Nino Aragno editore

I poeti della domenica #220: Mariasole Ariot, Ottavo giorno

Ottavo giorno

Nella chiara del giorno, la luce debole non ha nulla di invernale. Siamo bianchi
come non lo siamo mai stati, l’occhio che ferisce si compiace di vedere.

Affettami in questa gola perfetta, c’è un’eco che non diffonde. Perde fattezze
mentre ci concediamo il verticale, ma l’orizzonte si pianifica, per orizzonte
s’inganna. Non dire smettila è come dire ancora. Non dire ancora significa: smettila.

 

Fare allora della domanda un’apertura, scatola cinese senza fondo che sfonda il tintinnare
dell’umano: passare senza possedere, mutare i corpi in corpi, aprire un varco per la terra:
per un istante almeno farla finita con l’io. La risposta non è aderire: dove la catastrofe si
invera, un orfano recupera un nome: siamo orfani di terra e di elementi, di tempi e di fame,
piccoli granelli di polvere sganciati dal processo.

 

da © Mariasole Ariot, Anatomia della luce, Aragno, 2017

 

I poeti della domenica #150: Angelo Maria Ripellino, Apologo

Apologo

Signori, odora di trucco la vita!
Quando, attraverso fragili orizzonti,
mi spruzza d’improvviso sulle guance
la risata omerica del mare,
quando una rana scoppia nel pantano,
quando dagli astri sgorga sangue d’oro,
nell’aria annuso il trucco, la nebbia
perlacea della scena, la colla e il cartone.
Dietro le quinte incrostate di muffa,
come nel guercio cavallo di Troia
si nascondono turbe di parole,
bambole e le larve vocali che un giorno,
rinchiuse in globi di fiamma,
volarono dal grido degli attori.
I suoni, cuciti con fili di paglia,
con rossi legacci, con strisce fangose,
privi di parte, spogli di conflitto,
gelidi stanno tra le umide quinte,
pronti al Giudizio Finale.
Nei tempi del pretempo, oltre il diluvio,
dormivano i suoni in un letto di crine,
ma con pennelli e scatole di trucco
venne una rosa a destarli, giuliva,
seguìta da perfide trombe. Una rosa.

ignori.

da Non un giorno ma adesso [1960], ora in Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno Editore, 2006

#PietraLavica di Francesco Iannone

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Francesco Iannone, Pietra lavica, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

Resto indifferente a certe letture arzigogolate che di un libro riescono a dire niente nel tentativo di dissimulare il fatto di non avere compreso molto di ciò che si è letto. Ed è un bene, perché questo tipo di letture guastano irrimediabilmente il piacere della scoperta. Ma la poesia è poesia sempre e comunque, anche quando è espressione di un sentire distante dal mio, endemicamente distante.
Non resto perciò indifferente alla ‘parola’, la mia unica fede, e siccome non c’è credo che non si fondi sulla parola, perché gli è strettamente necessaria per giustificare la propria esistenza, ecco che alla fine l’unica divinità è la necessità dell’uomo di manifestare sé stesso attraverso ciò che di più potente ha, ossia la parola. Ed ecco allora che io ‘credo’ alla poesia di Francesco Iannone per le stesse ragioni per le quali ho creduto e credo ancora alla poesia-parola di Mario Luzi.
Non chiamo subito in causa Luzi – più di Bigongiari disturbato da altri – solo per riempire l’attacco farneticante di questa breve nota; richiamo Luzi perché la sua poesia è talmente presente tra le trame dei versi di Iannone da farmi pensare (e forse mi traggo in inganno da solo) che la lezione del fiorentino sia stata la strada necessaria per trovare il proprio ‘dire’, uno «stare/ nel gesto paziente/ della maturazione», un rispondere umilmente a una domanda venuta da lontano, un ‘dire ubbidiente’, rendendo così immediata definizione la breve poesia che apre Pietra lavica, l’ultima raccolta di Francesco Iannone. (altro…)

Una frase lunga un libro #76: Italo Testa, Tutto accade ovunque

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Una frase lunga un libro #76: Italo Testa, Tutto accade ovunque, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

*

guarda come è fatto un volto
e un volto
e uno sguardo

guarda come è fatto un volto
e un altro
e ancora uno sguardo

La prima sensazione è quella dello straniamento o del disorientamento. Questo si prova una volta chiuso Tutto accade ovunque, il recente libro di Italo Testa. Eppure si tratta di uno straniamento che conforta, si tratta di un confondersi buono; e succede anche se il libro decidiamo di leggerlo più volte, così come ho fatto io, non perché volessi avere una conferma delle sensazioni, ma perché il libro mi piaceva. Ci si stranisce perché questo è un libro che genera domande, che mostra la totalità delle cose, il loro riguardarci e il loro escluderci. E la cosa è una persona, e la cosa è un momento, e la cosa è un oggetto. Sono poesie figlie di gran pensiero, di vero pensiero ma anche di moltissima vena; perché le quattro sezioni (o stanze, se preferite; o capitoli, se volete), sono architettate in maniera diversa l’una dall’altra. Tutto muta dalla costruzione del verso, al suo suono, alla sua disposizione sul foglio; eppure tutto si fonde, tutto segue un unico filo che è sottilissimo cotone, che sa essere d’acciaio.

Mentre sistemo e integro e ricopio questa recensione mi imbatto in un bel pezzo su Perec, di Anna Stefi per Doppiozero, – quando scrivo è il 18 ottobre –, di quando “per tre giorni Georges Perec siede a un caffè di Place Saint-Sulpice. Elenca ogni dettaglio, annota quello che vi accade in maniera meticolosa”. Stefi si domanda con Perec, e noi con lei: “Lo sguardo non vede che quello che incontra. Ma cosa succede quando non accade niente?”. A me pare che Testa nel suo Tutto accade ovunque comprenda, e non marginalmente, anche ciò che non accade. Perché le cose accadono contemporaneamente, e quelle che accadono fuori accadono anche dentro, e se non accadono, come quando accadono, lo faranno ovunque e noi saremo testimoni, saremo padroni, osservatori, registri primari e secondari, saremo in quelle cose, saremo quelle cose. Essere tutto e niente, essere certi dell’importanza dell’insignificanza.

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Una frase lunga un libro #46: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda

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Una frase lunga un libro #46: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda, Nino Aragno editore, 2015, € 8,00

*

Vedo luce e ombra. Nulla è più faticoso
che distinguere i fatti evidenti
dagli incerti.

Tuttavia non ammetto che
tu occhio mi inganni
neanche per un istante.

Rumore di tacchi,
l’agonia del neon.

Ogni volta che leggo una poesia di Giovanna Marmo penso a un palcoscenico. Il teatro è la prima cosa a cui penso. Non penso alla poeta napoletana su un palcoscenico, anche se lì Marmo ci sa stare benissimo, ma penso al suo modo di vedere e poi rappresentare le cose. Marmo pensa sempre a uno scambio, pensa a qualcosa prima e dopo lo schermo, a chi sta dietro il sipario, a chi sta davanti, a chi guarda. Ma chi guarda? Tutti guardano. Guarda il regista, guarda l’attore e guarda lo spettatore, ciascuno vede in base a ciò che conosce, alla propria capacità di abbandono, vede per conoscenza e per fantasia. Per Marmo si vede per sottrazione, si vede per immaginazione, e quindi si vede senza trucchi, con molti inganni da stanare. I fatti evidenti dagli incerti, ma anche i fatti dai non accadimenti. Marmo scrive del tangibile e di ciò che non si riesce a comprendere, nella doppia accezione capire/contenere. Giovanna Marmo scrive poesie e per noi che leggiamo questo è un bene. Leggiamo queste due brevi poesie dalla prima sezione del libro Al di là delle palbebre:

La mano 1

Quando la mano schiaccia
l’occhio da sotto

tutte le cose mi guardano.
Due volte.

*

La mano 2

La mano sinistra
diventa destra

e poi torna indietro
e diventa com’era.

La mia mano attraversa
più specchi.

 

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Sonia Gentili, “Viaggio mentre morivo”: cinque poesie e una nota di lettura

Viaggio mentre morivo

In una notte precisa di un imprecisato momento, il vasaio Butade decide di imprimere dell’argilla su un segno che sua figlia ha lasciato sul muro. La linea ricalca il profilo dell’amante di lei, addormentato prima della partenza: la ragazza, disperata per la separazione, aveva cercato almeno di fermarne i lineamenti che la luce di una lampada proiettava sulla parete. Suo padre, per pura inventiva o intenerito dalla sua tristezza, ha invece fatto di quel gesto di disperazione un’opera. Così nascono, in una notte precisa di un imprecisato momento, la pittura e la scultura; Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XXXV 15 e 151) riporta questo mito chiaramente: se dobbiamo a Butade l’invenzione tecnica, Butade deve la volontà del gesto a sua figlia. E così noi non dovremmo guardare, forse, a un vasaio che escogita una nuova maniera di distribuire l’argilla, ma a quel groviglio di disperazione e amore verso ciò che si sta perdendo che è il vero nodo emotivo del mito.
È a questo segno nel muro che penso quando leggo le poesie di Sonia Gentili: un atto che non è nostalgia né resistenza, ma violenta reazione a quel caso tanto obbligato quanto insopportabile che è il perdere.
Perdere è diventare, e il diventare si registra, ma senza volontà narrativa: Sonia Gentili ama la visione (sua vera cifra), non ha paura – in qualche modo, non ha pudore; notturni, risvegli, in cui si confondono minacce di addormentamenti e morti, ostinazioni a sopravvivere, maledizioni: La luce ha gridato stamattina: «Alzati, /guarda il torrente di rovina che io / porto nel mondo: in questo avrai il coraggio / di gettarti per vivere […]».
Chi percepisce porta con sé lo sterminato possibile, come fatica e non come celebrazione, perché ogni individuo fa i conti con il limite nell’esprimere e nel padroneggiare ciò che in qualche modo contiene:

Tutto il cielo mi dice tu sei sorta
dalla distanza morta che gli oceani
hanno lasciato andare
alla tempesta: dal vortice, da pezzi
di vite fortissime, ormai
estinte

la marcia dei mostri sterminati
dal ghiaccio mi ha dato vertebre,
frammenti di mandibole, pensieri
di forza, fame e procreazione
che oggi senza saperlo
sono miei

Allora l’occhio è aquilino, e alla salmodia si sostituisce il grido, tanto più sonoro perché posato. Ferme nella loro esattezza, le immagini si affiancano simili alla marcia dei mostri sterminati, per consegnare con le loro zampate l’esperienza che ciascuna singola voce può dare al mondo.

*

Macchina per musica

Non riconosco che misteri
chiusi nelle immagini: sirene
vuote che nuotano come sacchi in superficie
finché il buio per desiderio
di segreta evanescenza
le penetra di sensi e di parole. Così
le cose cantano la gloria che le affonda
internamente, la vittoria dell’indovinello
sulla cosa, il mondo come macchina
per musica

*

Amore

Non ti avrò per buon governo,
per misura, calcoli o virtù
militari. Dunque
non ti avrò. Ma
se

se per l’aperta
estatica tristezza
del mio corpo – così l’abbiamo
solo io e i neonati
che fissano
le prime ombre al sole – se
per la forza visionaria del mio
corpo profetico diventerai
un verbo al presente e, chissà
per quale fede negli avverbi, vorrai
esserlo sempre, sarò io
allora a chiedermi: lo sa? Conosce
le pance rosse
dei fiori, i denti d’oro e i tesori
nascosti dei cani? Capisce
la maledizione che il pesce
rivolge ai becchi dei gabbiani?
No! mi risponderanno angeli
e bestie in coro, non
capisce. E io, sa
Satana perché, crederò
invece
a te

*

Soprattutto spegnere

Soprattutto spegnere ogni voce, annegarla
nel presente come in un catino

starsene al sole, nella tristezza muta che è dio
con il suo male, frugare i suoi disordini passati
e le sue abitudini di oggi, fu un drogato
ed oggi governa gli angeli, domani diremo
governò gli angeli ed è ormai un cristallo
di tristezza

*

Serata in ghetto II (sogni di cani)

Sotto cieli turbati dal vento
come acque, i tavoli specchiano lune
e archi in rovina, il bianco scabro
della colonna mozza e il fianco
egizio del cameriere muto davanti all’estasi
dei cani che dormendo
offrono le costole
alla luna

tutta la remota guerra
dei cieli è nelle zampe dei cani che corrono
in sogno: il ringhio di esseri nemici, la lotta nell’erba
veloce e madida del giorno e poi il nero
del troppo sole o la stanchezza, la morte o il sonno su cui
sorge la luna, la colonna, il sacerdote muto che ha nome
cameriere

*

Khartago (profezia formula frammento)

…….ma tu sei malinconica,
regina

Cartagine regale tra le nubi, Cartagine
superba è grande gloria
………………..ma tu sei malinconica,
regina
il tuo essere superba di morte e di vittoria è triste
gloria

Cartagine eretta sugli scudi, ed il tuo sguardo
è il piombo e l’argento degli scudi

le armi del re morto alle tue labbra, e le tue labbra
sono nubi. Di queste hanno il destino: recedere
nei venti

Cartagine, il tuo regno da distruggere, accoglierà
un re naufrago, coi suoi; amare, per un naufrago, è
distruggere

I giorni di Giovanna Rosadini

Rosadini

 

Inizio, ritorno, ombra, sono le parole portanti dell’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, edito da Aragno nel 2014. L’insieme delle poesie è un impasto veramente denso, e il meglio di questo impasto è nel momento in cui sa farsi canto, così marcato per molti tratti, perfettamente udibile. Una poesia, quella di Rosadini, che prima della pagina, più ancora di essa, sembra costruirsi o pare destinata a essere letta a voce alta.
Tutto il libro permette che si avverta continuamente un’oscillazione tra fissità e movimento, tutta tesa fra poli antitetici, con l’avvicendarsi di un e di un no, affermazione e negazione che da sempre sono del resto le forze fautrici del nostro stesso impasto, del travaglio che ci disegna, uomini e donne di questa terra.
Il viaggio avviene attraverso le Parashot, le suddivisioni annuali della Torah, lette settimanalmente in pubblico durante lo Shabbat. Una traversata sapiente del Pentateuco, da Genesi a Deuteronomio, svolta per nodi essenziali. Tra le parole chiave, appunto, l’inizio, la possibilità sempre presente, a qualsiasi altezza della vita, di sperimentare una rinascita, che sia emotiva, spirituale, anche fisica. Di qui il ritorno, altro tema cardine, la riconnessione cioè con una sostanza originaria sorgiva… Lech Lechà, Abramo che segue l’esortazione divina abbandonando Ur, città in cui è ricco e potente, per mettersi in cammino verso una realtà che non conosce, in senso metaforico e psicologico. Vai a te stesso, dunque, è l’insegnamento: solo mettendoci a rischio possiamo trovare noi stessi. Ma l’insegnamento passa anche, necessariamente, attraverso Va-Ishlàch, la lotta di Giacobbe con l’angelo: solo combattendo, facendo i conti con la propria ombra (le proprie paure, i propri fantasmi) possiamo diventare realmente forti, solo conoscendole e metabolizzandole si possono superare le proprie debolezze. Ed è significativo che la benedizione impartita dall’angelo a Giacobbe, al momento del congedo, sia in forma di ferita: solo nella claudicazione che ne conseguirà Giacobbe potrà passare dall’io al noi, diventerà Israel.
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“Ho questa carne scomposta in molte vite.” Per Francesca Matteoni

di Cristina Babino

© Ashley Maselli  I knew who i was this morning but I've changed a few times since then, 2014.

© Ashley Maselli
I knew who i was this morning but I’ve changed a few times since then, 2014.

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.
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Emilio Isgrò – da: I funerali di Corrao

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Emilio Isgrò – I funerali di Corrao (nino aragno editore, 2013)

***

Sono venuto a chiudere questo occhio
Questo occhio che vide le rose, ma non l’assassino.
Quest’altro è semichiuso, non lo tocco.

 

Sono venuto a parlarti, amico mio,
delle rondini nere, non di Dio;
e come e perché e quando, e in quale luogo,

 

la grandine ti prese in faccia in un mattino
d’agosto, mentre ti svegliavi e c’era il fuoco
nell’aria, come nei versi arabi del tuo destino.

 

Destarsi all’alba non è colpa grave.
Destarsi per morire è imperdonabile.
E tu mi appari desto, senza lacrime,

 

eternamente chiacchierato e muto
come se niente fosse mai accaduto
di quello che sappiamo e che tu sai

 

mentre sale la bara col tuo cappello a falde
posato sul coperchio lucidato a mogano;
e preti e frati con la stola e con il saio

 

ti accompagnano tutti al suono del tamburo
per queste gradinate e queste scale al buio
faticose per me che non ti seguo nella morte.

 

Perché seguirti, poi, se posso vivere per te?
Perché morire se mi chiedi di restare?
Io resto qua per chiuderti almeno un occhio.

 

L’altro è mezzo aperto e non lo chiudo
perché tu veda questo figlio scuro
– scuro come uno di Gela o di Marsala –

 

venirti addosso con la lama bianca.

 

***

 

Sono venuto a chiudere l’altro occhio.
Non perché tu dorma, ma solo
per impedirti di vedere il mostro

 

e tu ti possa illudere, da morto,
come da vivo ti squassasti l’anima
per quella verità che non sapevi

 

e gli altri paventavano atterriti.
E ti tappo le orecchie e te le blocco
perché tu non ti irriti ai discorsi

 

di commiato, e a tutte queste chiacchiere
che fanno su di te per il rimorso
d’averti abbandonato al tuo destino.

 

Sei tu il vero Oreste che rifonda il vuoto.
Sei tu l’avventuroso cittadino
che dà la voce al niente per esistere.

 

Sei tu l’onesto Pericle dei pastori
che offre l’arte alle pecore e alla capre
perché essa non resti un privilegio

 

di borse e portafogli e penetri nei cuori.
Io ti lego le mani perché tu
non le faccia andare a casaccio nell’aria,

 

magari per la rabbia, e al sacrilegio
non si sommi la rendita e l’oltraggio.
Io ti serro la bocca perché oggi

 

il tuo silenzio pesa più del tuono.
E del resto lo sai amico buono,
mia titubanza storica, mia carità infinita.

 

Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria.
T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia.

 

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Emilio Isgrò – biografia

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Notizie su Ludovico Corrao

“Italics” di Gian Maria Annovi

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Titolo: Italics

Autore: Gian Maria Annovi

Editore:  Nino Aragno Editore, 2013

Continua, infierendo fra storia reale e spazio mediatico, il percorso poetico di Gian Maria Annovi, che si arricchisce di un nuovo tassello: il libro Italics, appena uscito per la nuova collana di Nino Aragno Editore “i domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno.

Si parte dal suo libro precedente Kamikaze (e altre persone), dove si coniugavano in un rapporto costante corpo-frammento e terrorismo, in relazione alla grandissima conformità e allo strapotere dell’informazione (soprattutto televisiva), per giungere ad Italics, dove la narrazione stessa si spezza, propone una mappatura dettagliata di luoghi letterari e geografici, reali e inesistenti, in cui si colloca al limite un mondo disordinato.

Italics  si svolge in cinque tempi o spazi d’azione, dove i personaggi, figure d’ombra in continua disintegrazione, mutanti del pensiero e del corpo, non riescono mai pienamente a relazionarsi con una realtà ostile, violenta e profondamente inquieta.

I testi inclusi nell’opera sono stati scritti fra il 2002 e il 2012, “ma coprono simbolicamente un arco temporale che va dall’ottobre 2002 al 10 settembre 2001″, come scrive l’autore nelle note al testo scegliendo di saltare un evento: una giornata fatidica di disturbo mondiale come l’ 11 settembre del 2001; la data indimenticabile è la soglia da cui si può partire o arrivare per cominciare a parlare di un nuovo mondo, di un nuovo occidente geografico, di una connessione bizzarra di elementi destabilizzanti. Per la scrittura di Annovi 11 settembre è l’inizio di un secolo, un precipitare.

Città chiave di questa narrazione restano per questo, i due poli geografici estremi: Los Angeles e New York, che rispettivamente aprono e chiudono il libro.

La scrittura di Annovi procede per singhiozzi, rastremature, come scrive Laura Pugno nella quarta di copertina; uno scrivere “asintotico” di “straniamento spaziale e temporale”.

Si comincia con la serie TT/DUET (The Tempest in Los Angeles), acronimo dell’ultima opera di Shakespeare e delle Twin Towers; i personaggi sono: le Dramatis Personae, che scorrono nell’immenso oceano mediatico, dove ogni prospettiva si propone come realtà, realtà in diretta.

Le voci dei protagonisti si sciolgono fuori campo, azionano, muovono il pensiero ma sempre fuori campo, come maschere efficaci e oratori dal deserto: “se le vostre voci mi bordano/la testa e/ non protestano per questo/ patetico stato/ attesto che questa vita/ pro capite/ non basta:/ che il capitale è il torto/ capita che si veda/ nella carne disfatta dei sogni/ nella materia che sa/ far male”. Il contrasto fra azione e passività è reso con efficacia, così si trasforma in strumento, nastro da maneggiare con cura perché produce e falsa la realtà con esatte imposizioni di sistema, dalla scelta dei cibi alla pubblicità di noi stessi: “ cali banalmente/ dagli schermi/cosa di buio/ stregati dall’utero catodico/ i tuoi gemiti gemelli/ sono la pienezza dei nostri/ stomaci/ fast food e fasti/ di plastiche/ il reale concima/non coincide/ con la riavvolta realtà/( decide il taglio nel nastro)/ tali tele bani-/ shed products are sponsored by/ us.

L’epilogo è la fine dei corpi, che sembravano addormentati di terroristi e ostaggi, uniti nella morte, dopo l’intervento delle forze speciali russe al teatro “Na Dubrovka”.

Altra considerazione da fare, altra metamorfosi che riguarda la serie Self Eaters (Autofagi), è il mutamento che avviene attraverso il corpo, il cibarsi di se stessi, appartenersi in maniera estrema, promuovere un’arte deformata che prova a ricrearsi: SELF-EATERS#1 “non distingue le dita delle mani/ dalle dita dei piedi non distingue/ la cartilagine dall’unghia/che è la cosa morta che/ gli cresce/e se ne nutre:/ si allunga dunque e flette e piega/gli arti di plastilina/l’arte è lui: contorsionista bambina/ deformata dall’idea di perfezione”. Sottraendo brevi tratti e brevi interruzioni, si assiste ad un processo di ribellioni, follie collettive, che caricano il presente di elementi stranianti: <Interruption> “ne catturano uno il gruppo dei vicini/ con megafoni spranghe videofonini”; in questi testi l’elemento della violenza registra i suoi massimi effetti nello smembramento, nella decapitazione di pezzi, quasi come fosse un corpo da ri-assemblare e l’ombra costante in tutto ciò della ripresa video, della costante connessione, di un elemento scenico costantemente filtrato: “attorno al tavolo operatorio/ allestito di fretta nella palestra/ chi gli taglia la mano/ la coscia/ chi gli mozza la testa/………………………./ stride nel microfono/ la voce di chi prega/ poi spartiscono le parti/ in fogli di stagnola”.

Fulcro e centro di Italics il poemetto “La Gloriola”, non a caso collocato alla metà del libro, come grande spartiacque, fra luoghi ed esperienze, ma anche e soprattutto fra la divisione dei mondi e un alternarsi di spazi, dall’emigrazione dell’autore stesso negli Stati Uniti, all’immigrazione verso il paese della lingua in cui scrive, l’Italia come altra Italia.

Questo provoca una vera alterità, un isolamento forzato, quasi un esclusione dal sistema, ma proprio in questo Annovi rinnova la sua forza, la sua energica denuncia, quasi un dettato di umanità, di resa testimonianza. “ma se la gloria è gloria/(dunque)/ sappia dire la gloria delle cose/ ad esempio/il nome per dire/ l’ossatura delle piante:/legnanza o legnaggine o/ legnosura oppure semplicemente/ un segno inciso sulla corteccia del/ cevello/ illeggibile se non ti spaccano la testa/ coi manganelli/ sappia dire le cose nuove/ ad esempio/ il nome dei suoi nuovi cittadini/ il nome del paese che ha confini/di corpi affogati e vulcani:/( questo ha un nome impronunciabile)/ lingua che cede e cade dalle gengive/ che dica l’assoluto tremore/ di questa donna: sulla barca che sbanda/ di notte col neonato schiacciato/ tra le cosce/ che non respira”.

Una delle parti più riuscite del libro è Rapture, di cui alcuni testi erano già usciti nella bella antologia Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto 2012) curata da Vincenzo Ostuni.

Il tema di queste poesie è il rapimento, non solo alieno, ma da qualcosa di sconosciuto e lontano, quello del diverso che assume la valenza di una sorta di esperienza mistica di limite.

L’originalità dei componimenti passa attraverso una breve descrizione anagrafica, come se il soggetto, il singolo, rappresentasse numeri, dati, esperienze da registrare, da poter manovrare: “[S.M; 21 anni, studente] vengono a portarci via le donne/ per farci figli le/riempiono di robe loro le/coprono come le/ bestie/ le innestano coi loro bastoni”. Oppure “[R.W. 53 anni, casalinga] a me m’innamorano/ i visi loro cioè/ anche se non hanno/ sorrisi e / vengono per rubarci/ vivi”.

Ora le voci che parlano sono esperienza pura e fanno parte di ogni classe e ceto della società, proprio per ricordare come l’esperienza della diversità sia fondamentalmente esperienze di tutti. “[O.A; 33 anni, negoziante] vengono con navicelle/ di notte mica/ carrette vengono/da tutti i lati/ ma soprattutto/ vengono malati e vuoti”.

L’ultima serie 9/10 (dittico in due tempi), parte da ciò che sosteneva Francis Bacon raccontando della realtà di New York, dove 9/10 (nove su dieci) di questa realtà sembrano inessenziali.

9/10 sono anche le cifre di una data ormai parallela, ferma alla pre-realtà: il giorno prima dell’ 11 settembre. Non senza terrore l’autore prova a raddrizzare il reale, a guardare qualcosa di inosservato, qualcosa che si poteva e si doveva guardare: la memoria di un nuovo secolo e il bilancio di uno appena concluso; in questo Annovi sceglie di guardare, di opporre alla finzione/ reality, la parola e la vita, sempre in controtendenza e oscurata, ma sempre vita: 2. (10.28 am) “Risale in superficie la donna/ che pulisce le torri degli uffici/ nel supermarket vicino a casa/ si vede in fiamme/ riflessa sulle buste di surgelati/ vive senza saperlo/ in un piano-sequenza stravolto/ il suo volto: Monica Vitti che osserva/ l’isola che l’ha resa deserta”.

Franca Mancinelli – Pasta Madre

Mancinelli

Franca Mancinelli – Pasta Madre – Nino Aragno editore – 2013 
recensione di Carmen Gallo

Leggere e rileggere le pagine dell’ultimo libro di Franca Mancinelli, Pasta Madre, pubblicato per Aragno editore (Torino, 2013) significa partecipare a un rito antichissimo, rinnovato da una scrittura estremamente personale, lucida, seppure nel vortice di procedure metaforiche potenti e mutevoli che animano il continuo rivolgersi all’altro, e il descrivere trasfigurato dell’intorno.

Un rito che mai si stanca, ma trova vitalità ed energia nelle rapidissime cadute e nelle prudenti e meditate riemersioni dal mondo familiare e straniante della natura: un entrare e uscire attraverso gli strati metamorfici (dal minerale al vegetale, dall’animale all’umano) dell’esperienza del vivere accompagnati da un linguaggio insieme misurato e onirico, concreto e fortemente lirico.

In questo spazio, la caduta si rivela subito come l’esperienza fondante: spinta inerte, deriva, volontà verso il basso, ritorno all’orizzontalità della terra e della morte, che custodiscono i semi e le promesse di una rigenerazione, di una rinascita che si profila come scelta da meditare (“Dovrai seppellirti/ tornare calda radice”), più che come tappa di un procedere naturale.

È attraverso la sospensione – il perdersi e il disseminarsi sotto il peso della gravità dell’essere – da un lato, e il contatto con la terra e le sue profondità dall’altro, che la poesia di Mancinelli diventa il luogo miracoloso, corporeo, di ibridità antichissime tra l’umano e il naturale, che si scambiano continuamente i contorni, i confini, le porte: “Quanti animali migrano in noi/ passandoci il cuore, sostando/ nella piega dell’anca, tra i rami/ delle costole, quanti/ vorrebbero non essere noi,/ non restare impigliati tra i nostri/ contorni di umani”. E ancora: “con la costanza degli insetti/ torniamo contro questa/ luce che non si apre, che ci spezza/ quanto ancora busseremo/ al vetro che divide/ l’ossigeno dal cuore?”.

L’umano diventa così misura e condizione poco più che arbitraria: “un colpo di fucile/ e torni a respirare./ Muso a terra, senza sangue sparso”: muso a terra, è questa l’unica posizione possibile per provare a osservare dal fondo ultimo delle cose il mondo di ciò che si vede e di ciò che si sente. Dalla terra, dall’animale, dalla condizione ancora orizzontale di chi si abbandona alla caduta e sopravvive all’urto: “ho smesso di reggere i muri/ donandomi ai crolli/ ricomincio, abbreviata/ torno a quello che sono:/ una lucertola che si divide/ a metà con la morte.

Quella di Pasta madre è una voce poetica che vuole cadere per farsi superficie e interlocutrice dei segreti di verità e sopravvivenza che la terra da sempre conserva. E più che il rito eliotiano della rinascita mitica, qui le immagini di Franca Mancinelli sembrano richiamare i riti pavesiani di rivivificazione di una storia diventata improvvisamente passata ed estranea, di una natura che si è a un certo punto configurata come luogo represso di metamorfosi cicliche e di sofferenze antichissime.

E da questa orizzontalità cui la vita sospesa costringe – e che assomiglia alla lucidità della veglia e all’attesa consapevole della morte – si può riemergere solo ricordando e imparando di nuovo a rendere prossimo, naturale, il dolore che ci trascende, o ci trascina. “padre e madre caduti/ frutti che non potevano/ marcirmi attaccati/ mentre nudo imparavo/ a reggere il cielo/ come un uccello sul dorso, lasciando/ campi e case affondare./ L’azzurro torna/ a coprire la terra. Trattengo/ nel becco il ricordo,/ il seme che sono stati”.

Nelle poesie di Pasta madre, istantanee che fermano attraverso immagini del limite e del passaggio il senso della vita in quanto forma, Franca Mancinelli attraversa e ricostruisce a propria immagine e somiglianza le tappe di una vita e di un sentire in precipitosa e lucidissima evoluzione, che non si affida alla percezione dei sensi o all’osservazione distaccata della realtà, ma assume su di sé e incarna, con un’inquietudine urgente, i pieni dell’esistere e i vuoti d’aria del ciclo infinito e astorico dell’inizio e della fine, della caduta e della rinascita, del “cadere, mimando la fine”.

Questo il punto più alto della raccolta: mimare la fine, osservandone da vicino e dall’interno le maglie più strette, e in questa finzione che è poesia ricostruire senza timori la propria inequivocabile, friabile umanità.

La paura per faglie sottili/ scenderà fino a perdersi./ Allora ci rialzeremo/ con occhi che non rimargina/ il buio non medica”.

© Carmen Gallo

Nota: recensione scritta per il Premio Castello di Villalta