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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

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Una storia sulla fiducia. Mad Season, Above

di Raffaele Calvanese

 

Consigliare un disco a cui si tiene è un gesto intimo e coraggioso, richiede fiducia, speranza che quell’input venga recepito dalla persona giusta.

 La fiducia è una cosa importante, è ciò che permette di fare un passo oltre il proprio universo conosciuto. Questa è una storia di fiducia. In realtà sono tante storie diverse sulla fiducia tutte dentro un disco solo: Above, dei Mad Season.

Ci sono stati anni in cui la fiducia poteva giocarti brutti scherzi, era forse anche il bello di quei periodi. Potevi credere ad esempio che Billy Corgan c’entrasse davvero qualcosa con il telefilm Super Vicky, perché magari te lo aveva detto un amico che aveva un cugino in America e che gli passava notizie di prima mano. Quel genere di notizie che prima di Internet erano vere fino a prova contraria, restavano vere anche contro ogni scetticismo, perché oh, in fondo ci si fidava di chi te lo aveva detto.

I Mad Season devono la loro stessa, breve ed effimera, esistenza ad un grandissimo atto di fiducia. Kurt Cobain l’aveva invece persa quella fiducia. Era un anno quel 1994 in cui non capivo granché di quello che stava succedendo, sapevo di certo che per eleggere uno come Silvio Berlusconi di fiducia nel prossimo in Italia ce ne sarebbe voluta davvero molta. Molti dei gruppi della scena di Seattle, quelli che avevano dato fuoco alla scintilla del grunge, erano in una grossa fase di stallo. I Nirvana crollati dopo la morte di Cobain, i Pearl Jam e gli Alice in Chains vivevano perennemente sull’orlo del baratro. Dall’unione di queste fragilità nacquero appunto i Mad Season, composti da alcuni esponenti dei maggiori gruppi dell’intero movimento: Layne Staley, Mike McCready, Barrett Martin, ai quali si aggiunge il bassista John Baker Sounders.

Io ad esempio in quegli anni credevo a un sacco di fesserie, vedi quella su Billy Corgan, e ascoltavo la musica che passava la radio. Conoscevo poche cose e le sapevo male su quello che era l’immaginario del rock, molti nomi che poi mi sarebbero diventati familiari col tempo, mi passavano davanti e sembravano sempre troppo lontani, rarefatti, sconosciuti. Gli stessi anni in cui a un certo punto capisci che ti mancano le parole. Ti mancano le parole per capire, le parole per descrivere, per descriverti. Quello è il vuoto che spesso riempie la musica. Non esiste una musica più giusta di un’altra per riempire questo vuoto, per questo motivo a volte occorre la fiducia.

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Cobain: Montage of Heck. Recensione

Montage_of_Heck_poster

Abbiamo ascoltato quella musica in ogni dove e centinaia di volte, l’abbiamo fatta nostra quando ancora non sapevamo cosa ci stesse comunicando. Ci siamo adeguati a quello stile: la camicia di flanella, il capello lucido, i jeans strappati, un po’ larghi sul cavallo e sulla gamba; se non alla lettera, abbiamo almeno pensato di farlo. Siamo finiti dentro la stereotipia del grunge ben dopo il suo approdo, fino ai tardi anni Duemila (e oggi), imparando a memoria di cosa si trattasse come già quelli nati negli anni Settanta e nel decennio precedente: il rumore era tutto, una chitarra elettrica doveva farci esplodere la testa ma era soprattutto una voce – urlata, spasimata, minima – a dirci chi eravamo, a spiegarci cosa volevamo. Kurt Cobain avrebbe odiato tutto questo nostro sentire plurimo. A ricordarcelo è Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen, docufilm sulla figura del leader dei Nirvana prodotto dalla figlia Frances Bean e, in questi giorni, distribuito nelle sale italiane dopo il successo al Sundance Film Festival 2015 e l’accoglienza entusiastica da parte della critica internazionale. Si tratta della prima pellicola ufficiale e autorizzata che intreccia filmati in Super 8, racconti famigliari (dai genitori alla sorella, dalla prima ragazza, Tracy, a Krist Novoselic fino a Courtney Love), parti di filmati originali sulla band in tour, alcune interviste e live (elettrici, spinti alla massima potenza), ma anche rotocalchi, repertori e articoli di giornale assieme a immagini video e registrazioni audio private, utilizzate nelle ricostruzioni di alcuni momenti della vita di Cobain non famoso con la tecnica ben riuscita dell’animazione rotoscope. Il racconto si snoda a ritmo di punk-rock con due linee guida principali che danno spazio al protagonista: la voce di Cobain che parla e legge, in una sovrapposizione temporale continua di verità tra il Kurt bambino iperattivo e il Kurt adolescente e ragazzo, solo e incompreso; poi ci sono i Diari (pubblicati da Mondadori nel 2002) e i testi. Non un flusso di coscienza, non trascrizioni dell’inconscio: tutto ciò che ci ha lasciato in forma di testimonianza scritta è la necessità di essere umanamente capito e accettato, desiderio catartico che si rivelava quando suonava più che in ogni altro modo, e non necessariamente dal vivo. Lui avrebbe potuto dirci «Soffro dunque sono» ma anche «Soffro perché vivo». Lui, non noi.
Kurt non voleva essere simbolo di una o più generazioni, e lo intendiamo da sempre: il prezzo del successo ha scacciato la sua identità fino a livellarla. Non era John Lennon: lo stimolo artistico di Cobain non è mai stato un “atto politico”, soltanto vitale; l’abbiamo reso politico per estensione di un paradigma, per una coincidenza di aspettative, per una nostra lettura, perché come dice Anais Nin «Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo». Quello di Kurt Cobain era un bisogno personale e soltanto suo di placare una mancata accettazione subita sin da bambino, e che serpeggia in tutto il documento di Morgen. Non sono celate l’inadeguatezza, la mediocrità e nemmeno la frustrazione che conseguiva all’umiliazione (parola chiave) con cui Kurt perennemente si misurava, sentimento che, in psicologia, proviene da un “sentirsi dipendenti dal potere degli altri”. Umiliazione da parte del padre ma anche da parte della carta stampata che seguiva con frenesia le sorti dei Nirvana, e da parte dei giornalisti che accusavano lui e la Love di essere genitori inadatti con un passato (e un presente) da tossici. Emblematici i nomi delle loro band [me lo fa notare Giorgio Finamore, mio compagno di visione, n.d.r.]: ossimorici e opposti, “Nirvana” (estasi e innalzamento verso un status superiore; nel buddismo condizione di salvezza, perfetta pace e serenità) e “Hole” (buco, cavità, sprofondamento verso il basso) paiono predire un destino.
Entriamo in sala conoscendo già la fine. Perché, allora, vedere un nuovo documentario su questa storia? Cosa non abbiamo avuto il coraggio di chiederle ancora? Possiamo individuare almeno due temi: quello della dipendenza – dall’eroina, dal giudizio altrui, ma anche dalla creatività e dalla musica – e quello della sensibilità – nel rapporto con la figlia e con la compagna, ma anche con i compagni del gruppo –; entrambi, ci restituiscono il lato umano di Kurt, troppo spesso sostituito a quello all’artistico. L’uomo-Cobain è ciò che più dovevamo (volevamo?) vedere, materiale vivente e resistente. Ce n’è sicuramente un terzo, poi: è quello che ci fa pensare Cobain come a un uomo – appunto – non in grado di tenere a bada la sete di realtà, incapace di trovare un limite al reale. Una realtà, la sua, anonima e trasformatasi in straordinaria, particolare e diventata universale, sempre attraverso i nostri occhi, le nostre parole, gli occhi dei media e le parole dei media. Siamo noi spettatori a dover fare due passi indietro, a doverci sottrarre per un attimo a quella non dichiarazione di intenti, a quel massacro che Cobain ha patito, per riabilitarlo in un altro modo ed empatizzare (finalmente) con la vicenda umana cui stiamo assistendo. Per tutta la durata del film – se ci riusciamo – proviamo a non riconoscerci ma a restare in ascolto, ad assistere, smettiamo di trasfigurarlo fino a quando sullo schermo si staglia lui stesso mentre canta All Apologies dall’Unplugged del 1993 per MTV. Dopo la proiezione vorremo avere soltanto nostalgia della sua voce e della sua musica: e ce l’abbiamo.

© Alessandra Trevisan

Reloaded – riproposte natalizie #8 – KURT COBAIN, PER QUEL CHE NE SO (A VENT’ANNI DALLA MORTE)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni ottanta (Bonus track)

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Nello scorso settembre abbiamo pubblicato a puntate il romanzo breve di Roberto Saporito: Mi ricordo gli anni ottanta. Qui le quattro puntate #1 #2 #3 #4 . Pubblichiamo oggi “Bonus track”. Gli anni ottanta non sono mai finiti, a quanto pare, buona lettura.

 

***

Mi ricordo il mio primo walkman… Mi ricordo che tutte le mattine nel tragitto, breve, tra casa e scuola, per buona parte dell’anno scolastico 1981, mi ha accompagnato la cassetta dei Joy Division “Closer”… Un’autentica ossessione…

 

Mi ricordo i (miei) migliori dischi del 1980:

 

Killing Joke “Killing Joke”

Pink Military “Do Animals Believe in God”

Dead Kennedys “Fresh Fruit for Rotting Vegetables”

The Feelies “Crazy Rhythms”

John Foxx “Metamatic”

The Cramps “Songs The Lord Taught Us”

Ultravox “Vienna”

Joy Division “Closer”

Gaznevada “Sick Soundtrack”

Krisma “Cathode Mamma”

Talking Heads “Remain In Light”

Tuxedomoon “Half-Mute”

The Cure “Seventeen Seconds”

Gary Numan “Telekon”

Gun Club “Fire Of Love”

Japan “Gentlemen Take Polaroids”

Bauhaus “In The Flat Field”

X “Los Angeles”

The Sound “Jeopardy”

Young Marble Giants “Colossal Youth”

Elvis Costello “Get Happy!!

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Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

Kurt Cobain On 'MTV Unplugged' - @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain On ‘MTV Unplugged’ – @Frank Micelotta/Getty Images)

Kurt Cobain, per quel che ne so (a vent’anni dalla morte)

«Per dire, non avevo neanche..non avevo neanche sentito nominare i Nirvana finché non è morto lui […] È roba assolutamente pazzesca. Ma incredibilmente carica di dolore. Cioè, se uno…insomma, hai presente tutto quello che stavo cercando di dire, in maniera goffa, un po’ a tentoni, sulla nostra generazione? Ecco, Cobain ha trovato..Cobain ha trovato dei modi incredibilmente potenti e disturbanti di dire la stessa cosa.»

David Foster Wallace

Una volta, per i vent’anni dall’uscita di Nevermind, ho scritto questa cosa (pubblicata sempre in Poetarum, nella vecchia rubrica: Solo 1500):

Di preciso, preciso, come sia esattamente andata non lo ricordo. Ma ricordo le abitudini che avevamo, le riviste musicali che leggevamo e il negozio di dischi (dietro il corso di Secondigliano) in cui passavamo molte ore. La scoperta di Nevermind e il relativo primo ascolto e le frasi che l’accompagnarono, del genere “uanem’” “cazz’” e “chist’ scassan’ malamente uagliù”, sono sicuramente legate a quelle abitudini lì. La giornata in cui ho scoperto Nevermind deve essere andata più o meno così: che io e il mio amico Giuliano si sia andati un sabato mattina nel negozio di cui sopra e il ragazzo (uno di quelli che la sapeva lunga in fatto di musica) abbia messo su l’album  facendo partire “Smells like teen spirit”: inchiodandoci. Oppure che sia saltato fuori in uno dei tanti pomeriggi di ascolto dischi collettivo a casa di qualche altro amico. L’arrivo di Nevermind fu travolgente e risvegliò qualcosa in chi, come me, aveva passato le ore sul rock anni ’70 e che salvava pochi album del decennio successivo. Quei tre suonavano eccome, ma erano anche qualcosa in più. Un mondo vivo che ci veniva catapultato addosso. Erano gli impossibili, dolorosi, testi di Kurt Cobain, erano quei maglioni di lana grossa che ancora invidio. Quell’album fu una sveglia. La musica da molto lontano veniva a stanarci, a trascinarci fuori dagli anni ’80 e chissà da che altro ancora. Disco Sound (così si chiamava il negozio) non c’è più. Lo stesso discorso vale per Kurt Cobain. Sono passati vent’anni e Nevermind è ancora qui e sembra uscito la settimana scorsa.

 

Questo sarebbe già molto, è già un ricordo prezioso, indelebile, importante. Ma Kurt Cobain, per quel che ne so, è stato qualcosa di più, qualcosa che c’entra molto con una cameretta a forma di elle. Nella parte lunga della elle, c’era lo stereo, di fronte allo stereo c’era un termosifone, la cui proprietà era della schiena di mia sorella. La camera, però, era la mia. Le canzoni dei Nirvana venivano suddivise da me e mia sorella in due gruppi: (a) soffriamo un po’ (b) sfreniamoci. (A) era soprattutto Something in the way, nella versione unplugged, poi a seguire quasi tutto il concerto di MTV, che resta per me uno dei migliori concerti unplugged mai ascoltati. La frase per mia sorella era: «Hey, soffriamo un po’?», convocata d’urgenza nella stanza a elle, Angela si dichiarava pronta alla sofferenza, schiena al calorifero, testa tra le ginocchia. Play. Something in the way che è la canzone che scrisse Cobain quando se ne andò di casa e visse per un po’ sotto a un ponte. La faccenda del ponte poi pare non sia vera, smentita sia da Kim, la sorella di Kurt, sia da Krist Novoselic. A quei tempi, in ogni caso, il perché l’avesse scritta importava poco, anche se pareva ben chiaro che Kurt non si sentiva proprio felice né in famiglia, né altrove. Quello che entrava in testa era quel “Something in the way mmmhhh” ripetuto come un mantra, accompagnato da quella musica cupa e struggente e da quella voce. Quella canzone mi ha segnato a tal punto che l’ho anche usata in un mio scritto, molto tempo dopo. La verità è che quella canzone e quasi tutte le altre scritte da Cobain, sono belle e intatte come se fossero state incise dieci minuti fa. (B) erano Smells like teen spirit e Lithium urlate e saltate da (e su) una povera poltrona beige, anche lei abbastanza grunge, sparita da tempo come i Nirvana, Cobain, quella casa e gli anni ’90.

Per quel che ne so pochi capi di abbigliamento mi hanno colpito così tanto come quei vecchi maglioni usati da Cobain, roba da rubarli in giro.

Per quel che ne so Kurt Cobain era ambidestro ma suonava con la sinistra, con le corde montate al contrario, per distinguersi.

Per quel che ne so la droga era il suo grosso problema. L’altro problema era la fama. Il più grave era la solitudine. Me lo immagino sempre solo, sempre, costantemente, solo. Con un’anima in grado di non sopportare quasi nulla e da quella fatica, da quel buio veniva fuori la luce delle sue canzoni.

Per quel che ne so tradurre i testi di Cobain non era una passeggiata.

Per quel che ne so io, in quegli anni, avrei voluto abitare dalle sue parti.

Per quel che ne so, per una serie di futili motivi che nemmeno ricordo, non li ho mai visti suonare dal vivo.

Per quel che ne so una volta a Secondigliano, nella 167, su un muro c’era scritta una frase di Cobain, tratta dal testo di Pennyroyal tea :

I’m so tired I can’t sleep
I’m a liar and a thief

Sullo stesso muro c’erano scritti il testo di una canzone neomelodica e “sbirro ricchione”. Non dallo stesso writer.

Per quel che ne so quando mi trasferii a Milano nel 1996, lasciai a mia sorella un bootleg dei Nirvana, che era un po’ come dire: «Vado via, ma ti voglio bene.»

Per quel che ne so era soprattutto nei pomeriggi. Spesso con la pioggia.

Per quel che ne so Kurt Cobain avrebbe meritato di vivere un po’ di più, non a suo avviso naturalmente.

Per quel che ne so, la musica
poteva essere qualunque cosa
e contavano tutti i pomeriggi
tutte le volte che “… Cause
they don’t have any feelings”
e tutti quanti i “Come as you
are, as you were, as I want you
to be” così come contano tutti
quanti gli ultimi vent’anni, i tuoi
maglioni, non aver deciso ancora
tra Eddie Vedder di Evanston e te.

***

© Gianni Montieri

 

Solo 1500 n. 14 – Nevermind

Solo 1500 N. 14  – Nevermind

Di preciso, preciso, come sia esattamente andata non lo ricordo. Ma ricordo le abitudini che avevamo, le riviste musicali che leggevamo e il negozio di dischi (dietro il corso di Secondigliano) in cui passavamo molte ore. La scoperta di Nevermind e il relativo primo ascolto e le frasi che l’accompagnarono, del genere “uanem’” “cazz’” e “chist’ scassan’ malamente uagliù”, sono sicuramente legate a quelle abitudini lì. La giornata in cui ho scoperto Nevermind deve essere andata più o meno così: che io e il mio amico Giuliano si sia andati un sabato mattina nel negozio di cui sopra e il ragazzo (uno di quelli che la sapeva lunga in fatto di musica) abbia messo su l’album  facendo partire “Smells like teen spirits”: inchiodandoci. Oppure che sia saltato fuori in uno dei tanti pomeriggi di ascolto dischi collettivo a casa di qualche altro amico. L’arrivo di Nevermind fu travolgente e risvegliò qualcosa in chi, come me, aveva passato le ore sul rock anni ’70 e che salvava pochi album del decennio successivo. Quei tre suonavano eccome, ma erano anche qualcosa in più. Un mondo vivo che ci veniva catapultato addosso. Erano gli impossibili, dolorosi, testi di Kurt Cobain, erano quei maglioni di lana grossa che ancora invidio. Quell’album fu una sveglia. La musica da molto lontano veniva a stanarci, a trascinarci fuori dagli anni ’80 e chissà da che altro ancora. Disco Sound (così si chiamava il negozio) non c’è più. Lo stesso discorso vale per Kurt Cobain. Sono passati vent’anni e Nevermind è ancora qui e sembra uscito la settimana scorsa.

@ Gianni Montieri

qui la bellissima “Something in the way”

qui i link ai tre precedenti numeri della rubrica

N. 13  N. 12  N. 11