No Direction Home

Sì, il Nobel a Dylan

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Da Poesia e rock, di Pier Vittorio Tondelli (anni 1987-89):
«Il bisogno di poesia, bisogno assoluto e struggente… è stato soddisfatto da intere generazioni mandando a memoria parole e strofe di canzoni: ballate pop, testi psichedelici, neofuturisti, intimisti, sentimentali, onirici, politici, ironici, demenziali… Mentre la poesia colta rimaneva territorio di interpretazione, esegesi…
Poesie e canzoni, dunque. Un aspetto non sufficientemente preso in considerazione dai critici ufficiali e dai letterati di professione: la consapevolezza, insomma, che il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni.
(…) l’immagine del poeta romantico… sopravvive, incandescente, ormai solo nell’universo rock. I poeti ufficiali si nascondono dietro le loro scrivanie e i loro libri. Mescolano e affinano parole e rime. Si applaudono fra loro e si complimentano, premiandosi a vicenda per le venti copie vendute. Hai la sensazione che oltre la capacità combinatoria, oltre la perfezione formale non esista un’anima. Nei poeti rock, più o meno maledetti che siano, questa anima è eccentricamente viva e pulsante».
A Bob Dylan oggi, a Stoccolma, è stato conferito formalmente il Nobel. Il Premio Nobel per la Letteratura, non per la Poesia (?). Il che non è differenza da poco, specialmente per quanto questo possa significare, e significa molto, nell’orizzonte Nordamericano. D’altronde la motivazione per l’assegnazione è stata: «per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana». Appunto. Basterebbe, tra l’altro, vedere o rivedere con attenzione No Direction Home di Martin Scorsese (2005), per capire questo, e tante altre cose.
Sul fatto che non sia andato di persona a ritirare il Premio, per una volta forse è lecito dire: “chissenefrega”. Anzi, c’è proprio da pensare che abbia fatto bene. Ha fatto bene cioè a lasciare che altri (molti, tanti, troppi) ne parlassero, discutessero: lì ad arrovellarsi, ad accanirsi su cos’è e cosa non è, rilasciando o togliendo patenti, snobbando (loro sì) un Dylan Premio Nobel. Ed è stato il modo, oltretutto, di lasciare nel dubbio la stessa Accademia, che eppure il premio gliel’ha assegnato (come dire: avete fatto bene, o no? Una certa indifferenza d’altronde è spesso la risposta più interessante. Senz’altro la più intrigante).
Poi era prevedibile, questo suo gesto di non andare, di non esserci. Di maschere (“persone”) Dylan ne ha indossate moltissime negli anni, sfuggendo immediatamente a qualsiasi etichetta fosse pronta ad essergli appiccicata addosso. Non si lascia prendere, ancor oggi, non si lascia definire, ecco. Credo occorra semplicemente farsene una ragione. Tutto qui. Si ascolti anche solo, a questo proposito, It Ain’t Me, Babe, o anche, pur con sfumature diverse, Visions of Johanna (canzone da cui si evince peraltro che stiamo parlando più di un narratore visionario che di un poeta. Come, ancora solo per esempio scusate, in tutto l’album Blood on the Tracks, 1975).
Prevedibile, quindi, come prevedibile che prima o poi arrivasse questo premio perché non è un mese che se ne parla, sono vent’anni (la prima candidatura è del 1996).
E non è questione di umiltà. Anzi, sì, è una questione di umiltà: Dylan risponde soltanto alla propria coscienza e a Dio («The Commander in Chief», he said… ). Ha altri impegni, benissimo: può permetterselo. Poteva allora (1965) dire e fare quel che voleva (scherzando così: «A poem is a naked person… some people say that I am a poet» – lui ventiquattrenne, al tempo di Bringing It All Back Home); può permetterselo soprattutto adesso, di essere o non essere, qualcosa o qualcuno, dall’alto dell’enormità che è, che è diventato.
Tutto questo accade, per fortuna. Checché ne dicano i poeti. I cosiddetti, o tanto peggio i sedicenti tali.

Cristiano Poletti