nina maroccolo

Tiziana Marini, Lo scatto della lucertola. Lettura di Plinio Perilli

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Celebrazione provvisoria del personaggio-donna. Tiziana Marini, poetessa concreta e immaginaria, quotidiana e astrale.

di Plinio Perilli

La lucertola cui Tiziana Marini dedica il titolo del suo ultimo libro, ovviamente (Lo scatto della lucertola, La Vita Felice, Milano, 2016), è sia concreta che immaginaria, quotidiana e astrale come tutta o quasi la sua poesia.  Niente male per un’autrice capace in soli quattro versi di raccontarci come dall’interno il senso stesso dei miti, antichi o di sempre fa lo stesso:

Migrazione di sogni dagli orli verde-notte.
Piange la Chioma di Berenice
piange stelle tra i rami
dove i nidi fuggono in cerca della luna.

Cabale o invocazioni, trasmutazioni di sorta – Tiziana esce sempre dal Tempo, perché tutto l’immaiuscola e lo contiene, angelico e terrestre come le elegie omeopatiche con cui Rilke si curava, umbratile e innalzato:

Dov’è caduto l’angelo?
Dove cadde la speranza?
Una macchia d’asfalto, l’ombra del cielo
fra le sillabe del bene.

Ricordo ora quasi con tenerezza la prima volta che ci accingemmo a dar veste e lustro editoriale alle “poesie” puntigliose e dolci di Tiziana. Lei scriveva, impennava o carezzava i suoi versi tutti a stampatello (cfr. Solo l’anima vede, Pagine, Roma, 2011) – sì,  proprio come il parlato dei fumetti, e insieme, i titoli strillati d’un giornale, i messaggi cadenzati della pubblicità, se vogliamo anche il dialogo capzioso ed epocale dei quadri appunto di Roy Lichtenstein:

TUTTO AMO DI ME
ANCHE IL DOLORE
SE DIVIDESSI L’IDEALE
DALLA MIA REALTÀ.
E NON NE SON CAPACE,
SOLO PER QUESTO SAREI DIVERSA
E INACCETTABILE AI MIEI OCCHI.
UN IO FELICE
NON GENERA SPERANZA.

Ricordo le facce, più che divertite, turbate delle redattrici editoriali, mentre si accingevano all’opera. Le loro domande leziose (il lezio è una merce abbondante in letteratura, specie oggigiorno): “Ma allora i titoli come dobbiamo metterli? Sempre in maiuscolo o in maiuscoletto? (altro…)

“Ero nato errore” di Nina Maroccolo e Anthony Wallace. Lettura di Monica Martinelli

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Un viaggio dis-umano nei labirinti dell’in-giustizia: Ero nato errore di Nina Maroccolo e Anthony Wallace.

 di Monica Martinelli

Ci sono incubi dove qualcosa di orrendo e terribile sembra avere il sopravvento e ci fa precipitare sopraffatti dalle tenebre. Ma ci sono realtà peggiori di qualsiasi incubo, proprio come quella di Anthony Wallace, il protagonista di questa storia iperreale ma poco realista. Come giustamente osserva la coautrice Nina Maroccolo nella quarta di copertina, il protagonista sembra provenire da uno dei romanzi del “sottosuolo” di Dostoevskij o Kafka, con lo stesso dolore estremo, inciso dalla durezza della realtà, stesso stare sospesi tra essere e nulla per affrontare l’angoscia quotidiana nella sfida del mondo. Viene da pensare anche alle dramatis personae dei romanzi sul ciclo dell’inettitudine di Svevo e Tozzi.  Quando l’intoppo, il precipizio costringono a toccare con mano il dolore e né i colori né la musica riescono a dare sollievo al cuore, lì si comprende la storia di Anthony…

Il libro Ero nato errore scritto a quattro mani da Nina Maroccolo e Anthony Wallace, edito nel 2014 da Pagine-Roma, non è né un diario, né una biografia, né un romanzo, bensì la speranza di una nuova vita, e quindi di una nuova nascita, di un uomo perseguitato da un destino infausto, condannato a vivere nella solitudine del suo corpo per la crisi identitaria dovuta al suo stato civile registrato all’anagrafe che lo ha fatto sentire perennemente inadeguato e sbagliato. Il libro è composto da due parti che si intrecciano, due voci ugualmente e diversamente drammatiche e vibranti, quella scritta in un italiano stentato piena di sobbalzi e cruda intensità da Anthony, e quella più lirica scritta in modo struggentemente empatico da Nina Maroccolo, che dà anima e voce al protagonista e che sembra aver realizzato con lui un folgorante transfert. Nina è scrittrice sensibile e densa che conosce le aporie psicologiche e sa bene che anche nell’inferno l’animo si può muovere con grazia e agilità per ardere di meno, seppure le ustioni lasciano cicatrici. (altro…)

LA DEVOZIONE DI MAŠA. Il bisogno del femminile cura il femminile? (di Nina Maroccolo)

Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.  Valeria Moriconi interpreta Maša.

Il gabbiano, regia di Mario Ferrero. Debutto al “Teatro della Cometa” di Roma, 14 gennaio 1960.
Valeria Moriconi interpreta Maša. Fonte: Centro Studi e Attività Teatrali Valeria Moriconi, qui.

LA DEVOZIONE DI MAŠA
Il bisogno del femminile cura il femminile?

di Nina Maroccolo

 

[da Il Gabbiano di Anton Čechov. Rivisitazione drammaterapica a cura del “Creative Drama & In-Out Theatre”, diretto da Ermanno Gioacchini]

Studio sul personaggio: Maša.

 

MEDVEDENKO: Perché va sempre vestita di nero?
MAŠA: È il lutto per la mia vita. Sono infelice.

 

Cara Maša, canterei per te affinché un rovo di tenebra scordasse il suo pasto.

Maša rappresenta la Devozione e la Dedizione assolute. L’amore per Kostja, che ama Nina, che ama Trigorin – inespressiva struggente passione. Nero reticolato che inganna qualunque solitudine.
Sconosciuto, il suo involucro di carne e sangue si fa principio nullo, mentre il diniego materno verso il figlio, “anonimo di senso”, risulta addirittura insopportabile. Anche in questo caso, sin dall’inizio dell’opera, un altro protagonista del dramma affronta la Devozione amorosa in frantumi. Ed è tale da elargire una colpa.
L’aspetto che Maša realmente teme è la propria forza; quel sentimento di indipendenza che vorrebbe impegnare l’acqua alla terra per renderla fertile e feconda. Maša realizza di sé un triste ex-voto che le rammemora ossessivamente il mancato avvento del miracolo-desiderio: intimo copyright di una desublimata bellezza d’arte, opera incompiuta e tantomeno riconosciuta: quella dell’oggetto amato, lontanissimo da lei quanto Kostja lo è da se stesso.
E credo infatti che Maša, quando potrebbe alleggerirsi dalla morsa del dolore, preferisca invece restarne ingabbiata. La mistura esplosiva tra sogno annichilito e l’immaginarsi donna libera da ogni culto, dalla bramosia folle che l’accompagna e lo custodisce, prolunga all’infinito il rito silente del suo fallimento.
Lei, l’amata Maša, potrebbe ritrarsi così: «Io – non riesco ad appartenere / eppure ogni gesto m’appartiene.»¹ Anche il peggiore, mi sento di aggiungere.
In Maša albergano colpa ed espiazione, assunti “negativi” che lei, Madre, impronterà alla figlia. E come amante, amata dall’uomo giusto che lei invece offende come sbagliato (Medvedenko) – ciononostante portato all’altare – è cardine-colpa, forma-dolore consapevolmente inflitti ad un uomo mai bastante affettivamente.
Tornando alla sua sfortunata passione per Kostja, ella non riuscirà a scardinarne gli avvitamenti morali, a ridurre – citando Roland Barthes – «l’ingombro esagerato della devozione» verso quell’anelito, o smania  d’amore perduto.
Sono anche convinta, pensando a Nietzsche, che la sofferenza nell’amore raccolga in sé un’innocenza disvelata, un biancore di cui s’avvolge per atto difensivo: ed è nuovamente, sentenzierebbe Barthes, la “ripulsa della Colpa”.
Maša, dall’inizio alla fine del dramma, tenta affannosamente di padroneggiare infelicità e destino. Ma fallisce sempre, e questa è la sua doppia pena.

(altro…)

Nina Maroccolo / Anthony Wallace, Ero nato errore. Storia di Anthony

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Nina Maroccolo – Anthony Wallace, Ero nato errore. Storia di Anthony, ed. Pagine 2014

Fardello, pegno, testimone: la narrazione di anni di esistenza nel dolore diventa un tratto di strada percorso insieme. Un libro, questo di Nina Maroccolo  e Anthony Wallace, da leggere e per il quale trovo importante dare testimonianza: «là fuori, tutti, proprio tutti, devono sapere». La storia di questo libro è iniziata per me il 16 giugno scorso, giorno in cui sono stata invitata da Nina Maroccolo e Plinio Perilli a partecipare alla presentazione di un’antologia di poesie, Aspetto l’attesa e spero la speranza – Poesie a Rebibbia (Pagine e Fondazione Roma Arte Musei, 2014). Il luogo della presentazione era lo stesso che aveva visto la nascita dei testi che compongono l’antologia, la casa circondariale di Rebibbia, sezione femminile. Lì ho conosciuto Anthony, poeta tra i poeti, recluso tra le recluse. Esile e con lo sguardo profondo e interrogativo (“racconterai la mia storia?”), con l’immancabile sigaretta, mi ha chiesto, dopo la presentazione, se mi fossero piaciute le poesie lette in quella occasione e tutte tratte dall’antologia. Abbiamo cominciato a parlare e lì, dalla sua voce e da quella di Nina, ho appreso del progetto comune. Di altri frammenti, di altri passaggi all’inferno, di passi e di speranze, sono venuta a conoscenza attraverso Nina, che in questi mesi è stata anche per me la sua voce, la voce di Anthony.

« Scriverò la tua storia, Anthony.
“Scriverai di quello che mi è successo?”
Sì. È una promessa. (altro…)

Nina Maroccolo, Malestremo

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Nina Maroccolo, Malestremo

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Il percorso che tocca Sedici viaggi nell’Altrove – così recita il sottotitolo di Malestremo, terza e conclusiva  tappa della trilogia che Nina Maroccolo ha iniziato con le poesie di Illacrimata (2011) e proseguito con  il romanzo Animamadre (2012) –  è introdotto da un testo, Cambio l’incipit, il quale porta con sé, mescola, dosa, modula, alterna i due movimenti principali di riconoscimento e capovolgimento che ne animano la composizione. Letture che provengono da un’età nel quale appare spontaneo il processo di identificazione con gli eroi, umani e ferini, duettano con classici non più innocui, con miti della modernità occidentale e con la sapienza orientale conosciuta e misurata. Colei che compie i viaggi nell’Altrove padroneggia saldamente la barra del timone e le forme molteplici di cui narra le manifestazioni; il ‘ma’ avversativo mette in guardia da sbrigative semplificazioni circa le modalità espressive: «Una femmina sola, tigresca, un peach blossom purpureo. Scrivo→ma canto. Canto→ma scrivo. Scrivo→ma disegno. Teatralizzo la parte migliore di me stessa » → ma sono quel che sono. Dunque, prendetemi così, sincera e imbarazzante. Comune neorealista, nostalgica rétro. […] Figlio tigrottini→ ma poi mi manco di spirito urbano.» Così, l’invettiva di Karl Moor ne I masnadieri di Schiller diventa qui lucida constatazione e punto di partenza: «Uno schifo di secolo: s’oscurerà il pianeta per protesta». Del Faust contemporaneo afferma: «Non c’è Dio che tenga. Faust piange.»
Delirio? Suggestivo sperimentalismo? Eterea fluttuazione? Gioco di veli sollevati e sipari calati? Niente di tutto questo, ché accontentarsi dell’epidermide è fare il gioco dell’impostura e commettere l’errore di prendere alla leggera la dichiarazione di neorealismo palesata nell’incipit. La esemplarità di vicende – Beslan ne Il giorno della conoscenza, la scomparsa di Ettore Majorana e le responsabilità della ricerca scientifica in Malestremo – e di figure, storiche – Jeanne Roques in Musidora, Sarah Winchester in Winchester House – e archetipiche – Andromaca e la cognizione del dolore in Malestremo, Perceval e la quête perenne nel racconto omonimo – contribuisce a rendere più acuta e veritiera l’energia visionaria che sprigiona da questi viaggi. Qual è l’approdo? Non certo una deriva consolatoria, una deviazione nella terra dei Lotofagi, ma, al contrario, la consapevolezza dell’irreversibilità del processo di conoscenza del «malestremo chiamato identità»; chi lo ha guardato in faccia, non può negarne l’esistenza, circondarsi di cesellate chicchere e imbottirsi di vane chiacchiere in tranquillizzanti tè dalla raffinatezza narcotica: «le verità castigano l’innocenza».

©Anna Maria Curci

PROLOGO

Beslan, Ossetia del Nord,

(Cecenia 2004).

Si chiamava Sergej. Aveva otto anni.
Quel mattino Sergej camminava sul marciapiede costeggiando il muretto che separava il parco-giochi dalla via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina, come si rinchiude l’ombra nera di qualche mostro.
Ed ecco che il cielo si fece basso per proteggere la terra in una stretta intima e silenziosa: Sergej guardava la sua mano bianchissima intrecciarsi a quella materna. Pallide mani da cui sorgeva qualcosa di simile alla gioia.
Sergej dondolò Gioia, dondolò mani di cielo e mani di terra fino a quando il pensiero non mise parola.
Mani di terra, a quel pensiero non fece caso.
Madre e figlio camminarono fianco a fianco. Arrivati all’edificio, il bambino si voltò ripetendo la stessa frase:
“Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto tardi…”
*
Lei, Anja, ventiquattro anni, era una delle maestre di Sergej.

Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo, i
suoi cavernosi avvallamenti.
Il diritto alla contemporaneità si identificò nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza; simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.
Mi sentii piagata dal vento.
Era il giorno della Conoscenza, il primo giorno di scuola.
Per molti bambini il primo nutrimento.
Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il sangue. L’occhio ferreo che chi muore non nasconde ma langue soltanto.
Presagivo mausolei privati. Così sarebbe stato, affinché mezza verità negasse l’altra mezza.
Ci avrebbero fatti saltare in aria, probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari speciali.
Con fare ineluttabile del Cremlino.

Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore; salvare il salvabile era un atto necessario non sempre lecito.
I nostri amorini alati: troppa luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione.
Il solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità, la riconsegna alle famiglie, anche se queste ultime rigettavano qualsiasi soluzione armata.
Ma l’irruzione dei soldati russi era pressoché certa.
Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle, aveva il sapore del cloroformio.
«Sempre con la bocca chiusa!» urlava mia madre.
«Dalla tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria!»
E gemevo con la voglia di essere dimenticata.
Lei era stata uno zoccolo scalpitante della rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo si lasciò invecchiare lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia traviata, quella dei versi spinati, dal divenire imperfetto:
«Perché, saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?! Feudatari dei GULag, vergognatevi!»
Prendevo le sue mani bianche, le serravo a ogiva:
«La rivolta in una preghiera, madre».
«Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato!».
Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.
“Maestra… Non lo faccia…” disse Sergej.
“Fare cosa?”Anja rimase sorpresa. Cercava di non capire la precisione sensorea di quella domanda.
“Lo sa, maestra… Torneremo molto tardi stasera…”
Con ginocchia devote all’inchiostro mi strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei carcerieri. Avevo sete.
Lo guardai per ricevere l’assenso.
Avrei bevuto la mia stessa urina.
Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita: proprio come Madre Russia. Dichiarai di non esserne figlia: Perché tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.
«Il denaro è la stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?!».
Mia madre, ladra nel nome di Lenin.
«Noi del popolo, noi illuminati siamo la conoscenza della privazione, il rigore del nostro sangue!».
Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi. Vennero a generarmi, i demoni.
«Eppure taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno prega per te, solo tua madre… ».
Mi sentii una valvola inceppata.

Ci scucimmo.
La nostra libertà non aveva sede di salvezza, un perimetro consolatorio. Ebbe solitudine da bisbigliare.
Il colonialismo, suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna votata alle più sincere intenzioni, descrisse la Cecenia nucleo stellare morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.
Fu quello scatto, il non-ritorno.
“Maestra… Non lo faccia…” disse nuovamente Sergej.
“Torneremo a casa, stai tranquillo piccolo mio…”
Cielo plumbeo.
I miei roditori stavano giocando d’astuzia. Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare, febbrile; ormai volontà povera, questa mia. Uncinata e santa.
“Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a trattenere” poi, il boato.
L’universo sintetico equipaggiò scandali umani: c’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.

Impietrirono i giorni nostri, e i taccuini di stelle, le vertebre planetarie gemettero come tragici sassi privi di parole e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?
“… maestra… non mi lasci…” disse Sergej, ferito.
“Sono molto, molto cattiva!”
“… non l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto!”
Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua innocenza.
“Molto cattiva…”
“… io muoio per te…”
Per salvare le madri.
“Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.
“Il bambino, dov’è il bambino?”
Disertai contro la mia santità. Vi rinunciai.
Rinunciai a esplodermi.
“Respira! Respira!…” continuò il soldato.
“… dov’è il bambino? Sergej…”
Disertai contro la causa.
“Parla!… Non chiudere gli occhi! Dimmi il tuo nome, dimmi il tuo nome!…”

“…mi chiamo Grozny…”

(Nina Maroccolo, Il giorno della conoscenza, in: Malestremo. Sedici viaggi nell’Altrove, edizioni Tracce, 2013, pp. 77-82)

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Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004.
Scrittrice, cantante e performer, autrice di testi teatrali, interprete, artista visiva.
Fa parte dell’“Atelier LiberaMente”e, dal 2009, del CREATIVE DRAMA & IN-OUT THEATRE (Roma), compagnia teatrale che trova in Grotowski, Moreno, Erikson, Langs i numi tutelari e i padri teorici.
Lavora a recital, perfomances, improvvisazioni, azioni sceniche, teatralizzazione di testi. Sono i “Canti per voce nuda”.
È membro della Factory AL-KEMI lab; redattrice dei blog collettivi “La Poesia e lo Spirito” e “NEOBAR”.
Nel maggio 2011 ha fondato le “Edizioni d’Arte Musidora”, umile remake delle “Arts and Crafts” di fine Ottocento.

Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999); Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), con prefazione di Alda Merini; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004), a cura di Eric Toccaceli; Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann -(testo drammaturgico tratto dalla silloge di teatro contemporaneo “Qui e ora”, con Marco Baliani, Serena Maffia, Giuseppe Manfridi, Nuova Cultura, Roma 2008), con prefazione di Fabio Pierangeli e Roberto Mosena; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008); Illacrimata (Ed. Tracce 2011), con saggio introduttivo di Paolo Lagazzi; Un angelo di farina – Cinque liriche e una ballata – (Lepisma 2011); S’impalpiti materia – Omaggio a Giacomo Manzù – libro-oggetto d’arte a tiratura limitata (Edizioni d’Arte Musidora 2011). Contributi letterari del gruppo sinestetico “perIncantamento”. Introduzione di Marcella Cossu, Direttrice della Raccolta Manzù di Ardea, e saggio critico di Plinio Perilli; Animamadre (Tracce 2012), romanzo: prefazione di Fabio Pierangeli, postfazione di Ubaldo Giacomucci.

Qui per proseguire la lettura delle note bio-bibliografiche.

Innenansichten – Un e-book a Berlino

La casa editrice Lettrétage in collaborazione con l’Istituto Italiano per la Cultura di Berlino ha pubblicato un’antologia italo-tedesca di poeti italiani contemporanei in formato e-book, presentata nel corso di un incontro a Berlino sulla poesia italiana. Gli autori antologizzati hanno a loro volta ciascuno indicato  un poeta a scelta, anch’esso tradotto nell’e-book.

Gli autori antologizzati sono

Andrea Inglese – Giuliano Mesa

Natàlia Castaldi – Gianni Montieri

Viola Amarelli – Luigi Di Ruscio

Plinio Perilli – Pierluigi Cappello

Nina Maroccolo – Andrea Ponso

Francesco Forlani – Lidia Riviello

Per scaricare gratuitamente l’e-book basta cliccare QUI

Buona lettura

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE – AZIONE N° 8 (reading)

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

AZIONE N° 8

MARTEDÌ 3 APRILE ore 21.30

ROMA

Associazione Culturale

“Villaggio Cultura”

Viale Oscar Sinigaglia 18/20

reading con

Nina Maroccolo, Annamaria Ferramosca, Alessia D’Errigo,

Fernando Della Posta, Anna Maria Curci, Enzo Campi

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Nina Maroccolo

È nata a Massa. Vive e lavora a Roma dal 2004.

Scrittrice, performer, artista visiva. È curatrice di libri e antologie, conduce laboratori di scrittura.

Ha fatto parte della casa discografica CPI, ha collaborato e organizzato eventi culturali con la “City Lights Italia”.

È fondatrice del gruppo poetico “Stanzevolute” e membro fondatore del gruppo artistico-sperimentale ATEM. Fa parte di “Atelier LiberaMente” e del Creative Drama & In-out Theatre”; è membro della Factory AL-KEMI lab e redattore del blog collettivo “La poesia e lo spirito”.

Ha pubblicato : Il carro di Sonagli, (City Lights Italia, 1999), Annelies Marie Frank (Empiria, 2004-2009), Documento 976 –Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura, 2008), Malestremo (Le reti di Dedalus, 2008), Nitrito d’argento (Neobar, 2009), Illacrimata (Tracce, 2011).

Annamaria Ferramosca 

È nata a Tricase  (Lecce). Vive e lavora a Roma. Collabora con testi e note critiche alle riviste Le Voci della Luna, La Mosca di Milano, La Clessidra e con vari siti di poesia in rete, tra cui clepsydraedizioni.com. Ha pubblicato in poesia: Other Signs Other Circles, Chelsea Editions, New York, raccolta antologica di poesie 1990-2009, (Premio Città di Cattolica);  Curve di livello, Marsilio, 2006, (Premio Astrolabio, Castrovillari-Pollino, finalista ai Premi Camaiore, Lerici Pea, Pascoli, San Fele, Montano); Paso Doble, Empiria, 2006 (raccolta di dual poems, coautrice Anamaría Crowe  Serrano), Porte / Doors, Edizioni del Leone, 2002 (traduzione inglese di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti, Premio Internazionale Forum); Porte di terra dormo, Dialogo Libri, 2001; Il versante vero, Fermenti, 1999 (Premio Opera Prima Aldo Contini-Bonacossi); Canti della prossimitàPuntoeacapo editrice, 2011 (silloge contenuta in  La Poesia Anima Mundi, quaderno monografico a cura di Gianmario Lucini).       Suoi testi sono inclusi nei volumi collettanei: Pugliamondo, 2010 e La Versione di Giuseppe, 2011, entrambi per le Ed.ni Accademia Terra d’Otranto-Neobar, Poeti e Poetiche, CFR, 2011. Ha ricevuto nel 2011 il Premio Guido Gozzano per la poesia inedita Fa parte della redazione del portale Poesia2punto0.com, dove è ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa

http://www.poesia2punto0.com/category/poesia-   condivisa/

Alessia D’Errigo
Autrice, attrice e regista. Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico. Da anni conduce un intenso lavoro sulla poesia parlata e scritta. Nel 2004 apre, insieme all’artista e regista Antonio Bilo Canella, il “CineTeatro di Roma” centro di ricerca, formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.  Nel 2011 crea il progetto IMPROMPTU THEATRE (Teatro all’improvviso), con l’intento  di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale. Progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro e successivamente da un altro evento “Variazioni Belliche (LamentAzione)”. Ha partecipato come attrice a svariati cortometraggi e lungometraggi; ha realizzato, diretto e montato opere cinematografiche, tra cui: “La casa del Sator” (2006), “Onde” (2007); ha scritto, diretto e interpretato numerosi lavori teatrali, tra cui: “Desiderio” (2006), “Shake Revolution” (2009), “Profetica” (2010), “Il pugno e la rosa” (2011). È rintracciabile, in rete, su www.cineteatro.it

Fernando Della Posta 

È nato a Pontecorvo, in provincia di Frosinone e vive e lavora a Roma nel campo dell’Information Technology.

E’ redattore del blog di letteratura e poesia “Neobar. Agorà senza l’assillo delle correnti”, http://www.neobar.wordpress.com/

Molti suoi testi sono apparsi sul web, riviste e antologie. Ha partecipato con suoi testi al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011. La sua prima raccolta di poesie “L’anno, la notte il viaggio” edita da Progetto Cultura, 2011, nella collana “Le gemme”.

È rintracciabile in rete sul suo blog personale “L’anno e la notte.poesia”

http://versisfusi.wordpress.com/

Anna Maria Curci

È nata a Roma, dove vive e insegna.

Scrive sul blog “Cronache di Mutter Courage“,  su  “Unterwegs / In cammino” ed è tra i redattori del blog collettivo “Poetarum Silva”. Suoi testi sono apparsi su riviste (Journal of Italian Translation; Traduttologia) e antologie (La notte, Roma 2008), sul blog La dimora del tempo sospeso, sul blog collettivo  “La poesia e lo spirito” e sul sito “Poeti del parco”. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano (LietoColle ed.).

Enzo Campi 

È nato a Caserta. Vive e lavora a Reggio Emilia. Autore e regista teatrale. Critico, poeta, scrittore.

È presente in alcune antologie poetiche edite, tra gli altri, da LietoColle, Bce Samiszdat, Liminamentis. È autore del saggio filosofico Chaos – Pesare-Pensare, scaricabile sul sito della compagnia teatrale Lenz Rifrazioni di Parma. Ha pubblicato per Liberodiscrivere edizioni (GE) i saggi Donne – (don)o e (ne)mesi (2007) e Gesti d’aria e incombenze di luce (2008); per BCE-Samiszdat (PR) il volume di poesie L’inestinguibile lucore dell’ombra (2009); per Smasher edizioni (ME) il poemetto Ipotesi Corpo (2010) e la raccolta Dei malnati fiori (2011). È redattore dei blog La dimora del tempo sospeso e Poetarum Silva. Ha curato prefazioni e note critiche in diversi volumi di poesia. Dal 2011 dirige, per Smasher edizioni, la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e cura l’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze”.

In fase di pubblicazione per Smasher edizioni: Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere (terzo classificato Premio Giorgi 2010, finalista Premio Montano 2011).

LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE

 

Per una co-abitazione delle distanze:

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze

In un’epoca dove ritornano a galla sempre più prepotentemente l’urgenza e il bisogno di rispolverare e ridefinire i concetti di comunità e condivisione, nasce il progetto di aggregazione letteraria  LETTERATURA NECESSARIA – ESISTENZE E RESISTENZE.
Lo scopo del progetto è essenzialmente quello di far CIRCOLARE i libri e le cosiddette “risorse umane” creando dei momenti di aggregazione, scambio e confronto che possano abbattere qualsiasi tipo di divisione ideologica, editoriale, di mercato, ecc., mettendo in comunicazione tra loro diverse e svariate realtà che operano nel settore o che sono impegnate in tal senso.
In parole povere si tratta di costituire una serie di poli geografici di riferimento disseminati lungo tutto l’arco del territorio nazionale. Ogni polo avrà un referente che si occuperà dell’organizzazione in loco e con il quale concordare gli autori (locali e nazionali) da coinvolgere e le modalità di realizzazione dell’evento.

Il progetto è diviso in varie fasi; ad una prima fase quasi esclusivamente performativa seguirà una seconda fase dove gli autori – per rendere ulteriormente “concreto” il concetto di aggregazione – verranno chiamati a leggere e presentare criticamente altri autori.
Visto che il progetto intende caratterizzarsi come un qualcosa di itinerante e ad ampio respiro si cercherà di organizzare e rendere fattiva una terza fase in cui gli autori che intendono contribuire alla realizzazione del progetto ma che si trovano territorialmente distanti e/o impossibilitati a partecipare direttamente agli eventi, potranno rendersi presenti anche nella loro assenza attraverso contributi fonici e visivi.
La quarta fase del progetto prevede la realizzazione di uno o due volumi antologici “comunitari” con contributi letterari e critici di diverse decine di autori che collaborano all’iniziativa. Nella fattispecie, ogni autore antologizzato si impegnerà a realizzare un evento nella propria città e, attraverso le risorse individuate dalla rete, inviterà autori territorialmente vicini a partecipare all’evento. Durante questi eventi, oltre a “spacciare” i contenuti del progetto e l’antologia cosiddetta comunitaria, gli autori coinvolti potranno eventualmente presentare le loro opere e eventualmente altri autori.

Quello che conta qui è una vera e propria “messa al lavoro” della letteratura. Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che se le “esistenze” sono riconducibili ai libri, in quanto oggetti fisici, le “resistenze” rappresentano le “azioni” di quei “soggetti” fisici che producono i libri. Aggiungendo una sola caratterizzazione: il fatto di ostinarsi, per esempio, a produrre e a “spacciare” poesia, oggi come oggi, deve essere considerato come un vero e proprio “atto politico”. In tal senso ogni azione di questo tipo viene a rivestirsi di un plusvalore sociale. “Letteratura necessaria” è un progetto che vuole rendersi pratico, concreto e tangibile. Qui si tratta di far sì che la necessità di mettersi in gioco in prima persona diventi l’aspetto preponderante della diffusione della letteratura come atto corporeo, politico e aggregativo. L’idea di fondo è quella di ovviare alla sempre più imperante DISPERSIONE che caratterizza, in negativo, l’attuale panorama letterario nazionale e di creare una sorta di rete che permetta la costituzione e la ripetizione di eventi (“marchiati” e catalogati progressivamente in “azioni”) collegati tra loro ove far interagire realtà letterarie e realtà editoriali, in un regime non competitivo, ma collaborativo.

“Letteratura necessaria”, beninteso, non vuole essere un movimento tematico, ma pluritematico, volto a certificare la propria “esistenza” e a diffondere una sorta di “resistenza”. Resistenza a chi e a cosa? A tutto ciò che è privazione, restrizione, negazione, omologazione, ghettizzazione, a tutto ciò che lede i propri diritti, che ripropone gli stessi, triti e ritriti canoni letterari. In poche parole il progetto, almeno in fase concettuale, nasce “in costruzione” e crescerà sempre “in costruzione”, assorbendo e consolidando, di volta in volta, necessità, urgenze, tematiche e facendosi portavoce di messaggi che possano rientrare nei concetti di necessarietà, esistenza e resistenza.

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Finora, tra Bologna, Milano, Parma, Reggio Emilia, Roma, Capua (CE), sono state realizzate 8 azioni live che hanno coinvolto : Francesco Marotta, Enrico De Lea, Jacopo Ninni, Agnese Leo, Dina Basso, Ermanno Guantini, Silvia Molesini, Patrizia Dughero, Nina Maroccolo, Anna Maria Curci, Cristina Annino, Vincenzo Bagnoli, Loredana Magazzeni, Luca Ariano, Viola Amarelli, Lucia Pinto, Marco Bini, Ada Gomez Serito, Lorenzo Mari, Simonetta Bumbi & Orlando Andreucci, Stefania Crozzoletti, Antonella Taravella, Silvia Rosa, Roberto Ranieri, Sergio Pasquandrea, Marco Palasciano, Daniele Ventre, Gianluca Corbellini, Valentina Gaglione, Enea Roversi, Martina Campi, Meth Sambiase, Patrizia Rampazzo, Marco Ruini, Claudio Bedocchi.

Le attività, dopo una breve pausa invernale, riprenderanno ad aprile con 5 azioni a Roma, Sasso Marconi, Bologna, Mantova  e Verona, e proseguiranno a maggio con altre 6 azioni tra Torino, Milano, Verona e Bologna. Sono in fase di costruzione altre azioni tra Marche, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia.

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E’ stato costruito un blog per documentare le attività del gruppo, per segnalare altri eventi e per pratiche di divulgazione letteraria.
http://letteraturanecessaria.wordpress.com/

Pagina del gruppo su facebook

http://www.facebook.com/groups/179852888755635/

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Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo) (post di Natàlia Castaldi)

Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo)

“[…] parlare (scrivere), equivale a non pensare più soltanto in vista dell’unità, e a fare delle relazioni verbali un campo essenzialmente dissimmetrico dove vige la legge della discontinuità; come se, una volta che si sia rinunciato alla forza ininterrotta del discorso coerente, si trattasse di identificare un livello di linguaggio dove si possa acquistare il potere non solo di esprimersi in modo intermittente, ma di far parlare l’intermittenza, con una parola che non unifichi, che accetti di non essere più un passaggio o un ponte, una parola che non pontifichi ma sia capace di superare le due rive separate dell’abisso senza colmarlo e senza ri-unirle (senza far riferimento all’unità)” (Maurice Blanchot)

Certo, ci sarebbe da intenderci sul significato della parola intermittenza, o meglio ancora di quelle che lo stesso Blanchot definisce: «interruzioni». Le interruzioni sono anche quelle zone franche in cui l’io narrante crea – consapevolmente o inconsapevolmente – uno spazio atto a ricevere l’altro, una sorta di luogo ove l’altro possa venire all’io. Un luogo ove relazionarsi, anche e soprattutto verbalmente e letterariamente. Nina Maroccolo, conscia di queste necessità, non solo mette in opera l’io e l’altro, ma si concede il lusso di creare una nuova figura che deriva da una sorta di transfert. L’uso, talvolta spiazzante, della prima persona (un uso al neutro, avrebbe detto Blanchot, perché restituito da un terzo) le permette difatti di divenire Antèlami o Eichmann (i personaggi a cui sono riferite due delle sezioni del libro), o meglio di far sì che il divenire letterario si costituisca attraverso un corpo fisico (il suo) impegnato a restituire le «intermittenze» di altri due corpi, quelle per così dire forzate del discorso “processuale” tra Eichmann e i suoi accusatori, e quelle mistiche che arrovellano Antèlami. Da qui (e da tanto altro) la mancanza di linearità propria dell’opera.

Ci sono testi che hanno bisogno di note, chiarimenti, riferimenti e altri invece che viaggiano da soli senza bisogno di guide. E ci sono anche testi che – per la loro ricchezza e complessità – sono naturalmente destinati a spalancare porte, creare punti di fuga.

Questi ultimi sono i testi la cui funzione – più o meno salvifica; ma questo dipende dalle singole sensibilità – è principalmente quella di evocare, di moltiplicare le strade da battere, di creare delle situazioni letterarie dove il gesto dell’autore pretende un gesto di ritorno da parte del lettore.

Testi come Illacrimata possono avere dei risultati altalenanti nel gradimento soggettivo, ma non possono creare una situazione di indifferenza.

In ambito letterario questo è sicuramente un pregio.

Attraverso un processo che è allo stesso tempo estensivo e intensivo, l’asse paradigmatico di quest’opera – pur possedendo precise connotazioni – più che ancorarsi saldamente a stili, tradizioni e riferimenti sembra perennemente impegnato a spezzare qualsiasi tipo di catene, per meglio consegnarsi alla deriva. Forse perché in una situazione di deriva diviene naturale sospendere e rinviare piuttosto che fissare e definire. Forse perché la deriva presuppone una sorta di abbandono. Ma non un abbandono totale. La deriva consente di restare nei pressi della cosa. Ecco allora che Maroccolo disegna una distanza che le permette di tenere sotto controllo il suo parto e di indirizzarlo verso vie sempre più strutturate e articolate. (Enzo Campi)

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V’è qui reale:

lo allevamento di crocifisioni, li derelitti.

Fra tante nominanze Tu, cinghiato da l’odissea

verso l’alto. Ché qua giù, ne lo basso insaziato,

mica s’ascende! Per lo sepolcro terragno

quel ch’eravam varca ‘l confine,

s’inerpica d’intorno la testa,

vuole per ‘l nostro vuoto trafitto

schiodarti, sì far molle quel braccio crollato

arresa cagion di carezza. Che Madre Tua accolse

del dolore lo atto, la stretta notte.

Carezza che, onde a vista fece allungar mano,

a vista inumata si fece.

*

V’è qui certezza:

più tosto volli manifesto ‘l marmo.

Lo scalpello picchiai a scroscio movendolo.

Fu suo lo battito, fiume di vene,

come d’ira l’arteria.

Mentr’io battea

soffersi li occhi tuoi,

anima sovr’altra anima

come traesse vita

la tua da la mia.

Non v’era nulla di vero.

Non v’era più fiato.

E da la Croce,

ov’io urlai Cristo germoglia!,

deposi gl’arnesi. Smettendo ‘l core

di dire, l’Equatore intravidi.

E tu, per un nido superno

venisti.

*

V’è qui lo abbraccio:

in figura di cuore scosceso.

Parea tuo vero quest’avvinto padre

con sì grande amore.

Era Giuseppe peregrino, misero

d’Arimatea. Che amò lo midollo

divino fondamento con medesima lingua.

Ma quando li sonni suoi divennero

d’un romor stupiti, poter fuggirsi vento

anzi ch’esser tramortito di presso

‘l tuo crudo petto,

ch’egli sostenne quasi mancando.

Or che gl’occhi s’insalino

di lacrime nove

Giuseppe torni tacito figlio

per l’increspature del costato.

Vicino ti patisca.

In fine, com’estinto lamento

lo pullular s’aggiri de l’afflitto.

Quivi lasciasse vento

‘l divenir.

*

E l’albero di duecento catene ebbe allucinazioni,

forse illuminazioni. C’aveva, l’albero, una saggezza

che abbracciava tutti, pure i ciottoli di Aci Trezza:

 

Né prima né dopo né altrove

perché notte non riedifichi giorno

né addenti il sole insaccato

o mi perderò tra ciclopi dissepolti

– ospiti marini scroscianti visioni

quanto una folla di spettri,

nel passo turbinante d’un cieco

nello strillo acuto del calcagno.

Palpito sfiorito

dove crudeltà è più verde.

L’accanito tramonto

– un coperchio.

*

L’albero di duecento catene pianse nuova linfa alle gemme origlianti

e alle zagare intristite. Ebbe a dire che la Natura ce l’aveva con

l’Uomo e che Natura e Uomo dovevano, invece, allearsi:

 

Sfiatano gli addii i canti dei pescatori

ammarrati come barche

alle pietre di Aci Trezza.

Discendono gl’occhi – le stille

non s’acquetano.

Troppa tristezza per galloriare.

*

L’albero di duecento catene terminò la sua intima preghiera al

mondo. Insieme ai Malavoglia, Natura e Uomo lo ascoltarono:

 

Trattenetemi innervato

alle branchie increspate dell’Etna

bendato da questa luce granitica

che pesa ­– pesa

come la deriva d’un respiro di corda,

accasciato tremulo pesce

alle reti.

Vita alla pietra.

***

[…]

Non occorre certo uno specialista di vivisezioni per cogliere in questo libro elementi di classicità antica e di lingua medioevale da Jacopone a Dante, allusioni all’alta letterarietà neoclassica (l’illacrimata di Foscolo) come allo scabro verismo verghiano o all’espressionismo novecentesco, comprendendo in quest’ultima categoria anche, magari, le torsioni sintattiche e semantiche di Zanzotto o di Amelia Rosselli. Attraverso un tale intreccio, spesso fitto come una selva oscura, ciò che riusciamo anzitutto a cogliere è l’emergere, nel cuore del magma, del mistero e del caos, di alcuni nodi di senso aguzzi come punte, pietre, rocce, scogli o frammenti d’osso. Queste punte assumono la forma di coppie oppositive, di parole, immagini o idee in contrasto reciproco: vita/morte, alto/basso, notte/giorno, visibile/invisibile, conoscibile/inconoscibile… Grazie a queste, e altre, linee di tensione il tessuto testuale si dispiega come un tormentoso incontro-scontro tra forze lampeggianti e cieche, cosmiche e storiche, sacre e malefiche, umane e divine… Per creare l’«odissea verso l’alto» della Crocefissione, Antèlami abbatte sulla pietra uno scalpello pesante d’ira, rabbioso come un ingorgo di vene o uno spasmo della carne, mentre le figure zoomorfe create da lui stesso o dai suoi allievi sul Battistero di Parma guizzano come “vuote illusioni”, “lemuri mentitori” o “scimmie su e giù per la schiena” del tempo (quasi come in una visione di Burroughs da LSD) schiudendo, paradossalmente, degli spazi di verità. In modo simile e diverso, un eucalipto radicato sulle pendici dell’Etna dialoga col fuoco e la lava del vulcano, col sentimento dell’esilio o dell’infermità, col vento, le zagare e l’anima dei poveri per testimoniare ciò che vive “dove crudeltà è più verde”, ciò che muore quando la voce della guerra chiama. Tutto è se stesso e altro da sé: le parole fiottano come frecce, gridi, invocazioni, squilli, preghiere o paure; s’inarcano e si flettono, si rattrappiscono o s’impennano per cercare di dire qualcosa che nonè contenibile in nessun linguaggio, e che potremmo, forse, indicare come il cuore stesso, infinito del sacro: il battito insondabile del mondo nel miracolo del suo continuo rigenerarsi attraverso e oltre lo scandalo della morte e del male.

[…]

La modernità come l’autrice la intende è anzitutto il rischio di un’impasse linguistica: se da una parte l’Etna mangia la voce dell’albero – coscienza inerme di un trapasso storico a cui può solo assistere, anima del mondo in esilio –, d’altra parte il processo ad Eichmann evidenzia come si possa “morire d’una morte / lessicale”, come, cioè, il linguaggio, strumento di ogni ideologia, possa distruggere la vita, terribile e ottuso come un’arma senz’anima. (dalla prefazione di Paolo Lagazzi)

***

Fate parlare il Tempo!

 

Nudo d’una nudità impertinente, il Sole, Signore della luce

Infinita, proliferò come elemento devozionale: custodito,

sorvegliato, vigilato, benvoluto da tutti.

Nell’universo intero apparve il riflesso eternato, immortale.

Scintillante trono di Loto.

Secondo il patto di velocità, l’astro divenne padre; in divenire,

figlio.

Divenuto, rinacque bambino: Loto d’Oro, il piccolo Buddha.

Terra Madre ne fu felice. Ma era stanca, molto stanca per godersi

quella bella novità cosmica.

Prima di addormentarsi ebbe solo la forza di sussurrare:

“Per oggi ho camminato abbastanza…”

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Nina Maroccolo, Illacrimata, Edizioni Tracce, Pescara, 2011

http://www.tracce.org/Maroccolo.htm

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Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004. Scrittrice, performer, artista visiva – è curatrice di libri e antologie. Ha fatto parte della casa discografica CPI (Consorzio Produttori Indipendenti, Firenze), responsabile dell’Associazione Culturale “Il Maciste”. Ha partecipato a trasmissioni su RAI1, RAI2 ed altre emittenti televisive. Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999), con prefazione di Alda Merini; Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), postfazione di Eleonora Pinzuti; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004); Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura 2008), a cura di Fabio Pierangeli; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008), a cura di Marco Palladini; Nitrito d’Argento (Neobar 2009). È presente in numerose antologie.