Nino Aragno editore

Pietra lavica di Francesco Iannone (nota di Enzo Rega)

pietra lavica

Nella sua postfazione, Giovanna Rosadini colloca la poesia di Francesco Iannone (Pietra lavica, Nino Aragno Editore, Torino 2016, pp. 107, € 10,00), pur con una sua specificità, nella reazione euforica che dagli anni Settanta va a contrapporsi a una reazione disforica: la prima (Alda Merini, Patrizia Cavalli ecc.) si caratterizza per la propria emergenza emotiva scegliendo forme vicine alla lingua parlata.
Esempi del genere infatti non mancano in questo volume, come anche il richiamarsi a una sorta di grado zero della scrittura: «Devi fare/ voce piccola/ se vuoi davvero/ che il bambino/ impari/ a schioccare/ la prima sillaba dalle labbra» (p. 94). Il lemma “bambino” compare più volte, e proprio in questo testo – come in altri – la versificazione si articola in tre, due o addirittura una parola per linea, come a riprodurre lo stesso linguaggio olofrastico e telegrafico infantile. Il poeta si fa sempre all’origine del linguaggio: «Chi sono io?/ Il bambino balbuziente […]» (p. 84) si è chiesto poche pagine prima. Ma anche in questo caso la metafora del bambino alla scoperta del mondo si attaglia alla funzione del poeta che scopre-riscopre.
Questa ‘originarietà’ si riverbera anche nello spazio che la natura ha nel libro: «Tu impara dai pesci, impara/ dagli uccelli. Impara» (p. 87). (altro…)

Valentina Colonna, l’inesprimibile sguardo (di R. Canaletti)

(foto di R. Canaletti)

Nella Gymnopedie n. 1 di Satie, Aldo Ciccolini vede un vuoto irrecuperabile. Quello proprio delle note che si posano, quella cadenza docile delle cose che non dovrebbero essere dette e che invece, attraverso l’arte, riescono ad assumere una forma. La cadenza sospesa (2015) recupera Satie in qualche modo, da una certa angolatura si può notare come Valentina Colonna appunti dei passaggi, delle vere e proprie note, sulla pagina. Valentina Colonna non scrive e basta, compone.

[…] Il tempo non va
che dove non sono.

Bisogna pensare a qualcosa di estremamente delicato ma anche profondo, ponderato, lasciato a fiorire tra la neve, nella docile prestazione degli oggetti e degli uomini su questa terra. Perché la poesia di Valentina Colonna è fisica e raccoglie con sé la luce dell’andare e del tornare, del muoversi. “La cadenza sospesa” sembra quasi impercettibile. Eppure prende corpo nei versi e cerca qualcosa di puntuale e specifico: la gioia. Perché la solitudine, che colora l’intera raccolta, non esita un istante: la gioia. Presa in contrapposizione magari, nel cloisonnisme che specifica i profili.

Ora che sono tornata
sono vuote le strade.
È finito anche il mercato
qui alla Crocetta.

Il lampione rovescia accanto,
appisola, poi passeggia
i muri fischiando.

Un tram è appena passato
e appesa ha lasciato la scritta “affittasi”.

Un tram la vedeva ogni sera.
chissà chi era ieri.

Quel tram che «è appena passato« è una possibilità. Ma non il ridondante e retorico «i treni passano una sola volta nella vita». La possibilità è esistenziale, è prima di tutto proprio la possibilità in sé, non un semplice percorso. La scrittura di Valentina Colonna è costellata di queste aperture, seppur sintetiche, di aria. Un’aria misurata, quella del respiro. E solo quella! Non c’è orpello che regga nel versificare: c’è una scelta attenta e cauta, fatta di immagini brevissime, che coinvolgono tutto ciò che è sufficiente (appunto l’aria per un respiro). Oltre quello lo spazio bianco, il punto a ricordare una certa “cadenza”. Mario Luzi diceva: «L’eccesso di parole significa scarsità di parole». Valentina Colonna sa prendere quest’insegnamento e sa farlo suo, lasciando aperto un non detto («[…] In fondo sai/ che i miei silenzi da sempre/ arieggiano tra le foglie armoniche/ per la nostra casa sollevata»). (altro…)

Prova d’inchiostro e altri sonetti, Mariano Bàino (Nota di Enzo Rega)

Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

Alla poesia Bàino torna a quindici anni di distanza da Amarellimerick (Oèdipus, 2003), dopo un lungo silenzio editoriale ma non creativo, perché, a fasi alterne nel lungo arco di tempo, ha lavorato alle sezioni che compongono questo libro mentre andava pubblicando i libri in prosa. E vi torna con la forma chiusa del tradizionale sonetto, rivisitato alla sua maniera: la forma chiusa come “riparo” alla Caproni, mette in evidenza lo stesso Cortellessa. E Francesco Muzzioli, in una recensione-saggio (Bàino e il sonetto come “prova di sopravvivenza”, in “Malacoda”, n. 9, ottobre 2017), ritiene che questa scelta sia compiuta non solo per la «sazietà di un verso libero ormai ridotto a portata di blog e stremato da un uso comune della lirica come diario in versi, ma anche con la convinzione di voler saggiare la resistenza di modi fin troppo costituiti.» Bàino stesso nei “pensieri spettinati” (come li chiama) posti in Nota chiarisce che «a fronte dei vari boom della poesia come status symbol e autopromozione narcisistica» abbia «sempre sentito il bisogno della mediazione tecnica, della probità artigianale» (p. 84). Nel tempo che ha impiegato per decidersi a chiudere il libro, nota sempre l’autore, si sono attenuate le dispute su verso libero e neometricismo. E riprende l’osservazione di Montale secondo la quale è poco interessante la contrapposizione tra forme aperte e chiuse, perché non esiste poesia senza artificio. Possiamo notare che già nel 1975, all’uscita dell’antologia intitolata Il pubblico della poesia, curata dalla coppia Berardinelli-Cordelli, si imputava il basso livello di certa poesia di quei tempi in alcuni casi proprio all’abbandono delle forme consolidate dalla tradizione per seguire una «disorientante molteplicità di ispirazioni e linguaggi» (dalla quarta di copertina della nuova edizione ampliata: Castelvecchi, 2015). Quella che all’epoca appariva una liberazione da schemi consunti, a posteriori sembrerebbe rivelarsi – per qualcuno – come la matrice di futuri guasti nella direzione di un permissivismo formale appiattente. Da qui il bisogno del recupero di certe forme chiuse che, si badi bene, non è solo odierna. Bàino stesso cita un Fortini, per il quale l’inautentico (la forma) fonda l’autentico, o l’uso ironico della forma sonetto da parte di Sanguineti, o Raboni che è contemporaneamente per e contro il sonetto. E poi Ungaretti, Pasolini, Caproni con la «disperata tensione metrica.» E possiamo aggiungere la poesia ininterrotta di un Edoardo Cacciatore con le sue varie forme chiuse: ricordiamo proprio, come titolo, La puntura dell’assillo. Cinquanta e un sonetto (Società di poesia, 1986). (altro…)

I poeti della domenica #220: Mariasole Ariot, Ottavo giorno

Ottavo giorno

Nella chiara del giorno, la luce debole non ha nulla di invernale. Siamo bianchi
come non lo siamo mai stati, l’occhio che ferisce si compiace di vedere.

Affettami in questa gola perfetta, c’è un’eco che non diffonde. Perde fattezze
mentre ci concediamo il verticale, ma l’orizzonte si pianifica, per orizzonte
s’inganna. Non dire smettila è come dire ancora. Non dire ancora significa: smettila.

 

Fare allora della domanda un’apertura, scatola cinese senza fondo che sfonda il tintinnare
dell’umano: passare senza possedere, mutare i corpi in corpi, aprire un varco per la terra:
per un istante almeno farla finita con l’io. La risposta non è aderire: dove la catastrofe si
invera, un orfano recupera un nome: siamo orfani di terra e di elementi, di tempi e di fame,
piccoli granelli di polvere sganciati dal processo.

 

da © Mariasole Ariot, Anatomia della luce, Aragno, 2017

 

I poeti della domenica #150: Angelo Maria Ripellino, Apologo

Apologo

Signori, odora di trucco la vita!
Quando, attraverso fragili orizzonti,
mi spruzza d’improvviso sulle guance
la risata omerica del mare,
quando una rana scoppia nel pantano,
quando dagli astri sgorga sangue d’oro,
nell’aria annuso il trucco, la nebbia
perlacea della scena, la colla e il cartone.
Dietro le quinte incrostate di muffa,
come nel guercio cavallo di Troia
si nascondono turbe di parole,
bambole e le larve vocali che un giorno,
rinchiuse in globi di fiamma,
volarono dal grido degli attori.
I suoni, cuciti con fili di paglia,
con rossi legacci, con strisce fangose,
privi di parte, spogli di conflitto,
gelidi stanno tra le umide quinte,
pronti al Giudizio Finale.
Nei tempi del pretempo, oltre il diluvio,
dormivano i suoni in un letto di crine,
ma con pennelli e scatole di trucco
venne una rosa a destarli, giuliva,
seguìta da perfide trombe. Una rosa.

ignori.

da Non un giorno ma adesso [1960], ora in Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno Editore, 2006

#PietraLavica di Francesco Iannone

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Francesco Iannone, Pietra lavica, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

Resto indifferente a certe letture arzigogolate che di un libro riescono a dire niente nel tentativo di dissimulare il fatto di non avere compreso molto di ciò che si è letto. Ed è un bene, perché questo tipo di letture guastano irrimediabilmente il piacere della scoperta. Ma la poesia è poesia sempre e comunque, anche quando è espressione di un sentire distante dal mio, endemicamente distante.
Non resto perciò indifferente alla ‘parola’, la mia unica fede, e siccome non c’è credo che non si fondi sulla parola, perché gli è strettamente necessaria per giustificare la propria esistenza, ecco che alla fine l’unica divinità è la necessità dell’uomo di manifestare sé stesso attraverso ciò che di più potente ha, ossia la parola. Ed ecco allora che io ‘credo’ alla poesia di Francesco Iannone per le stesse ragioni per le quali ho creduto e credo ancora alla poesia-parola di Mario Luzi.
Non chiamo subito in causa Luzi – più di Bigongiari disturbato da altri – solo per riempire l’attacco farneticante di questa breve nota; richiamo Luzi perché la sua poesia è talmente presente tra le trame dei versi di Iannone da farmi pensare (e forse mi traggo in inganno da solo) che la lezione del fiorentino sia stata la strada necessaria per trovare il proprio ‘dire’, uno «stare/ nel gesto paziente/ della maturazione», un rispondere umilmente a una domanda venuta da lontano, un ‘dire ubbidiente’, rendendo così immediata definizione la breve poesia che apre Pietra lavica, l’ultima raccolta di Francesco Iannone. (altro…)

Una frase lunga un libro #76: Italo Testa, Tutto accade ovunque

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Una frase lunga un libro #76: Italo Testa, Tutto accade ovunque, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

*

guarda come è fatto un volto
e un volto
e uno sguardo

guarda come è fatto un volto
e un altro
e ancora uno sguardo

La prima sensazione è quella dello straniamento o del disorientamento. Questo si prova una volta chiuso Tutto accade ovunque, il recente libro di Italo Testa. Eppure si tratta di uno straniamento che conforta, si tratta di un confondersi buono; e succede anche se il libro decidiamo di leggerlo più volte, così come ho fatto io, non perché volessi avere una conferma delle sensazioni, ma perché il libro mi piaceva. Ci si stranisce perché questo è un libro che genera domande, che mostra la totalità delle cose, il loro riguardarci e il loro escluderci. E la cosa è una persona, e la cosa è un momento, e la cosa è un oggetto. Sono poesie figlie di gran pensiero, di vero pensiero ma anche di moltissima vena; perché le quattro sezioni (o stanze, se preferite; o capitoli, se volete), sono architettate in maniera diversa l’una dall’altra. Tutto muta dalla costruzione del verso, al suo suono, alla sua disposizione sul foglio; eppure tutto si fonde, tutto segue un unico filo che è sottilissimo cotone, che sa essere d’acciaio.

Mentre sistemo e integro e ricopio questa recensione mi imbatto in un bel pezzo su Perec, di Anna Stefi per Doppiozero, – quando scrivo è il 18 ottobre –, di quando “per tre giorni Georges Perec siede a un caffè di Place Saint-Sulpice. Elenca ogni dettaglio, annota quello che vi accade in maniera meticolosa”. Stefi si domanda con Perec, e noi con lei: “Lo sguardo non vede che quello che incontra. Ma cosa succede quando non accade niente?”. A me pare che Testa nel suo Tutto accade ovunque comprenda, e non marginalmente, anche ciò che non accade. Perché le cose accadono contemporaneamente, e quelle che accadono fuori accadono anche dentro, e se non accadono, come quando accadono, lo faranno ovunque e noi saremo testimoni, saremo padroni, osservatori, registri primari e secondari, saremo in quelle cose, saremo quelle cose. Essere tutto e niente, essere certi dell’importanza dell’insignificanza.

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Una frase lunga un libro #46: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda

marmo

Una frase lunga un libro #46: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda, Nino Aragno editore, 2015, € 8,00

*

Vedo luce e ombra. Nulla è più faticoso
che distinguere i fatti evidenti
dagli incerti.

Tuttavia non ammetto che
tu occhio mi inganni
neanche per un istante.

Rumore di tacchi,
l’agonia del neon.

Ogni volta che leggo una poesia di Giovanna Marmo penso a un palcoscenico. Il teatro è la prima cosa a cui penso. Non penso alla poeta napoletana su un palcoscenico, anche se lì Marmo ci sa stare benissimo, ma penso al suo modo di vedere e poi rappresentare le cose. Marmo pensa sempre a uno scambio, pensa a qualcosa prima e dopo lo schermo, a chi sta dietro il sipario, a chi sta davanti, a chi guarda. Ma chi guarda? Tutti guardano. Guarda il regista, guarda l’attore e guarda lo spettatore, ciascuno vede in base a ciò che conosce, alla propria capacità di abbandono, vede per conoscenza e per fantasia. Per Marmo si vede per sottrazione, si vede per immaginazione, e quindi si vede senza trucchi, con molti inganni da stanare. I fatti evidenti dagli incerti, ma anche i fatti dai non accadimenti. Marmo scrive del tangibile e di ciò che non si riesce a comprendere, nella doppia accezione capire/contenere. Giovanna Marmo scrive poesie e per noi che leggiamo questo è un bene. Leggiamo queste due brevi poesie dalla prima sezione del libro Al di là delle palbebre:

La mano 1

Quando la mano schiaccia
l’occhio da sotto

tutte le cose mi guardano.
Due volte.

*

La mano 2

La mano sinistra
diventa destra

e poi torna indietro
e diventa com’era.

La mia mano attraversa
più specchi.

 

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Sonia Gentili, “Viaggio mentre morivo”: cinque poesie e una nota di lettura

Viaggio mentre morivo

In una notte precisa di un imprecisato momento, il vasaio Butade decide di imprimere dell’argilla su un segno che sua figlia ha lasciato sul muro. La linea ricalca il profilo dell’amante di lei, addormentato prima della partenza: la ragazza, disperata per la separazione, aveva cercato almeno di fermarne i lineamenti che la luce di una lampada proiettava sulla parete. Suo padre, per pura inventiva o intenerito dalla sua tristezza, ha invece fatto di quel gesto di disperazione un’opera. Così nascono, in una notte precisa di un imprecisato momento, la pittura e la scultura; Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XXXV 15 e 151) riporta questo mito chiaramente: se dobbiamo a Butade l’invenzione tecnica, Butade deve la volontà del gesto a sua figlia. E così noi non dovremmo guardare, forse, a un vasaio che escogita una nuova maniera di distribuire l’argilla, ma a quel groviglio di disperazione e amore verso ciò che si sta perdendo che è il vero nodo emotivo del mito.
È a questo segno nel muro che penso quando leggo le poesie di Sonia Gentili: un atto che non è nostalgia né resistenza, ma violenta reazione a quel caso tanto obbligato quanto insopportabile che è il perdere.
Perdere è diventare, e il diventare si registra, ma senza volontà narrativa: Sonia Gentili ama la visione (sua vera cifra), non ha paura – in qualche modo, non ha pudore; notturni, risvegli, in cui si confondono minacce di addormentamenti e morti, ostinazioni a sopravvivere, maledizioni: La luce ha gridato stamattina: «Alzati, /guarda il torrente di rovina che io / porto nel mondo: in questo avrai il coraggio / di gettarti per vivere […]».
Chi percepisce porta con sé lo sterminato possibile, come fatica e non come celebrazione, perché ogni individuo fa i conti con il limite nell’esprimere e nel padroneggiare ciò che in qualche modo contiene:

Tutto il cielo mi dice tu sei sorta
dalla distanza morta che gli oceani
hanno lasciato andare
alla tempesta: dal vortice, da pezzi
di vite fortissime, ormai
estinte

la marcia dei mostri sterminati
dal ghiaccio mi ha dato vertebre,
frammenti di mandibole, pensieri
di forza, fame e procreazione
che oggi senza saperlo
sono miei

Allora l’occhio è aquilino, e alla salmodia si sostituisce il grido, tanto più sonoro perché posato. Ferme nella loro esattezza, le immagini si affiancano simili alla marcia dei mostri sterminati, per consegnare con le loro zampate l’esperienza che ciascuna singola voce può dare al mondo.

*

Macchina per musica

Non riconosco che misteri
chiusi nelle immagini: sirene
vuote che nuotano come sacchi in superficie
finché il buio per desiderio
di segreta evanescenza
le penetra di sensi e di parole. Così
le cose cantano la gloria che le affonda
internamente, la vittoria dell’indovinello
sulla cosa, il mondo come macchina
per musica

*

Amore

Non ti avrò per buon governo,
per misura, calcoli o virtù
militari. Dunque
non ti avrò. Ma
se

se per l’aperta
estatica tristezza
del mio corpo – così l’abbiamo
solo io e i neonati
che fissano
le prime ombre al sole – se
per la forza visionaria del mio
corpo profetico diventerai
un verbo al presente e, chissà
per quale fede negli avverbi, vorrai
esserlo sempre, sarò io
allora a chiedermi: lo sa? Conosce
le pance rosse
dei fiori, i denti d’oro e i tesori
nascosti dei cani? Capisce
la maledizione che il pesce
rivolge ai becchi dei gabbiani?
No! mi risponderanno angeli
e bestie in coro, non
capisce. E io, sa
Satana perché, crederò
invece
a te

*

Soprattutto spegnere

Soprattutto spegnere ogni voce, annegarla
nel presente come in un catino

starsene al sole, nella tristezza muta che è dio
con il suo male, frugare i suoi disordini passati
e le sue abitudini di oggi, fu un drogato
ed oggi governa gli angeli, domani diremo
governò gli angeli ed è ormai un cristallo
di tristezza

*

Serata in ghetto II (sogni di cani)

Sotto cieli turbati dal vento
come acque, i tavoli specchiano lune
e archi in rovina, il bianco scabro
della colonna mozza e il fianco
egizio del cameriere muto davanti all’estasi
dei cani che dormendo
offrono le costole
alla luna

tutta la remota guerra
dei cieli è nelle zampe dei cani che corrono
in sogno: il ringhio di esseri nemici, la lotta nell’erba
veloce e madida del giorno e poi il nero
del troppo sole o la stanchezza, la morte o il sonno su cui
sorge la luna, la colonna, il sacerdote muto che ha nome
cameriere

*

Khartago (profezia formula frammento)

…….ma tu sei malinconica,
regina

Cartagine regale tra le nubi, Cartagine
superba è grande gloria
………………..ma tu sei malinconica,
regina
il tuo essere superba di morte e di vittoria è triste
gloria

Cartagine eretta sugli scudi, ed il tuo sguardo
è il piombo e l’argento degli scudi

le armi del re morto alle tue labbra, e le tue labbra
sono nubi. Di queste hanno il destino: recedere
nei venti

Cartagine, il tuo regno da distruggere, accoglierà
un re naufrago, coi suoi; amare, per un naufrago, è
distruggere

I giorni di Giovanna Rosadini

Rosadini

 

Inizio, ritorno, ombra, sono le parole portanti dell’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, edito da Aragno nel 2014. L’insieme delle poesie è un impasto veramente denso, e il meglio di questo impasto è nel momento in cui sa farsi canto, così marcato per molti tratti, perfettamente udibile. Una poesia, quella di Rosadini, che prima della pagina, più ancora di essa, sembra costruirsi o pare destinata a essere letta a voce alta.
Tutto il libro permette che si avverta continuamente un’oscillazione tra fissità e movimento, tutta tesa fra poli antitetici, con l’avvicendarsi di un e di un no, affermazione e negazione che da sempre sono del resto le forze fautrici del nostro stesso impasto, del travaglio che ci disegna, uomini e donne di questa terra.
Il viaggio avviene attraverso le Parashot, le suddivisioni annuali della Torah, lette settimanalmente in pubblico durante lo Shabbat. Una traversata sapiente del Pentateuco, da Genesi a Deuteronomio, svolta per nodi essenziali. Tra le parole chiave, appunto, l’inizio, la possibilità sempre presente, a qualsiasi altezza della vita, di sperimentare una rinascita, che sia emotiva, spirituale, anche fisica. Di qui il ritorno, altro tema cardine, la riconnessione cioè con una sostanza originaria sorgiva… Lech Lechà, Abramo che segue l’esortazione divina abbandonando Ur, città in cui è ricco e potente, per mettersi in cammino verso una realtà che non conosce, in senso metaforico e psicologico. Vai a te stesso, dunque, è l’insegnamento: solo mettendoci a rischio possiamo trovare noi stessi. Ma l’insegnamento passa anche, necessariamente, attraverso Va-Ishlàch, la lotta di Giacobbe con l’angelo: solo combattendo, facendo i conti con la propria ombra (le proprie paure, i propri fantasmi) possiamo diventare realmente forti, solo conoscendole e metabolizzandole si possono superare le proprie debolezze. Ed è significativo che la benedizione impartita dall’angelo a Giacobbe, al momento del congedo, sia in forma di ferita: solo nella claudicazione che ne conseguirà Giacobbe potrà passare dall’io al noi, diventerà Israel.
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“Ho questa carne scomposta in molte vite.” Per Francesca Matteoni

di Cristina Babino

© Ashley Maselli  I knew who i was this morning but I've changed a few times since then, 2014.

© Ashley Maselli
I knew who i was this morning but I’ve changed a few times since then, 2014.

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.
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Emilio Isgrò: da “I funerali di Corrao”

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Emilio Isgrò, I funerali di Corrao, Nino Aragno editore, 2013

 

Sono venuto a chiudere questo occhio
Questo occhio che vide le rose, ma non l’assassino.
Quest’altro è semichiuso, non lo tocco.

 

Sono venuto a parlarti, amico mio,
delle rondini nere, non di Dio;
e come e perché e quando, e in quale luogo,

 

la grandine ti prese in faccia in un mattino
d’agosto, mentre ti svegliavi e c’era il fuoco
nell’aria, come nei versi arabi del tuo destino.

 

Destarsi all’alba non è colpa grave.
Destarsi per morire è imperdonabile.
E tu mi appari desto, senza lacrime,

 

eternamente chiacchierato e muto
come se niente fosse mai accaduto
di quello che sappiamo e che tu sai

 

mentre sale la bara col tuo cappello a falde
posato sul coperchio lucidato a mogano;
e preti e frati con la stola e con il saio

 

ti accompagnano tutti al suono del tamburo
per queste gradinate e queste scale al buio
faticose per me che non ti seguo nella morte.

 

Perché seguirti, poi, se posso vivere per te?
Perché morire se mi chiedi di restare?
Io resto qua per chiuderti almeno un occhio.

 

L’altro è mezzo aperto e non lo chiudo
perché tu veda questo figlio scuro
– scuro come uno di Gela o di Marsala –

 

venirti addosso con la lama bianca.

 

Sono venuto a chiudere l’altro occhio.
Non perché tu dorma, ma solo
per impedirti di vedere il mostro

 

e tu ti possa illudere, da morto,
come da vivo ti squassasti l’anima
per quella verità che non sapevi

 

e gli altri paventavano atterriti.
E ti tappo le orecchie e te le blocco
perché tu non ti irriti ai discorsi

 

di commiato, e a tutte queste chiacchiere
che fanno su di te per il rimorso
d’averti abbandonato al tuo destino.

 

Sei tu il vero Oreste che rifonda il vuoto.
Sei tu l’avventuroso cittadino
che dà la voce al niente per esistere.

 

Sei tu l’onesto Pericle dei pastori
che offre l’arte alle pecore e alla capre
perché essa non resti un privilegio

 

di borse e portafogli e penetri nei cuori.
Io ti lego le mani perché tu
non le faccia andare a casaccio nell’aria,

 

magari per la rabbia, e al sacrilegio
non si sommi la rendita e l’oltraggio.
Io ti serro la bocca perché oggi

 

il tuo silenzio pesa più del tuono.
E del resto lo sai amico buono,
mia titubanza storica, mia carità infinita.

 

Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria.
T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia.

 

Emilio Isgrò: biografia
Notizie su Ludovico Corrao