Nicolò Barison

Una lettera d’amore al cinema: “Holy Motors” di Leos Carax

di Nicolò Barison

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Presentato in concorso a Cannes 2012, dove ha riscosso grandi elogi da parte della critica, per poi passare quasi inosservato nelle sale italiane nel giugno 2013, “Holy Motors” è il grande ritorno al lungometraggio del regista di culto francese Leos Carax (“Gli amanti del Pont-Neuf”, “Rosso sangue”, “Pola X”).

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

In un prossimo futuro la natura si sta ribellando e l’esistenza sulla Terra è messa in pericolo da continue tempeste di sabbia e da una misteriosa piaga che ha distrutto le piantagioni di grano, lasciando però intatto il mais. Cooper (Matthew McConaughey) è un ex-astronauta della NASA che si è dovuto reinventare agricoltore e si è dedicato alla coltivazione del mais, tirando su una piccola azienda agricola,  dove vive insieme alla figlia Murph (nome dato in onore alla legge di Murphy), al figlio Tom e all’anziano padre. Grazie a una serie di improbabili circostanze,  Cooper rientrerà in contatto con la NASA, ora divenuta un’organizzazione segreta, che sembrerebbe aver scoperto che la piaga presto attaccherà le altre coltivazioni e che si sta ingegnando per trovare una soluzione alla imminente (auto)distruzione del nostro pianeta. Cooper  verrà convinto dalla NASA a intraprendere un viaggio interstellare attraverso un cunicolo spazio-temporale,  dove si auspica che si possa trovare un pianeta abitabile in cui l’umanità possa salvarsi dall’estinzione e proseguire il suo cammino evolutivo.

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Nicolò Barison – Boyhood (un moderno poema americano)

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BOYHOOD DI RICHARD LINKLATER: UN MODERNO POEMA AMERICANO

Boyhood di Richard Linklater è un film durato dodici anni. Esatto, ci sono voluti dodici anni di riprese, dal 2002 al 2013, per portare a termine questo, come definito dallo stesso regista, “esperimento”, durante i quali Mason (Ellar Coltrane), che all’inizio del film è un bambino, poi un ragazzino e infine un adolescente in partenza per il college, scopre il mondo che lo circonda, cresce, lotta, si innamora, insomma, vive la sua giovinezza. Dodici anni in cui non è cambiato solo il protagonista, ma anche i suoi genitori (due grandissime interpretazioni di Patricia Arquette e Ethan Hawke), separatisi quando Mason era un bambino, e sua sorella Samantha, di pochi anni pù grande di lui, con cui ha un rapporto di odio e amore. Dodici anni durante i quali è cambiata anche l’America, passando dall’attentato alle Torri Gemelle all’America post 11 settembre e alla guerra in Iraq, dalla presidenza Bush a quella di Obama, il tutto affrontato senza drammatizzazioni o patriottismo, contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei film americani, perché l’intento di Linklater è stato quello di adottare una prospettiva distaccata da questi grandi eventi, che restano sempre, quasi pudicamente, sullo sfondo.

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Irréversible di Gaspar Noé: perché il tempo distrugge il peggio e il meglio

di Nicolò Barison

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“Irreversible. Perché il tempo distrugge tutto. Perché certe azioni sono irreparabili. Perché l’uomo è un animale. Perché il desiderio di vendetta è una pulsione naturale. Perché la maggior parte dei crimini resta impunita. Perché la perdita della persona amata distrugge come un fulmine. Perché l’amore è una fonte di vita. Perché la storia è tutta scritta con lo sperma e con il sangue. Perché le premonizioni non cambiano il corso delle cose. Perché il tempo rivela tutto. Il peggio e il meglio.”

Quando anni fa vidi per la prima volta Irréversible, pellicola del 2002 presentata in concorso al 55esimo Festival di Cannes che fece indignare parte degli spettatori che abbandonarono la sala prima della fine del film, ne rimasi immediatamente folgorato.
Giudicato da gran parte della critica come uno dei film più controversi di sempre a causa della rappresentazione esplicita di uno stupro di una donna (Monica Bellucci), con macchina da presa fissa di quasi dieci minuti, nichilista e cupo all’inverosimile, è sicuramente un film molto duro e difficile da digerire, ma, allo stesso tempo, rivela il talento e la bravura di un grandissimo regista.
Alex (Monica Bellucci) viene brutalmente violentata da uno sconosciuto in un sottopassaggio. Il suo attuale fidanzato Marcus (Vincent Cassel), e il suo ex, Pierre, amici tra di loro, si mettono a caccia del responsabile, in un crescendo inarrestabile di follia e violenza.
La pellicola è composta da tredici sequenze a ritroso (il film scorre inversamente partendo dal finale, in una trovata che ricorda Memento di Christopher Nolan), di cui sei in piano sequenza, con continui rimandi al cinema di Stanley Kubrick, ma anche a quello stile innovatore e fuori dagli schemi che è stato proprio della Nouvelle Vague, con particolari riferimenti a Jean-Luc Godard.
Noé sfoggia sin dai primi minuti una sapienza tecnica davvero sorprendente che ci fa immergere in un mondo feroce e senza speranza (gran parte delle scene sono girate di notte, rendendo il clima ancora più cupo).
L’idea del regista di partire dal finale, apparentemente non originalissima, trova però una valida giustificazione “filosofica” nelle frasi che pronuncia Alex in una scena del film, parlando di un libro che sta leggendo: tutto ciò che accade è già in qualche modo stabilito, quindi mostrare una storia dalla fine significa, secondo questa impostazione, riavvolgere il tessuto di ciò che doveva inevitabilmente accadere.
Oltre a questa lettura filosofica, il film di Gaspar Noé ci mostra la società umana nei suoi aspetti più abbietti e spregevoli. Il nucleo centrale del film risiede infatti nella mancanza totale di senso delle azioni umane. Una donna viene stuprata in un sottopassaggio mentre torna a casa da una festa e la sua esistenza viene distrutta da un momento all’altro. Tutto questo sembra cogliere il nocciolo di quello che, improvvisamente e inesplicabilmente, può accadere nelle nostre vite oltre la nostra volontà ed immaginazione.
La successiva reazione del fidanzato di Alex (un Vincent Cassel in gran spolvero) dopo lo stupro, che inizia a cercare il responsabile, mosso dalla sete di vendetta, fino al violentissimo ed inevitabile finale, dimostra invece la totale mancanza di controllo che spesso abbiamo non solo sugli avvenimenti, ma anche su noi stessi.
Prima di partire per la crocifissione pubblica di Noé, si dovrebbe un po’ conoscere il passato del regista per comprendere le profonde basi nichilistiche del suo pensiero e del suo modo di fare cinema. Vedendo le sue opere precedenti, il cortometraggio Carne (1995) e il lungometraggio Seul Contre Tous (1998) non possiamo tralasciare il fatto che Noè ha sempre parlato dell’inevitabilità della violenza come reazione a un sistema di potere. Il Macellaio senza nome protagonista di queste due pellicole (interpretato magistralmente da un grandissimo Philippe Nahon), che compare anche in un omaggio nei primi minuti di Irréversible affermando in una disperata confessione che “il tempo distrugge tutto”, ci mostra la cifra di una società capitalista alla deriva, intollerante e cinica.
Insomma, Gaspar Noé lo si ama o lo si odia. Non ci sono vie di mezzo. Il suo stile fortemente provocatorio non è per tutti, questo è sicuro. Per farsene un’idea basta fare un giro sui vari siti e vedere le opinioni dei critici e del pubblico: i suoi film o vengono osannati o distrutti senza pietà, ma si sa, la genialità non sempre è compresa da tutti.

(Ri)scoprire “Berlin Alexanderplatz” di Fassbinder

di Nicolò Barison

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Se mi chiedessero di citare un’opera imprescindibile per approcciarsi al cinema di Fassbinder, la mia risposta sarebbe, senza alcun dubbio, Berlin Alexanderplatz. La cosa potrebbe sembrare, ad un occhio inesperto, una scelta singolare, in quanto Berlin Alexanderplatz non è propriamente un film, ma uno sceneggiato di 13 puntate più un epilogo realizzato per la televisione tedesca nel 1980. Ma non fatevi ingannare, questa miniserie rappresenta la summa, l’opera omnia del grandissimo regista tedesco.
Ambientata nella Berlino del 1928, tratta dal romanzo omonimo di Alfred Döblin, racconta l’odissea umana, morale e spirituale di un uomo alla deriva, Franz Biberkopf (interpretato magistralmente e con straordinaria adesione da Günter Lamprecht). Franz esce di prigione dopo aver scontato la pena per l’omicidio della sua fidanzata Ida ed è intenzionato a condurre una vita onesta. Passa da un lavoretto all’altro, prima venditore di stringhe per scarpe, poi di giornali, ma, dopo aver conosciuto il malavitoso Reinhold, entrerà in un vortice autodistruttivo che lo porterà ad esiti infausti, nonostante i buoni propositi iniziali.
In molti infatti, non a torto, hanno visto un parallelismo fra quest’uomo, le cui azioni sembrano avere tutti i connotati di un vero e proprio calvario, le cui gesta ricordano molto la figura cristiana del martire, e le vicende autodistruttive della Germania che porteranno, da lì a breve, all’avvento del Nazionalsocialismo.
Emblematica, per far comprendere allo spettatore lo spirito che animerà l’intera opera, è la scena iniziale, dove Franz Biberkopf esce dal carcere di Tegel dopo quattro anni di reclusione. Franz, immobile davanti alla porta, contempla incerto la libertà duramente riacquistata, da cui traspare un senso di inadeguatezza verso il mondo, altro tema carissimo a Fassbinder, che è presente in molte sue opere. A questo proposito, una delle immagini più significative che mi vengono in mente è la scena del pranzo “nel ristorante dove mangiava Hitler” ne La paura mangia l’anima, film del 1973, dove vengono ritratti i due protagonisti, novelli amanti, spaesati e titubanti, seduti a un tavolo in un locale completamente deserto.
Fassbinder, maestro nel regalarci figure indimenticabili di umiliati e offesi dalla società e ambientazioni sature di sofferenza e senso di morte, raggiunge con questa miniserie la vetta più alta del suo cinema, opera che contiene un vero e proprio testamento spirituale del grande regista tedesco.
Unica avvertenza per lo spettatore che volesse approcciarsi a questa “serie televisiva”: durante la visione delle 13 puntate più un onirico epilogo, non mancheranno la fatica e il disorientamento. Non è una serie che si può guardare tardi la sera, magari mezzi appisolati. Insomma, richiede uno sforzo di concentrazione, ma questo sforzo sarà più che ripagato.
In un’epoca di fiction televisive popolate da buonismo, sentimenti spiccioli, preti, carabinieri e Cesaroni, fa sempre bene ricordarsi cosa era riuscito a realizzare più di trent’anni fa, in quasi 15 ore complessive, un genio del calibro di Fassbinder.