Nicolò Barison

Anomalisa (di Nicolò Barison)

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Anomalisa, l’Uomo Postmoderno nel film d’animazione di Charlie Kaufman

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Anomalisa è la storia di Michael, uomo di mezz’età annoiato dalla sua vita, che di lavoro fa l’oratore motivazionale, ovvero è specializzato nel dare un senso alle esistenze degli altri. Ha avuto un discreto successo con il suo libro sui servizi ai clienti delle varie compagnie. È inglese ma vive a Los Angeles, anche se in realtà a casa non c’è mai, dato che è sempre in viaggio da un Paese all’altro. Durante un soggiorno di lavoro giunge a Cincinnati, dove deve tenere un importante discorso ad una convention. Nel lussuoso hotel in cui alloggia conosce casualmente Lisa, una sua fan che lo colpisce sin da subito nel profondo.

Anomalisa, vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria al Festival di Venezia 2015 ed in corsa agli Oscar, è il primo film d’animazione in stop motion diretto da Charlie Kaufman, con il supporto di Duke Johnson. E il risultato è davvero molto buono. Kaufman è prima di tutto un grande sceneggiatore, sin dai tempi dello splendido Essere John Malkovich, senza dimenticare Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, scritti rispettivamente per Spike Jonze e Michel Gondry. Kaufman si è poi cimentato anche nella regia con Synecdoche, New York con il compianto Philip Seymour Hoffman e, appunto, Anomalisa. Il film, verboso, complesso e filosofico come tutto il cinema dello sceneggiatore/regista, mette in scena la vita-non-vita di un uomo di successo, distaccato dal mondo ed incapace di provare interesse per l’umanità che lo circonda. Egli manda sempre tutto a rotoli e non riesce ad instaurare rapporti umani sinceri con i suoi simili. Tutto sembra annoiarlo maledettamente e le persone gli appaiono tutte identiche (non a caso “tutti gli altri” sono doppiati dalla stessa grigia e robotica voce maschile, anche le donne), fino a quando non incontra Lisa, il cui timbro vocale (quello della Jennifer Jason Leigh di The Hateful Eight) presenta delle peculiarità diverse che lo fanno sentire di nuovo vivo. Michael, fino a quel momento, era maestro nel cambiare la vita delle altre persone, ma incapace di trasformare sé stesso. Ma Lisa ai suoi occhi e alle sua orecchie sembra totalmente diversa da quella massa informe e piatta che vede ogni giorno.

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Revenant/Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta (di Nicolò Barison)

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Revenant/ Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta

Nord Dakota, inizi del XX secolo. Il cacciatore di pelli Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) fa parte di un numeroso gruppo di soldati americani, che, dopo essere stato attaccato e decimato dagli indiani Ree, si ritrova a dover abbandonare le pelli per raggiungere il fortino a piedi, fra nevi e monti inospitali. Glass, sulla via del ritorno, viene però attaccato da un orso che lo ferisce gravemente, riducendolo in fin di vita. Alcuni compagni rimasti a vegliare su di lui decidono di abbandonarlo al suo destino. Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito.

Parzialmente ispirato alla storia vera del cacciatore di pelli Hugh Glass e basato sull’omonimo romanzo di Michael Punke, Revenant – Redivivo è il maestoso ritorno, a distanza di un anno dal pluripremiato Birdman (vincitore di 4 premi Oscar fra cui miglior film e miglior regia) del talentuoso regista messicano Alejandro González Iñárritu (Amores Perros, 21 Grammi, Biutiful). I primi 30 minuti della pellicola sono da antologia (la battaglia con gli indiani, la fuga e la scena dell’orso) e basterebbero già per renderlo eccezionale. Nelle restanti due ore Revenant – Redivivo è capace di mantenere la tensione alta senza perdere ritmo, mostrandoci la dura lotta per la sopravvivenza del povero Leonardo DiCaprio, il quale si trova, solo e moribondo, fra le nevi dei monti del Nord Dakota. Glass è mantenuto in vita dalla sete di vendetta, proprio come il Conte di Montecristo. Procedendo faticosamente fra avversità naturali e incontri più o meno fortunati, compirà anche una vera e propria rinascita spirituale, tema tanto caro a Iñárritu (vedi su tutti il personaggio di Javier Bardem in Biutiful). Il film è composto da un’infinità di echi e suggestioni. Ai temi conradiani, al cinema di Terrence Malick, indubbiamente, ma anche e soprattutto a quello di Werner Herzog.  Il travagliato rapporto tra Uomo e Natura che permea quasi tutte le opere di Herzog si può ben ritrovare nel film di  Iñárritu, che ci catapulta dentro la natura selvaggia, misteriosa e inesplicabile.

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The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta (di Nicolò Barison)

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The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta

In un futuro distopico, la vita per i single non è per nulla facile. Le persone non accoppiate vengono infatti portate in un hotel dove dovranno trovare un compagno/a entro quarantacinque giorni. In caso negativo, verranno trasformate per sempre in un animale a loro scelta. In questa struttura finisce il grigio architetto David (Colin Farrell) con suo fratello (ora trasformato in un cane).

Al regista greco Yorgos Lanthimos, giunto al suo quarto lungometraggio, non si può proprio rimproverare la mancanza di originalità. Già nei suoi precedenti lavori (Kinetta, Kynodontas e Alps), si poteva ben comprendere la sua idea di cinema e il suo spietato sguardo sull’umanità. Dopo essersi fatto le ossa, Lanthimos questa volta ha a disposizione una produzione internazionale, con un cast di attori noti (Colin Farrell e Rachel Weisz, ma anche la ragazza dai capelli blu della Vita di Adele Léa Seydoux e il caratterista John C. Reilly) e tutto gira per il verso giusto, in un film che è davvero molto affascinante, feroce e al tempo stesso commovente nella sua analisi dell’amore e, più in generale della società umana. I vari personaggi si muovono all’interno di un quadro futuristico annichilente che esteriormente sembra il presente, dove, se passeggi al centro commerciale senza un partner, la polizia ti inizia subito a fare mille domande, ti guarda le mani per vedere se hai la fede, e, se le tue spiegazioni non sono convincenti, vieni arrestato e portato all’hotel.

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Youth (recensione di Nicolò Barison)

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Youth – La giovinezza, le emozioni sono tutto quello che abbiamo

Fred (Michael Caine), noto compositore e direttore d’orchestra alle soglie degli ottant’anni, si trova in vacanza in un lussuosissimo Resort in Svizzera ai piedi delle Alpi. Il suo migliore amico Mick (Harvey Keitel), anch’egli ospite dell’albergo, un vecchio regista ancora in attività, sta cercando di portare alla luce il suo ultimo film, una sorta di grandioso testamento spirituale. Mentre Mick cerca faticosamente di finire la sceneggiatura e di trovare un finale alla sua opera, Fred ha invece abbandonato da tempo il suo lavoro, nonostante la regina Elisabetta in persona voglia assolutamente ascoltare le sue composizioni e rivederlo nuovamente all’opera.
A un anno di distanza dal caso nazionale della Grande Bellezza, torna Paolo Sorrentino con il suo solito (ma magnifico) torrenziale susseguirsi di immagini-quadro, inserti onirici, suggestioni pop (c’è pure Maradona), musiche accattivanti, insomma tutto il repertorio visivo e sonoro che lo contraddistingue sin dai tempi delle Conseguenze dell’amore.

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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70 (di Nicolò Barison)

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Vizio di forma: Pynchon, Paul Thomas Anderson e i mitici anni ‘70

Los Angeles, 1969. Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato hippie, tossicodipendente e dai metodi investigativi davvero bizzarri. Quando una sua ex fiamma, Shasta, lo contatta per risolvere un intricato caso che vede coinvolto il miliardario Mickey Wolfmann, magnate dell’edilizia, la cui moglie vuole che venga internato in un ospedale psichiatrico per impadronirsi del suo impero, Sportello decide di aiutarla, intraprendendo un assurdo viaggio che lo porterà ad entrare in contatto con una serie di stravaganti personaggi e a vivere bizzarre situazioni.

Se lo si vuole guardare dal punto di vista del puro noir, l’intreccio giallo di Vizio di forma risulta molto confusionario e difficile da seguire nei vari passaggi, fra personaggi che continuano a cambiare faccia, nuove piste da seguire, doppie identità e chi più ne ha più ne metta. Ma questo film è molto distante dal classico poliziesco/noir, come per esempio poteva essere stato nella sua rigorosità formale L.A. Confidential, perché qui la costruzione narrativa rispecchia la natura dell’autore del romanzo da cui il film è stato tratto, ovvero uno dei maestri del postmodernismo come Thomas Pynchon. Sportello è un fattone hippie che perde il conto delle canne che si fuma durante il giorno, i suoi sensi sono perennemente alterati, per cui i suoi processi mentali sono inevitabilmente pasticciati e confusionari. Paul Thomas Anderson ha messo in scena un film che trasporta volutamente lo spettatore nella stessa confusione che vive il protagonista, e la cosa al termine delle due ore e trenta minuti di visione ha un effetto davvero stordente. Ma tutto ciò era quello che Paul Thomas Anderson voleva trasmettere in Vizio di forma, che non è solo una didascalica trasposizione delle pagine del libro di Pynchon, perché il regista dà un suo tocco personale, rendendo tridimensionale la figura di Sportello, forse ancora più sfaccettata che nel romanzo, grazie alla grandissima interpretazione di Joaquin Phoenix, che, dopo The Master, sembra essere diventato il suo nuovo attore feticcio. Oltre a Phoenix, vero mattatore della pellicola, vanno segnalate, su tutte, due grandi prove: quella di Josh Brolin nel ruolo di “Bigfoot” Bjornsen, definito dal Los Angeles Times “un detective rinascimentale”, etichetta alla quale il poliziotto tiene molto.  e Benicio Del Toro, avvocato fuori dalle righe che assiste Sportello.

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Il ragazzo invisibile: il supereroe tutto italiano di Gabriele Salvatores (di Nicolò Barison)

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Il ragazzo invisibile: il supereroe tutto italiano di Gabriele Salvatores

Michele è un adolescente come tanti altri che vive in un’anonima cittadina sul mare (il film è stato girato a Trieste). A scuola non è molto popolare, anzi, non brilla nello studio, non eccelle negli sport ed è pure bullizzato da due compagni di classe. Michele vorrebbe avere l’attenzione di Stella, la ragazza che in classe non riesce a smettere di guardare, anche se ha la sensazione che lei proprio non si accorga di lui. Un mattino, però, la routine monotona delle giornate viene interrotta da una scoperta straordinaria: Michele fa la doccia, si lava i denti e, guardandosi allo specchio, si accorge di essere invisibile. Da quel momento nulla sarà più come prima e il giovane Michele dovrà affrontare la più straordinaria delle avventure.

Il ragazzo invisibile, ultima fatica del regista premio Oscar nel 1992 con l’indimenticabile Mediterraneo, è un film indubbiamente affascinante e curioso, che mescola la classica storia di formazione adolescenziale al genere fantastico, affrontando la tematica dei supereroi, il che, già di per sé, costituisce una vera e propria rivoluzione per il Cinema italiano. E, come in ogni storia di giovani supereroi che si rispetti, ci sono tutti gli elementi che la contraddistinguono. Il protagonista è infatti un ragazzino con problemi d’identità e di relazione con gli altri coetanei e con gli adulti, che prova un senso di inadeguatezza verso il mondo che lo circonda. Subisce le vessazioni di due bulli della scuola e non riesce a reagire, s’invaghisce perdutamente di una compagna di classe, ma non si fa avanti. Fino a quando scopre di avere il superpotere di diventare invisibile. E da lì in avanti cambieranno molte cose. Michele si prenderà parecchie rivincite e diventerà l’eroe del suo paese. Fra momenti poetici, comici e anche con una certa dose di azione e di effetti speciali di buon livello, il ragazzino crescerà e si troverà davanti a delle scelte importanti, che cambieranno profondamente il suo destino.

Fra The Amazing Spider-Man e Io non ho paura, tra fantasy e commedia, diretto senza sbavature e con grande sicurezza da Salvatores, Il ragazzo invisibile regge il confronto con le numerose pellicole sui supereroi Made in USA, anzi va anche oltre, perché questo film non è solo azione ed effetti speciali. Salvatores infatti si preoccupa anche delle psicologie dei suoi personaggi, rendendoli pieni di sfaccettature e non monodimensionali. Parte del merito di tutto ciò è anche dovuto ad un cast notevole, dove su tutti spiccano Valeria Golino (poliziotto e madre di Michele) e un insolito Fabrizio Bentivoglio in una parte molto divertente. Gabriele Salvatores affronta i temi a lui più cari come l’adolescenza, il rapporto genitori figli, il mondo dei bambini contrapposto a quello degli adulti, le difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo e li mescola in un contesto fantastico popolato di sette segrete russe, poteri paranormali e misteriose sparizioni, dando libero sfogo alla fantasia, ma, al tempo stesso, ancorato in una cornice molto affascinante e realistica come può essere un paese di pescatori come Trieste.

Coraggioso esperimento di “cinecomic all’italiana”, Il ragazzo invisibile strizza l’occhio al mondo dei teenager, ma in realtà è una fiaba per tutte le età, in grado di emozionare anche gli adulti, con una splendida colonna sonora (che spazia dai Gorillaz fino alla musica classica) e con una morale di fondo molto “umana”, nonostante si tratti di una pellicola sui supereroi, che rilancia l’importanza di una sana normalità.

 © Nicolò Barison

 

Babbo Bastardo (un Babbo Natale politicamente scorretto) di Nicolò Barison

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“Cosa farai quest’anno?”
“Niente fino a marzo, poi il coniglietto di Pasqua.”

 

Presentato Fuori Concorso al Festival di Cannes 2004, prodotto dai fratelli Coen e diretto dal talentuoso regista indie Terry Zwigoff (già autore della bella commedia Ghost World con Thora Birch), Babbo Bastardo (in  originale Bad Santa), è la storia di Willie (Billy Bob Thornton), che sbarca il lunario mascherandosi da Babbo Natale nei grandi magazzini durante le festività, dove, come direbbe lo stesso Willie, è costretto ad ascoltare i desideri di una sfilza di marmocchi mocciosi e petulanti. Il suo partner si chiama Marcus (Tony Cox), ed è un nano di colore che si traveste da folletto, in arte “piccolo aiutante di Babbo Natale”. I due, in realtà, sono dei truffatori e usano questo escamotage per derubare i luoghi in cui lavorano.

Stufi dei classici film di Natale per bambini dove tutti sono felici e spensierati, i cattivi diventano buoni e l’importanza dello spirito natalizio vince sempre? Bene, se siete alla ricerca di un qualcosa di natalizio, ma che al tempo stesso ne demolisca l’essenza, allora questa è la pellicola che fa per voi. Acido e senza mezze misure, pieno di alcool, sesso, immoralità e maleducazione, Babbo Bastardo rappresenta un’opera atipica e unica nel suo genere, una riflessione adulta e politicamente scorretta sul Natale, se vogliamo scomoda ai più, dato che l’obiettivo dichiarato è proprio quello di demolire sotto tutti i punti di vista lo spirito natalizio. Grande merito della riuscitissima operazione è dovuto a un Billy Bob Thornton in stato di grazia, supportato in Italia da un convincente doppiaggio del bravo Ennio Coltorti, che interpreta perfettamente il volgare, depresso, sesso dipendente (con una particolare predilezione per le “donne dalle taglie forti”), alcolizzato, bipolare, ladruncolo Willie, che ogni anno, puntualmente, si traveste da Babbo Natale nei grandi magazzini di varie città per poi svaligiarli, essendo un abilissimo scassinatore di casseforti. La figura di Willie, è quanto di più distante da quella di un normale Babbo Natale: invece di essere felice e buono con i bambini, è scocciato e crudele con essi, senza dimenticare che è quasi sempre ubriaco e li insulta pesantemente, chiamandoli con i peggior appellativi. Il suo personaggio, sebbene apparentemente susciti ilarità, cela nel profondo un animo fragile e decadentista. La sua misera esistenza sembra consistere in un profondo letargo fra l’estate e il Natale. Non conosce minimamente, né rispetta la ritualità, per esempio distrugge da ubriaco il calendario dell’Avvento o prende a calci e pugni una renna di Natale. Il fatto di essere in grado di scassinare una cassaforte è l’unico modo per trovare soldi, per poter riuscire a campare e a comprare superalcolici, mentre inganna l’attesa dell’arrivo di un nuovo Natale e di un nuovo centro commerciale da svaligiare.

Il film non perde un colpo e sa intrattenere con brillantezza durante tutti i 93 minuti di visione, e si fa portatore non solo di un’irriverenza mai fine a sé stessa, ma anche di una motivata morale di fondo sul valore dell’amicizia, che non va comunque a minare le tesi pessimistiche di fondo, quale il difficoltoso rapporto fra Willie e un tenero ragazzino obeso, piagnucoloso ed ingenuo, impeccabilmente interpretato dal giovane Brett Kelly. Le turpi gesta di Willie, le cui parole ciniche e al vetriolo producono sketch e situazioni davvero spassosissime, forse potranno far storcere il naso ai più perbenisti, ma sono, a mio modo di vedere, una satira riuscitissima ed intelligente sul Natale, inteso come festa zuccherosa e ricca di buoni sentimenti di facciata.

Babbo Bastardo non potrà mai essere trasmesso dalla Rai in prima serata al posto de “La spada nella roccia” la vigilia di Natale, e tutto ciò probabilmente è anche giusto, in quanto non è propriamente adatto alla visione di un bambino, ma questo film è indubbiamente un’alternativa molto gradita per chi vive questa ricorrenza con cinismo e disillusione, o comunque, ha voglia di decostruirla un po’ con intelligente ironia.

© Nicolò Barison

True Detective (quando Hitchcock incontra Camus) di Nicolò Barison

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True Detective – Quando Hitchcock incontra Camus

Senza voler fare troppi spoiler sulla trama, cosa non molto carina per gli appassionati di serie tv, True detective è sostanzialmente la storia delle vite di due poliziotti, Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson), le quali si intrecciano ineluttabilmente nella lunga e disperata caccia a un serial killer in Louisiana, durata diciassette anni. Attraverso archi temporali diversi, vengono raccontate le vicende private e le indagini dei due detective, dal 1995 al 2012, anno in cui il caso viene riaperto. Nel 2012 due agenti della Polizia di Stato della Louisiana interrogano separatamente i due ormai ex detective e ora investigatori privati, chiedendo ad ognuno chiarimenti ed informazioni sul caso del brutale ed efferato omicidio di Dora Lange, che nel 1995 li aveva resi famosi.

In True detective si parte dalla più classica delle contrapposizioni, ovvero l’eterna lotta fra il bene e il male, apparentemente opposti e inconciliabili, il tutto condensato negli stilemi propri della classica struttura del giallo, di cui Alfred Hitchcock è stato il padre fondatore. Perché dunque tante attenzioni e tanto clamore verso questa serie? Innanzitutto, alcuni elementi nella struttura narrativa di True Detective funzionano alla grande. Per esempio, i diversi piani temporali e il gioco di verità e menzogna nel racconto del passato fatto nel presente provocano una grande curiosità e attesa per ciò che potrà accadere e contribuiscono a nobilitare il plot, che forse, senza questi balzi temporali, ne risentirebbe in quanto a tensione e mistero. Ancor prima che venisse trasmesso l’episodio pilota,  il creatore della serie, Nick Pizzolatto, dichiarò al New York Times che True Detective non è più complicato del fatto di usare l’indagine attorno a un crimine come una specie di formaggio fuso in cui immergi un’indagine sul carattere umano”. Questa bizzarra metafora “formaggiosa” rispecchia benissimo quelle che sono le priorità e  l’essenza stessa della serie. Proprio qui sta infatti la carta vincente, ovvero l’intrecciarsi delle vicende umane e private dei protagonisti alla mera (e non originalissima, se vogliamo) caccia al serial killer. Durante il corso delle otto puntate che compongono la prima stagione, infatti, la storia riguardante l’indagine non è sempre prioritaria.

Altro motivo di grande interesse è sicuramente il personaggio del nichilista Rust, interpretato da Matthew McConaughey, perno su cui ruota tutta la vicenda. Grande detective in grado di far confessare anche il più reticente dei sospettati, misantropo, solitario, introspettivo, alcolista, drogato, e chi più ne ha più ne metta, è una figura molto carismatica, che ha permesso a McConaughey di rilanciarsi come attore drammatico, dopo una prima parte di carriera non propriamente eccellente, fatta di commedie romantiche strappalacrime. Insomma, il detective Rust ha davvero un innegabile fascino.

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Non bisogna  però dimenticare Martin. Con i suoi conflitti interiori, la sua passione per  le donne,  i problemi con le figlie e il matrimonio in crisi, il personaggio interpretato da Woody Harrelson ha, nondimeno, una profondità e delle sfaccettature che lo rendono profondamente umano.

Altri elementi curatissimi sono le location, i paesaggi vasti e desolati della Louisiana contribuiscono a creare un’atmosfera misteriosa e angosciante, mentre la sigla, accompagnata dalle note di Far From Any Road del gruppo alternativo country statunitense The Handsome Family, è già diventata un cult.

La morale di fondo della serie è una profonda riflessione sulla vita. La figura del detective dall’animo bivalente assurge a metafora della condizione umana: da un lato sembra avere tutte le caratteristiche dell’uomo in rivolta metafisica di Camus, che insorge contro la propria misera condizione, dall’altro è una persona che, al motto di (come direbbe Rust) “la vita fa schifo” e pur trovando tutto assurdo ed incomprensibile, è dotato anche di un innato senso di giustizia, intesa come virtù morale, sulla quale modella ogni sua azione.

© Nicolò Barison

 

Ermanno Olmi – torneranno i prati (di Nicolò Barison)

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Ermanno Olmi – torneranno i prati (di Nicolò Barison)

Se sei nei guai, è inutile invocare il Padreterno. Non ha ascoltato suo Figlio in croce, vuoi che ascolti noi, pộri cani?

In concomitanza con le celebrazioni per il centenario della I Guerra Mondiale, il Maestro bergamasco Ermanno Olmi, alla veneranda età di 83 anni, torna dietro la macchina da presa dopo qualche anno (il suo ultimo lavoro era Il villaggio di cartone, datato 2011) con un film ambientato nelle gelide trincee innevate sull’Altopiano di Asiago durante il primo conflitto mondiale.

Liberamente ispirato al racconto La paura (1921) di Federico De Roberto, il film si svolge nel tempo di una sola notte, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 nelle trincee degli Altipiani. La vita dei soldati è fatta di lunghe ed interminabili attese, che accentuano la paura e lo smarrimento, alternate ad improvvisi ed imprevedibili bombardamenti e spari nella notte. La quiete sacrale della montagna diventa  luogo nefasto, uno scenario arcano dove i soldati sono mandati a morire. La vita quotidiana nella trincea è durissima, la neve porta malanni e avversità. Il tempo, in una guerra di posizione, non passa mai. Si attende l’assalto del nemico, annunciato dal rumore sordo dei colpi di mortaio. Si attende con ansia l’ora del rancio e del sonno e, in particolar modo, la distribuzione della posta. Una lettera ricevuta fa sentire più vicini i propri cari rimasti a casa, le mogli, i genitori, i figli lontani. Appiccicate sopra le brande ci sono le fotografie della donna amata, che si guardano con nostalgia e speranza prima di andare a dormire. A qualcuno nessuno scrive mai. chi non non ha foto appese da guardare fissa sperduto i mattoni del soffitto. Non è facile resistere alla lontananza e all’angoscia di quella attesa senza senso, di quella vita-non vita.

Olmi sceglie, come suo solito, un registro dimesso, per regalarci un film che è una rigorosa denuncia contro la guerra, perché in guerra si perde sempre. La fotografia di Fabio Olmi, figlio del regista, è impeccabile, nel buio della trincea sembra quasi divenire un bianco e nero con sprazzi di giallo e verde, poi arrivano i colori accesi delle improvvise fiammate delle esplosioni. Il montaggio, volutamente lento, comunica l’angoscia dell’attesa. Molte persone sono crepate inutilmente, poi la neve in primavera si scioglierà e torneranno a verdeggiare i prati, cancellando le tracce di questi accadimenti. torneranno i prati (la “t” minuscola è una scelta voluta del regista) è un film minimalista, con dialoghi ridotti all’osso ma efficacissimi, che si avvale dell’interpretazione di attori bravi e misurati (su tutti quella del Maggiore, interpretato dall’ottimo Claudio Santamaria).

Ermanno Olmi è un nonno paziente che ci racconta la Grande Guerra; vuole che lo ascoltiamo, che comprendiamo il non-senso e le atrocità che essa comporta. torneranno i prati è un film che arriva dritto al cuore, che ribadisce con veemenza la caducità dell’esistenza umana, è un omaggio alla intere generazioni spazzate via dalla guerra.

© Nicolò Barison

Diario del Torino Film Festival #3: For Some Inexplicabile Reason, What We Do in the Shadows, P’tit Quinquin e molto altro

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Volge al termine il Torino Film Festival. Volendo fare un bilancio, il programma è stato davvero molto ricco di pellicole interessanti e il livello generale è stato molto buono. Unica pecca l’organizzazione non sempre all’altezza, con code infinite e qualche scena di nervosismo per accedere alle sale, dovuto alla poca chiarezza nella disposizione delle varie file e della suddivisone fra accreditati e possessori di biglietto, senza dimenticare che rispetto agli anni scorsi mancavano le sale del cinema Lux.

Veniamo ora agli ultimi film che ho visto. Per quanto riguarda il Concorso il titolo da segnalare è For Some Inexplicable Reason, sorprendente opera prima del regista ungherese Gábor Reisz. Tra Gondry e Kaurismaki, con rimandi a Manhattan di Woody Allen, è la storia di Aron, alla ricerca di un lavoro e in crisi esistenziale dopo essere stato lasciato dalla fidanzata. Vaga sperduto fra le strade di Budapest, cercando di dare un senso alla propria vita, ma la realtà che deve affrontare è davvero dura e l’unica soluzione sembra quella di partire per Lisbona, con un biglietto accidentalmente acquistato on-line dopo una sbronza, solo perché un tizio portoghese che aveva conosciuto casualmente gli aveva parlato bene di questa città. Commedia riuscitissima dai toni surreali, sul tema del giovane romantico, buffo e inadeguato che cerca un suo posto nel mondo.

Altra sorpresa in Concorso è  il neozelandese What We Do in the Shadows, che narra la vita quotidiana di quattro coinquilini vampiri ripresi da una troupe televisiva: turni per le pulizie, rapporti con il vicinato, uscite serali, scelta degli abiti, vecchie delusioni amorose, screzi e battibecchi con i lupi mannari. I vampiri non sono mai stati così divertenti in questa riuscitissima commedia dai toni esilaranti che fa ridere davvero di gusto.

Sempre in Concorso bisogna ricordare anche l’italiano Frastuono. Iaui, adolescente  cresciuto in una piccola comunità sulle montagne pistoiesi, affronta le difficoltà e il senso di estraneità componendo pezzi di techno lisergica. Angelica invece è una sua coetanea borghese, anche lei soffocata dalla normalità, che insegue la sua libertà suonando in una band post-punk. Entrambi cercano un loro posto nel mondo, sì incrociano, si sfiorano, senza mai parlarsi direttamente. Una riflessione sincera e appassionata sull’adolescenza e il potere della musica, vista come via d’uscita verso una realtà che non si comprende e fonte di libertà creativa.

Il vero capolavoro di questo Festival si trova invece nella sezione festa mobile, e si tratta del doppio film The Disappearance of Eleanor Rigby nella versione Him e Her, che narra la storia dalla parte di lui e dalla parte di lei. Eleanor e Connor si incontrano, si innamorano, si sposano. Lui è proprietario di un ristorante di bassa lega, lei vorrebbe tornare all’università e cambiare vita. Il rapporto di coppia è messo in crisi dalla morte del loro bambino appena nato e non regge all’urto. Lei decide di scomparire e lui la cerca disperatamente. Due film complementari e gemelli, dove le soggettive modificano le psicologie e gli eventi chiave della vicenda. Umanissimo e colto, è un riuscitissimo esperimento che ricorda nello stile il recente Boyhood di Richard Linklater, raccontando l’amore e tutto ciò che ruota attorno, fra incomprensioni, litigi, coccole, fughe e ritorni, il tutto supportato dall’ottima interpretazione di lei e lui, ovvero Jessica Chastain e James McAvoy.

Menzione speciale anche per la serie televisiva in quattro puntate P’tit Quinquin (trasmessa integralmente al Festival per una durata complessiva intorno alle 3 ore e 20 minuti) del regista e filosofo francese Bruno Dumont. In un villaggio del Passo di Calais, il giovane Quinquin e i suoi amici sono spettatori partecipi di una serie di atroci omicidi che hanno come vittime contadini del posto. Dumont sembra finalmente aver trovato la sua dimensione in questa serie tv, prendendosi un po’ meno sul serio rispetto ai suoi precedenti lungometraggi, ma lasciando inalterati i suoi messaggi pessimistici nei confornti dell’umanità. Con echi alla Pantera Rosa (il divertentissimo commissario che indaga sugli omicidi è un chiaro omaggio al Clouseau di Peter Sellers) e al cinema adolescenziale di Truffaut, è una minserie imperdibile che meriterebbe di approdare anche in Italia.

Ultimi titoli da non dimenticare sono l’ottimo The rover di David Michôd, già autore qualche anno fa del bel Animal Kingdom, un novello Mad Max del terzo millennio, con le sorprendenti interpretazioni di Guy Pearce e Robert Pattinson, il torbido The drop, ultima interpretazione del compianto James Gandolfini, noir metropolitano tesissimo e serrato sulla malavita dei bassi fondi, la commedia indie Infinitely Polar bear con un grandissimo Mark Ruffalo, padre di famiglia sui generis affetto da sindrome bipolare, e il divertente Life After Beth con John C, Reilly. Nota dolente è invece l’atteso Jauja con Viggo Mortesen, film oltremodo supponente e tediante ambientato in Patagonia durante la guerra genocida del 1882.

Ecco infine il link per scoprire tutti i vari premi ufficiali assegnati: http://www.torinofilmfest.org/novita/516/32-torino-film-festival-premi-ufficiali.html

Diario del Torino Film Festival #2: Magic in the moonlight, Annuncian sismos e dintorni

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DIARIO DEL TORINO FILM FESTIVAL #2

L’ATTESISSIMO “MAGIC IN THE MOONLIGHT” DI WOODY ALLEN, IL RITORNO IN TERRA DANESE DI SUSANNE BIER E “THE TEORY OF EVERYTHING” SULLA VITA DI STEPHEN HAWKING

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Prosegue a gonfie vele il Torino Film Festival. Nonostante l’inizio della settimana lavorativa, l’affluenza nelle varie sale non è diminuita e molti film registrano il tutto esaurito.È il caso dell’attesissimo “Magic in the moonlight” di Woody Allen,  i cui biglietti sono andati a ruba, nonostante la sua uscita in lingua italiana sia prevista per giovedì prossimo. Siamo nel 1929 e un mago inglese (Colin Firth), in arte Wei Ling Soo, diletta le platee con i suoi mirabolanti spettacoli in cui è in grado persino di far sparire un elefante. Egli però è anche specializzato nello smascherare le frodi nel mondo dell’occulto. Su richiesta di un vecchio amico si reca in Costa Azzurra per incastrare una ragazza (Emma Stone), che sembrerebbe in grado di parlare con l’aldilà e prevedere il futuro. Ben presto le cose si complicano, perché la ragazza non sembra avere punti deboli, tanto da far tentennare la totale fede nel raziocinio di Wai Ling Soo. Sebbene non sia stato accolto benissimo da una parte della critica, la nuova fatica di Woody Allen (nonostante l’età produttivissimo, in grado di partorire un nuovo film ogni anno) non rientrerà nel novero delle sue migliori opere, ma sicuramente riesce a ritagliarsi un suo spazio ben definito, grazie anche alla bravura di un Colin Firth in stato di grazia, misantropo e nichilista all’inverosimile, il quale riesce a strappare molte risate, sorretto da una dosata e pudica Emma Stone. Già con il precedente “Blue Jasmine” mi sembra proprio che Woody Allen si sia ripreso dopo lavori sbiaditi come “To Rome with love” e con questo “Magic in the moonlight” abbia inanellato un altro film davvero riuscito.

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Diario del Torino Film Festival #1

TFF2014

DIARIO DEL TORINO FILM FESTIVAL #1

LA SORPRESA IT FOLLOWS, LA DELUSIONE THE BABADOOK E LA STANDING OVATION PER L’ITALIANO N-CAPACE

di Nicolò Barison

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È stato un inizio di festival molto intenso, ricco di spunti e di film interessanti. Sale gremite, code infinite alle biglietterie, volantini del programma del Festival a tutti gli angoli delle strade, poster promozionali che tappezzano Torino, una grande festa per la città, come tutti gli anni. Il programma questo primo fine settimana è stato molto ricco e i film da vedere tantissimi, per cui l’organizzazione delle varie visioni è stata indispensabile.
Ma veniamo ora ai film. Per quanto riguarda il Concorso, il capolavoro che non ti aspetti è sicuramente il bellissimo e italianissimo N-Capace di Eleonora Danco. Una donna, che si fa chiamare ‘Anima in pena’, viaggia tra Terracina e Roma, spesso in pigiama, altre volte vestita di bianco, molte volte seduta su un letto, intervista giovani, vecchi, uomini, donne, ponendo loro domande sulla vita, la morte, il sesso, la scuola, la politica, la religione. Le riposte che le vengono fornite sono davvero commoventi e danno vita ad un bizzarro esperimento che fa da anello di congiunzione fra il grottesco e una lucida e spietata analisi della “spaesata” società in cui viviamo.
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