettere l’indecenza di essere naturali. La stessa posa sgraziata che ha in una delle foto scattate il giorno del Nobel, qualche anno dopo, dove siede scarmigliata sui gradini davanti alla porta di casa, dopo essere entrata a posare le borse coi carciofi in cucina: una priorità da massaia prima di concedersi agli obiettivi e ai microfoni. Uno sberleffo alla solennità del momento. Che cosa è stato davvero importante per la sua scrittura, signora Lessing? L’acquisto di una lavatrice.

Dunque lei sta lì, nella luce forte che entra dalle vetrate, un po’ insaccata e coi piedi che a malapena toccano terra, e quando si alzerà mi stupirò di quanto è piccola accanto a me, che pure lo sono. Quella grande testa imperiale però compensa tutto, e anzi è proprio la sproporzione a sancirne la maestà. Seduta accanto all’editor gentile e circondata dalle belle ragazze dell’ufficio stampa che si affannano sussurranti a porgerle un bicchiere d’acqua o a portarle del tè, si offre tollerante ai giornalisti, senza un sorriso, con frasi brevi: formale. Il Nobel accolto senza emozione, stupore, ammiccamenti, quel Christ un po’ sarcastico: Alla fine vi siete decisi. Non è di quei grandi che scendono al livello degli umani per ingraziarseli. Un’amica giornalista che l’ha intervistata a casa sua, a Londra, l’ha definita senza giri di parole una stronza. E mi ha raccontato dell’assurda casa di Hampstead, con l’odore di urina di gatto così forte da dare la nausea, il disordine pazzesco, il figlio psicotico che vive con lei, i divani sfondati. Cosa dire a quella donna un po’ stanca che mostra con tutto il suo corpo di essere lì perché deve, non per il piacere né per la gloria ma per contratto? Scarto ogni proposito adulatorio, ogni tentativo di blandizie.  Poi le interviste finiscono e parte un piccolo corteo diretto al padiglione dove si terrà l’incontro. In testa Doris e l’editor, una donna altissima e un po’ segaligna che cammina leggermente curva, come se volesse proteggerla, e alle loro spalle l’ufficio stampa con me in coda, mentalmente aggrappata alla ragazza più giovane e spaesata del gruppo. Appena entriamo al Lingotto ci raggiunge l’editore, premuroso, trafelato, e anche lui si curva automaticamente verso Doris ma si blocca prima di sfiorarla. Doris è vecchia, palesemente vecchia, ma non ha bisogno di protezione. E infine sono sola con lei, seduta accanto a lei nella platea deserta. Entrambe ci guardiamo i piedi. Ho quarantacinque anni meno di Doris, non proprio una donna giovane ma abbastanza da vivere come una ragazza, abbastanza da non avere ancora figli e pensare che forse potrò averne in futuro, da lasciare mio marito e da avere un amante se voglio, da scrivere di notte e mangiare quando mi pare, da amare la mia solitudine: perché quarantacinque, cinquanta, sessant’anni prima, da qualche parte nel mondo certe donne hanno cominciato a vivere così, e adesso è normale, o almeno lo è per una donna occidentale, adulta, istruita. Sessant’anni prima questa donna vecchissima al mio fianco, occidentale, adulta, istruita, che abitava nell’estrema provincia dell’impero, nella provincia più rozza dell’impero, ha abbandonato suo marito e suo figlio, è diventata comunista, si è risposata, ha avuto altri figli, ha abbandonato anche questo marito e questi figli, ha abbandonato l’estrema rozza provincia dell’impero per vivere al suo centro e diventare Doris Lessing, ha abbandonato il comunismo, ha abbandonato e svillaneggiato le ideologie, ha scritto l’epica di tutto questo. E adesso è qui, antichissima e granitica, vicino a me, una duttile, incerta, cedevole nipote. A lei è toccato di vivere un tempo in cui le donne non hanno avuto altra scelta se non indurirsi, e indurirsi sempre di più, con dolore e contro la propria indole, i propri figli, se stesse anche. Questo dolore immenso, epocale, questo divorzio forzato dai propri sentimenti, da tutto ciò che è amoroso e materno, dal femminile in sé, è il dolore necessario, storico, che bisognava attraversare prima di conoscere il dolore nuovo, la fatica del tenere insieme ogni cosa, i figli, la dolcezza, la libertà, la scrittura. Potrei parlare di tutto questo con Doris. Invece sbircio le sue scarpe, grosse, nere, con la punta arrotondata e il cinturino rosso e sottile, a fiocco, scarpe fiabesche e improbabili per un’ultraottantenne. Mi piacciono, le sue scarpe. Glielo dico, e per un po’ parliamo di fiabe e di scarpe e di gatti. L’ultimo che si è accasato nel backyard  di Hampstead è un maschio selvatico e inavvicinabile, reso ostile da una vita precedente di violenze e di stenti.

Non sono stata troppo a disagio in quella mezz’ora da sola con Doris. Credo non le sia dispiaciuto non parlare di comunismo, femminismo, guerra fredda, dittatori africani, della morte che certo aspettava senza ricamarci troppo su: un puro accidente fisiologico, alla sua età. Quando siamo andate in bagno ci siamo tenute la borsetta a vicenda, e poi Doris sventolava le mani bagnate davanti ai lavandini, e io ero un po’ imbarazzata perché i bagni al Salone sono sempre un disastro. A lei però quel genere di disastri minori non doveva impressionare granché. Era figlia di expatriates, inglesi induriti da una vita nelle colonie, gente pratica, essenziale, con la pelle cotta dal sole: gente che conosceva la fatica, la sporcizia, la polvere, il coraggio fisico. Era piccola, più piccola di me che già lo sono, con una grande testa regale, e bellissime, profondissime rughe. Sapeva chiaramente quanto valeva, e non faceva niente per nasconderlo. Non era simpatica, e non fingeva di esserlo. Non ricordo di averla mai vista sorridere. Era già nella Storia, dura come una pietra, e non credo che avesse paura.

© Monica Pareschi

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Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor per diverse case editrici. Una sua raccolta di racconti è in uscita a gennaio 2014 per Péquod.

Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012)

Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012)

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Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

 

(traduzione di Pietro Marchesani)

Solo 1500 N. 18 : Poesia e Canzone


 

 

 

SOLO 1500 N. 18 : POESIA E CANZONE 

 

 

 

 

Di tanto in tanto, mai scomparendo del tutto, restando sempre un po’ in agguato, salta fuori il dibattito: Poesia e Canzone. Ovvero se la canzone d’autore, possa essere in qualche maniera definita: Poesia. Quest’anno la discussione si è riaperta in occasione dell’assegnazione, avvenuta pochi giorni fa, del Nobel per la letteratura, che è andato al poeta svedese Tomas Tranströmer. I favoriti della vigilia (oltre al vincitore) erano: il cantautore folk Bob Dylan, il solito Philiph Roth e altri, soprattutto narratori. Le fazioni venutesi a scontrare nei giorni successivi alla premiazione sono state due, chi pro Tranströmer, chi pro Dylan. Nessuno, naturalmente, ha messo in discussione il valore immenso del musicista. La vera questione, posta da molti intellettuali, e che io sottoscrivo, sta in una differenza che non è così marginale. Il poeta ha a disposizione un foglio e una penna, la sua capacità di osservare e le parole. Il suo talento sta nel trovare un’armonia scegliendo o rinunciando ad alcune di queste. Il cantautore pur eccelso nella costruzione di un testo, avrà sempre dalla sua la musica. Per spiegarlo meglio viene in soccorso proprio un cantautore, De Gregori (dvd Left and Right) che alla domanda, se le canzoni d’autore potessero essere accostate alle poesie, rispose più o meno così: “Si tratta di un’invasione di campo non richiesta da parte della poesia, la canzone ha il vantaggio della musica e l’artista la fortuna (se vuole) di poterla cambiare ogni sera”. Conosco meglio le canzoni di Dylan che le poesie di Tranströmer, ma sono felice che abbia vinto un poeta.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Link ai tre numeri precendenti:  n. 17  n. 16 n. 15