NN editore

Sarah Manguso, Andanza

Sarah Manguso, Andanza
traduzione di Gioia Guerzoni
illustrazioni di Marco Petrella
NN editore, 2017; € 15,00

 

E poi penso che non ho bisogno di scrivere nient’altro, mai più. Non è svanito nulla, non del tutto. Tutto quello che è successo ha lasciato una piccola ferita.

Sarah Manguso mi aveva già conquistato con Il Salto, libro che, come questo, aveva tanto a che fare con la memoria, con il dolore, con lo scegliere tra trattenere e lasciare andare. La scelta tra cosa o chi trattenere e cosa o chi lasciare andare. Scelte che Manguso compiva e compie attraverso l’uso magico e ipnotico che fa delle parole. Scelte che si compiono scartando ciò che non suona e realizzando il ritmo. Un ritmo che incanta. Il Salto era memoir e romanzo, Andanza è lo scioglimento in parole nuove di un diario tenuto per tutta la vita e in un certo senso ne realizza un altro, che non è solo un passaggio da pubblico a privato, ma uno più importante, ovvero quello che va dalla memoria scritta al suo riutilizzo. Che va dalla domanda “perché” alla risposta “per questi motivi”. Il libro è un susseguirsi di piccole prose, di una, due, cinque, dieci righe; alcune seguono le precedenti, altre completano un pensiero di qualche pagina più indietro, tutte ci parlano del tempo, che è la nostra vera ossessione. Forse l’unica cosa che sul serio ci riguardi.

Avevo ancora bisogno di annotare il momento presente prima di poter entrare in quello successivo, ma volevo anche capire come abitare il tempo senza inciampare in un difetto del carattere.

Manguso ci fa capire subito una cosa, che la scelta di tenere un diario, scelta che compie fin da bambina, prima ancora di aver a che fare con la memoria, ha a che fare con il reale accadimento delle cose. Se a fine giornata non avesse scritto quello che le era capitato avrebbe avuto la sensazione che le cose non fossero state. Un regalo non sarebbe davvero arrivato, un bacio non ci sarebbe stato, una domenica non ci sarebbe stato davvero il sole. Manguso capisce da subito che un diario non potrà contenere tutte le cose che capitano in una giornata, le cose debordano, non ci stanno, non si fermano, e così non si ferma il tempo. In un bel passaggio manifesta il desiderio dell’esistenza di giornate cuscinetto. Ore in aggiunta al tempo reale, ore nelle quali non sarebbe dovuto accadere nulla, se non la rielaborazione dell’accaduto e la calma per la preparazione al giorno reale a venire. Allo stesso tempo ci racconta della volta che ha rifiutato un viaggio in macchina perché doveva scrivere il diario:

Non era successo niente, ma avevo comunque bisogno di quattro ore per scriverlo sul mio quaderno.

Diario che negli anni è stato scoperto, è stato modificato, è stato editato. L’autrice racconta di aver eliminato tutto il 1996. Diario che nel tempo è cambiato. C’è stata l’infanzia, l’adolescenza, il college, c’è stato e c’è un matrimonio e c’è stata la nascita di un figlio. Nel diario quest’ultimo rappresenta il più grande cambiamento, Manguso scrive che si rende conto che, pur non volendo, gran parte del diario da un certo punto in poi riguarda suo figlio. E cos’è un figlio, mi domando, se non un altro modo per reinventare il tempo? Per allungarlo e riempirlo di altre cose? Andanza dunque, il figlio è la memoria nuova.

Il diario di Manguso noi non lo leggeremo, il perché lo spiega l’autrice nella postfazione; il lettore attento lo comprende da subito. Intanto Andanza è un libro che muove i suoi passi partendo da un diario di una vita, ma non è quel diario, è una scrittrice che racconta (e si racconta) l’esigenza di far memoria, di tener conto, di comprendere, di spiegare. Forse la scrittura del diario è stata il tentativo di dare un senso alle cose, ma poi quel senso arriva per altre strade, nella trasformazione delle cose stesse: in un dolore che passa o che muta, in un amore nuovo, negli anni che si aggiungono, alle ore che si sottraggono per sommarsi ad altre. Il diario si scompone qui dentro e trova in una specie di ballo, anche a noi che leggiamo pare a tratti di oscillare, la spiegazione. Il diario non è un “salva con nome” ma “salva con modo”, e quello che resta è quel modo, perché è il modo in cui Sarah Manguso esiste e sceglie. A noi resta il suo modo di scrivere che è avvolgente, che sa disorientare e allo stesso tempo non lasciarti andare.

Quando penso a come è cominciato questo diario, lo ricordo come qualcosa che mi preoccupava.

Come sempre nei libri editi da NN editore troviamo la nota del traduttore. Gioia Guerzoni (che aveva tradotto anche il libro precedente) spiega che ha avuto voglia di scappare quando ha cominciato a tradurre, per paura delle riflessioni sullo scorrere del tempo, di tutto ciò che si conserva. Quello che si tiene può far paura per certi versi ma affascina.

Io penso che, in qualche maniera, si trattenga anche quello che si butta via. Sarah Manguso quando ha eliminato il 1996 dal diario, l’ha eliminato solo dal diario, quei mesi – anche le cose scritte – sono rimaste da qualche parte, alcune hanno ballato per noi in questo libro.

 

© Gianni Montieri

 

Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

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Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

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Sarah Manguso, Il salto

Sarah Manguso, Il salto, trad di Gioia Guerzoni, NN editore, 2017; € 16,00, ebook € 7,99

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Ci sono molti modi di raccontare il dolore, tutti quanti sono personali; è molto probabile che si tratti di racconto parziale, di qualcosa che non riesca né a contenere né a dire tutto. Il dolore è un fatto privato, personale, ed è – per necessità e forza di cose – un racconto limitato. Il dolore poi non è né quello che mostriamo agli altri, né quello che gli altri credono di comprendere dai nostri comportamenti. Il dolore è un’altra cosa.

Il dolore, e malinconia, e nostalgia, può essere certo dell’assenza se parliamo della perdita definitiva di una persona cara, della morte così come accade ne Il salto di Sarah Manguso; oppure può essere rimozione, se si può far finta che non ci sia. Eppure il dolore c’è, va e viene, si nasconde dove vogliamo ma torna quando non ce lo aspettiamo. Possiamo sopportarlo ma non possiamo batterlo.

Se Harris, il protagonista della storia fosse partito invece di saltare sul binario della metropolitana all’arrivo del treno? Partito, così come ha fatto Sarah, la sua più cara amica, che se ne è stata per un anno all’estero. Anno in cui, dopo aver condiviso tutto, non si sono sentiti, cosa sarebbe accaduto? Harris, però, quel salto l’ha fatto e proprio nelle ore in cui Sarah rientrava a New York.

Il dolore che porto con me ora, e che a volte si attenua senza preavviso, non è il suo. Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.

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Una frase lunga un libro #85: Brian Turner, La mia vita è un paese straniero

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Una frase lunga un libro #85: Brian Turner, La mia vita è un paese straniero, traduzione di Guido Calza, NN editore 2016, € 18,00, ebook € 8,99

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Era come abitare in una bomba inesplosa.

Mi sono spesso domandato quali fossero le ragioni di un soldato, non potendo domandarmi le ragioni di qualunque guerra. Le ragioni di un soldato dei nostri tempi, uno che abbia combattuto nella ex-Jugoslavia, in Iraq e in Afghanistan, per capirci. Se mi fermo a pensare, ad esempio, ai soldati americani, immagino (ma in realtà registro le cose che ci hanno sempre raccontato) che si arruolino per due motivi; per il famoso “Volevo servire il mio paese”, e poi perché nelle piccole cittadine del Vermont, del Montana, della Virginia, dell’Ohio dove c’è poco lavoro e, soprattutto, niente altro da poter fare, le scelte per spostarsi o fare qualcosa sono veramente poche. Questo ci ha detto la storia, questo ci dicono il cinema e la letteratura. Se fosse tutto qui sarebbe ancora poco, qualcosa in più di incredibile e terribile ci racconta il poeta e soldato Brian Turner in La mia vita è un paese straniero (splendida la traduzione di Guido Calza). Ci sono due momenti in questo romanzo a frammenti, a strappi, che indicano qualcosa delle ragioni di Turner e forse di molti altri.

Il primo momento è indelebile, qualcosa alla quale non si può smettere di pensare. La scena vede Turner quattordicenne e suo padre (militare, così come suo nonno) intenti a costruire una bomba al Napalm, dietro casa, in California, negli USA. Questa è la formazione di Turner. La bellezza di questa scena assurda sta nel fatto che leggendola non percepiamo nulla di orrendo, ma solo comunanza e comunicazione tra genitore e figlio. Il Napalm è una tradizione di famiglia che viene passata, ci ho letto la stessa naturalezza di quando mio padre in un cortile mi insegnò il tiro all’ungherese. La bravura di Turner rende perfettamente la meraviglia di un momento terribile. L’altro momento è quello in cui Turner si arruola, per sfuggire a qualcosa o per ritrovarsi, o per continuare quella tradizione alla quale non può sottrarsi:

Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché a un certo punto della vita dell’eroe, l’eroe deve dire Giuro.

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America, (trad. di Roberto Serrai), NN editore, 2016; € 17,00, ebook € 7,99

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«Hanno parecchia roba?» domandò.
«Non mi è sembrato».
«Bene» disse mio padre. «Allora forse sono gente come noi».

 

È quasi sempre una faccenda di spazio. Spazio da liberare, spazio da trovare, spazio da occupare. Spazio non concesso, spazio salvavita. Spazio negato. È la ricerca costante di uno spazio vitale o la sua assenza che, tra le altre cose, spinge – da sempre – milioni di uomini e donne a spostarsi verso altri luoghi, non per forza migliori ma necessari. La ricerca dello spazio in cui stare (dentro il quale esistere/resistere) è sopravvivenza, è la costruzione di una possibilità. Lo spazio, in poesia, consente il respiro. Chi si sposta da un luogo all’altro, che scappi da una guerra o da morte per fame, cerca lo spazio in cui allargare il proprio respiro. Respirare cercando il futuro, respirare per mettersi il passato alle spalle, o almeno provarci. Tempo fa, nel Canale di Sicilia, tra i corpi di migranti morti furono rinvenuti quello di una madre e una figlia abbracciate. Loro l’avevano annullato lo spazio, quando non c’era più respiro e più niente, per stringersi e morire insieme. Anche noi l’America di Cristina Henriquez è costruito sulla ricerca di questo spazio, della sua collocazione nel tempo e, soprattutto, su come la scelta di allontanarsi dalla propria terra rappresenti l’applicazione della concretezza al sogno, l’apertura al possibile, alla vita.

Siamo negli Stati Uniti, nel Delaware, ma prima siamo stati a Panama, in Messico, in Guatemala. Siamo statti i tutti i posti che stanno un po’ più sotto di quella frontiera. Laggiù dove qualcuno ha promesso di costruire un muro, promessa che, per fortuna, non manterrà. Alma è una madre, Maribel è una figlia, e poi c’è un padre: Arturo. Un giorno partono dal Messico, dove non stavano malissimo economicamente, stavano meglio di molti altri. Si spostano perché Maribel ha subito un incidente, il suo cervello funziona in modo strano. Ha bisogno di assistenza medica e di una scuola particolare. Maribel e i suoi partono per il Delaware in cerca di aiuto.

Alma sarà la meravigliosa voce narrante di questo romanzo, che è bellissimo e commovente, e che insegna. La sua voce sarà alternata al racconto di altri immigrati che condividono, prima ancora che il sogno, lo spazio in cui vivere. Stanno tutti insieme in un condominio. Fatto di piccoli appartamenti, di riscaldamenti da utilizzare col contagocce perché i soldi non bastano. I vicini di casa della famiglia Rivera (questo è il cognome), come José, come Neila, come Gustavo, raccontano la loro storia tra speranze, fallimenti e nostaglia. Alma racconterà la sua storia, il suo amore per Arturo e per la bellissima figlia. Racconterà le difficoltà dovute alla lingua: che andranno dalle cose più semplici come dover comprare del cibo al supermercato o indovinare la fermata dell’autobus in cui scendere; a quelle più complicate come compilare un modulo per la scuola della figlia o parlare al telefono per farsi capire. Racconterà di Maribel che è bellissima, racconterà del proprio senso di colpa, della paura. Eppure Alma pare avere, così la si percepisce, una grande serenità, che non vuol dire che sia serena, perché soffre, ma vuol dire che porta con sé una specie di luce, che ti fa venir voglia di lottare con lei, e di darle una mano. Cristina Henriquez con Alma ha creato un grande personaggio, se Alma parla tu vuoi ascoltarla, se potessi le telefoneresti.

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SettembreSingrossa – Mini Festival alla Libreria Marco Polo

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Giovedì 8 settembre:  Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, con Ginevra Lamberti,

Venerdì 9 settembre:  Kurt Vonnegut e Ivan Chermayeff, Sole luna stella, con Paolo Canton, Giovanna Zoboli e Monica Pareschi

Sabato 10 settembre: Valerio Mattioli, Superonda, con Enrico Bettinello

Lunedì 12 settembre: David James Poissant, Il paradiso degli animali, con Gioia Guerzoni e Gianluigi Bodi

Martedì 13 settembre: Paco Ignazio Taibo II, La bicicletta di Leonardo, con Susanna Regazzoni e Lorenzo Ribaldi

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per maggiori informazioni sul Festival, qui: SettembreSingrossa

Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano

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Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano, NN editore, 2016, traduzione di Gioia Guerzoni, € 17,00, ebook € 7,99

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Qualche volta cercavo di indovinare quali delle sue storie fossero vere e quali no, però di solito mi sbagliavo. Avevo scoperto che perfino mio padre sapeva del mollusco esplosivo, ma diventava più vago sull’ombrello avvelenato. «Mia moglie, Mata Hari» diceva soltanto.

Chi scrive è Grace, chi narra è Grace, una vivace, intelligente, curiosa bambina. Grace figlia di due genitori particolari. Un padre capace di passare giorni e giorni per costruirle una casa di bambole con le luci che si accendono davvero, un uomo di scienza ma anche di fantasia. Una madre meravigliosa, a suo modo, che le insegna a parlare in una lingua inventata, che le fa vivere tutto come se fosse un gioco o un’avventura. Anna, questo è il nome della donna. Una madre vulcano, un padre paziente, almeno apparentemente. Anna e la sua passione per gli uccelli, Anna che inventa per Grace un calendario magico, Anna che le reinventa le pareti della stanza. Anna che la spinge all’invenzione, Anna che le spiega il mondo a modo suo, e sono tanti mondi. Grace vive la realtà col passo di una favola, perché quello è il passo di sua madre. Per Anna nulla può resistere alla fantasia, nulla è solo quel che sembra, nulla deve restare sempre come è. Anna deciderà (e imporrà questa decisione al marito) che Grace deve studiare a casa, le insegnerà a modo suo. Sembrerà tutto meraviglioso, ma non potrà esserlo del tutto. Tra la meraviglia e il dramma passa una linea molto sottile. Grace scoprirà presto la sua vulnerabilità e la paura della perdita, avrà a che fare suo malgrado con le debolezze dei suoi genitori, arriverà presto a dover fare scelte che non dovrebbero competere ai bambini.

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Su Trilogia della pianura di Kent Haruf

cover-3Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua  a leggere QUI]

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Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere QUI]

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Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori. [continua a leggere QUI]

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© Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo (Terza parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori.

Siamo a Holt in Colorado. Chi ha letto Benedizione e Canto della Pianura sa che Holt non esiste, ma anche che uno dei posti più vivi con cui si possa avere a che fare. Qui si muovono e si incrociano le vite dei personaggi  che ho elencato più sopra insieme ad altri. Succedono piccole cose durante le giornate. Gli allevatori portano le bestie al pascolo, i ragazzini vanno a scuola e studiano e litigano, nei bar si conversa e ci si ubriaca. Fa freddo, molto freddo, là in Colorado, tra pianura e montagna, tra stelle più luminose e ghiaccio, tra puzza di vacche e tenerezza. Benedizione era la perfezione, era la vita di un uomo che andava a finire, ed era quella vita che scoprivamo a poco a poco attraverso le ultime carezze di chi lo aveva amato. Canto della pianura era il destino di più persone, era la comunità che si faceva più presente e più forte, che si stringeva in un enorme abbraccio e che quando serviva faceva la cosa giusta. Crepuscolo è, secondo me, il mondo, quel mondo che pian piano Haruf  (in Benedizione) decise di asciugare fino a ridurlo a una casa  e a una stanza, a un uomo che sarebbe morto da lì a poco, e il mondo cos’è? È Holt, naturalmente, ma tra le case e la Main Street, tra la statale e la fattoria dei McPheron, passa altro oltre alla tenerezza, compassione, gratitudine che avevamo visto passare seduti dietro a una finestra. Una finestra del tutto simile a quella dietro la quale è seduto Haruf, che da lì guarda passare e fa incrociare le vite di tutti. Da Holt passerà anche la cattiveria, passeranno Luther e Betty con le loro difficoltà, le loro debolezze, la loro incapacità di fare qualsiasi cosa, dal fare la spesa al proteggere i figli. Luther e Betty per i quali proveremo una pena infinita e quella compassione tanto cara a Carver. A Holt tornerà la morte, inattesa e inevitabile. Soffierà forte il vento dell’assenza, quel vuoto che fa risuonare le assi del pavimento quando ci si cammina sopra. Quel vuoto lo avvertiranno in tanti. Ma Holt è Holt e Haruf è uno scrittore grandioso, che con una prosa bellissima, fluida e compatta, evocativa come solo certi silenzi sanno fare, ci porta ancora una volta nel punto più profondo dei sentimenti umani.

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#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Antonella Cilento, La madonna dei mandarini (Presentazione a Milano)

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Giovedì 17 marzo alle ore 18,30 presentazione del libro “La Madonna dei mandarini” di Antonella Cilento, NN editore, con l’autrice interviene Gianni Montieri

Libreria: Il Mio Libro,  Via Sannio 18, Milano

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La recensione al Libro di Giannii Montieri

Davide Longo, Maestro Utrecht

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Davide Longo, Maestro Utrecht, NN editore, 2016, € 13,00, pag. 160

di Martina Mantovan

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Maestro Utrecht non è il personaggio di questo romanzo: egli appare e scompare nel suo essere multiforme in quanto persona; è l’individualità sfaccettata e cangiante a seconda di quale aspetto della vita del singolo si decida di illuminare. Maestro Utrecht è Stefano M***, l’italiano morto sotto un ponte a Utrecht; ma non solo, o meglio anche, Sergio, amato da Eleonora. È l’insegnante della città di provincia che parla coi cani, ammalia i bambini e conosce gli alberi; il discendente del conte Annibale M*** della Mirandola, tra i rappresentanti firmatari della pace di Utrecht del 1713.

Davide Longo procede nella narrazione alternando due piani temporali: la sua ricerca è il tentativo di dipanare la matassa del mistero che cela l’individuo. Non si tratta dell’individuo eccezionale, dell’uomo comune che assurge a tòpos letterario: è nel pulviscolo, nelle briciole distrattamente disseminate nel racconto che si abbozza il ritratto dell’uomo in questione, di un uomo che si fa questione nel suo essere insofferente alla determinazione. È uno schizzo fugace e opaco, fuori fuoco come il senso ultimo di una vita perennemente ai margini; nel porsi al di sopra e al di sotto della linea continua delle esistenze normalizzate sta il particolare che dona alla vicenda una valenza simbolica

Con questo bagaglio meno che essenziale, simile a quello con cui Maestro Utrecht dovette mettersi per strada, ci apprestiamo dunque a indagare il mistero dei suoi ultimi dieci anni di vita; pronti ad acuire lo sguardo nelle zone d’ombra così come a fare schermo agli occhi in quei rari momenti di luce abbagliante, sufficienti tuttavia a far risplendere un’esistenza che, per queste e altre ragioni, non ci si può astenere dal definire straordinaria.

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